TO CCIPPITINNÀU (IL FIDANZAMENTO)

04.07.2016 09:36
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi  -  
 
Così come un rituale precedeva e seguiva la celebrazione dei matrimoni, alla stessa maniera una sorta di rituale abbastanza simpatico, precedeva il momento del fidanzamento. Era quasi completamente vietato fare le proprie proposte direttamente alla futura sposa. C'era sempre qualcosa o qualcuno che fungeva da tramite tra l'aspirante fidanzato e la famiglia della ragazza. Spesso la rivalità tra due giovani interessati alla stessa ragazza poteva sfociare in qualche serio litigio. A volte però era la “mottetta” che accompagnava la proposta di un giovane con conseguente scherno dell’avversario:
……
Ettùno, caspèddha, de su prèpi jà àndra,
càglio na’vri tin glòssasu kamèni!
Esù ìsse san èna pèrla stin gurlànda
cìno ène san m’a skàrpa zaromèni.
To su ìpa egò ce su to lègo pànda
Kondàtu dichi chìra nfukomèni.
To kàglio ène n’addhàzise porànda,
ti ettùndo thèma de ssu prèpi essèna.
……….
Costui, fanciulla, non ti conviene per marito,
meglio che ti veda la lingua bruciata!
Tu sei come una perla nella corona,
egli è come una scarpa tacconata.
Te lo detto io e te lo dirò sempre
Vicino a lui sembri una vedova affogata.
Il meglio è che tu cambi porta,
perché questo bracciante non fa per te.
…….
Intanto era molto importante che i genitori esercitassero un rigido controllo sulle proprie figlie, soprattutto quando si fidanzavano, dal momento che:
……..
ecì pu ène pedìa ti gapùsi
te ppòrte de ssònni klìsi
là dove vi sono figli che si amano
non puoi chiudere le porte
…..
essendo risaputo che fuoco e paglia non stanno bene insieme.
Ma che cosa era in realtà lo “CIPPITINNÀU”?
L'origine di questa espressione è abbastanza incerta anche se possiamo coglierne il significato attraverso altre forme di rituali e di pratiche in uso presso la grecità calabrese e, probabilmente, in un'area più vasta di quella che oggi è rappresentata dalla zona ellenofona. “To ccìppo” (il ceppo) era un tronchetto di legno, generalmente bruciacchiato, che veniva posto dal pretendente davanti alla casa della futura sposa e che prendeva poi il nome di “ccippitinnàu” nella sua simbologia complessiva.
In particolare a Gallicianò questa usanza era molto praticata, anche se la troviamo presente in tutta l'area grecanica.
Il ceppo rappresenta simbolicamente l'originarsi di una nuova famiglia ed era bruciacchiato proprio per indicare la sua non ancora capace completezza1. Non era un caso infatti che l'uomo, in genere, nei canti mortuari venisse indicato e invocato come “ceppo, cerro, sostegno economico e morale” di una famiglia.
L'uso dello “cippitinnàu” rientrava in quella lunga teoria di pratiche, procedure e intermediazioni che anticipavano un desiderio, la volontà di realizzare la propria aspirazione. Il ceppo veniva posto dietro
1 Il Rohlfs registra la voce come “cippitinnà” dove cippi sta per “ceppo” e nnà l’avverbio “ecco”, da cui avremmo “ecco il ceppo” 2
la porta dopo che - almeno così si presume - il giovane aveva fatto capire alla ragazza, alla madre di lei o ad entrambi i genitori, di essere interessato in qualche modo ad imparentarsi con quella famiglia.
La risposta positiva prevedeva che il ceppo fosse stato nella notte ritirato dai parenti della ragazza e trattenuto in casa per poi essere consegnato l’indomani al giovane che veniva a richiederlo. In caso di diniego il ceppo sarebbe stato rotolato per la strada dal padre della fanciulla. Il rituale del fidanzamento avveniva ugualmente, sia che la risposta fosse stata positiva, sia che il giovane fosse stato respinto. Nel caso comunque egli non fosse stato gradito in quella casa, difficilmente avrebbe continuato ad insistere. L'indomani mattina un veloce dialogo tra il padre della fanciulla e il giovane metteva fine alle sue richieste2 :
- Il padrone di casa:
……..
