LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE - UNA CULTURA PANMEDITERRANEA: FRANCIA, PENISOLA SORRENTINA, CALABRIA CITERIORE, CALABRIA ULTERIORE, SALENTO, ECC. (4^ parte fine) (8 cont))

22.06.2016 19:51

 Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

Su questo rituale, oggi completamente cristianizzato, avvieremo ora alcune considerazioni1 che ci vengono offerte da tradizioni similari in altri posti d’Europa, d’Italia e della stessa Calabria.
Segnaliamo intanto un elemento comune a tutta l’area mediterranea e cioè l’uso di conservare la palma di ulivo benedetto come auspicio e tentativo di scacciare il male dalla propria casa.
Come è ormai costumanza cristiana la "Domenica delle Palme", rievoca la processione svoltasi a Gerusalemme in occasione dell'entrata di Gesù nella città. Scendendo dal "monte degli Ulivi", in groppa ad un asinello, il Cristo venne accolto da una gran folla, che agitava rametti di ulivo e palme, in segno di lode. Un'usanza analoga entrò in uso anche in Occidente. 
In particolar modo in Francia, già nel VII secolo, era costumanza che tutti i partecipanti al corteo, organizzato per l'occasione, portassero palme e ramoscelli di ulivo, per farli benedire dal sacerdote e poi conservarli.
Agli inizi dell'età medievale, si soleva dare alla processione un'immagine drammatica.
Il popolo, in un primo momento, si radunava nella chiesa principale, e poi si spostava in una cappella fuori dalle mura2. Qui, si procedeva alla consacrazione degli arbusti, dopodiché, in processione, si ritornava in paese.
Nella Penisola Sorrentina le palme sono interamente sostituite da ramoscelli d'ulivo che vengono benedetti in una solenne cerimonia che si svolge alla presenza di centinaia di fedeli. Tradizionalmente accanto ai semplici rami di ulivo si fanno benedire anche "palme" più particolari come quelle adornate da piccoli formaggi di produzione locale (il "caciocavallo") o quelle realizzate con confetti.
Nella città di Scalea, importante centro tirrenico del cosentino, la primaverile festa cristiana delle Palme è arricchita dall'apporto dei pescatori locali: essi, infatti, recano appesi ai loro grandi rami di olivo, le primizie della stagione, ovvero i pesci appena catturati. Al termine della processione, il ricco 'raccolto' è distribuito alla folla.
Nella Grecìa Salentina, anticamente, il prete, in occasione di questo avvenimento, leggeva e cantava in latino, dal pulpito, la "Passione", la "Morte" e la "Resurrezione" di Cristo.
Parallelamente, i popolani, compivano questo rito per le strade, ma in lingua greca. In alcune zone del Salento, gruppi di tre persone, percorrevano le vie del paese intonando il "Canto di Lazzaro", nel quale si ricordavano gli episodi più significativi della vita di Gesù: la nascita, l'arrivo dei Magi, gli insegnamenti nel tempio, ecc. Questi uomini reggevano tra le mani un grosso ramo di ulivo, decorato con immagini di santi, nastri colorati e con fazzoletti.
La benedizione delle palme e dei rami di ulivo è una consuetudine ancora presente nei costumi salentini.
Dopo la consacrazione, ciascun fedele, porta questi "simboli di pace" nelle proprie abitazioni e, ponendoli al capezzale del letto, su un'immagine sacra, sulla porta di ingresso o fra la biancheria, auspicherà l'aiuto divino e chiederà una particolare benedizione per sé e per la sua famiglia. I ramoscelli benedetti l'anno precedente, ormai secchi, non saranno gettati via, ma dovranno essere bruciati nel fuoco. Una volta, molto spesso, questi rametti tornavano nei campi, negli orti, nelle vigne, tra i prati, dove i contadini, “fissandoli su una canna, li sistemavano al centro del podere. Questo rito aveva la funzione di rendere fertile il terreno e di propiziare un buon raccolto”.
Inoltre i contadini del basso Salento, seguendo antiche usanze preistorico-mediterranee e greco-romano-pagane, attribuivano, a questi piccoli arbusti consacrati, la facoltà di proteggere dalle insidie del male.
Presso le popolazioni Albanesi di Calabria le “palme” sono dei rami di alloro o di ulivo, adornati di nastri e dolciumi da conservare per tutto l’anno. Anche in questa tradizione si può leggere un residuo dei culti della vegetazione.
A Gangi, in Sicilia, le Palme, sono autentici capolavori. Sono costituite da innumerevoli rami fissati intorno ad un asse centrale ("cunocchia") che ne agevola la presa; in chiave antropologica ogni ramo simboleggia la singola persona, l'unione delle persone la comunità e di riflesso viene quindi esaltata la solidarietà. I rami sono accuratamente adornati con fiori e datteri e con pregevoli manufatti a forma di croci o di canestrini, ottenuti dall'intreccio delle foglie più tenere della palma e di colore più chiaro.
 
