PASQUALE NATOLI

23.04.2016 16:02
Rubrica Area Ellenofona di Filippo Violi
                  Raccontava il Natoli stesso che quando il Rohlfs lo vide leggere e spiegare le odi di Pindaro, l'illustre glottologo tedesco rimase sbalordito, e ancor di più meravigliato dal fatto che il Natoli facesse tutto ciò senza note o vocabolario. Questo episodio ci offre già la misura dell'uomo e dello studioso, l'inesauribile ricercatore e raccoglitore, il conoscitore profondo della storia del suo paese che egli affida però alle stampe soltanto in semi sparsi e in qualche articolo, non sottraendola mai alle prove documentarie.
Il Natoli morì a Bova il 31 dicembre del 1946, su quella stessa rupe dove vi era nato il 26 maggio del 18701.
La sua vita fu interamente dedicata alla missione sacerdotale e all'insegnamento; col suo lavoro aveva strappato ai tanti silenzi della memoria, uomini e cose dei Greci di Calabria, vescovi e santi di questa terra: un mondo che l'Italia postunitaria aveva relegato nel dimenticatoio delle cose inutili, penosamente e scientemente disfatte. Per il Natoli scrivere era un impegno che andava ben oltre le prospettive di una professione non certo sua. Era un valore autonomo. Il rapporto col suo paese si svolgeva attraverso due momenti intimamente legati tra loro: la missione sacerdotale e l'insegnamento. Frequentarlo significava bere ad una delle più grandi fonti di conoscenza. Così lo ricordava infatti in un volumetto Andrea Viola2: << Fra le abitudini quotidiane del Natoli c'era quella della passeggiata pomeridiana o serale in compagnia di amici e allievi, anziani e giovani, uno dei quali spesso ero io; la divagazione era per questi ulteriore occasione di apprendimento delle sue cognizioni storiche e scientifiche, delle quali a volte rendeva partecipi, per la sua consuetudine di umiltà, anche i contadini..>>.
Un aspetto poco conosciuto della personalità e dell'immenso amore che il Natoli coltivava per la lingua e la cultura grecanica ci era stato offerto dal Direttore Giuseppe Autelitano, sacerdote di Bova Marina che, di suo pugno, trascriveva in un quaderno di appunti notizie riguardante il can. Natoli, lodandolo per la sua opera indefessa a salvaguardia della lingua, poiché si recava nella sua scuola per impartire lezioni dirette a mantenere negli animi l'amore per il dialetto greco. E' questo un dato importante della vita del Natoli e degli studi grecanici. Non sapevamo infatti – al di là della testimonianza del Marzano nel 1813 - che qualcuno si fosse prodigato a far sì che la lingua grecanica venisse insegnata in una scuola pubblica, dando forza, anzitempo, a quella convinzione che il destino della nostra lingua era intimamente legato all'insegnamento scolastico.
LA VITA COME AMORE PER LO STUDIO. L'EPINICIO DI SIMONIDE
Nel Natoli fu prevalente l'interesse per il mondo classico, una costante della sua cultura eclettica che spaziava dagli studi storici a quelli filologici con una capacità culturale rara in uomini di "paese". Anzi, si può dire, con una abilità tale da trarre in inganno anche esperti come G.B. Moscato che tradusse il presunto testo dell'epinicio simonideo di cui, in realtà, resta un solo verso. Il Natoli pubblicò infatti sulla <> il testo che sarebbe stato rinvenuto nel 1896, insieme agli epinici di Bacchilide. L'imitazione di Simonide fu veramente un'abile contraffazione da parte di questo dotto grecofono bovese4.
Al centro della sua attività letteraria egli pose naturalmente la storia di Bova e dei suoi dintorni. Rielaborò soprattutto motivi ricavati dalla tradizione storica relativi alla Cronotassi dei vescovi di Bova e al basilianesimo in quelle zone, cosa questa che gli era favorita dall'avere a sua disposizione
 
 
l'archivio vescovile di Bova, fonte inesausta di notizie storiche. Non c'era però nei suoi scritti il personaggio amaro e dolente, il contadino o il pastore grecanico , sempre vinto, destinato a concludere il suo ciclo vitale con un fallimento. Eppure egli era sempre accanto al mondo agropastorale, lo amava quel mondo, e, non v'è dubbio che la sua opera sarebbe stata grandissima se egli vi avesse inserito la anche realtà grecanica.
