TO PARAZZOMÌ (il pasto di conforto) n. 4 fine

08.07.2016 21:52
Rubrica Europa ellenofona di Filippo Violi - 
Questa è una tradizione che ancora oggi si conserva in quasi tutti i paesi della nostra zona. Gli amici o i parenti usano inviare alla famiglia del defunto il pasto di conforto, “to parazzomì”, appunto. Era un dovere morale sentirsi vicini alla famiglia del morto in quei momenti. Avendo certamente altro a cui pensare i dolenti non potevano certamente badare a cucinare:
………….
To pèrrome na fàusi na tu comportèzzome
Portiamo loro da mangiare per confortarli
………
Il pasto di conforto era formato da qualsiasi cosa meno la carne. Sarebbe stata infatti quasi un'offesa nei confronti dei dolenti inviare carne. La carne era infatti il cibo delle feste e delle grandi occasioni, non certo di quelle luttuose, per cui poteva essere considerato malaugurio inviare un pasto che ne contenesse :
………………
Dèn sònnome na to ppàrrome crèa jatì ene malagùrio
Non possiamo portare loro carne perchè è malaugurio
……………..
Nei paesi dell' area ellenofona si usava offrire, da parte della famiglia del defunto, dopo la funzione religiosa del trentesimo giorno, un piccolo pane in segno di augurio e di ringraziamento per il pasto di conforto ricevuto durante il periodo di lutto di quei giorni.
Che io sappia questa usanza si conserva ancora oggi a Brancaleone e Staiti (RC), paesi della vecchia area ellenofona.
* * *
Ma una usanza di cui si era perduta la memoria – almeno non l’ho mai vista riportata nei testi specializzati di tradizioni popolari – era l’uso di inviare il pasto di conforto anche ai defunti al cimitero. A Bova e a Palizzi, anch’esso paese della vecchia area ellenofona, si conservava quest’uso fino a qualche decennio fa. Il rituale era propiziatorio e prevedeva che il pasto dovesse essere inviato al morto nella speranza di un suo risveglio. Quando si fosse risvegliato infatti il defunto avrebbe avuto fame:
………….
Tu epèrrome to faghì sto cimitèro jà na fài san ejèrrato
Gli portiamo il cibo al cimitero affinchè possa mangiare quando si sveglia
……………
Era però chiaro che quel cibo al cimitero non arrivava mai, o, se vi arrivava, c'era sempre qualcuno pronto ad approfittarne. L'indomani il cibo non sarebbe più stato possibile trovarlo sulla tomba del defunto, qualche altro "morto"...di fame, consapevole delle usanze, ne aveva approfittato. Si racconta ancora oggi a Palizzi che nei pressi del cimitero c'era sempre qualche furbo che ne approfittava. In tempi più vicini a noi era questo, tra gli altri, un espediente per portare da mangiare ai ricercati dalle forze dell’ordine. Il cibo al cimitero veniva generalmente affidato dalla famiglia a dei ragazzi.
Giovanni Zavettieri, nato a Chorìo di Roghudi ma vissuto da sempre in contrada Vardàri di Bova, oggi defunto, ci racconta questo curioso episodio capitato ad una donna che aveva sognato il marito defunto il quale esprimeva, nel sogno naturalmente, il desiderio di mangiare un piatto di maccheroni:
……………….
Epìgane dìo miccèddhe tu epèrrai to faghì sto pethammèno jà na fài sto cimitèro, ma apòi ecìne tes èpare i pina ce to etrògai. Ma o pethammèno iton plèn tranquìllo jatì ìchorre te miccèddhe ti etrògai plèn soddisfàtte ce ciòla jatì ecìno den ìsonna na fài, ti ito pethammèno, ce i miccèddhe ìssa "pethammène"... pina.
………………
Due fanciulle erano andate al cimitero a portare al morto il cibo da mangiare, ma dopo (per strada) furono prese dalla fame e lo mangiarono. Il morto però era ugualmente soddisfatto perchè aveva visto le fanciulle mangiare con grande soddisfazione, e anche perchè egli non poteva mangiare essendo morto, mentre le ragazzine erano "morte"... di fame.
……………….
Non è quindi sorprendente il fatto che durante le feste di primavera, quando la natura si sveglia dal letargo, i morti salgono nel mondo dei vivi ed accettano le loro offerte e i loro omaggi. E durante la cena di commemorazione dei defunti vengono offerti ai morti sia dei dolci di grano bollito sia della pasta. Infatti, dalle parole “macaria” = beatitudine e “eònia” = eterna, deriva il termine “macarònia” (= maccheroni).
E quando non era al defunto che si inviava il cibo, si cercava di dare qualcosa ai più poveri dicendo loro:
…………..
Fàte jà ti zzichìmu tu àndramu
Mangiate per l'anima di mio marito
Una usanza ormai scomparsa era quella che vedeva i bambini, nei giorni dedicati ai defunti, recarsi in giro a chiedere nelle case qualcosa in dono. Quei doni venivano chiamati “morticèddhi”, proprio perché offerti in memoria dei defunti.
