Dalla Stampa Araba - ArabPress: Stategia russa, golpe in Turchia, Arabi e Iraniani.

Dalla Stampa Araba - ArabPress: Stategia russa, golpe in Turchia, Arabi e Iraniani.

21.08.2016  9:00 -  posted by Elio Cotronei - 

Cosa  scrive la stampa araba - ArabPress - 

La strategia russa in Medio Oriente tramite le alleanze con Turchia e Iran si innesta nello scenario di cambiamento dell’ordine mondiale

Di Zouheir Kseibati. Al-Hayat (17/08/2016). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

La differenza è “semplice” tra la lotta con armi semplici dei gruppi armati moderati, senza copertura aerea, e la lotta dei russi contro le “bande terroriste” (come le definisce Mosca), che non fa distinzione tra gli oppositori del regime di Bashar al-Assad e chi era, o è ancora, tra le file di Jabhat al-Nusra o Daesh (ISIS).

La differenza è “minima” tra le bombe dei mortai nelle mani dei gruppi armati e le bombe strategiche russe dirette ai “terroristi apostati”, d’accordo con l’Iran e dopo che tutte le istituzioni si sono aperte ai russi per metter fine alla lotta ad Aleppo.

In questo modo lo Zar rimane nel Golfo e mostra i muscoli dal Mar Caspio al Mediterraneo, come raramente si è visto dai tempi della Guerra Fredda, mentre gli USA sono occupati nella battaglia per la presidenza. E se è corretto dire che Obama ha optato per evitare un coinvolgimento nella palude siriana, “appaltando” la guerra e la sua soluzione allo Zar, allora è coerente lo schiaffo dato dal Cremlino all’amministrazione Obama e la sua politica soft, quando il primo ha dato inizio ai bombardamenti in Siria con dei Tupolev 22 partiti da una base aerea iraniana (Hamadan, n.d.T.).

A prima vista, Mosca emula Washington, che usa la base turca di Incirlik per bombardare Daesh. E se l’Iran rimane per ora nell’ombra dell’aviazione russa, con il pretesto di una riduzione dei tempi di volo, quello che non è necessario sottolineare è che l’asse Mosca-Teheran mira a schiacciare l’opposizione al regime siriano.

Dopo il fallito golpe in Turchia, Ankara ha dato vita a un approccio turco-russo che ha portato Erdoğan ad accettare un “governo di unità nazionale” in Siria. Questa è diventata una priorità, paragonabile a quella unità nazionale che gli USA difendono in Turchia contro l’infiltrazione di “timori di una guerra civile” e la “paura” circa il destino delle armi nucleari stoccate a Incirlik.

Tra la cabina di comando e il coordinamento russo-turco-iraniano e  la base di Hamadan, lo Zar accelera verso una conclusione del conflitto. Proprio la nuova mappa delle influenze del Cremlino corregge le linee nella penisola di Crimea, prima di fare terra bruciata per riempire il vuoto “americano” in Medio Oriente, come in Cecenia.

L’Iran continua a considerare la Siria come proprio protettorato e conferma la propensione a “esportare la rivoluzione” iraniana, mentre allarga l’influenza russa nella “mezzaluna sciita” per riaprire la partita contro la “marcia dell’Alleanza Atlantica” in Europa orientale.

I missili russi nei cieli di Iraq e Iran per colpire Daesh non sono un confronto tra i grandi della Guerra Fredda, e ciò a cui aspira Putin è diventato molto lontano dall’eradicazione del sedicente Stato Islamico tra il Tigri e l’Eufrate. I missili, le corazzate e le bombe dello Zar che squarciano i cieli e le acque della regione araba sono il frutto dei fallimenti di Obama. Ma non sarà una sorpresa che questo aiuti il ruolo iraniano in Yemen.

L’inizio della fine? Lo scontro per il nuovo ordine mondiale vede gli albori di una nuova era.

Zouheir Kseibati è uno scrittore e giornalista libanese.

 

l mancato golpe in Turchia e le sue ripercussioni

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (17/07/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Negli ultimi 60 anni, ci sono stati ben 457 tentativi di golpe nel mondo, di cui 230 sono falliti. La maggior parte sono avvenuti in paesi del Terzo Mondo o in paesi con regimi totalitari. La stabilità del regime politico è la differenza tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.

Il recente tentativo di colpo di Stato da parte di una fazione militare in Turchia ha scatenato non poca preoccupazione. Ed è stata una sorpresa, perché qui il regime politico ha fatto già un lungo cammino per consolidare i suoi pilastri. Il tentato golpe può essere visto come una falla nella struttura del regime e nella sicurezza dello Stato. Molti pensano che il colpo sia fallito a causa della mobilitazione contro di esso inscenata nelle strade turche. Questo è in parte vero, ma la ragione principale è l’esercito, la cui maggior parte non ha appoggiato la ribellione. L’esercito turco è così esteso e onnipresente che potrebbe prendere il potere.

Questo golpe mancato ha costituito un’importante prova per la Turchia, che il regime ha passato. Ciononostante, il tentativo preoccupa quanti sono interessati dalla lotta interna al paese. Le ripercussioni di quanto accaduto influenzeranno il futuro di tutto lo Stato. Esso potrebbe accelerare il processo del presidente Erdogan, che vuole trasformare la Turchia in un sistema presidenziale simile a quello vigente negli Stati Uniti.

