Cosa Nostra, è morto 'a piedi nudi', 'u zu Binnu, Bernardo Provenzano, riconosciuto capo dei capi della Cupola palermitana

Cosa Nostra, è morto 'a piedi nudi', 'u zu Binnu, Bernardo Provenzano, riconosciuto capo dei capi della Cupola palermitana

13.07.2016  20.45 - 

Nelle loro conclusioni i medici dichiaravano il paziente "incompatibile con il regime carcerario", aggiungendo che "l'assistenza che gli serve e' garantita solo in una struttura sanitaria di lungodegenza". Da anni l'avvocato del boss, Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto senza successo, la revoca del regime carcerario duro e la sospensione dell'esecuzione della pena per il suo assistito, proprio in virtù delle sue condizioni di salute. Le condizioni di Bernardo Provenzano si sono aggravate ulteriormente venerdì scorso a causa di un'infezione polmonare. Provenzano è entrato in coma irreversibile lo stesso giorno. Sempre ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni.

LA SCOMPARSA DEL CAPOMAFIA BERNARDO PROVENZANO, CAPO DEI CAPI DELLA CUPOLA PALERMITANA DI COSA NOSTRA, INTESO ‘U ZU’ BINNU, OPPURE ‘U TRATTURI, LATITANTE PER QUASI MEZZO SECOLO

Domenico Salvatore

Agenzie di stampa, radio, televisione, carta stampata e giornali on line, a parte il tam-tam dei telefonini, si sono catapultati a corpo morto sulla notizia.

Fioccano gli articoli, i servizi, i lanci ed i flash; le interviste, le dichiarazioni stampa, i comunicati a perdere. Da un continente all’altro.

Cala il sipario su uno dei protagonisti della mafia siciliana (‘Cosa Nostra’) in particolare e della mafia internazionale in generale.

Un personaggio della criminalità che aveva un suo spessore malavitoso; che ha segnato un’epoca; che ha riempito pagine di storia e di cronaca.

Sui giornali e sui libri, sulle riviste. Oggetto di convegni, tavole rotonde, dibattiti, seminari di studio.

Di lui si sono occupati gli storici, ma anche criminologi, psicologi, sociologi, antropologi, saggisti.

Per la sua cattura si sono mossi i migliori investigatori della nazione, ma la sorte ha arriso all’intraprendenza, all’intelligenza, alla professionalità del procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone; del questore di Palermo, del   Giuseppe Caruso; del capo della Squadra Mobile, Giuseppe Gualtieri, poi promosso questore di Trapani. Ed anche del capo dello Sco palermitano, Renato Cortese, promosso capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria        “torretta e tre stelle.

Fa più rumore un fusto che cade, di una foresta che cresce. Patapunfete! Patatrac!

Uno alla volta, cadono i protagonisti di quella stagione, boss e fiancheggiatori della mafia siciliana… Zanca, i Tinnirello, i Vernengo, i Marchese, i Provenzano, i Brusca, i Navarra, i Riina, i Bagarella, gli Inzerillo, i Bontate, i Gambino, Vincenzo Rimi, i Gerlando Alberti, i Messina Denaro, i Santapaola, i Ferlito, i Calderone, i Laudani, i Badalamenti, i Greco di Ciaculli, i Greco di Croceverde-Giardini, i Rosario Riccobono, Salvatore Scaglione, Giuseppe Manno, Calogero Pizzuto Antonino Buccellato,  Natale e Leonardo Rimi, Ignazio e Nino Salvo, Antonino Salamone, Giuseppe Settecasi, Carmelo Salemi, Giuseppe Di Cristina, Luciano Liggio, Michele Greco, il Papa (nato e cresciuto a Croceverde-Giardini, una frazione rurale della città di Palermo, figlio di Giuseppe Greco, detto Piddu ‘u tenenti, e Caterina Ferrara) Bernardo Brusca, Giuseppe ‘Pippo’ Calò, Antonino Geraci, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Giovanni Bontate, Giuseppe Farinella, Filippo Marchese, Giuseppe Giacomo Gambino, Francesco Di Carlo, Leonardo Greco, Mariano Agate, Francesco Messina Denaro, Carmelo Colletti, Antonio Ferro e Giuseppe De Caro, Giuseppe Madonia, Salvatore Mazzarese, Nitto Santapaola, Calogero Conti, Antonino Madonia, Leoluca Bagarella, Filippo Marchese, Antonino Marchese, Pino Marchese, Gaetano Carollo, Giuseppe Lucchese,   Mario Prestifilippo Alfio Ferlito Francesco Marino Mannoia,   Giuseppe Lucchese Miccichè e da Vincenzo Puccio, Agostino Marino Mannoia, fratello del famoso collaboratore Francesco Marino Mannoia, Salvatore Contorno, Masino Buscetta, don Tano Badalamenti, Giovani Brusca Balduccio Di Maggio, Salvatore Scaglione, Giuseppe Lauricella, il figlio Salvatore, Francesco Cosenza, Carlo Savoca, Vincenzo Cannella, Francesco Gambino, Salvatore Micalizzi, Angelo e Salvatore La Barbera, Calcedonio Di Pisa, Cesare Manzella, Salvatore Greco ‘Cicchiteddhu’, Salvatore Greco il lungo, Salvatore Greco il senatore, Michele Cavatajo, Antonino Calderone, Giuseppe Calderone, Giuseppe Di Cristina, Salvatore Pillera, Salvatore Pulvirenti ‘U Malpassotu, Girolamo Teresi, Salvatore Montalto, Stefano Giaconia, Vincenzo Sorce Vincenzo D'Accardi, Rosolino Gulizzi,  Salvatore Puglisi   Emanuele Cecala,   Giuseppe Di Fiore,   Giovanni Di Salvo , Giovanni Pietro Flamia, detto “U’ Cardiddu”, Nicolò Greco ,, Carlo Guttadauro, Giovanni La Rosa,  Atanasio Ugo Lonforte,  Nicolò Lipari, Pietro Lo Coco, Andrea Lombardo, Vincenzo Maccarrone Michele Modica, Francesco Pretesti, Giorgio Provenzano, Francesco Raspanti, Paolo Salvatore Ribaudo, Giovan Battista Rizzo , Giovanni Salvatore Romano, Francesco Speciale, Francesco Terranova, Calabrese Tindaro, Carmelo D’Amico, Tommaso Scaduto, Angelo Epaminonda, i fratelli Graviano, i fratelli Miano e via di seguito.