Una usanza ormai scomparsa era quella che vedeva i bambini, nei giorni dedicati ai defunti, recarsi in giro a chiedere nelle case qualcosa in dono. Quei doni venivano chiamati “morticèddhi”, proprio perché offerti in memoria dei defunti.TO PARAZZOMÌ
(il pasto di conforto)
Questa è una tradizione che ancora oggi si conserva in quasi tutti i paesi della nostra zona. Gli amici o i parenti usano inviare alla famiglia del defunto il pasto di conforto, “to parazzomì”, appunto. Era un dovere morale sentirsi vicini alla famiglia del morto in quei momenti. Avendo certamente altro a cui pensare i dolenti non potevano certamente badare a cucinare:
………….
To pèrrome na fàusi na tu comportèzzome
Portiamo loro da mangiare per confortarli
………
Il pasto di conforto era formato da qualsiasi cosa meno la carne. Sarebbe stata infatti quasi un'offesa nei confronti dei dolenti inviare carne. La carne era infatti il cibo delle feste e delle grandi occasioni, non certo di quelle luttuose, per cui poteva essere considerato malaugurio inviare un pasto che ne contenesse :
………………
Dèn sònnome na to ppàrrome crèa jatì ene malagùrio
Non possiamo portare loro carne perchè è malaugurio
……………..
Nei paesi dell' area ellenofona si usava offrire, da parte della famiglia del defunto, dopo la funzione religiosa del trentesimo giorno, un piccolo pane in segno di augurio e di ringraziamento per il pasto di conforto ricevuto durante il periodo di lutto di quei giorni.
Che io sappia questa usanza si conserva ancora oggi a Brancaleone e Staiti (RC), paesi della vecchia area ellenofona.
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Ma una usanza di cui si era perduta la memoria – almeno non l’ho mai vista riportata nei testi specializzati di tradizioni popolari – era l’uso di inviare il pasto di conforto anche ai defunti al cimitero. A Bova e a Palizzi, anch’esso paese della vecchia area ellenofona, si conservava quest’uso fino a qualche decennio fa. Il rituale era propiziatorio e prevedeva che il pasto dovesse essere inviato al morto nella speranza di un suo risveglio. Quando si fosse risvegliato infatti il defunto avrebbe avuto fame:
………….
Tu epèrrome to faghì sto cimitèro jà na fài san ejèrrato
Gli portiamo il cibo al cimitero affinchè possa mangiare quando si sveglia
……………
Era però chiaro che quel cibo al cimitero non arrivava mai, o, se vi arrivava, c'era sempre qualcuno pronto ad approfittarne. L'indomani il cibo non sarebbe più stato possibile trovarlo sulla tomba del defunto, qualche altro "morto"...di fame, consapevole delle usanze, ne aveva approfittato. Si racconta ancora oggi a Palizzi che nei pressi del cimitero c'era sempre qualche furbo che ne approfittava. In tempi più vicini a noi era questo, tra gli altri, un espediente per portare da mangiare ai ricercati dalle forze dell’ordine. Il cibo al cimitero veniva generalmente affidato dalla famiglia a dei ragazzi.
Giovanni Zavettieri, nato a Chorìo di Roghudi ma vissuto da sempre in contrada Vardàri di Bova, oggi defunto, ci racconta questo curioso episodio capitato ad una donna che aveva sognato il marito defunto il quale esprimeva, nel sogno naturalmente, il desiderio di mangiare un piatto di maccheroni:
……………….
Epìgane dìo miccèddhe tu epèrrai to faghì sto pethammèno jà na fài sto cimitèro, ma apòi ecìne tes èpare i pina ce to etrògai. Ma o pethammèno iton plèn tranquìllo jatì ìchorre te miccèddhe ti etrògai plèn soddisfàtte ce ciòla jatì ecìno den ìsonna na fài, ti ito pethammèno, ce i miccèddhe ìssa "pethammène"... pina.
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Due fanciulle erano andate al cimitero a portare al morto il cibo da mangiare, ma dopo (per strada) furono prese dalla fame e lo mangiarono. Il morto però era ugualmente soddisfatto perchè aveva visto le fanciulle mangiare con grande soddisfazione, e anche perchè egli non poteva mangiare essendo morto, mentre le ragazzine erano "morte"... di fame.
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Non è quindi sorprendente il fatto che durante le feste di primavera, quando la natura si sveglia dal letargo, i morti salgono nel mondo dei vivi ed accettano le loro offerte e i loro omaggi. E durante la cena di commemorazione dei defunti vengono offerti ai morti sia dei dolci di grano bollito sia della pasta. Infatti, dalle parole “macaria” = beatitudine e “eònia” = eterna, deriva il termine “macarònia” (= maccheroni).
E quando non era al defunto che si inviava il cibo, si cercava di dare qualcosa ai più poveri dicendo loro:
…………..
Fàte jà ti zzichìmu tu àndramu
Mangiate per l'anima di mio marito
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Una usanza ormai scomparsa era quella che vedeva i bambini, nei giorni dedicati ai defunti, recarsi in giro a chiedere nelle case qualcosa in dono. Quei doni venivano chiamati “morticèddhi”, proprio perché offerti in memoria dei defunti.

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