PASQUINO CRUPI. LA VITA E LA FORMAZIONE: TRA GENIO E SREGOLATEZZA.

09.05.2016 11:08
Rubrica Europa ellenofona di Filippo Violi
                     Il realismo emozionale che trascina nella prosa senza veli di Pasquino, e la parola, che si fa testimonianza e denuncia, datano da molto tempo ormai e ad essa si è informata un'intera generazione di giovani studiosi e politici. Il Crupi nasce a Bova Marina il 24 marzo del 1940, in un paese che vive, da quasi un secolo ormai, la sua emigrazione di ritorno dalla greca Bova, e si comprende da subito che la sua lingua non è tra quelle che appartengono alle "lingue tagliate". Senza "peli" nè "veli", i suoi giudizi, spesso corrodenti, su uomini e cose, rivelano la sua naturale vocazione a non rassegnarsi e a non far rassegnare il mondo meridionale a quella che tanti, troppi e interessati, si affannano a definire un'atavica maledizione storica unita ad un parto con un destino infame. I suoi non sono itinerari turistici atti a stimolare l'interesse della gente alla riscoperta di bellezze antiche o ignote, ma una nuova coscienza del male e del bene, di dove sta il male e di chi vi coabita, e di dove sta il bene; di lutti e di abbandoni che hanno radici lontane, liquidi amniotici che hanno il loro terreno di germinazione nelle classi padronali.
Laureato in Lettere, politico ed intellettuale impegnato, è stato protagonista di tante battaglie di civiltà e di impegno sociale. Nei suoi libri è sempre presente una vigorosa denuncia sociale contro " i sonatori pagati che raddolciscono il sonno infame" delle menti, di campanelliana memoria. Padrone della parola che tocca, restio alle massime moralistiche e alle esercitazioni stilistiche, autore di molti testi di cultura e di politica meridionale, giornalista d'assalto, nel senso più positivo della parola, e direttore di giornali, legato ombelicalmente alla sua terra - pur senza perdere di vista respiri più ampi- pubblica nel 1968 il suo primo lavoro "Mario La Cava" e di seguito altri volumi tra cui "Storia tascabile della letteratura calabrese" nel 1977 e "Processo a mezzo stampa-il 7 aprile" nel 1982. Nello stesso anno dà alle stampe un libro denuncia, "Roghudi, un'isola grecanica asportata", un libro che squarcia il velo delle ipocrisie su un paese che possiede come unici cani da guardia - come dice lo stesso Crupi- dirupi e torrenti.
TRA I TURCHI DI CASA NOSTRA
In "Roghudi" il Crupi non risparmia critiche a quanti hanno voluto porre il problema sulla grecità in maniera deviante, a quanti, esaltando una vita arcadicamente temperata, interessandosi cioè del solo verbo linguistico e dell'aspetto filologico - memori della morale aristotelica - hanno impedito di fatto ai grecanici di opporsi alle intemperanze dei "turchi" di casa nostra: " Si badi bene: in questo universo accerchiante, dove uomini, donne, bambini sono cose e i vecchi prossimo concime per la terra, si sta in trincea, si lotta per resistere, per non fare arretrare la miseria ad inedia, la malattia a morte, il corpo a relitto, il pagliaio a tana, la fatica ad imbestialimento. Una vera e propria guerra di resistenza contro il genocidio di un volgo sparso e raggrumato sulla montagna che l'ininterrotto medioevo barbarico del Mezzogiorno e della Calabria ha praticato senza averlo mai predicato e dichiarato. Il corpo non può, quindi, che avere confidenza con il mondo segnato e circoscritto da cui ricava i termini della sua conservazione e della sua minaccia: pastorizia pendolare, agricoltura povera, caccia, matrimonio 1". Questo è Roghudi, questi i paesi grecanici!
Chi ne ha voglia potrebbe anche fare del passatismo romantico assorbendo in ogni riferimento culturale ambientale roghudese, lo straordinario "miracolo" di una lingua arricchita da una vita temperata arcadicamente, ma prima vada a vivere per un giorno a Roghudi!