Tanti altri boss, molti dei quali pentiti, sono in galera oppure in regime di 41 bis. Altri agli arresti domiciliari, ai servizi sociali,obbligo di firma e finanche, in attesa di giudizio.

Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia” Cosa Nostra è da un lato contro lo stato e dall'altro è dentro e con lo Stato, attraverso i rapporti esterni con suoi rappresentanti nella società e nelle istituzioni. “

Il giudice Giovanni Falcone soleva ripetere ad libitum:” La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Ed anche:” In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Il dialogo Stato-Mafia, con gli alti e bassi tra i due ordinamenti, dimostra chiaramente che Cosa Nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela.

Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia.

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.

La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell'adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l'uso dell'intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa.”

Chissà, se avrà chiesto perdono dei suoi misfatti al Padreterno.

Torna alla mente l’anatema di papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento, il 9 maggio del 1993, la terza delle cinque visite siciliane del pontefice:” "Dopo tanti tempi di sofferenza avete finalmente un diritto a vivere nella pace.   Dio ha detto una volta: ‘non uccidere!’

Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio.

Questo popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto pressione di una civiltà contraria, una civiltà della morte.

Qui ci vuole la civiltà della vita!

Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è via, verità e vita". Poi la frase che rimasta nella storia. "Lo dico ai responsabili: convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio".

Sorella morte non fa sconti di sorta ad alcuno.

I primi lanci e flash dell’Ansa forniscono un quadro chiaro. Completa il profilo anche Wikipedia. Uno del 7 luglio recitava…PALERMO, 7 LUG - "Devo rimuovere, per adesso, tutto il turbinio di emozioni: devo parlare col medico.

E' un medico diverso da quello di Parma, ma la diagnosi e la prognosi non cambiano. Se lo portiamo fuori dall'ospedale può vivere 48 ore.

Abbiamo parlato di un essere vivente solo per tubi, macchine e terapie.

 

 

 

 

 

Era mio padre!". E' un passaggio della cronaca dell'incontro col boss Bernardo Provenzano, fatta dal figlio Angelo. Il capomafia, ormai incapace di intendere e di volere, è detenuto al 41 bis. 

Muore ad 83 anni uno dei criminali italiani più conosciuti al mondo, per il suo potere e la sua crudeltà. Bernardo Provenzano era malato da tempo, indicato come il capo di Cosa nostra, venne arrestato dopo una latitanza di 43 anni l'11 aprile del 2006 in una masseria di Corleone, a poca distanza dall'abitazione dei suoi familiari.

IL PROFILO DEL BOSS

Il capomafia era detenuto al regime di 41 bis nell'ospedale San Paolo di Milano. Tutti i processi in cui era ancora imputato, tra cui quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, erano stati sospesi perché il boss, sottoposto a più perizie mediche, era stato ritenuto incapace di partecipare.

Grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile, quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento: è l'ultima diagnosi che i medici dell'ospedale hanno depositato.