LA SIMBOLOGIA DEL RITO. VERSO UNA CONCLUSIONE
 
Leggiamo ancora nell’articolo del Traclò3 che: “in tutta l’attuale Grecia, infatti la quaresima è raffigurata come una figura femminile spesso come una piccola bambola, simile a quelle elementari intagliate dai pastori dell’area greca di Calabria. Si può supporre pertanto una stratificazione della tradizione greco- bizantina sul preesistente mito”.
Cosa rappresenta quella bambolina? E’ l’effige di Lazzaro che portano nelle mani le “Lazzarine” e che nel giorno delle Palme passano di casa in casa per raccogliere una ricompensa, cantando e raccontando la resurrezione di Lazzaro, con in mano un pezzo di legno dalle fattezze umane? Non lo sappiamo con certezza. Certo è che oggi a Bova mancano “le ‘razioni della passione” cantate dalla folla che seguiva gli “Uffizianti”, che era invece pratica usuale al tempo del Borrello4.
E certo è che spesso il ruolo di Lazzaro nel Salento è svolto da una ragazza che, per l’occasione, decora il proprio corpo con fiori di stagione, nastri5, ecc.. La bambina vestita da Lazzaro potrebbe essere la trasposizione vivente della “palma” bovese?
E le bamboline non ci riportano alla mente, per l’appunto, l’icona di San Lazzaro che in Grecia e nei territori della diaspora greca, è tradizione antica della Domenica delle Palme, giorno in cui i bambini vanno in giro tenendo in mano delle figurine di pasta che rappresentano San Lazzaro? Oggi queste tradizioni rivivono per mezzo di iniziative di associazioni locali da Cipro fino alla Tracia6 e sono collegate a riti analoghi a quelli dell’antichità? Si tratta insomma di un fenomeno (sinmfirmòs / mescolatura) noto in molte aree di interesse etnografico7.
Così è presso i greci di Cargese, in Corsica, così a Palermo, così era a Reggio Calabria dove ancora resiste il detto: Si mangiàru puru a ncona i Santu Lazzaru (si sono mangiata anche l’icona di San Lazzaro8).
Possiamo perciò convenire che il rito di Bova - dove qualche abile intrecciatore e addobbatore ha lavorato l’ulivo rendendolo simile ad una pupazza - sia esso legato a miti primitivi, o a quello di Demetra e Persefone, sia al mito di Apollo, di Dioniso o di Artemide o alla religiosità bizantina, unisce in sé antiche tradizioni pagane che, in ogni caso, denunciano una propria peculiarità e specificità che, pur in assenza di fonti epigrafiche certe a riguardo, denunciano la propria appartenenza ai modelli tradizionali del mondo pagano greco e, nonostante qualche differenziazione, esprimono un modello culturale che è uguale a quello espresso dalla cultura tradizionale del mondo contadino greco. “Un modello che presenta tutti quei segni distintivi che lo fanno inserire nella più ampia unità culturale costituita dalle culture agro-pastorali del bacino del mediterraneo. Questo modello è definito dalle seguenti caratteristiche: si basa su un universo unitario e su una visione del mondo monastica che dà corpo ad una armonizzazione ed a un equilibrio tra il mito e l’esperienza, tra la concezione mistica e la concezione realistica del mondo, tra l’istinto dionisiaco e l’individualismo, tra l’uomo e la natura, tra i valori della vita e quelli della società, tra la natura e la civiltà.9”
 