Appare di tutta evidenza infatti la capacità del Natoli di rimanere dentro la contemporaneità dei fatti insieme alla storicizzazione degli stessi. Vi troviamo l'occidente latino e la cultura greca che in questo estremo lembo della Calabria aveva trovato il suo ultimo rifugio. C'è la storia della sua sede vescovile, ci sono le sue memorie. Ma nonostante tutto - ed è per noi quello che più conta - c'è l'amore per la cultura greca: la lingua e quella che fu la storia dei Greci di Calabria.
Studioso attento di cose storiche e scientifiche, il Natoli lasciò inedite molte sue fatiche letterarie che speriamo vedano la luce ben presto. Modesto, umile e di chiara intelligenza, lavorò lontano dai clamori celebristici, in silenzio, consegnando alle sue generazioni, l'amore per il proprio paese e la propria cultura, e offrì alle generazioni future un fulgido esempio di intellettuale serio e preparato che, pur negando a se stesso la qualità di studioso, rientrava di diritto in quel novero di storici vicini alla grande storia del loro paese.
GLI SCRITTI: TRA LE CARTE DEL VESCOVATO
Nella vasta produzione del Natoli è possibile scorgervi un disegno unificante, accompagnato da una seria ricognizione documentale sugli argomenti trattati, tanto che studiosi di ogni parte d'Italia, e lo stesso Rohlfs, non poterono fare a meno di attingere alla sua opera ed alla sua parola. Alcuni suoi scritti sono rilevabili nei tanti articoli pubblicati sulla <> negli anni che vanno dal 1898 al 1903 e che trattano, generalmente tutti, di ipotesi storiche sulle colonie bovesi, dall'antica Delia, alla stessa Bova, alla Chora dell'Alece5.
Particolare importanza assume l'articolo che egli pubblica nella stessa rivista Intorno ad una pergamena greca del secolo IX in cui il Natoli rivela una buona competenza filologica e un'alta conoscenza della lingua grecanica6. E non sembri questo un dato di poco conto, considerata l'insistenza delle classi padronali a voler sostenere che solo i pastori e i contadini erano depositari di questo linguaggio, come se la cosa, piuttosto che inorgoglirli, potesse offenderli.
Tra le opere più importanti del Natoli meritano particolare attenzione La cronotassi dei vescovi di Bova e Memorie basiliane in diocesi di Bova. In questi scritti c'è buona parte della storia di Bova e della sua diocesi e, per la redazione di essi, anch'egli si attiene - così come avevano fatto molti scrittori prima di lui - alla Cronaca manoscritta di un anonimo bovese del Medioevo. E' stato un grave danno aver lasciato il manoscritto in mano a persone ignoranti in materia e non averlo ben conservato al punto che esso è andato smarrito. In Memorie basiliane in diocesi di Bova v'è da segnalare il capitolo dedicato a San Leo nel quale è contenuta la canzone dedicata al santo e di cui, nella tradizione orale, rimane ormai qualche rara traccia. Il Natoli nel presentare la figura del Santo così avverte: Di tale culto rilevato dal Modafferi (vescovo di Bova nel 1623 n.d.a.) abbiamo una testimonianza antica nel Monologhin Katà Lainon che figura nel Typicon greco calabro della chiesa di Bova, portato a Roma nel passaggio del rito (da quello greco a quello latino n.d.a.) dal Vescovo Stauriano e conservato nella Vaticana (Codice Barberino III^ 76); in esso si legge nel 5 maggio: Festum tou osiou Patros Laiou (Festa del Santo Leo). Non si dice se era un monaco o un abate, né se fosse oriundo di Bova o nativo di Africo, cenni questi che normalmente figurano nei Menei basiliani (i Menei erano libri liturgici greci relativi alle feste fisse dei vari mesi dell'anno). Eppure il compilatore o cronista, un prete greco dell'ultima ora, aveva dinanzi a sé una tradizione ricca e inalterata; matrattandosi di un calendario e non di un sinassario (nel rito greco i sinassari erano gli indici e le raccolte delle lezioni incluse nella liturgia),  mise in rilievo la festa solenne, che certamente veniva celebrata come oggi nella chiesa di S. Leo. Il codice porta la data del 29 luglio 1552, ma essa si può riportare molto più indietro7. Ritengo utile qui ricordare la canzone di San Leo, santo italo-greco, venerato anche in quel di Africo a riprova che la grecità della Bovesia attuale è soltanto parte di una zona un giorno molto più vasta. Il canto originale non è riportato in molti testi e di esso si sta perdendo ormai il ricordo:
" A pedi a pedi l'orazioni cantu,
                              verso per verso canto l’orazione,
di la soa penitenza la cuminciu,
                               ed incomincio dalla sua penitenza,
a Santu Leu, ch'e' nu beatu Santu
                              Di San Leo, beato Santo
di che jiv'a la scola a lu cunventu.