Nelle loro conclusioni i medici dichiaravano il paziente "incompatibile con il regime carcerario", aggiungendo che "l'assistenza che gli serve e' garantita solo in una struttura sanitaria di lungodegenza".

Da anni l'avvocato del boss, Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto senza successo, la revoca del regime carcerario duro e la sospensione dell'esecuzione della pena per il suo assistito, proprio in virtù delle sue condizioni di salute.

Provenzano era ricoverato nell'ospedale San Paolo di Milano dal 9 aprile 2014, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma.

La moglie e i figli di Provenzano, giunti a Milano il 10 luglio, come informa il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il giorno stesso sono stati autorizzati ad incontrare il loro congiunto.

Il casolare nelle campagne di Corleone dove l'11 aprile 2006 e' stato arrestato il latitante Bernardo

Il legale Provenzano: 'Per me è morto 4 anni fa'

"Provenzano per me è morto quattro anni fa, dopo la caduta nel carcere di Parma e l'intervento che ha subito.

Da allora il 41 bis è stato applicato ai parenti e non a lui, visto che non era più in grado di intendere e volere e di parlare da tempo".

Così il legale del boss Bernardo Provenzano, l'avvocato Rosalba Di Gregorio, ha commentato la notizia della morte del padrino corleonese.

La penalista, viste le gravissime condizioni di salute del capomafia, negli ultimi anni ha presentato due istanze di revoca del carcere duro e tre di sospensione dell'esecuzione della pena. Tutte sono state respinte.

Il direttore del Dap: 'Sempre curato in modo puntuale, condizioni aggravate dall'8 luglio per infezione polmonare'

"Le condizioni di Bernardo Provenzano si sono aggravate ulteriormente venerdì scorso a causa di un'infezione polmonare. Provenzano è entrato in coma irreversibile lo stesso giorno.

I sanitari dell'ospedale di Milano, d'accordo con il Dap, hanno avvertito immediatamente i familiari che sono arrivati e hanno potuto usufruire di un incontro col loro congiunto".

Lo precisa Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Ministero della Giustizia.

"Il regime di 41 bis - spiega il magistrato - in nulla ha aggravato lo stato di salute di Provenzano: anzi nei due ospedali in cui è stato - detenuto Parma e Milano - ha ricevuto cure puntuali ed efficaci".

Agli uomini che dopo un'indagine lunga e metodica lo stanarono in una masseria di Montagna dei cavalli, nelle campagne di Corleone, la mattina dell'11 aprile 2006 si presentò un uomo minuto e dimesso.

Il fantasma di Bernardo Provenzano si materializzava dopo 43 anni di latitanza.

E subito colpì il contrasto tra il mito di un boss astuto e sanguinario, che da tempo lo inseguiva, e la vita spartana di una persona all'antica che apprezzava ricotta e cicoria.

Lo circondava la fama del capo inafferrabile che aveva eretto attorno a sé una barriera invalicabile.

Sospettava di tutto e di tutti. Raccomandava agli amici di parlare a bassa voce e di controllare la presenza di "cimici" e telecamere nascoste.

Mandava i suoi ordini con i celebri "pizzini" codificati e vergati, in una lingua approssimativa ma molto espressiva, con l'inseparabile macchina per scrivere.

In quei foglietti era rappresentato tutto il mondo di Provenzano, quello che il pentito Angelo Siino ha descritto come un "sistema" di imprese, appalti, affari, soldi riciclati nei canali dell'economia legale. E sullo sfondo una rete di relazioni e mediazioni con la politica.

Il vero ruolo di Provenzano era stato già ricostruito da decine di collaboratori ma molti tratti della sua carriera criminale sono rimasti sempre in ombra.

Il fatto certo è che era arrivato ai vertici della holding mafiosa imponendosi nelle file della cosca di Corleone e crescendo con l'amico d'infanzia Totò Riina all'ombra di Luciano Liggio.

Per la determinazione con cui si muoveva si era guadagnato l'appellativo di "Binnu u tratturi". Sparava, secondo Liggio, "come un Dio" pur avendo un "cervello di gallina".

Per questo veniva utilizzato soprattutto per le operazioni più sanguinose.

Da questa strada era arrivato in alto nel sistema di comando di Cosa nostra. Al fianco di Riina, da tutti consacrato come "capo dei capi", gli era toccata la parte del secondo.

E nella stagione delle stragi quella di comprimario. All'esterno la sua lealtà cementava l'immagine di compattezza di Cosa nostra.

"Riina e Provenzano sono la stessa cosa" si diceva. In realtà esprimevano due diverse visioni del governo mafioso: irruento e sbrigativo Riina, accorto e riflessivo Provenzano.

Quest'anima "moderata" poté emergere solo dopo l'arresto di don Totò, il 15 gennaio 1993.

