VINCENZO MESIANI

03.04.2016 17:07

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

Abbiamo più volte affermato che il ritrovamento del manoscritto del De Marco, sindaco di Bova nel 1680, aveva gettato una luce nuova sulla letteratura calabrogreca del Seicento. La stessa cosa può dirsi per la poesia di Vincenzo Mesiani, della cui produzione possediamo moltissime testimonianze, ma purtroppo ben poco è venuto alla luce fino ad oggi. Possiamo anzi dire che di questo figlio di Bova e dei suoi lavori, se ne è parlato ben poco. Alla stessa maniera del De Marco, il Mesiani si era impegnato per diletto nel campo della poesia italiana, latina e greca, inviando in stampa, di volta in volta, i suoi lavori a Vito Capialbi che ne pubblicava i contenuti in una rivista ormai rarissima ed introvabile: « Il Calabrese ». Le notizie su di lui e sulla sua produzione poetica sono però di prima mano. Scrive, infatti, il conte Domenico Antonio Grillo, cugino del Mesiani, nel commemorarne la morte, in un articolo:

«La poesia, che ha la sua origine dal bisogno del piacere, che dipinge ed abbella le cose reali, informa il pensiero e si slancia in nuovi mondi ch'essa crea, fu eziandio coltivata da questo discendente dei greci ingegnosi. Le profonde ricerche di lui come filosofo servirono a fecondare l'immaginazione, e destargli il genio dell'arte regina dei cuori1».

A queste parole, che il Grillo scrisse nell'imminenza della scomparsa del nostro autore, aggiunse nello stesso articolo che: « I suoi versi in vario genere gli apriron l'adito all'insigne colonia arcadica de' Florimontani Vibonesi di Monteleone, il cui lustro è mantenuto dall'eruditissimo Cavalier Vito Capialbi, segretario perpetuo, e di molte altre accademie nazionali ed estere socio benemerito; alla Reale dei Peloritani della ridente e cospicua Messina, alle quali fra le altre italiche mi glorio di appartenere (2)».


4.1 IL MESIANI E LA POESIA RELIGIOSA DEL '700

Il Mesiani, filosofo, medico, umanista e poeta, era nato a Bova il 23 ottobre 1777, e lì, in quella stessa città, l'11 ottobre 1833, Bova perdette tanto bene!3.
Delle sue pubblicazioni conosciamo - sempre attraverso l'articolo del conte Grillo - una enfatica Anacreontica4, scritta per onorare la città di Messina. E da quella stessa città egli poi ebbe la cittadinanza onoraria. Fra tutto, egli fu fondamentalmente poeta e filosofo e, come la maggior parte della classe colta bovese, coltivò e coniugò l'amore umanistico con la sua professione. Era un letterato nato tra letterati; un mondo concesso a pochi eletti, purtroppo, che si svolgeva tutto nella direzione della ricchezza economica. Giovanissimo, a quattordici anni, sapeva già tradurre in lingua italiana i classici greci e latini. Si era laureato in medicina a Napoli. Dobbiamo poi a Luigi Borrello5 il recupero di altra parte dell'opera di Vincenzo Mesiani. Quel tanto di poesia religiosa in lingua che possediamo,


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1 D.A. GRILLO, Vincenzo Mesiani, in <<Il Calabrese>>, foglio periodico, 1833, p. 68. Il conte Grillo conobbe il Mesiani nel 1820, nel Seminario di Bova che egli frequentava in qualità di studente, e dove il Mesiani era stato pregato da Monsignor Laudisio, vescovo di Bova, di insegnare alcune discipline agli studenti. Del documento, e di copia di una lettera autografa del Grillo al Mesiani, siamo debitori alla gentile cortesia di Ferdinando Mesiani Mazzacuva

  1. 2  D. A. GRILLO, cit., p. 68

  2. 3  D. A. GRILLO, cit., p. 69

4 D.A.GRILLO, cit., p. 69. Non conosciamo però il titolo del testo. La Poesia anacreontica prende il suo nome dal poeta greco Anacreonte, poiché richiamava i temi che egli spesso trattava nelle sue opere, quali: amore, amicizia, natura, divertimento. Si sviluppa durante il periodo Rococò, ed addirittura la poesia di questo secolo (XVIII) è spesso interamente identificata con il movimento artistico stesso. La nascita di questa corrente si può rintracciare nella nuova concezione della vita adottata dai contemporanei: il pensiero della brevità della v ita, la tendenza a vivere la propria esistenza in modo esaustivo, senza rinunce o sacrifici, perché la vita stessa era un momento irripetibile.
5 L. BORRELLO, Reliquie del dramma sacro in Calabria, Pierro ed., Napoli, 1899, pp. 83-86, nota n. 12

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e che è stato possibile rintracciare, sopravvive in un manoscritto del nostro autore. E' una pregevole versione inedita degli improperi che in chiesa si cantavano nella messa del venerdì santo, durante l'adorazione della Croce. Il Borrello l'ha tratta da un vecchio e scorretto manoscritto dove, a margine, si leggeva la dedica che l'autore aveva fatto: Conversione del Popule meus / fatta in rima da/ Vincenzo Mesiani della regia Città / di Bova e/ dedicata/ al Rev.mo Sig. D.Domenico Jiriti / Canonico della medesima Cattedrale / nell'anno 1797.