                              Da quando andava a scuola in convento.
Arrispundiu cusì patri Priuri:
                              Così rispose il padre Priore:
- A Leu, lu boviscianu, no lu sentu,
                              “non ho notizie di Leo il bovese,
criju chi va cercandu cosi vani
                              Credo che sia in cerca di cose vane
opuramenti va perdendu tempu -.
                               Oppure stia perdendo tempo”
D'appressu nci mandau ddui soi scolari:
                               Mandò a trovarlo due discepoli:
-Stativ'attenti a non far'erruri-.
                               “Fate attenzione, non commettete errori”.
E lu trovaru intr'a nu gurnali
                               Lo trovarono in un lagfhetto
faciva penitenza e orazioni,
                               dove faceva penitenza pregando,
teniva davanti ddu torci ddhumati
                               Davanti aveva due torce accese
e nu libriceddhu d'oru, chi leggiva;
                               ed un libricino d’oro, che leggeva;
li ddui scolari ebber a vidiri
                                I due discepoli videro poi
cosi meravigghiusi di cuntari.
                                 cose meravigliose d araccontare.
E subitu girar'a retu pedi
                                 E subito ritornarono indietro
a tuttu nci cuntar'a lu Priuri:
                                raccontando tutto al frate Priore:
- Ficemu lu cumandu comu da fari
                               “Abbiamo fatto così come richiesto
e a Leu lu trovammu nginocchiuni,
                                 ed abbiamo trovato Leo inginocchiato,
lu trovammu intr'a nu gurnali
                                 Lo abbiamo trovato in un laghetto
faciva penitenza e orazioni
                                  faceva penitenze e pregava
cu lu libriceddhu d'oru nta li mani,
                                  con un libricino d’oro in mano
la petra comu seggia è ddhà chi pari-.
                                  ed una pietra per sedia è lì che sta”
- Statevi zitti e no lu pubblicati
                                “ Statevi zitti, non ditelo in giro
ca lu pigghiamu cu paroli duci,
                                 perché lo prenderemo con parole dolci
nci cuminciamu l'abitu a tagghiari
                                 cominceremo a fargli l’abito
e chist'è na cosa chi non si dici -.
                                  e questa è cosa che non dovremo dire”
Nu jornu Santu Leu vosi partiri,
                                  Un giorno San Leo volle partire
per la via di la muntagna vos'andari;
                                  ed andare in montagna;
stesi gran tempu ddha' cu li picari
                                  Stette gran tempo lì con i picari8
e nu furniceddhu sparti vosi fari.
                                e si fece un fuoco a parte.
Quandu vidiva coculi di pici
                                Quando vedeva palle di pece
oh! comu li scrusciva nta li mani!
                                 Oh! Come le tintinnava fra le mani!
Primu miraculu chi Santu Leu fici,
                                 Il primo miracolo che san leo fece,
fici la pici mi diventa pani.
                                  fu che la pece diventasse pane.
Venuta l'ura di lu pubblicari
                                   Venuta l’ora di farlo sapere
pe la via di Messina vos'andari,
                                  volle andare a Messina,
ma quandu vinni pe lu trapassari
                                  Ma quando arrivò l’ora di attraversare
a lu cunventu soi vosi tornari.
                                Volle ritornare al suo convento.
Pe la via nc'incuntrau nu pecuraru
                                 Per strada incontrò un pastore
- O pecuraru, ncoddhu m'hai a portari-.
                                “ o pastore, portami sulle spalle”
Lu pecuraru chi si cunfundiu
                                  Il pastore si confuse
-La bertuleddha mia com'aiu a fari?-.
                                  “per la mia bisaccia come faccio?”
E Santu Leu cusì nci rispundiu:
                                   E San Leo così gli rispose:
- Levami ncoddhu e non t'ancarricari-.
                                   “portami in spalla, non ti preoccupare”
Comu votaru l'occhi pe guardari
                                     Appena girò gli occhi per guardare
vitter'arretu bertuleddh'andari.
                                     vide che la bisaccia andava dietro.
Quandu finiru nu certu caminu:
                                     Appena fecero un po’ di cammino:
- Tu, pecuraru, na cosa m'hai fari,
                                     O pastore mi devi fare un favore,
mi tindi vai di lu patri Priuri
                                      devi andare dal padre Priore
mi nci dici chi mi vogghiu cunfessari-.