Era il colpo più duro per la mafia giunto al culmine di una controffensiva dello Stato innescata dalle inchieste di Falcone e Borsellino e consolidata dalle condanne del maxiprocesso.

La mafia aveva reagito scatenando l'offensiva stragista del 1992-93. Ma, come diceva Riina, "faceva la guerra per potere fare la pace".

Toccò a Provenzano gestire questa fase dello scontro. E fu lui a correggere l'originaria strategia del terrore.

Indossò i panni del "traghettatore", fermò gli attacchi, fece tacere le armi.

La tecnica della "sommersione" serviva a cogliere due obiettivi: consentire alla mafia di tornare ai suoi affari tradizionali e aprire una "trattativa" con lo Stato anche a costo di "consegnare" Riina, come lo stesso boss era propenso a sospettare durante le sue confidenze in carcere intercettate.

Nelle mani di Provenzano l'organizzazione cambiò pelle relegando in secondo piano la sua forza militare per dare spazio alla cooptazione di fiancheggiatori e professionisti insospettabili e ampi settori della politica.

Le inchieste hanno messo a fuoco questa rete di interessi, che spaziano dalle opere pubbliche alla sanità, e si sono concluse con numerose condanne. 

Tra i "prestanome" di Provenzano c'era anche il "re" della sanità privata, Michele Aiello.

Il sistema di relazioni del boss è da tempo messo a fuoco in varie indagini ancora aperte.

Un filone è quello che ipotizza "coperture" anche negli apparati investigativi.

A lui faceva capo una rete di "talpe" alla Procura di Palermo.

E il generale del Ros Mario Mori è finito sotto processo, ma poi assolto con il suo braccio destro Giuseppe De Donno, con l'accusa di avere protetto la latitanza di Provenzano.

Il boss corleonese era certamente depositario di tanti segreti che si porta nella tomba.

I magistrati hanno tentato di stimolare i suoi ricordi. Fedele alla sua storia, Provenzano si è presentato come un vecchio confuso e smemorato.

E in effetti alla perdita di potere dopo l'arresto si è aggiunto il lento declino fisico culminato ora con la morte.

La sua uscita di scena consegna ora il testimone della continuità a Matteo Messina Denaro, con il quale scambiava messaggi e "pizzini", che della mafia interpreta la versione più moderna e più spregiudicata."

E' morto 'senza le scarpe ai piedi' o meglio, a piedi scalzi. Un pennacchio, a cui ci tengono tutti i capimafia. Sebbene non potranno mai raccontarlo a nessuno.

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Ecco il testo del 'pezzo' ANSA in rete alle 20:17 dell'11 aprile 2006 sulla cattura del boss Bernardo Provenzano

Un braccio attraverso una porta che raccoglie un pacco di biancheria pulita su cui i 'segugi' della polizia avevano messo gli occhi fin da quando era uscito da una casa di Corleone, non una abitazione qualsiasi, ma quella dove vive la moglie di Bernardo Provenzano.

E' quel braccio a far scattare l' operazione che ha messo fine alla latitanza del numero uno di Cosa Nostra, imprendibile da 43 anni. 

Le fasi finali della cattura del boss sono state ricostruite al Viminale nel corso di una conferenza stampa dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, dal questore di Palermo, Giuseppe Caruso, dal pm della Dda palermitana, Michele Prestipino, dal direttore della Dac, Nicola Cavaliere. 

''Il ragionevole convincimento che in quel casolare ci fosse una persona - ha raccontato Prestipino - e che quella persona fosse Provenzano l' abbiamo avuta soltanto questa mattina intorno alle 9.30-10''.

A mettere gli investigatori sulla pista giusta, non sono stati tanto i 'pizzini', ha sottolineato, ''quanto i sacchetti provenienti dalla casa dei familiari, il cui percorso e' stato seguito da una casa all' altra grazie a telecamere piazzate a chilometri di distanza ed al sacrificio del personale della polizia''. 

''Il plico con la biancheria pulita - ha spiegato da parte sua il questore di Palermo - e' partito da casa della moglie a Corleone''.

Dopo vari giri, il plico e' arrivato in una masseria a circa due chilometri dal centro abitato, sempre seguito a distanza dagli uomini della polizia.

Da un cascinale della masseria, ha proseguito, ''si e' aperta una porta e abbiamo intravisto il braccio di una persona che raccoglieva il pacco. 

Abbiamo fatto due piu' due e abbiamo deciso di intervenire''.

Le masserie della zona erano tenute d' occhio da una decina di giorni dalla polizia, ha riferito Cavaliere, ''ed avevamo capito che dentro c' era qualcuno estraneo alla masseria stessa; era stata installata una televisione, arrivavano viveri, ma l' errore - ha aggiunto - e' stato proprio quello di stamane: dalla porta della masseria e' uscito un braccio per prendere il pacco con la biancheria a lui destinata''.