Pis' èfere ton gìppo ti dichatèramu?
Chi ha portato il ceppo a mia figlia?
………
- Il giovane:
…….
Ton èfera egò!
L'ho portato io!
…..
A questo punto il genitore, nel caso in cui la risposta fosse stata affermativa, rispondeva:
……….
I dichatèramu ène kalì ncippettemmèni!
Mia figlia è ben fidanzata!
……..
Ma se la risposta era un diniego il padre, senza mezzi termini, imponeva al giovane di girare al largo da quella casa:
………….
Gira, gira dietro perché non fa per te questo fidanzamento
……
E la sensibilità dei grecanici, per i quali tutto è musicalità e canto - sia nella gioia che nel dolore - si esprimeva ancora una volta in versi3:
………….
Egò èrkome na thèrio càtha purrì
jà na stathò condàsu
Ce me ton drapàni costo, costo
to sitàri ce tharrò essèna.
O ìglio mu cèi stè zzàppe
Ce i drosìa catevènni
c'egò poddhì pensègguo essèna
Ce 'zze charà jomònnete i cardìa.
Còzze, còzze, drapanùci,
na èrti sìrma ton apotònima
Na ìvro pò ttegliònni
to dikòmmu Cippitinnàu.
An den ène òssu to ccippitinnàu
Den therìzzo plèo c'egò pào.
An esù den me gapài plèo,
zoddhùna, egò ti zìo cami?
Ti jènete azz'emmèna,
ti mu mèni plèo?
………..
Io vengo a mietere ogni mattina
per stare vicino a te
e con la falce taglio, taglio
il grano e penso a te.
Il sole mi brucia sulle spalle
e il sudore scende
ed io penso molto a te
e di gioia mi si riempie il cuore.
Taglia, taglia, piccola falce,
Affinché venga presto il riposo
per vedere la fine
del mio ceppo di legno.
Se il mio ceppo non è dentro
non mieto più e me ne vado.
Se tu non mi ami più,
Fanciulla, io che vivo a fare?
Che sarà di me,
cosa più mi resta?
……….
Ma attenzione però!
Occhio agli scherzi, perché a volte per ridere alle spalle di qualche innamorato, il ceppo veniva ritirato da qualche burlone in vena di tiri mancini!
Una tradizione che si tramanda fino ad oggi nella zona grecanica è quella di preparare il letto nuziale nella nuova casa degli sposi. Generalmente il rituale avviene il giovedì prima del matrimonio o il sabato. Questo naturalmente implicava che il matrimonio si svolgesse di Domenica. Le amiche della sposa si raccolgono nella casa e, con canti augurali 4, preparano il letto nuziale.
Al letto era anche legata un’usanza abbastanza volgare, ma comprensibile in certi paesi. Era quella che vedeva la madre della sposa recarsi, all’indomani della “prima notte”, in casa degli sposi per appendere fuori il lenzuolo su cui gli sposi si erano adagiati durante la notte per dimostrare all’intero paese, attraverso le macchie di sangue rimaste impresse nel lenzuolo, che la propria figliola era illibata.
 
 
_______________________________________________
1 Il Rohlfs registra la voce come “cippitinnà” dove cippi sta per “ceppo” e nnà l’avverbio “ecco”, da cui avremmo “ecco il ceppo” 
2 Questa è la formula originale della pratica del fidanzamento che ho recuperato dall’anziano ellenofono Angelo Maesano e che è stata da me pubblicata nel 1985, e successivamente nel 1990 in F. Violi, Le radici della nostra cultura. Con l’aggiunta di altri versi, è stata poi da me musicata. Nel corso di questi anni ho visto riportata la formula nella sua interezza (compresi i refusi tipografici) in altri testi, senza però che nessuno si degnasse di citarne la fonte! 
