SALVATORE SIVIGLIA: NEL CANTO E NEL CUORE ROGHUDI

16.05.2016 18:43

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

                              Salvatore Siviglia è nato a Chorìo di Roghudi ma ormai vive da anni a Roghudi Nuovo, anche se il suo sguardo è rivolto continuamente verso il suo paese nel quale ritorna di tanto in tanto. Il suo crudo realismo senza reticenze, la sua affabilità, il suo vissuto biografico ne fanno una delle vecchie querce grecaniche più resistenti. Al pari di tanti calabro-greci anch'egli è stato sfrattato da una natura inclemente e dai protagonisti di una società che si indaga solo sui numeri. In quello "sfasciume pendulo" scolpito su una montagna, che è Chorìo di Roghudi, egli ritorna però quasi quotidianamente, perchè quotidiana continua a essere la dura fatica e l’amore per il suo paese. Come tanti, egli ha disegnato la mappa stravolta di questo micro universo sparente, cercando di conservarne la memoria dopo essersi affacciato, ancora giovane, al duro mondo dell'emigrazione che lo ha sradicato dal suo ambiente, relegando, temporaneamente, la sua voce dentro il chiuso dell'anima. Ma essa ha ormai da tempo ripreso i suoi toni lirici, senza cesure, senza concedere pause ai suoi interrogativi e ai suoi affetti. La sua familiarità con la lingua greca risale alla prima infanzia. La sua dimestichezza e la passione per la lingua lo hanno portato ad essere da sempre presente nell’Associazione culturale “La Jonica” ed a collaborare con tutte le associazioni ellenofone. E’ stato vincitore del premio di poesia “Jalò tu Vùa” e “Delia”. Oggi è un prezioso riferimento per quanti nell’area ellenofona e nella stessa Grecia intendono dedicarsi alla cura e alla conservazione di questo immenso patrimonio. Per chi conosce la realtà geografica di Roghudi, la poesia di Salvatore Siviglia potrebbe suonare strana. Ma così non è! Non c'è canto del nostro autore dove egli non sollevi il tenero rimpianto per il proprio paese. La sua è una continua ostinazione. Roghudi è là ormai, abbandonato su quello sperone di roccia, aggredito dai fiumi da ogni parte. Sembrerebbe impensabile continuare a resistere e a viverci, eppure l'orizzonte esistenziale di Salvatore Siviglia non intende andare molto più in là di quei confini e di quella comunità legata da sempre e per sempre a quella roccia. Sono troppi i ricordi legati a quella terra, troppo grande l'amore per essa per potersene dimenticare. Tra i migliori conoscitori della lingua grecanica, il Siviglia è sempre stato padrone del verso e della parola che egli domina e da cui è dominato in un continuo tormentato processo di identificazione. Il suo linguaggio è chiaro, piano, colorato ed efficace, e egli rifugge, per quanto è più possibile, dalle parole che appartengono al dialetto romanzo, scavando nella sua memoria storica. E non sembri cosa da poco in un momento in cui la lingua grecanica ha ceduto ormai all’invadenza della lingua calabrese e da essa dipende per moltissimi termini lessicali.
UN VERDETTO INESORABILE GRAVA SU ROGHUDI E IL SUO CHORIO
Come una ininterrotta sensazione metrica sul suo paese, condannato da un verdetto inesorabile che altri hanno pronunciato, la poesia di Salvatore Siviglia si anima di sentimenti poetici che lasciano spazio all'immaginazione e all'astrattismo. Le sue liriche avrebbero ben poco da invidiare a quelle dei poeti dell'Arcadia, pur essendo dominate e ristrette dentro gli angusti limiti del povero lessico grecanico. La parola si convoglia liberamente nel verso e diventa verifica di una condizione e quasi di un impianto onirico. Il suo paese è sempre lì, sempre più abbandonato, ma non da lui che sa di essere tra gli ultimi difensori della sua identità culturale.
Poeta anch'egli degli affetti familiari, rivive i propri ricordi di un passato, vicino o lontano, accostandosi ad esso in un piacevole indugio. E' così che il Siviglia si attarda nel suo profondo senso di appartenenza e di fedeltà a un passato che, qui da noi, è in fondo un topos specifico di tutta la cultura ellenofona. Nella sua poesia insistono i segni della memoria: paesaggi lirici, emigrazioni. ritorni, le radici, la consapevolezza di appartenere ad una cultura "altra". E' così che la realtà sottolinea un maggiore significato, vestendosi per metà di sogno. E' una realtà combattuta tra orgoglio ferito e desiderio di appartenenza ad un mondo che ieri era privo di confini, ed oggi è racchiuso entro gli angusti limiti di un orizzonte agro-pastorale. Tra le sue liriche proponiamo qui To chorìo ti ccardìa che possiede certamente il miracolo della parola che si trasfigura in immagini reali. Il suo paese è 1