E' scattato cosi' il blitz da parte di 30 poliziotti della squadra mobile di Palermo e dello Sco.

Al momento dell' arresto, Bernardo Provenzano si e' dimostrato, ha osservato Caruso, ''assolutamente imperturbabile, non ha opposto resistenza e non ha aperto bocca''. 

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La locuzione cosa nostra (nel linguaggio comune genericamente detta mafia siciliana o semplicemente mafia) viene utilizzata per indicare un'organizzazione criminale di tipo mafioso-terroristico presente ed attiva in Italia, soprattutto nella Sicilia occidentale (specialmente nelle provincie di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta) ed in misura minore anche nelle provincie di Enna e Catania.

Questo termine viene oggi utilizzato per riferirsi esclusivamente alla mafia di origine siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America, dove viene identificata come Cosa nostra statunitense, sebbene oggi entrambe abbiano diffusione a carattere internazionale), per distinguerla dalle altre associazioni ed organizzazioni mafiose.

Gli interventi di contrasto da parte dello Stato italiano si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta del XX secolo, attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia", creato dal giudice Rocco Chinnici, in seguito diretto da Antonino Caponnetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La locuzione cosa nostra (nel linguaggio comune genericamente detta mafia siciliana o semplicemente mafia) viene utilizzata per indicare un'organizzazione criminale di tipo mafioso-terroristico presente ed attiva in Italia, soprattutto nella Sicilia occidentale (specialmente nelle provincie di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta) ed in misura minore anche nelle provincie di Enna e Catania.

 

Questo termine viene oggi utilizzato per riferirsi esclusivamente alla mafia di origine siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America, dove viene identificata come Cosa nostra statunitense, sebbene oggi entrambe abbiano diffusione a carattere internazionale), per distinguerla dalle altre associazioni ed organizzazioni mafiose.

Gli interventi di contrasto da parte dello Stato italiano si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta del XX secolo, attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia", creato dal giudice Rocco Chinnici, in seguito diretto da Antonino Caponnetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

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Bernardo Provenzano, detto Binnu u' Tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici), Zu Binnu (Zio Binnu) e Il ragioniere (Corleone, 31 gennaio 1933 – Milano, 13 luglio 2016), è stato un criminale italiano, membro di Cosa nostra e considerato il capo dell'organizzazione a partire dal 1993 fino al suo arresto.

Provenzano viene arrestato

Arrestato l'11 aprile 2006 in una masseria a Corleone, Provenzano era ricercato dal 10 settembre 1963[4], con una latitanza record di 43 anni. In precedenza era già stato condannato in contumacia a 3 ergastoli e aveva altri procedimenti penali in corso.

Biografia

Primi anni

Nato a Corleone da una famiglia di agricoltori, terzo di sette figli, venne ben presto mandato a lavorare nei campi come bracciante agricolo insieme con il padre Angelo, abbandonando la scuola (non finì la seconda elementare). Fu in questo periodo che Provenzano cominciò una serie di attività illegali, specialmente il furto di bestiame e generi alimentari, e si legò al mafioso Luciano Liggio, che lo affiliò alla cosca mafiosa locale.

Nel 1954 Provenzano venne chiamato per il servizio militare ma venne dichiarato "non idoneo" e quindi riformato.

Secondo le indagini dell'epoca dei Carabinieri di Corleone, in quel periodo Provenzano cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada "Piano di Scala" a Corleone insieme con Liggio e alla sua banda. Il 6 settembre 1958 Provenzano partecipò a un conflitto a fuoco contro i mafiosi avversari Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri, in cui rimase ferito alla testa e arrestato dai Carabinieri, che lo denunciarono anche per furto di bestiame e formaggio, macellazione clandestina e associazione per delinquere.

Il 10 settembre 1963 i Carabinieri di Corleone denunciarono Provenzano per l'omicidio del mafioso Francesco Paolo Streva (ex sodale di Michele Navarra) ma anche per associazione per delinquere e porto abusivo di armi: Provenzano si rese allora irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza.

Nel 1969 Provenzano venne assolto in contumacia per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari per gli omicidi avvenuti a Corleone a partire dal 1958.

Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Calderone, Provenzano partecipò alla cosiddetta «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969), che doveva punire il boss Michele Cavataio: durante il conflitto a fuoco, Provenzano rimase ferito alla mano ma riuscì lo stesso a sparare con la sua Beretta MAB 38; Cavataio rimase a terra ferito e Provenzano lo stordì con il calcio della Beretta, finendolo a colpi di pistola.

Sempre secondo Calderone, Provenzano «era soprannominato "u' viddanu" e anche "u' tratturi". È stato soprannominato "u' tratturi" da mio fratello con riferimento alle sue capacità omicide e con particolare riferimento alla strage di viale Lazio, nel senso che egli tratturava tutto e da dove passava lui "non cresceva più l'erba"».