APPENDICE
 
ELEUSI
Eleusi è una cittadina a circa venti chilometri da Atene, sede del sito archeologico comprendente il santuario di Demetra e Kore, ove anticamente venivano celebrati i famosi Misteri Eleusini. Il nome Eleusi sembra derivargli da un eroe di non chiara paternità, ma un'altra ipotesi sostiene che derivi da éleusis, in greco "venuta", facendo riferimento alla venuta di Demetra a Eleusi sotto sembianze mortali dopo il rapimento della figlia Kore. Dei Misteri Eleusini si conoscono le funzioni, le processioni e le feste delle fasi preliminari, tutte cerimonie pubbliche, ma di ciò che accadeva durante la vera e propria celebrazione, si hanno poche e incerte notizie. Difatti ai riti che si celebravano nel Telesterion e che rappresentavano il cuore della cerimonia, potevano partecipare solo gli iniziati e a questi era imposto il più rigoroso segreto.
I misteri erano molto popolari anche perché, diversamente da altri riti, vi erano ammessi tutti: uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari al di là d’ogni appartenenza sociale, purché parlassero la lingua greca e non avessero le mani macchiate di sangue I mystai (iniziandi) potevano ritornare l’anno seguente come epoptai (iniziati). La partecipazione ai sacri Misteri non costituiva l’entrata in alcuna organizzazione o struttura di qualsiasi tipo. Ogni iniziato, dopo la celebrazione delle sacre notti, ritornava alla sua vita di ogni giorno. Ma ogni mystes ricordava la sua esperienza e i symbola o synthemata che aveva appreso. La partecipazione ai Mysteria di Eleusi non era esclusiva. Si poteva partecipare ad altri sacri misteri ed essere devoti anche ad altri dei.
Pur esistendo altri culti di mistero che celebravano la rinascita annuale, quello di Eleusi aveva un ruolo privilegiato nella Grecia classica, anche perché costituiva un elemento aggregante notevole.
Essere iniziato ad Eleusi voleva dunque dire ricercare l’armonia con la natura, l’unità tra mondo materiale e divino, tra vita e morte. Qui si giungeva ad un grado di conoscenza superiore, paragonando l’uomo alla vegetazione: le piante, che sembrano morire in inverno, rinascono, invece, più vigorose di prima, durante la primavera. Dal fondo della cripta si svolgeva il rito di iniziazione, che si concludeva con un grande fuoco ed una luce sfolgorante.
Nella prima notte si aveva l’iniziazione al livello più basso. Nella seconda notte coloro che erano stati iniziati l’anno precedente divenivano epoptai.
L’atto rituale nei Mysteria non si eseguiva sull’immagine cultuale della divinità, ma sulle persone che partecipavano alla festa. Il mystes, l’iniziato, subiva i misteri, ne era oggetto, ma nello stesso tempo ne era soggetto.
I Mysteria erano la festa dell’entrata nell’oscurità e dell’uscita verso la luce. In tutte le fonti, si parla anche di pane benedetto, e di simboli sessuali stilizzati. È probabile che l’iniziato toccasse un simulacro de grembo materno, il simbolo e la rassicurazione della sua sopravvivenza eterna. È chiaro che il contatto con le sacre cose era fondamentale, e rappresentava la comunione con il divino.
Nei Misteri Eleusini non s’impartivano insegnamenti o dottrine, ciò che legava ed accomunava tutti era appunto la visione. È da riconoscere negli antichi misteri un alto grado di esoterismo. Anche ad Eleusi gli iniziati dovevano lavorare su se stessi, sapendo che ciò cui avrebbero assistito avrebbe mutato radicalmente il modo di vivere e di pensare. Erano pronti, cioè, ad affrontare il “rito di passaggio”, la cui prima fase è sempre quella della separazione dal vecchio status. L’alternarsi di buio fitto e luce intensa poi sta a rappresentare questo avvenuto passaggio. La “visione” dei sacri oggetti potrebbe simboleggiare la presa di coscienza reale di una conoscenza superiore attraverso la comprensione dei simboli. Poi, ecco il rientro nel mondo di tutti i giorni, quello dei profani, con la consapevolezza, però, che non sarà più lo stesso, che tutto è cambiato grazie al privilegio ottenuto con l’iniziazione.
Si passava, in sostanza, per tre tappe: la morte, rappresentata dalla notte, dal buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno; la rinascita, rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano derivata dal seme morto solo in apparenza; il raccolto, ovvero il vivere con diversa consapevolezza il mondo materiale. Infatti, distaccatosi dalla sua forma mortale, l’iniziato intravedeva il principio che sempre rinasce.
Il rito era composto da dròmena (cose fatte), legòmena (cose dette) e deiknùmena (cose mostrate)
La segretezza dei Mysteria consisteva nella indicibilità della esperienza (pathein), indipendentemente dalla volontà dei partecipanti al culto. Il divieto di esplicitare le forme del culto si aggiunse a questa indicibilità fondamentale.
Anche altri miti minori di Eleusi sono legati a quello principale di cui abbiamo parlato. Ovidio nelle Metamorfosi, ci racconta di un giovincello che incautamente scoppiò a ridere vedendo la vecchietta Demetra bere il suo intruglio di polenta; gli dei, si sa, sono piuttosto permalosi e Demetra, inoltre, aveva già i suoi problemi a cui pensare, per cui gli gettò addosso la brodaglia e lo trasformò in un geco giallo, piccolo rettile che vive nelle crepe dei tetti.
 