3 Il canto è stato composto è musicato dal prof. Franco Iiriti e curato in lingua grecanica dal compianto poeta ellenofono Bruno Casile 
4 Cfr. le tradizioni del Matrimonio e l’Omelia di San Luca
4 Cfr. più avanti le tradizioni del Matrimonio e l’Omelia di San Luca 6TO CCIPPITINNÀU
(IL FIDANZAMENTO)
Così come un rituale precedeva e seguiva la celebrazione dei matrimoni, alla stessa maniera una sorta di rituale abbastanza simpatico, precedeva il momento del fidanzamento. Era quasi completamente vietato fare le proprie proposte direttamente alla futura sposa. C'era sempre qualcosa o qualcuno che fungeva da tramite tra l'aspirante fidanzato e la famiglia della ragazza. Spesso la rivalità tra due giovani interessati alla stessa ragazza poteva sfociare in qualche serio litigio. A volte però era la “mottetta” che accompagnava la proposta di un giovane con conseguente scherno dell’avversario:
……
Ettùno, caspèddha, de su prèpi jà àndra,
càglio na’vri tin glòssasu kamèni!
Esù ìsse san èna pèrla stin gurlànda
cìno ène san m’a skàrpa zaromèni.
To su ìpa egò ce su to lègo pànda
Kondàtu dichi chìra nfukomèni.
To kàglio ène n’addhàzise porànda,
ti ettùndo thèma de ssu prèpi essèna.
……….
Costui, fanciulla, non ti conviene per marito,
meglio che ti veda la lingua bruciata!
Tu sei come una perla nella corona,
egli è come una scarpa tacconata.
1
Te lo detto io e te lo dirò sempre
Vicino a lui sembri una vedova affogata.
Il meglio è che tu cambi porta,
perché questo bracciante non fa per te.
…….
Intanto era molto importante che i genitori esercitassero un rigido controllo sulle proprie figlie, soprattutto quando si fidanzavano, dal momento che:
……..
ecì pu ène pedìa ti gapùsi
te ppòrte de ssònni klìsi
là dove vi sono figli che si amano
non puoi chiudere le porte
…..
essendo risaputo che fuoco e paglia non stanno bene insieme.
Ma che cosa era in realtà lo “CIPPITINNÀU”?
L'origine di questa espressione è abbastanza incerta anche se possiamo coglierne il significato attraverso altre forme di rituali e di pratiche in uso presso la grecità calabrese e, probabilmente, in un'area più vasta di quella che oggi è rappresentata dalla zona ellenofona. “To ccìppo” (il ceppo) era un tronchetto di legno, generalmente bruciacchiato, che veniva posto dal pretendente davanti alla casa della futura sposa e che prendeva poi il nome di “ccippitinnàu” nella sua simbologia complessiva.
In particolare a Gallicianò questa usanza era molto praticata, anche se la troviamo presente in tutta l'area grecanica.
Il ceppo rappresenta simbolicamente l'originarsi di una nuova famiglia ed era bruciacchiato proprio per indicare la sua non ancora capace completezza1. Non era un caso infatti che l'uomo, in genere, nei canti mortuari venisse indicato e invocato come “ceppo, cerro, sostegno economico e morale” di una famiglia.
L'uso dello “cippitinnàu” rientrava in quella lunga teoria di pratiche, procedure e intermediazioni che anticipavano un desiderio, la volontà di realizzare la propria aspirazione. Il ceppo veniva posto dietro
1 Il Rohlfs registra la voce come “cippitinnà” dove cippi sta per “ceppo” e nnà l’avverbio “ecco”, da cui avremmo “ecco il ceppo” 2
la porta dopo che - almeno così si presume - il giovane aveva fatto capire alla ragazza, alla madre di lei o ad entrambi i genitori, di essere interessato in qualche modo ad imparentarsi con quella famiglia.
La risposta positiva prevedeva che il ceppo fosse stato nella notte ritirato dai parenti della ragazza e trattenuto in casa per poi essere consegnato l’indomani al giovane che veniva a richiederlo. In caso di diniego il ceppo sarebbe stato rotolato per la strada dal padre della fanciulla. Il rituale del fidanzamento avveniva ugualmente, sia che la risposta fosse stata positiva, sia che il giovane fosse stato respinto. Nel caso comunque egli non fosse stato gradito in quella casa, difficilmente avrebbe continuato ad insistere. L'indomani mattina un veloce dialogo tra il padre della fanciulla e il giovane metteva fine alle sue richieste2 :
- Il padrone di casa:
……..
