Cosa scrive la stampa araba - Operazione Scudo dell’Eufrate: il Vietnam turco - Il mantello di Daesh a Manbij

Cosa scrive la stampa araba  - Operazione Scudo dell’Eufrate: il Vietnam turco - Il mantello di Daesh a Manbij

27.08.2016 23:45

Da Arab press

Operazione Scudo dell’Eufrate: il Vietnam turcoDa Arab press

Di Yusuf Kanli. Hurriyet Daily News (26/08/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Quali sono le motivazioni dietro all'”Operazione Scudo dell’Eufrate” lanciata dalla Turchia? Potrebbe considerarsi, come molti commentatori occidentali l’hanno considerata, una copertura per attaccare i curdi siriani?

Oppure la Turchia sta solo cercando di assicurare una zona sicura per i rifugiati proprio sul suo confine, respingendo al contempo il suo peggior nemico di tutti i tempi – Daesh (ISIS)?

O ancora, lo scopo dell’operazione potrebbe essere quello di evitare che i curdi siriani si congiungano con l’enclave curda di Afrin (nord di Aleppo), che sarebbe per loro un altro passo verso la formazione di uno Stato indipendente?

Sia Washington che gli alleati europei erano contrari a questa mossa da parte di Ankara, poiché temevano che una volta entrata in Siria sarebbe stato difficile far tornare la Turchia sui suoi passi.

Anche la Russia, grande sostenitrice del regime Assad in Siria, è contraria alla decisione turca, in quanto teme che possa apportare cambiamenti sfavorevoli agli interessi russi nella regione. L’Iran, da parte sua, dubita che una simile mossa possa aumentare il peso del ruolo della Turchia in Medio Oriente.

Tuttavia, l’ossessione principale di russi, americani ed europei consisteva nel timore che la Turchia potesse utilizzare questa campagna per mascherare un’operazione contro il Partito dell’Unione Democratica siriano (PYD) e le sue Unità di Protezione Popolare (YPG), che Ankara considera un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), partito separatista e clandestino considerato terrorista.

Di certo, il peggiore incubo dei leader turchi è quello che i curdi siriani usino il loro ruolo nella lotta contro Daesh per raggiungere la formazione di uno Stato indipendente.

Quest’eventualità ostacolerebbe molto Ankara nel limitare le mire secessioniste della popolazione cruda in Turchia, sopratutto considerando la situazione nel nord dell’Iraq.

Quindi, l’incursione turca in Siria era mirata ad evitare la formazione di uno Stato curdo? Ovviamente non ci si aspetta che la Turchia permetta ai curdi, o a qualsiasi altro popolo, di ricavare uno Stato sul territorio turco.

Ad ogni modo, le dimensioni e l’obiettivo dell’incursione turca sono stati alquanto eloquenti circa le intenzioni di Ankara: fare tutto il necessario per salvaguardare gli interessi e la sicurezza nazionali, soprattutto dopo l’attacco a Gaziantep, dove 54 persone hanno perso la vita.

In fine dei conti, Ankara ha ricevuto un tacito sostegno da tutte le parti alla sua operazione, un’operazione ben pianificata e dal tempismo perfetto.

Tuttavia, se la Turchia dovesse estendere gli obiettivi della sua operazione e non dovesse riuscire a tirarsene fuori in tempi brevi, la Siria potrebbe diventare il suo Vietnam.

Yusuf Kanli è un giornalista ed opinionista turco.

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     Il mantello di Daesh a Manbij

L’ex roccaforte siriana dello Stato Islamico liberata: la gente, in festa, si spoglia del pesante mantello dell’oppressione 

Basheer al-Baker. Al Araby al-Jadeed (19/08/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Avanzato

Le immagini delle donne di Manbij che festeggiano la libertà ritrovata sono l’emblema della rinascita di una città che ha vissuto per quasi due anni l’incubo di Daesh (ISIS).

 

Quelle donne fotografate mentre bruciano i loro burqa neri e fumano, le stesse donne che Daesh ha usato come scudo umano durante la fuga, rappresentano ciò che i siriani dei luoghi ancora assediati attendono da tempo: poter gioire come uccelli fatti uscire dalla loro gabbia.

Lungi dal sospetto che si tratti di immagini architettate ad hoc, le foto scattate a Manbij ritraggono quei siriani che si sono ribellati a Bashar al-Assad nel 2011 e che non hanno smesso di sperare nella libertà, raccontano la spontaneità con la quale hanno reagito alla fine della dominazione brutale ed esprimono la gioia della loro vittoria.

Manbij ha sconfitto la belva che ha divorato la rivoluzione proprio quando quest’ultima stava divampando, predominante, sul territorio siriano. La ferocia di Daesh rimane però ancora imbattuta in numerose aree di quel territorio siriano, le stesse che l’Esercito Siriano Libero (ESL) aveva liberato e che stavano costituendosi come roccheforti della rivoluzione, Manbij e Raqqa tra queste.

Proprio la città di Raqqa, dichiarata da Daesh sua capitale, è stata la prima tappa del percorso di repressione della rivoluzione e di imposizione della legge del Califfato, proseguito poi verso Deir ez-Zor, Hasakah, la campagna di Aleppo, Palmira e perfino la campagna di Damasco e Qalamoun.

Ciò che spiega la gioia della gente di Manbij per la fuga di Daesh dalla città è il modello di criminalità che questo rappresenta, una criminalità che non conosce precedenti nella storia, neppure fra le dittature più spietate, e che ha colpito indistintamente tutte le frange della società.

Ardere persone vive, giustiziare bambini, lapidare donne, distruggere chiese, uccidere viaggiatori innocenti negli aeroporti sono le azioni criminali di cui gli uomini del sedicente Stato Islamico si sono macchiati.

Mischiare le carte politiche, fare da copertura a chi necessitava di una scusa per giustificare il fatto di non aver preso posizione, come gli Stati Uniti e l’Europa, agevolare interventi militari mirati a preservare il regime, come quello della Russia che da circa un anno combatte apparentemente Daesh ma l’ESL e i civili nella realtà, sono tra gli effetti di tali azioni criminali.

Vi sono poi delle immagini che non hanno raggiunto i media, ma che hanno lasciato delle tracce sul web.

Si tratta di immagini relative alle operazioni messe in atto dal regime allo scopo di ingrossare le fila siriane contro l’opposizione: cittadini capaci o incapaci di combattere, sostenitori o oppositori del regime, vengono quotidianamente fermati a Damasco e spediti a combattere ai fronti.

Posti davanti a nessuna reale alternativa, le famiglie siriane si trovano costrette a mandare illecitamente i figli all’estero per sottrarli a una morte sicura in battaglia.

Basheer al-Baker è uno scrittore e poeta siriano, vice redattore capo di Al-Araby al-Jadeed.

 

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