“umanizzato”, reso vivo, anche se ormai l’ingiuria del tempo lo ha desertificato completamente. Roghudi è come un uomo addormentato, disteso in quel paesaggio naturale che lo circonda. Gli fanno corona i verdi boschi e il torrente Furrìa. In questo canto Salvatore affronta un altro dei temi ricorrenti nella storia della poesia grecocalabra: il mito della notte. La notte infonde serenità e pace al cuore ed al corpo stanco, mentre intorno la natura vive la sua vita di sempre, palpitante e silenziosa. Domani sarà un altro giorno...!
Crimmèno ecì sti vathìa
anda vunà tu Asprumunti
aplònnete traclondàri
to chorìo ti ccardìamu.
Stin ciofalì, jà porcilafàri,
i pràsini oscìa;
sta pòdia, jà sulèria,
o potamò ti fFurrìa1.
Cùnnete sti vradìa
to tragùdi tu alèftora
ismìa me to tragùdi
tu curamènu andra,
ghiomàto pricàda
jà tin dulìa varìa
jà tin zoì scerì.
Ma i fonì en glicìa
jà na t'addhismonì
ce na chistì tin cholì.
Sto celo feni to fengàri
scìzonda to scotìdi
ste ftèrighe tu iplu
macrèni tin curasìmi.
Nascosto là nella valle
dai monti dell'Aspromonte
si distende di traverso
il paese del mio cuore.
In alto, per guanciale,
i boschi verdi;
in basso, per calzari,
il torrente Furria.
Si ode nella sera
il canto del gallo
unito alla canzone
dell'uomo stanco,
pieno di amarezza
per le pesanti fatiche,
per la dura vita.
Ma la voce è dolce,
per dimenticare
e per scacciare l'amarezza.
Nel cielo appare la luna
fendendo il buio,
sulle ali del sonno
allontana la stanchezza.
Si osservi come nel Siviglia tutte quelle visioni restano sempre nitide e precise, non perdono mai la loro concretezza realistica e, pur sfumate nella fantasticheria e nel sogno, sono oggetto di trepidi ricordi e di malinconica nostalgia. Salvatore non ignora la dimensione del presente: anche quando si riferisce a cose e luoghi ormai abbandonati, dà l'impressione di risospingerle dal tempo in avanti; e tutto ciò che tocca si fa grande e vicino come se egli vedesse il suo mondo con una lente di ingrandimento, e ponesse sempre tra sé e la realtà la forza inesauribile della memoria e dei rimpianti.
Passano così nella sua poesia i luoghi che sono famigliari ad ogni greco di Roghudi, ma non vi passano come vecchie ingiallite fotografie strette insieme nella compagine di un album: la luce che vi discende e che dà rilievo alle immagini ha un che di luminoso, di vivo e di carezzevole. E sulle cose, come sugli uomini, s'avverte il lento e implacabile passare del tempo, il succedersi eguale delle stagioni: sulle voci della natura e degli uomini non cade mai il grande silenzio dell'oblio e della notte; sulle rumorose vicende s'insinua quasi un presentimento di rinascita. Di qui certi notturni dolcissimi pervasi da una suprema estenuata malinconia; di qui, anche, certa sapiente – ma pur sempre rara - aggettivazione che coglie, al di là delle apparenze, l'essenza segreta dei luoghi descritti.
Nel Siviglia il linguaggio è chiaro, piano, colorato ed efficace, ed egli rifugge, scavando nella sua memoria storica, dalle parole che appartengono al dialetto romanzo. E non sembri cosa da poco in un momento in cui la lingua grecanica ha ceduto all'invadenza della lingua calabrese e da essa dipende per moltissimi termini. Sentiamo in fondo di assistere ad un'incisione plastica tradotta in immagini musicali, in termini semplici e vibranti di pascoliana memoria.
LA CRITICA
Le poesie di Salvatore Siviglia sono state raccolte in F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, vol. II, ed. Iiriti, Reggio Calabria, 2005, un volume antologico che comprende tutti gli autori grecanici di Bova e Roghudi. Qualche lirica era già rintracciabile in F.Violi, Anastasi, canti politici e sociali dei Greci di Calabria, C.S.E. Bova M.,1990; C. Nikas, Poeti viventi della Calabria , <>, (vol.III), I.U.O., Napoli, 1990.
Altre notizie biografiche sull’autore possono essere ricercate in F. VIOLI, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001, pp.313-314; NIKAS C., Lingua e letteratura degli ellenofoni di Calabria, Italoellinikà, Rivista di cultura greco-moderna, Istituto degli Studi di Napoli “L’Orientale”, VII, Napoli 1999-2000; F. Violi, Salvatore Siviglia, Quaderni di Cultura Grecocalabra, IRSSEC, Bova Marina 2004, n.11; F. Violi, Salvatore Siviglia, in «I Fonì tu Richudìu», n. 1-5
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1 Furrìa: idronimo di Roghudi

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