No, non c'è storia in Roghudi! "Duemila anni di silenzio, appena qua e là interrotto, gravano su Roghudi, il paese più infelice d'Italia, forse del mondo. La storia, storia di re, vi è passata sopra come acqua sulla pietra liscia: senza lasciare tracce, e persino i macigni, che avvelenavano le sue terre, le foreste che riempivano i suoi monti, le pianure, che sbalzavano da terra a cielo, sono materiali inerti
a chi li interroga, li scuote, li scava2".
E' un'indagine socio-politica la sua, un'indagine su vite non toccate da esperienze allotrie;
un'indagine che amplia, riempie, completa e annulla, quasi, la pur tremenda e paurosa immagine che
di questi paesi già davano Malvezzi e Zanotti Bianco3. E' una storia delle idee, non giudicata
astrattamente quella del Crupi, bensì collegata al vivere umano. Storia di "bronzi di carne4", mai
esposti in un museo, piccoli, curvi sulle zappe, rosi dal sole e dalla fatica inumana. Ci sono tanti modi
per raccontare la Calabria, ma il Crupi offre sempre una chiave di interpretazione diversa da quella a
cui ci ha abituati la cultura egemone. Non lo attraversa il paese legale, è il paese reale quello che
interessa la sua prosa, la gente comune, quelli che contano poco, o che non contano affatto.
MISERIA DELLA CULTURA O CULTURA DELLA MISERIA?
Non è un glottologo il Crupi, nè un filologo – forse non ci vorrebbe poi tanto a diventarlo, ma la cosa
lo lascia indifferente - non scava per trovare versi, se i versi sono lontani dall’uomo. Polemizza anzi
con i linguisti per aver spostato il vero obiettivo o per non averlo voluto centrare. Polemizza anche
con chi giudica modesti i documenti grecanici e misera la sua poesia per non avere compreso che, per
approfondirla, bisognava compiere il tragitto in senso inverso: non dalla letteratura alla società, ma
dalla società alla letteratura: " E' l'errore che nasce dall'avventura dentro il mondo grecanico senza
assumere la sua natura come primum movens della quantità e della qualità dei suoi prodotti culturali,
canti, favole, proverbi che siano: quando si perde, - ed è stato perso- di vista questo rapporto di
necessità, di genesi, di generazione tra società e letteratura, tutte le ipotesi possono aprirsi e tutte le
tesi manifestarsi, compresa quella borrelliana della miseria della kultur grecanica. E ancora, quella
romantica e molliccia del Lombroso5", ed ancora più, aggiungiamo noi, quella desolante e fuorviata
del Pellegrini6. “Il tragitto, viceversa, è diverso. Deve essere diverso. Va dalla società alla letteratura,
non dalla letteratura alla società della quale si pretende che stia più in alto..(...) E come potrebbe? E'
o non è questa letteratura grecanica la letteratura della memoria, cioè trasmissione fedele di bocca in
bocca e, quindi, per la contraddizione che non lo consente, immodificabile? Chiederle di rinnovarsi
significa il salto dall'oralità alla scrittura. Ma quando questo passaggio avviene, non è più il greco,
che domina, è il romanzo delle classi privilegiate, che si impone e si è imposto7".
E' così che il Crupi annulla l'esaltazione romantica di una cultura che era diventata solo curiosità
linguistica e umanistica per farla diventare "rancore sociale", soggetto di storia contro chi la vorrebbe
sempre in ginocchio o oggetto di ricorrenti commemorazioni, lunga teoria dei tanti respinti, cari solo
al Cristo di Betlemme per il loro disfacimento morale, sociale e fisico.
«ROGHUDI, UN'ISOLA GRECANICA ASPORTATA»: UNA PROPOSTA PER LA LINGUA E LA CULTURA
ELLENOFONA
L'anabasi che il Crupi compie in Roghudi non trascura origini, situazioni storiche, idrogeologiche, le
cause modificatrici della storia di questo sfortunato paese: l'emigrazione e la guerra, le casate da
sempre imperanti su questo "sfasciume pendulo", tormentato da due fiumare. E' una tesi nuova e provocatoria, ma storicamente dimostrata, quella che viene fuori dalla sua ricerca, con una documentazione originale e inedita, direttamente alle fonti: “L'emigrazione mettendo a contatto questi "naturali" con altre esperienze, con lavoratori organizzati, che ricevono una mercede e non una elemosina per la loro fatica, ha modificato il loro modo di vedere la realtà, di pensare, ha stracciato la reverenza per i signorini e per il prete. La classe al potere intende e si difende....