Secondo i collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, nel 1974 Riina e Provenzano divennero i reggenti della Famiglia di Corleone dopo l'arresto di Liggio, ricevendo anche l'incarico di reggere il relativo "mandamento".

Nel marzo 1978 Giuseppe Di Cristina, capo della Famiglia di Riesi, si mise in contatto con i Carabinieri e dichiarò che «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia "le belve", sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Leggio.

Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono stati gli assassini del vice pretore onorario di Prizzi» ed erano anche responsabili «su commissione dello stesso Leggio, dell'assassinio del tenente colonnello Giuseppe Russo»; in particolare, Di Cristina dichiarò che Provenzano «era stato notato in Bagheria a bordo di un'autovettura Mercedes color bianco chiaro alla cui guida si trovava il figlio minore di Brusca Bernardo da San Giuseppe Jato».

Ai vertici di Cosa Nostra

Secondo le indagini dell'epoca dei Carabinieri di Partinico, Provenzano trascorreva la sua latitanza prevalentemente nella zona di Bagheria ed effettuava ingenti investimenti in società immobiliari attraverso prestanome per riciclare il denaro sporco; sempre secondo le indagini, le società immobiliari restarono in intensi rapporti economici con la ICRE, una fabbrica di metalli di proprietà di Leonardo Greco (indicato dal collaboratore di giustizia Totuccio Contorno come il capo della Famiglia di Bagheria).

Nel 1981 Provenzano e Riina scatenarono la cosiddetta «seconda guerra di mafia», con cui eliminarono i boss rivali e insediarono una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento a loro fedeli; durante le riunioni della "Commissione", Provenzano partecipò alle decisioni e all'organizzazione di numerosi omicidi come esponente influente del "mandamento" di Corleone e protesse più volte con l'intimidazione la carriera politica di Vito Ciancimino, principale referente politico dei Corleonesi: infatti negli anni successivi il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè dichiarerà che Riina e Provenzano «non si alzavano da una riunione se non quando erano d'accordo».

Nel 1993, dopo l'arresto di Riina, Provenzano fu il paciere tra la fazione favorevole alla continuazione degli attentati dinamitardi contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) e l'altra contraria (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri): secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, Provenzano riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente", mentre l'altro collaboratore Salvatore Cancemi dichiarò che, durante un incontro, lo stesso Provenzano gli disse che "tutto andava avanti" riguardo alla realizzazione degli attentati dinamitardi a Roma, Firenze e Milano, che provocarono numerose vittime e danni al patrimonio artistico italiano.

Dopo gli arresti di Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Vito Vitale, Provenzano avviò la cosiddetta "strategia della sommersione" perché mirava a rendere Cosa Nostra invisibile dopo gli attentati del 1992-93, limitando al massimo gli omicidi e le azioni eclatanti per non destare troppo l'attenzione delle autorità al fine di tornare a sviluppare gli affari leciti e illeciti: tale strategia venne decisa nel corso di alcuni incontri a cui parteciparono lo stesso Provenzano insieme con i boss Benedetto Spera, Nino Giuffrè, Tommaso Cannella e il geometra Pino Lipari, il quale non era ritualmente “punciutu” ma poteva partecipare agli incontri perché era il prestanome più fidato di Provenzano.

Indagini sulla latitanza e i mancati arresti

Il 22 luglio 1993 Salvatore Cancemi, reggente del "mandamento" di Porta Nuova, si consegnò spontaneamente ai Carabinieri e decise di collaborare con la giustizia, dichiarando che la mattina successiva avrebbe dovuto incontrarsi con il latitante Pietro Aglieri (capo del "mandamento" di Santa Maria di Gesù), per poi raggiungere Provenzano in una località segreta, offrendosi di aiutarli a organizzare una trappola; l'informazione però venne considerata non veritiera dai Carabinieri, i quali erano convinti che Provenzano fosse morto poiché dopo un decennio la moglie e i figli erano tornati a vivere e a lavorare a Corleone, decidendo quindi di non sfruttare l'occasione.

Il 31 ottobre 1995 il boss Luigi Ilardo (reggente mafioso della provincia di Caltanissetta) divenne confidente del colonnello Michele Riccio del ROS e gli rivelò che avrebbe incontrato Provenzano in un casolare nei pressi di Mezzojuso; Riccio allertò il colonnello Mario Mori ma non gli furono forniti uomini e mezzi adeguati per intervenire, i quali non riuscirono a localizzare con esattezza il casolare indicato da Ilardo.

Successivamente, il 10 maggio 1996 Ilardo venne ucciso poco dopo aver cominciato la sua collaborazione con la giustizia. Riccio accusò Mori e i suoi superiori di aver trattato la faccenda con superficialità, dando inizio a varie inchieste giudiziarie che ancora non hanno chiarito la vicenda.