Pis' èfere ton gìppo ti dichatèramu?
Chi ha portato il ceppo a mia figlia?
………
- Il giovane:
…….
Ton èfera egò!
L'ho portato io!
…..
A questo punto il genitore, nel caso in cui la risposta fosse stata affermativa, rispondeva:
……….
I dichatèramu ène kalì ncippettemmèni!
Mia figlia è ben fidanzata!
……..
Ma se la risposta era un diniego il padre, senza mezzi termini, imponeva al giovane di girare al largo da quella casa:
………….
2 Questa è la formula originale della pratica del fidanzamento che ho recuperato dall’anziano ellenofono Angelo Maesano e che è stata da me pubblicata nel 1985, e successivamente nel 1990 in F. Violi, Le radici della nostra cultura. Con l’aggiunta di altri versi, è stata poi da me musicata. Nel corso di questi anni ho visto riportata la formula nella sua interezza (compresi i refusi tipografici) in altri testi, senza però che nessuno si degnasse di citarne la fonte! 3
Ghìre, ghìre apìssu ti den ène jà 'ssèna to cippitinnàu!
Gira, gira dietro perché non fa per te questo fidanzamento
……
E la sensibilità dei grecanici, per i quali tutto è musicalità e canto - sia nella gioia che nel dolore - si esprimeva ancora una volta in versi3:
………….
Egò èrkome na thèrio càtha purrì
jà na stathò condàsu
Ce me ton drapàni costo, costo
to sitàri ce tharrò essèna.
O ìglio mu cèi stè zzàppe
Ce i drosìa catevènni
c'egò poddhì pensègguo essèna
Ce 'zze charà jomònnete i cardìa.
Còzze, còzze, drapanùci,
na èrti sìrma ton apotònima
Na ìvro pò ttegliònni
to dikòmmu Cippitinnàu.
An den ène òssu to ccippitinnàu
Den therìzzo plèo c'egò pào.
An esù den me gapài plèo,
zoddhùna, egò ti zìo cami?
Ti jènete azz'emmèna,
ti mu mèni plèo?
3 Il canto è stato composto è musicato dal prof. Franco Iiriti e curato in lingua grecanica dal compianto poeta ellenofono Bruno Casile 4
………..
Io vengo a mietere ogni mattina
per stare vicino a te
e con la falce taglio, taglio
il grano e penso a te.
Il sole mi brucia sulle spalle
e il sudore scende
ed io penso molto a te
e di gioia mi si riempie il cuore.
Taglia, taglia, piccola falce,
Affinché venga presto il riposo
per vedere la fine
del mio ceppo di legno.
Se il mio ceppo non è dentro
non mieto più e me ne vado.
Se tu non mi ami più,
Fanciulla, io che vivo a fare?
Che sarà di me,
cosa più mi resta?
……….
Ma attenzione però!
Occhio agli scherzi, perché a volte per ridere alle spalle di qualche innamorato, il ceppo veniva ritirato da qualche burlone in vena di tiri mancini!
Una tradizione che si tramanda fino ad oggi nella zona grecanica è quella di preparare il letto nuziale nella nuova casa degli sposi. Generalmente il rituale avviene il giovedì prima del matrimonio 5
o il sabato. Questo naturalmente implicava che il matrimonio si svolgesse di Domenica. Le amiche della sposa si raccolgono nella casa e, con canti augurali
4, preparano il letto nuziale.
Al letto era anche legata un’usanza abbastanza volgare, ma comprensibile in certi paesi. Era quella che vedeva la madre della sposa recarsi, all’indomani della “prima notte”, in casa degli sposi per appendere fuori il lenzuolo su cui gli sposi si erano adagiati durante la notte per dimostrare all’intero paese, attraverso le macchie di sangue rimaste impresse nel lenzuolo, che la propria figliola era illibata.
4 Cfr. più avanti le tradizioni del Matrimonio e l’Omelia di San Luca 6

Cerca nel sito