8. Sia quel che sia, la vita dei pastori è stentata e misera, più stentata la vita degli agricoltori in un territorio senza pianura e dove ciò che è coltivabile è strappato alle capre e alle pecore. A prezzo di lotte, che cominceranno a scuotere l'immobile tessuto sociale, economico e politico con il ritorno dei reduci. Nel piccolo mondo totale roghuditano dove la lotta politica è ridotta allo scontro di casati, da una parte i Romeo, dall'altra i Pannuti, diversi solamente nella gerarchia della malvagità sociale, i combattenti, che ritornarono dalla guerra, introducono per la prima volta nella lunga vicenda di quei “naturali”, il principio di organizzazione delle classi più deboli....9”. “La trasformista classe dominante di Roghudi, serva sotto i feudatari, borbonica sotto i Borboni, savoiarda sotto i Savoia, con le ali aperte e sopra i pié leggera corre verso il fascismo....10”. “E' con questo carico di abbandono, di sfruttamento, di pena sociale che il paese entra nell'Italia liberata il 5 aprile 1945. Non se ne libera. Rimane nell'antica gabbia politica del potente casato (...) Su questo sfasciume pendulo su due fiumare la jenia dei Romeo, replicando la sua natura trasformista, si americanizza, abbraccia i nuovi vincitori...11”. Questo procedere per flash non rende probabilmente giustizia al lavoro del Crupi. Una lettura più completa, anche di questa sola opera, rende manifesto come la sua arte è sempre un intervento "sofferente" verso chi soffre, nei confronti dei tanti poveri "cristi" caduti sotto la croce, di chi lotta, di chi si rassegna. E scaturisce - come egli stesso dice, a volte - dalle visceri della realtà e non può confondersi con la letteratura di rozzo intervento testimoniale, che è, poi, essa stessa, la negazione dell'impegno. Il suo lavoro contribuisce in maniera determinante alla ripresa degli studi sull'area grecanica con una nuova capacità dai toni più reali e non più fuorvianti; fuori, o non unicamente più, dall'immagazzinamento di relitti linguistici, ma dentro - ecco l'anabasi del Crupi- il mondo grecanico, condizionato sempre più da alluvioni, da terremoti, dall'insipienza politica dell'uomo. Chiude, infine, il suo lavoro il Crupi, ma non il suo impegno, con uno sguardo alla Costituzione ed alle leggi regionali di tutela e valorizzazione del patrimonio grecanico, polemizzando, tra l'altro, con l'enunciato della Regione, già di per se stesso limitato nella validità e nella ragione operante. Ne scaturisce una proposta interessante di salvaguardia, anch'essa nuova e originale, sulla quale spesso si fa orecchi di mercante anche da parte degli stessi ellenofoni, o meglio dei "mercanti" di ellenofoni, convinti di dover non più difendere un bene universale, ma una piccola eredità di cui rimarrebbe ben poco se divisa in tanti: "In verità, il limite di questa legge regionale non è costituzionale (legiferare in materia scolastica e costituire tre centri di studio ndr), è di respiro culturale e di concezione; di un respiro culturale e di una concezione generale che riducono la cultura grecanica a fatto che riguarda gruppi minoritari, minoritaria così com'essa è. Viceversa, se vero è che la Calabria era tutta greca e che non possiamo non dirci greci, questa cultura appartiene a tutta la popolazione calabrese e a tutta la popolazione calabrese devono essere fornite le possibilità per entrarne in possesso. Dilatare la geografia, prospettata dalla legge regionale, a tutte le scuole della Calabria è il meno che si possa pretendere se non altro per la considerazione che questa cultura grecanica non è un'amenità del paesaggio storico calabrese e non può, di certo, resuscitare a nuova vita, mantenendo il suo carattere di minorità, di patrimonio esclusivo di un'area ormai ridottissima. Se si pensa che i titolari della cultura e della lingua grecanica debbano essere i grecofoni dell'isola sparente, grandi passi in avanti non se ne fanno. Non è di questa impostazione cattiva, forse, che tutto il problema risente? Non è per questo che da mezzo secolo a questa parte non c'è intorno che una commossa e dolorosa lamentazione? Non è, ancora, questa la radice culturale che ha consigliato alle forze politiche regionali di organizzare, nello Statuto dell'Università della Calabria, l'inserimento della lingua e della letteratura albanese, lasciando fuori la lingua grecanica e la sua letteratura?