Nel novembre 1998 gli agenti del ROS dei Carabinieri condussero l'indagine denominata "Grande Oriente", che era partita dalle confidenze rese da Ilardo e portò all'arresto di 47 persone, accusate di attività illecite e di aver favorito la latitanza di Provenzano; tra gli arrestati figurarono anche Simone Castello e l'imprenditore bagherese Vincenzo Giammanco, accusato di essere prestanome di Provenzano nella gestione dell'impresa edile "Italcostruzioni SpA"

Nel novembre 2003 venne arrestato l'imprenditore Michele Aiello, accusato di essere il prestanome di fiducia di Provenzano: infatti, secondo il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, Provenzano aveva investito denaro sporco nella clinica Villa Santa Teresa, centro oncologico all'avanguardia a Bagheria di proprietà di Aiello.

Per queste ragioni, nel 2011 Aiello verrà condannato in via definitiva a quindici anni e mezzo di carcere per associazione di tipo mafioso, corruzione e accesso abusivo alla rete informatica della Procura.

Nel gennaio 2005 la DDA di Palermo coordinò l'indagine "Grande mandamento", condotta dagli agenti del Servizio Centrale Operativo e del ROS dei Carabinieri, che portò all'arresto di 46 persone nella provincia di Palermo, accusate di aver favorito la latitanza di Provenzano e di aver gestito il recapito dei pizzini destinati al latitante; l'indagine rivelò anche che nel 2003 alcuni mafiosi di Villabate avevano aiutato Provenzano a farsi ricoverare in una clinica di Marsiglia per un'operazione chirurgica alla prostata, fornendogli documenti falsi per il viaggio e il ricovero.

Uno degli arrestati, Mario Cusimano (ex imprenditore di Villabate), cominciò a collaborare con la giustizia e rivelò agli inquirenti che la carta d'identità usata da Provenzano per andare a Marsiglia era stata timbrata da Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate: nel settembre 2005 anche Campanella cominciò a collaborare con la giustizia e confermò di essere stato lui a timbrare il documento.

Nel 2006 si verificò un tentativo di depistaggio: il 31 marzo 2006 (11 giorni prima dell'arresto) il legale del boss latitante annunciò la morte del suo assistito, subito smentita dalla DIA di Palermo.

L'arresto

Le indagini che portarono all'arresto di Provenzano si incentrarono sull'intercettazione dei famosi pizzini, i biglietti con cui comunicava con la compagna e i figli, il nipote Carmelo Gariffo e con il resto del clan.

Dopo l'intercettazione di questi pizzini e alcuni pacchi contenenti la spesa e la biancheria, movimentati da alcuni staffettisti di fiducia del boss, i poliziotti della Squadra mobile di Palermo e gli agenti della Sco riuscirono a identificare il luogo in cui si rifugiava Provenzano.

Individuato il casolare, gli agenti monitorarono il luogo per dieci giorni attraverso microspie e intercettazioni ambientali, per avere la certezza che all'interno vi fosse proprio Provenzano.

L'11 aprile 2006 le forze dell'ordine decisero di eseguire il blitz e l'arresto, a cui Provenzano reagì senza opporre la minima resistenza, limitandosi a chiedere che gli venisse fornito l'occorrente per le iniezioni che doveva effettuare in seguito all'operazione alla prostata.

Il boss confermò la propria identità complimentandosi e stringendo la mano agli uomini della scorta e venne scortato alla questura di Palermo.

Il questore di Palermo successivamente confermò che per giungere alla cattura le autorità non si avvalsero né di pentiti né di confidenti.

Il casolare (il proprietario del quale venne arrestato) in cui viveva il boss era arredato in maniera spartana, con il letto, un cucinino, il frigo e un bagno, oltre che una stufa per il freddo e la macchina da scrivere con cui compilava i pizzini.

Carcere e morte

Dopo il blitz viene portato alla questura di Palermo e poi al supercarcere di Terni, sottoposto al regime carcerario dell'art. 41-bis.

Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria che si occupavano della sua detenzione.

Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice.

Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14-bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui sono vietate la televisione e la radio portatile.

Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un cancro alla vescica. Lo stesso giorno viene annunciato il trasferimento dal carcere di Novara a quello di Parma dove il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da un agente di polizia penitenziaria.

Il 23 maggio 2013 la trasmissione televisiva Servizio pubblico manda in onda un video che ritrae Provenzano nel carcere di Parma durante un incontro con la moglie e il figlio datato 15 dicembre 2012; l'ex boss appare fisicamente irriconoscibile, affaticato e mentalmente confuso, tanto da non riuscire a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio.

