Uno alla volta, Domenico Pezzimenti/Come li ricorda il critico d'arte Rosa Marrapodi (Rivelazioni di un combattente sulla resistenza degli Italiani a Cefalonia)

19.12.2016 17:43

19 dicembre 2016     17:54

Posted by Domenico Salvatore

 

IL PREZIOSO RECUPERO DELLA MEMORIA STORICA/ A CURA DI ROSA MARRAPODI, POETESSA, SAGGISTA, ANTROPOLOGA, SCRITTRICE, LIBERO DOCENTE

 

Brani tratti da “RIVELAZIONI di un combattente sulla Resistenza degli Italiani a Cefalonia” di

Domenico PEZZIMENTI – Siderno Tipi Serafino

“Prefazione

Il mio preciso intendimento, nel vergare queste modeste rivelazioni, è stato quello d’inquadrare, come meglio ho potuto e così come si sono succeduti, l’uno dopo l’altro, una parte degli avvenimenti che hanno caratterizzato la lotta di Resistenza, sostenuta a Cefalonia, dopo l’otto settembre del 1943, dagli italiani dell’Acqui contro il presidio nazista. Inoltre ho voluto, attraverso i fatti, mettere meglio in luce l’eroismo degli italiani, da un lato, e l’insolenza unita ad un incivile senso di bieca vendicazione dei nazisti, dall’altro. Infine ho creduto di fornire agli storici futuri un reale documento, del quale essi potranno giovarsi per la compilazione di una più organica e più precisa opera intorno alla storia della generale lotta di Resistenza”.

Dicerie ed atti di coraggio“…Intanto l’aviazione nemica, durante il giorno, ci teneva immobilizzati; nessuno poteva muoversi. Il fuoco antiaereo delle nostre batterie era del tutto insufficiente ed inefficace. Bisognava stare tutto il dì acquattati qua e là tra le piante del bosco. Di notte si poteva operare, ben poco forse per la scarsa visibilità, forse per altro. D’altro canto le forze avversarie avevano ricevuto nuovi maggiori rinforzi; in otto giorni si erano duplicate o triplicate, erano divenute, grazie al primo nostro temporeggiare, certamente considerevoli. I greci ci venivano a dire che oltre duemila tedeschi erano stati una notte totalmente bruciati dalle nostre artiglierie, durante le operazioni di sbarco; che nuove continue forze venivano sbarcate da tutte le parti sull’isola; che il nuovo generale comandante persisteva nel tradimento, comunicando, nei suoi incontri quotidiani con gli ex camerati germanici, ai quali egli si recava a bordo di una auto-carretta militare, ogni nostro potere offensivo ed ogni nostro piano di guerra. Ci veniva raccontato che il coraggioso sottotenente Armando Chirola, in compagnia di un suo soldato, si era voluto spingere oltre la linea avversaria e che giunto nei pressi di un loro accampamento si era impadronito di una bandiera dalla croce uncinata e l’aveva portata con sé, quale prova della sua audacia, al di qua della linea. Che un altro giovane ed ardimentoso ufficiale è rimasto ucciso nel mentre, varcato la linea, tentava col suo reparto di dare l’ultimo assalto ad una ben munita postazione avversaria. Oltre a questi, certamente altri episodi di valore, che rimangono eternamente ignorati, hanno caratterizzato l’eroiche giornate di “Farsa”. “ “…Il provato schieramento dei nostri, che per otto giorni era rimasto saldo sullo schienale di “Farsa”, veniva per ordine superiore ritratto e i reparti spostati in su non più lungo la collina, ma ai piedi di essa. Era sera, la sera del venti settembre. Le compagnie del mio battaglione venivano radunate a valle e lì messe a trascorrere la notte. Ci era stato detto che si poteva dormire tranquillamente, in quanto oltre noi, innanzi, v’erano altri reparti scaglionati che detenevano la linea e facevano buona veglia con le armi in mano. Stanchi per le lunghe notti trascorse senza dormire, le compagnie prendevano posto a terra e chi qua e chi là, accovacciati dietro pietre e cespugli, le armi accanto, si son messe a dormire serenamente. Poco discosto da noi, indietro, avevano preso posto alcuni reparti di artiglieria alpina con i loro pezzi spiantati. Di sicuro anche loro avevano ricevuto lo stesso consiglio di dormire placidamente, perché s’era in retrovia.”