Era il coro a cantare lentamente, mentre la processione si snodava per le vie del paese, in una lingua mescolata di greco e latino, in una varietà tesa quasi a ricordare ed unificare il rito passato e quello presente. La processione si ripeteva poi nel giorno di Pasqua quando la gente, vedendo passare gli Uffizianti, diceva, nel linguaggio greco di Bova: Pasi na ma fèrusi tin kalì Paskalia (Vanno a portarci la Buona Pasqua). L'eco poetica del Mesiani si avverte quando egli si cimenta soprattutto con la traduzione in lingua, e rivela una padronanza del verso che è restituita al lettore soltanto da chi è posseduto dalla poesia. Ma la biografia culturale del Mesiani non si ferma qui, la sua lingua non è avvolta solo in drappeggi italiani e latini. C'è anche la lingua greca di Calabria nel nostro autore, piena e matura, forse al di qua della letteratura, o almeno di quella letteratura com'era intesa da una classe più dotta che colta, e che, purtroppo, non ha concesso ospitalità alla produzione poetica del Mesiani, al punto che di essa si rammentano oralmente soltanto alcuni canti incerti riportati in forma anonima nelle raccolte del Comparetti (6), del Pellegrini (7) e nei Testi Neogreci di Calabria (8). Nella lirica del Mesiani è diffusa una poetica aderenza a quel mondo naturale e semplice della realtà grecanica. A quella religiosità naturale che è facile trovare tra la gente comune: la Fede in Dio, spessa confusa con la superstizione, la Speranza che qualcosa possa cambiare nella vita, un atto di Carità e di sconvolgimento interiore provocato da sensazioni che ne richiamano altre.

Avrebbe meritato di varcare gli angusti confini della sua terra il Mesiani, ma altri intanto si erano preoccupati di far dimenticare la sua produzione poetica in lingua greca. La poesia del Mesiani fu figlia di quel vasto cenacolo intellettuale che da sempre aveva distinto Bova ed era cresciuta su un terreno adatto a coltivare temi religiosi, poetici e linguistici. E' stata grande colpa non aver conservato la sua produzione poetica. Essa avrebbe potuto gettare una nuova luce sull'Ottocento letterario bovese e sulla storia poetica dell'intera area della Bovesia.

Al Mesiani non arrise mai la fortuna letteraria toccata ad autori molto al di sotto del suo valore. La diaspora umana e culturale, pur non toccandolo da vicino, lo aveva però legato alla sua poesia, perché essa era parte integrante di quel vasto corpo che era ormai solo testimonianza orale di un mondo precipitato in caduta libera: la società grecanica. L'intera vicenda umana e culturale del Mesiani si è svolta perciò dentro le mura del proprio paese, riuscendo però a sostenere e dilatare gli spazi di fruizione-produzione culturale collettiva, ed offrendo così - pur nei limiti confinati dell'area grecanica - un contributo all'elevazione culturale e civile dei nostri paesi.

I canti qui pubblicati per la prima volta, si presume che appartengano a Vincenzo Mesiani, quantomeno per il fatto che, da quel che sappiamo, egli è stato l'unico a comporre canti religiosi in lingua grecanica. Non ne siamo però assolutamente certi. Ma non possiamo fare a meno di notare che nei TNC9 vi è una strana assenza di canti religiosi, almeno che non si vogliano considerare tali i canti 291.23, 321.24, 351.72, il canto I nistì, da me pubblicato in un testo di tradizioni popolari10 e quel canto dellaMaria Middalinì, che in realtà è una ninna nanna.

Un accurato esame filologico e comparativo sulla lingua di fine Settecento ed inizio Ottocento potrebbe aprire qualche spiraglio intorno all'argomento. Si noti il canto della Trinità che non dovrebbe appartenere al Mesiani, dal momento che lo ritroviamo in tempi precedenti, nella poesia del De Marco,


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6 D. COMPARETTI, Saggi dei dialetti greci dell'Italia meridionale, Forni ed., Pisa, 1866. 7 A. PELLEGRINI, Il dialetto greco-calabro di Bova, Forni editore, Torino, 1880.