ZANGREO
Secondo il racconto narrato da Nonno nel libro VI delle Dionisiache, Zeus aveva una particolare predilezione per lui e l'aveva destinato a regnare su tutto l'universo. I Titani vennero a sapere delle intenzioni di Zeus ed informarono Era, che ordinò loro di far sparire il bambino. Lo attirarono con doni, quindi lo fecero a pezzi e lo divorarono. Atena riuscì a strappare alla loro furia il cuore del ragazzo, lo portò a Zeus, che lo inghiotti ed immortalò Zagreo, facendolo rivivere sotto la forma di Dioniso. I Titani poi furono fulminati e dalle loro ceneri nacquero gli uomini. Il mito di Zagreo può essere interpretato come il simbolo della morte della vegetazione in inverno e della sua rinascita in primavera. Nei misteri Dioniso è, infatti, associato alle dee della fertilità, Demetra e Persefone, di cui sarebbe figlio Zagreo.
Zagreo (in greco Zagreùs) fu in origine una divinità agraria e ctonia, probabilmente di derivazione cretese. Il suo mito fu al centro della religione orfica, nella quale è considerato l' avatar10 del Dioniso della mitologia greca, che ne sarebbe la reincarnazione. Il mito orfico contiene gli elementi principali dell’antico sacrificio dionisiaco, compresi quello dello sparagmos (smembramento rituale) e dell'omophagia (consumo della carne), e si basa sulla concezione arcaica della colpa ereditaria. Secondo l'Orfismo, infatti, l'umanità parteciperebbe della natura malvagia dei Titani e di quella divina di Zagreo. L'elaborazione orfica in chiave escatologica e soteriologica trova nella purificazione e le pratiche rituali il mezzo attraverso cui l'anima può ricongiungersi con il divino.
10 Presso la religione Induista, un Avatar è l'assunzione di un corpo fisico da parte di Dio, o di uno dei suoi aspetti. Questa parola deriva dal Sanscrito, e significa "disceso"; nella tradizione religiosa induista consiste nella deliberata incarnazione di una divinità in un corpo fisico al fine di svolgere determinati compiti. A differenza del Cristianesimo e dello Shivaismo, i Vaishnava affermano che Dio si incarni ogni qualvolta avviene un declino dell'etica e della giustizia, unitamente all'insorgere delle forze demoniache. 4
 
 
BIBLIOGRAFIA
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1 Non posso parlare di conclusioni perché, riferendomi al mondo dell’antichità, in assenza di fonti epigrafiche certe, sarebbe un atto di presunzione pensare di essere nel giusto.
2 Vedi anche L. BORRELLO, op.cit.
3 P. CASILE, Dei e Zangrèi, cit., p. 61
4 L. BORRELLO, Reliquie del Dramma sacro in Calabria, Pierro ed., Napoli, 1899, p. 31
5 Vedi in: JOANNIS SIDIROKASTRITIS, Aspetti storici, linguistici e letterari del Salento, Master Universitario di II livello, Università di Lecce, a.a. 2004-2005, pp. 81-83
6 JOANNIS SIDIROKASTRITIS, Aspetti storici, linguistici e letterari del Salento, Master Universitario di II livello, Università di Lecce, a.a. 2004-2005, pp. 81-82
7 JOANNIS SIDIROKASTRITIS, Aspetti storici, linguistici…, cit. p. 82
8 Il detto oggi ha un significato diverso ed è riferibile a quelle persone che sono dotate di una avidità sfrenata. Nel nostro caso invece i bambini, dopo aver raccolto poco o nulla nel loro giro di auguri, infine, per la tanta fame, mangiavano anche quella piccola figura fatta di pasta dolce che rappresentava l’immagine di San Lazzaro.

9 E. KAPSOMENOS, Interdipendenza tra lingua e cultura nel dialetto greco della bovesìa calabrese, Italoellinikà Rivista di Cultura Greco-moderna, IV, I.U.O. Napoli, 1991-1993, p. 24

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