Il SUPPOSTO TRADIMENTO- “… Era stato un allarme generale, uno svegliarsi precipitoso, un correre confuso e disordinato per imbracciare le armi e piazzarle in postazioni improvvisate. Si scorgevano, appena chiaro, le schiere tedesche scendere giù per i pendii della collina e venire alla nostra volta; altre schiere si erano già inoltrate a pochi passi da noi e stavano per buttarsi all’attacco. Improvvisamente si accendeva la battaglia. Dapprima erano state rare fucilate e brevi raffiche di mitraglia a darne l’annuncio; in seguito, a mano a mano che i nemici si appressavano sempre più e i nostri riuscivano a piazzare alla meglio le loro armi, gli spari aumentavano con ritmo sempre crescente sino a diventare un fuoco largo e generale. Nessuno dei nostri era preparato a sostenere l’urto inaspettato. Chi correva di qua, chi di là, come pazzi, in cerca di un qualunque riparo, da dove potere offendere e non essere offesi. Malgrado tutto, la ripresa c’era stata, ma una ripresa precaria, incoordinata, fatta più di volontà che di possibilità. Il tradimento era in atto e visibile a tutti. Si era data ai tedeschi la possibilità di avvicinarsi incontrastati sino ai nostri e di sorprenderli tra il sonno e la veglia. Non era per nulla vero che oltre, in cima alla collina, v’erano altre nostre avanguardie che custodivano la linea del fronte. I primi eravamo noi a rallentare, col fuoco confuso e precipitoso delle nostre armi, le prime squadre di avversari.”“…Nell’immensa, varia sparatoria si distingueva la nostra mitragia dai tiri rochi, lenti e ritmati, e il mitra tedesco dalle raffiche minute e spesse. I nostri mortai non avevano avuto il tempo di lanciare che sole alcune bombe e di nessuna efficacia. Era troppo tardi… L’aviazione nemica era sui nostri a mitragliare e a spezzonare senza sosta. I loro mortai colpivano e soppiantavano ogni nostra posizione di difesa.”“…Non v’era più nulla da fare. I più scappavano alla rinfusa verso dietro, incalzati a breve distanza dalle avanguardie naziste. La difesa era completamente travolta. La lotta si doveva riaccendere, ancora vigorosa, la mattina del giorno dopo, sulle alture ed intorno alla città di Argostoli, ma era stata anche qui impari e confusa e di breve durata…Il Ventidue sera la nostra resistenza poteva considerarsi dappertutto stroncata.”

“IL NAZISMO DENUDA SE STESSO –… Molti avviliti dal combattimento, stanchi dalla lotta, si arrestavano lungo i margini della strada, non curandosi punto del sopraggiungere dei barbari.Ognuno di questi ha pensato di sollevare le braccia al loro arrivo e darsi prigioniero senza ulteriori resistenze. Si fidava sull’osservazione, da parte nemica, dei diritti internazionali, i quali garantiscono il pieno rispetto della persona del combattente vinto. Invece è stato tutt’altro. I vandali del nord, dal sangue gelato e dal cuore di pietra, ciechi esecutori di ordini…, si sono abbandonati ad atti di estrema inciviltà e barbarie. Hanno creduto di punire quanti si sono decisi alla lotta per la difesa della propria libertà e delle proprie armi. A mano a mano che qualcuno dei nostri veniva raggiunto da tal cruda gente, e ne hanno durante il lungo percorso raggiunto centinaia e centinaia, in risposta al loro atto di sottomissione, venivano spinti innanzi con grida da cani arrabbiati e colpiti freddamente alle spalle, facendoli stramazzare per terra bocconi, quali morti e quali moribondi. Per tutta la loro avanzata è stata una vera carneficina, continua, sistematica, raccapricciante. Non uno dei nostri raggiunto è riuscito a salvarsi. Venivano considerati non quali regolari combattenti, ma quali ribelli e come tali puniti.”