8G. ROSSI TAIBBI - G. CARACAUSI, Testi neogreci di Calabria, Palermo, 1959, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neogreci.
9 G. ROSSI TAIBBI - G. CARACAUSI, Testi neogreci di Calabria, Palermo, 1959, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neogreci.

10 F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre, Apodiafazzi, Bova M., 2001, p.128 

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  1. ma è certamente una variante dello stesso canto. Di questi canti non si trova traccia nei vari testi antologici, né tanto meno vengono ricordati dalla gente.
Resta da segnalare che essi sono tra i rarissimi canti religiosi, e poco o nulla di simile ritroviamo nei testi neogreci che ancora si conservano.

Delle poesie recuperate del Mesiani, due hanno la forma metrica dell'ottava in endecasillabi, due sono sonetti e l'ultimo componimento è di sei versi.
I motivi tematici espressi in questi canti sono sempre stati cari alla poesia del Mesiani. Egli sa che la Fede è l'elemento essenziale della sua vita. In Cristo e in Maria pone la sua salvezza. E' un Cristo umanizzato quello che traspare tra le pieghe del canto del Mesiani. Un Cristo « condannato » in eterno ad essere « appeso », non più su una croce da calvario, ma appeso ugualmente a un muro. Il forte realismo che promana da quell'immagine, aumenta la sua carica spirituale, ed Egli osserva un mondo travolto da odi e passioni. Non si esprime per simboli il Mesiani, non ne avrebbe bisogno. E' la Fede a sostenerlo, una legge eterna, aperta soltanto ai cuori umili ed alle piccole cose.

Si osservi infine la dolcezza del registro linguistico del nostro autore:

Sto crevàtti steki cremamèno
panu stin cefalì me tria carfìa.
San canunao òpos ene ghienamèno 

mu èrkete mian pena stin cardìa.

To porcinào ce tu lego: 

"Xristèmu, tosso jà tin agàpimu ce ighìa 

ecàmete o pu na 'ste vloghimèno!" 

ce ta dàcria mu trèchusi spithìa.

Cino en platègghi, 

ma chorì ti canno po pao ligo ambrò ce ligo apìssu:
ce tu cosmu chorì olu t'affànno

te charapìe me ta dàcria smismène. 

Chorì, ce steki viàta Crocifìssu jammà tus addhu ce pos'ìto ène.


Sul mio letto sta appeso
in direzione della testa con tre chiodi. 

Quando lo guardo nello stato in cui è ridotto 

mi invade il cuore un profondo dolore.

Lo bacio allora ed esclamo:

"O mio Signore, tanto faceste per mio amore e salute;
deh possiate essere sempre benedetto!"
e le lacrime mi scendono frequenti.

Egli non parla ma guarda che faccio
e vede come vado un po' innanzi e un po' indietro; 

vede anche del mondo intero ogni affanno

e le povere gioie come son miste alle lacrime. 

Vede e sta sempre Crocefisso
per noi e gli altri e com'era così rimane  (11).


Nè meno dolce è il canto che egli rivolge alla Madre del Cristo. Lo splendore della luna è luce che viene dalla Luce. Quiete e pace la sua presenza e il suo chiarore. Lì, in mezzo al cielo, Ella possiede l'universo tutto, ed egli vorrebbe immergersi in Lei. Il verso non conosce il prezzo pesante dell'esercizio filologico, non ha bisogno di incenso adulatorio. Alle radici dei grandi mali del mondo stanno le ragioni della mente umana che rendono « trista » ed infelice questa terra. La sua missione è semplice: debellare il male, accogliere la Madre di Dio nel labbro e nel cuore :

San to fengàri kerù 'pse chimòna mesa sto celo lucègghi tin nirta, ce den cote vorèa sto calamòna ce apotanài tuti tèrra trista,

otu ìse magni 'sù; ce to noma
ton dicòssu egò crazzo; ce andin vìsta en thelo na se chào. Ela sto stoma, mbìcamu stin cardìa ce cì ossu clìstha.

Come la luna d'inverno
risplende di notte in mezzo al cielo
e non si sente alcun alito di vento nel canneto e si riposa questa terra triste,

così sei bella tu; io invoco
il tuo nome e non voglio perderti di vista. Vieni nel mio labbro,
entrami nel cuore e chiuditi dentro (12).