12. Per cui si rende necessario, continua ad affermare il Crupi, una generale politica di risanamento che ricompatti le comunità per evitare di isolarle di nuovo, per evitare di immaginare ancora un'isola " in se chiusa e solo in essa ricircolante il plasma linguistico13". Se così è, e lo sarà, potremo fare nostro, purtroppo, l'epitaffio scritto già per Roghudi da Patrizia Lucibello14 ed estenderlo a tutta la comunità grecanica: Roghudi è morta.
"Morta per volontà di una natura che ci è troppo spesso nemica.
Morta perchè nessuno ha mai alzato un dito per salvarla"
Con Roghudi non muoiono soltanto quattro case sprofondate in un mondo che sembra avere una vita a sè, ma muoiono dei costumi, una cultura, che pur semplice, rozza, arretrata, aveva ben diritto di vivere.
E questo atto finale attende Gallicianò, Roccaforte, Bova, e non perchè la natura, come spesso tanti scrivono, ci è nemica, ma perchè nemici sono stati coloro che hanno costretti questi paesi a rifugiarsi in bocca a quella natura. Pasquino purtroppo oggi non è più qui, ci ha lasciati il 19 agosto del 2013.
BIBLIOGRAFIA
Tra le opere più importanti del Crupi che contengono anche riferimenti alla realtà grecanica, ne citiamo alcune: La bibbia dei poveri, 1971; La letteratura calabrese contemporanea, 1972; Letteratura ed emigrazione, 1979; Roghudi, un'isola grecanica asportata, 1982; Storia della letteratura calabrese, 1993, vol. I
LA CRITICA
Moltissime sono le recensioni e le citazioni sull'opera del Crupi, pubblicate sui maggiori quotidiani o nei lavori di vari autori. Sarebbe opportuno che qualcuno ne tentasse una ricostruzione organica.
Tra i giudizi critici più organici, relativi al suo lavoro sulla grecità calabrese, ricordiamo il nostro studio in F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2000
 
 
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1 P. Crupi, Roghudi un'isola grecanica asportata, Pellegrini, Cosenza, 1982, pp.36-37
2 P. Crupi, op.cit., p. 7
3 Malvezzi-Zanotti, L'Aspromonte Occidentale, Milano, 1910, p.117
4 La definizione è mia [nda]
5 P. Crupi, cit. p.35. Le tesi citate dal Crupi sono riportate in: C. LOMBROSO, In Calabria, Casa del libro ed. RC, 1980,
p.13 (ristampa anastatica a cura di P. Crupi); L. BORRELLO, I Greci della provincia di Reggio Calabria, «Rivista Storica
Calabrese», Bernardino, Siena, a. I, 1893, fasc. VI, pp. 320 -344.
6 Vedi F. VIOLI, Anastasi, canti politici e sociali dei Greci di Calabria, C.S.E., Bova Marina, 1990, p. 45; F.VIOLI, I
Nuovi Testi Neogreci di Calabria, vol. I, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005, p. 11-13. L’articolo del Pellegrini citato è: A.
PELLEGRINI, La poesia di Bova, in M. Mandalari, Canti del popolo reggino, Napoli, 1881, edizioni Morano, pp.353-
381
7 P. Crupi, op.cit., p. 36
8 P. Crupi, op.cit., p. 28
9 P. Crupi, op.cit., p. 30
10 P. Crupi, op.cit., p. 31
11 P. Crupi, op.cit., p. 32
12 P. Crupi, op.cit., p. 69
13 P.Crupi, cit. p.170
14 P. Lucibello, Le origini di Roghudi, Centro Studi D’Arte, RC, 1981, p.61
 
 
 
 
 
 
 

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