Ora come mai, dopo essersi salvato dal golpe, la proposta di Erdogan è assai appropriata. Il presidente avrà completa giurisdizione e la pluralità delle presidenze finirà. Questo è un bene. Ma il male sta nel fatto che il tentato colpo di Stato potrebbe aggravare le profonde ferite tra le potenze politiche turche e risultare in atti vendicativi in un momento in cui il paese sta vivendo un momento di estremo pericolo.

La Turchia sta combattendo contemporaneamente diverse guerre: contro i curdi separatisti, che hanno imbracciato le armi e sono sostenuti dall’Iran; contro Daesh (ISIS), le cui operazioni di terrore minacciano il turismo e la stabilità statale. Ci sono poi le continue minacce della guerra in Siria, le dispute nel sud della Turchia e il sabotaggio delle relazioni tra le diverse componenti della società turca.

Non sappiamo che tipo di influenza potrà avere quanto accaduto sulla visione di Erdogan del mondo intorno a lui, soprattutto con riguardo alla Siria. Potrebbe scegliere di concentrarsi sulle minacce interne contro di lui, e quindi riconciliarsi con il regime siriano e con i suoi alleati, Iran e Russia. Se così fosse, il tentato golpe avrebbe mancato l’obiettivo di rovesciare Erdogan, ma riuscirebbe a fargli cambiare politica. Dall’altro lato, potrebbe scegliere di intensificare il confronto con la Siria e potenziare la sua posizione sia a livello regionale che interno.

Abdulrahman al-Rashed è ex caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat e ex direttore generale di Al-Arabiya.

 

Arabi e Iraniani, verso quale soluzione?

Solo mediante un compromesso, arabi e iraniani riusciranno a superare la crisi che li accomuna

Di Azmi Bishara. Al-Araby Al-Jadeed (20/06/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Gli arabi non sono soli a fronteggiare la catastrofe che incombe su Siria e Iraq. Al loro fianco anche l’Iran che sta attraversando una vera e propria crisi. E si possono intravedere già gli sviluppi futuri nella regione. Il recente cambiamento di equilibri che interessa la Repubblica Islamica, la Russia e Israele è all’origine di tale impasse.

L’Iran è stato lasciato all’oscuro dei contatti tra Russia e Stati Uniti circa l’attuazione di una soluzione in Siria. La Russia non considera né l’Iran né la Siria decisivi nei rapporti tra Putin e Netanyahu, legati da vincoli di amicizia e non di meno da un sentimento di odio condiviso verso il presidente Obama. I due mirano a scambiarsi opinioni riguardo il futuro siriano, e nello specifico le Alture del Golan. Infine, la noncuranza russa nei confronti iraniani emerge anche dalla presenza di aerei israeliani che circolano nel cielo siriano al fine di contenere possibili operazioni da parte di Hezbollah.

Non esageriamo nell’affermare quanto sopra riportato, poiché essa rappresenta la posizione che l’Iran ricopre oggi nel territorio siriano. L’opposizione siriana e quanti tra gli Stati arabi l’avevano appoggiata aveva già previsto tale condizione, al pari di una invasione straniera. Sebbene in ritardo, l’invasione straniera è arrivata a sostenere il regime siriano, contribuendo al genocidio del suo popolo. Conseguenza naturale della crisi irachena, siriana e libanese è oggi una guerra civile settaria, indipendente o per conto di potenze regionali. In un simile contesto, è svanito il sogno della repubblica islamica di controllo e supremazia da Teheran a Beirut, colpita allo stesso tempo dall’operazione “tempesta decisiva” in Yemen.

Di contro, neppure gli arabi sono stati in grado di realizzare il proprio sogno di supremazia, dopo l’annientamento delle speranze di cambiamento che avevano accompagnato i sogni degli attivisti siriani all’inizio della protesta nel marzo 2011, al fine di realizzare un sistema democratico in una Siria unita; un sogno condiviso da arabi e non, ma che il regime ha poi trasformato in incubo.

Nel mezzo di guerre settarie, risulta difficile muoversi verso la costituzione di Stati, associazioni o democrazia; il tutto accompagnato da un disordine politico e assenza di riferimenti. Israele appare dunque il nemico comune, e le forze di opposizione sono chiamate alla collaborazione per garantire stabilità e sicurezza agli Stati vittima di occupazione e insediamento.

A perdere sono gli arabi, come regime e come popolo, e con loro anche l’Iran. Stabilità e sicurezza non possono essere assicurati nel mezzo di lotte e guerre; ne deriverà solo disordine e tirannia. Importante allora muovere veramente un accordo e un dialogo arabo-iraniano, in modo che l’Iran rinunci alla sua politica espansionista e gli Stati arabi al rovesciamento del regime iraniano. Il cambiamento democratico (riformatore e rivoluzionario) spetta ai popoli e alle società, anche se sembra alquanto difficile in quell’oriente arabo afflitto da divisionismo settario e polarizzazione militare che hanno alimentato l’attuale conflitto regionale.

Azmi Bichara è un intellettuale, filosofo politico e scrittore ara

 

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