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11 V. Mesiani, O Christò, in F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005, Vol. I
12 V. Mesiani, San to fengàri, in F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005, Vol. I 

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Tutto teso, infine, alla ricerca di una vita temperata dalla fede in Dio, il Mesiani invoca il Signore a dargli la forza per credere, amare ed essere caritatevole, esaltando la vita religiosa e quasi rifiutando i beni nella vita terrena:

Dòmmu, Christèmu, na pistèpso viàta ta lòja ta dikàssu vloghimèna: "Pìstepse to Thiò, pìstepse emmèna, en porpatì sto scotìdi, stin nigghiàta".

Afùdamu mi pèo mèsa sti stràta pu ta kalà tu cosmu lipimèna chirìzzusitecardìe; afùdamuappèna na mi pasi ta pòdia stin vuddhàta.

En'àddho pràma, Christèmu, Su zitào, to càglio prama ti psichì ghirègghi : ligo 'zze cìndo lucìsi manachò

ti èfere ston cosmo: olu gapào jassèna me cìno: den mu mportègghi aps'àddho, ferro charapimèno to stavrò

4.2 NOTE FILOLOGICHE

Dammi la fede, Signore, 

ch'io possa credere alle tue parole benedette:
"Credi in Dio e credi in me,
non camminerai al buio, né nella nebbia".

Aiutami perché non cada in mezzo al cammino, 

dove i poveri beni del mondo
travolgono i cuori; aiutami pure
perché non infanghi i piedi nel pantano.

Un'altra cosa, o mio Gesù, ti chiedo, 

la cosa più cara cui l'anima sospira: 

una scintilla soltanto di quel fuoco

che tu portasti nel mondo: 

tutti amerò con esso per amor tuo 

e non mi importa di altro, 

porterò senza gemere la croce (13).


Ed ora è il momento di alcune osservazioni sulla lingua calabrogreca. Nella sua Premessa all'Indice Lessicale dei Testi Neogreci di Calabria, il Caracausi dichiara che un "aspetto altamente caratterizzante del grecanico di Calabria è l'influenza esercitata su di esso dal dialetto calabrese. Ricostruire i tempi del processo di romanizzazione - non soltanto, ma precipuamente lessicale - non è possibile, in mancanza di documenti anteriori alla metà del secolo scorso [1850 nota mia]"14. Nei Testi non vengono presi in considerazione proprio il canto della <<Romeopùlla>>, la lettera di un prete di Bova, la novella del Decamerone, a pagina 485 e alcuni saggi letterari.

Ben poca cosa comunque offriremmo alle considerazioni del Caracausi con i testi del De Marco e del Mesiani, considerata l'esiguità dei materiali. V'è comunque da segnalare che in quei canti si ritrovano prestiti romanzi come: adurègguo, lodègguo, advocata, bizzaria, chimera, chantu, culùria, cuntentizza, cuntègguo, fatti, fortuna, gangaglio, giusto, hoimè, nurèguo, sardina, sensa, viramente. Tutti questi prestiti sono già stati esaminati da Franco Mosino15 che, tra gli altri, segnala pure conlodegguo, ma è un evidente errore di interpretazione della scrittura del De Marco. In realtà è: to' lodègguo = ton lodègguo

Vediamo ora i testi del Mesiani scritti cento anni dopo ed esaminiamo i prestiti presenti nei suoi canti. Essi sono: pena, affànno, viàta, Crocifissu, celo (nel De Marco avevamo orano), lucègguo, terra, trista, magni, vista, gìgghiu, adorègguo, nigghiàta, strata, appèna, lucìsi, mportègguo;

Annoteremo pure che dall'esame dei canti si ricavano le seguenti informazioni:
1. la presenza del femminile in "o" i aghio Panaghìa;
2. la presenza della cacuminale "ddh" che, nel frattempo, ha sostituito la doppia "l" che avevamo

trovato in De Marco;

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13 V. Mesiani, Pìstemma, Elpìda ce Charà, in F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005, Vol. I
14 G. CARACAUSI, Testi Neogreci di Calabria - Indice Lessicale, ISSBN, Palermo, 1979, VI
15 F. MOSINO, Storia linguistica della Calabria, Marra, Cosenza,1989, vol.II pp.129-134


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la terza persona plurale dell'indicativo presente è riportata indifferentemente nella doppia forma in -usi (trèchusi, chirìzzusi frequente a Bova), e in -u ( cannu frequente a Gallicianò e Roghudi)

LA CRITICA

D.A. Grillo, Vincenzo Mesiani, in <<Il Calabrese>>, foglio periodico, 1833, p. 69; L. Borrello, Reliquie del dramma sacro in Calabria, Pierro ed., Napoli, 1899, pp. 83-86, nota n. 12; F. Violi, Storia e Letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001; F. Violi, Vincenzo Mesiani: medico, umanista, poeta, Quaderni di Cultura Grecocalabra, n. 4, IRSSEC, Bova Marina, 2003 







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