“L’EROISMO GIUSTIZIATO – Gli scampati dai combattimenti in linea e dalla susseguita fucilazione singola, lungo la via della ritirata, erano ancora molti. …I resti della mia compagnia, giunti all’accampamento, non contavano che quaranta elementi. V’era il capitano comandante, Minnelli Alfio, uomo molto bravo, sulla cinquantina o forse oltre, il sergente furiere Tarocco, persona intelligente e istruita, giovane di squisite qualità morali, due o tre caporali e gli altri tutti fanti. Vi avevano fatto ritorno…e attendevano con rassegnazione l’arrivo dei germanici. Si pensava tutti a tormenti, a pene, a fatiche che ci avrebbero fatto soffrire nei campi circoscritti da reticolati, ma nessuno, per quanto cosciente della natura spietata di quelli, pensava di vedersi la propria vita troncata fuori dal campo di combattimento. …Sapendo di essere loro prigionieri, ci disponevamo con le braccia in alto e attendevamo. I nazisti entravano nell’accampamento, penetravano dappertutto e mettevano ogni cosa sossopra. Ci chiedevano armi; si appropriavano di tutto quello che vedevano e che a loro faceva comodo.; ci derubavano, come tanti masnadieri ed assassini di strada, degli oggetti personali: orologi, denaro, penne stilografiche, anelli ed altro. …Vedevamo venire indietro, alla nostra volta, cinque o sei militari nazisti con un loro ufficiale. Ci comandavano di scendere giù sulla stradetta e di metterci in fila per due. Molti dei nostri, chissà, sicuri di venir condotti in campo di concentramento, si caricavano lo zaino sulle spalle. …Ci conducevano non oltre un centinaio di metri dall’accampamento, fuori strada, ai piedi di un grosso masso roccioso. Quivi giunti, ci spingevano in gruppo contro quella rupe e senza pensarci un minuto si davano a piazzare in terra i loro fucili mitragliatori con le bocche da fuoco puntate su di noi. … Ci rendevamo conto che stavamo per essere trapassati dalle armi, come tanti malfattori e traditori da quei cinque o sei boia nazisti. Non ci avevano dato nemmeno il tempo di considerare nulla, subito avevano aperto il fuoco contro di noi, e noi, come tenere pianticelle falciate alla base, ci piegavamo a terra quasi l’uno sull’altro, senza emettere un solo lamento. Era la fine della nostra esistenza, la fine di quei baldi giovani che per otto giorni in combattimento avevano tutto sacrificato per salvare l’onore delle nostre armi e la dignità dei popoli che amano vivere liberi. … Lo scrivente, creduto ormai finito, si buttava bocconi per terra in mezzo agli altri, anzi di essere colpito, e rimaneva illeso. La sparatoria durava non più di cinque minuti; dopo di che gl’assassini, vistici tutti distesi per terra e consideratici morti, si caricavano le armi addosso e se ne partivano. Più tardi, col sopraggiungere della notte, mi era possibile, assieme ad un altro che mi stava a fianco per terra, anch’esso illeso, liberarmi da quel groviglio di cadaveri e mettermi in salvo nel vicino bosco. …Pensavo alle numerose esistenze che venivano troncate per sempre sotto quei colpi; pensavo alle loro madri, che, ignare della tragica fine toccata ai loro figli, li avrebbero attesi invano chi sa per quanto tempo. Il giorno dopo e dopo ancora era stata la fine di circa seicento ufficiali. …Un’autovettura militare li trasportava dal campo in cui erano stati concentrati ad un luogo poco lontano dalla città e lì venivano brutalmente massacrati. …L’eroica resistenza di Cefalonia resterà memorabile nella storia del secondo risorgimento italiano. Il sangue sparso sulla scogliosa isola degli antichi Ciclopi dalle migliaia dei nostri non è stato vano; esso sarà di monito in avvenire a quanti, capi militari e condottieri politici, pensano di ridurre i popoli all’obbedienza, servendosi della forza delle armi. Gli italiani di Cefalonia, che hanno creduto di non cedere le loro armi in mano nazista e che all’azione di guerra hanno risposto con la guerra, offrono un esempio vivo di come nessuna forza, per quanto bruta, potrà mai aver ragione sulla libertà dello spirito.”

 

Domenico Pezzimenti

 

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