Durante il colloquio Provenzano non riesce neanche a spiegare con chiarezza al figlio l'origine di un'evidente ferita alla testa, prima dichiara di essere stato vittima di percosse, e successivamente di essere caduto accidentalmente. Il 26 luglio seguente la procura di Palermo dà l'ok per la revoca del 41-bis a Bernardo Provenzano. Il motivo è da imputare a condizioni mediche.

Il 9 aprile 2014 per l'aggravarsi delle sue condizioni viene ricoverato all'ospedale di San Paolo di Milano, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma.

Nell'estate 2015 la Cassazione lo rimanda comunque al 41 bis per tutelare al meglio la sua salute perché altrimenti in un altro reparto sarebbe a rischio sopravvivenza.

Sempre ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni.

Processo Trattativa Stato-Mafia

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Provenzano e altri 11 indagati accusati di concorso esterno in associazione di tipo mafioso e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato".

Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").

Le condanne

Nel 1995, nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Provenzano venne condannato in contumacia all'ergastolo insieme con Salvatore Riina, Michele Greco e Leoluca Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Antonino Cassarà, venne pure condannato in contumacia all'ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Salvatore Riina, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo in contumacia insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Salvatore Riina, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Sempre nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone, Provenzano venne condannato all'ergastolo in contumacia insieme con Salvatore Riina, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro.

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Provenzano venne condannato all'ergastolo in contumacia insieme con i boss Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi.

Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Provenzano ricevette un altro ergastolo in contumacia insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Salvatore Riina. Nel 1999 Provenzano venne condannato all'ergastolo in contumacia nel processo contro i responsabili della strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina): insieme con lui vennero condannati alla stessa pena i boss Giuseppe "Piddu" Madonia, Nitto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Nino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Salvatore Biondo, Cristoforo Cannella, Domenico Ganci e Stefano Ganci.

Nel 2000 Provenzano subì una ulteriore condanna in contumacia all'ergastolo insieme con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Salvatore Riina per gli attentati dinamitardi del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Nel 2002 la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Provenzano in contumacia all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme con i boss Salvatore Riina, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo.

Nel 2009 Provenzano ricevette un altro ergastolo insieme con Salvatore Riina per la strage di viale Lazio.

Famiglia

Bernardo Provenzano è stato legato sentimentalmente a Saveria Benedetta Palazzolo, con la quale non si è mai sposato ma ha convissuto durante gran parte della latitanza. Saveria Benedetta Palazzolo fece da prestanome a Provenzano in numerose società immobiliari e nel 1983 è riuscita a sfuggire a un tentativo d'arresto della polizia, rendendosi irreperibile e condividendo la latitanza con il compagno.

La coppia ha avuto due figli:

La signora Palazzolo e i figli sono stati in latitanza fino al 1992. Nella primavera di quell'anno infatti, improvvisamente, fecero il loro ritorno a Corleone.

Il figlio Angelo è stato sotto inchiesta per mafia a partire dal 2000, ma l'inchiesta, terminata nel 2009, non ha portato a sviluppi giudiziari.

Il figlio Francesco Paolo, come del resto anche il fratello maggiore, non ha seguito le orme criminali del padre, ma si è laureato in "Lingue e culture moderne" nel 2005, a 23 anni, e ha ottenuto una borsa di studio dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, ottenendo un posto come insegnante in una prestigiosa scuola tedesca.

Cinema e televisione

 Il 30 marzo 2006 è uscito nelle sale cinematografiche il film di Marco Amenta Il fantasma di Corleone, un documentario-fiction su Provenzano che verrà messo in onda anche dalla Rai.

    Il 14 febbraio 2007 è andato in onda su Rai 1 la fiction L'ultimo dei Corleonesi, dove viene raccontata la storia di Luciano Liggio, Salvatore Riina e Provenzano fino alla cattura di quest'ultimo, che nella fiction ha il volto di David Coco.

    Il 15 febbraio 2007 va in onda su Rai 3 la docufiction Scacco al re - La cattura di Provenzano dove viene raccontato il lavoro che è stato fatto per catturare Provenzano con filmati e registrazioni originali.

    Dal 25 ottobre 2007 al 29 novembre 2007 è stata trasmessa su Canale 5 la miniserie televisiva in sei puntate Il capo dei capi, che ripercorre le vicende della vita di Salvatore Riina e del suo braccio destro Bernardo Provenzano, il quale è interpretato dall'attore siciliano Salvatore Lazzaro.

Il 13 e il 14 gennaio 2008 da parte di Mediaset è stata trasmessa una miniserie televisiva in due puntate, prodotta da Taodue, sugli ultimi anni di latitanza di Provenzano, dal 1993 al 2006, intitolata L'ultimo padrino con Michele Placido nel ruolo del super boss mafioso.”

Domenico Salvatore

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