                                       E dirgli che mi voglio confessare”.
Lu pecuraru lu cumandu fici:
                                       Il pastore esaudì la richiesta :
-Ccaffora nc'e' un'omu strapazzatu
                                      “qui poco lontano c’è un uomo stanco
e dici chi si voli cunfessari
                                      e dice che vuole confessarsi
e chi la comunioni voli fari-.
                                      e che vuol fare la comunione”.
- Cu sa comu si chiama stu straccatu-,
                                      “ Chissà chi è questo questo straccione,
gridau cu vuci sporadica lu Priuri.
                                      gridò con voce insolita il Priore.
e comu signu cu lu brazzu fici,
                                      Ed appena fece segno col braccio
subitu nci restau paralizzatu
                                     gli rimase all’istante paralizzato.
- O santu Leu, sanatimi lu brazzu
                                     “O San Leo, sanatemi il braccio
ca la chiesa vi vogghiu fabbricari-.
                                       che vi costruirò una chiesa”.
Cusì lu brazzu a chiddhu fu sanatu
                                     Il braccio a quello fu sanato
e la chiesa si mis'a fabbricari.
                                      e si mise a fabbricare la chiesa.
A la finiscenza di lu campanili,
                                       Appena finito il campanile,
oh! la meravigghia di li cristiani!
                                      Oh! Meraviglia della gente!
li soi campani senz'esseri toccati
                                     Le sue campane senza toccate
si miser'a sonari suli suli.
                                     Si misero a suonare da sole. 
Nu ghiornu Santu Leu s'indiju
                                    Un giorno San Leo se ne andò
e davant'a lu Re si presentau:
                                       si presentò davanti al re:
-Sacra Curuna, dissi, comu trasiu,
                                        Sacra Corona, disse, appena entrato,
datinci udienz'a lu me parlari-.
                                       Date ascolto alle mie parole”.
Cu porti chiusi! cu vi fic'entrari?-
                                       “Con porte chiuse, hi vi ha fatto entrare?
-Cielu e la terra cu lu bellu mari-
                                        “Il Cielo, la terra e il dolce mare”.
Vorria sapiri comu vi chiamati,
                                         “Vorrei sapere come vi chiamate,
nom'e cugnomu, di chi casatu siti-.
                                          Nome, cognome ed il vostro casato”
-Eu mi chiamu Leu, lu Rosaniti,
                                        “Mi chiamo Leo Rosaniti,
lu protetturi di la societati.
                                        protettore della gente.
Sugn'avvocatu di li Pedavuliti,
                                       Difensore sono dei Pedavolesi,
puru l'aiutu a li necessitati.
                                       e loro aiuto se hanno necessità.
Lu pagamentu di li bovisciani
                                       Il pagamento dei bovesi
di triccentu ducati mi scalati,
                                         dovete ridurre di trecento ducati,
eu boviscianu sugnu e mi sapiti
                                        Io sono bovese e lo sapete
e sula chista cercu caritati-.
                                         e soltanto quesaa carità vi chiedo”.
Ch'e' bellu a Bova campari felici
                                        Quanto è bello vivere felici a Bova
manteniri nu Santu e ddui Beati,
                                        con un Santo e due Beati,
nu Santu chi si nomin'e si dici
                                        Un santo che si nomina e si dice
“Gloria in excelsis Deo e in terra paci.
                                       “Gloria a Dio ed in terra pace”.
 
TRA MEMORIA E TESTIMONIANZA
Ma il lavoro più importante del Natoli è sicuramente uno studio sul dialetto greco calabro di Bova, frutto delle sue ricerche e di tanti anni di studio. Un'opera mai stampata, purtroppo dal titolo L'isola linguistica di Bova che ho avuto occasione di vedere e consultare.
E' una ricca antologia di notizie, le più varie: toponimi, lessico, storia dei Greci di Calabria, uno zibaldone insomma che vi contiene anche saggi poetici, novelle e proverbi, un dizionario di circa duemila voci contenenti - come scrive anche il Viola9 brevi notizie di storia civile ed ecclesiastica, filologia, toponomastica e scienze naturali. V'è inoltre una silloge poetica di grande espressività ed una lunga teoria di proverbi frutto della lunga esperienza della vita quotidiana, passata attraverso l'anima del popolo bovese. Di quest'opera e delle altre ci ha dato notizia Andrea Viola, geloso ed appassionato custode del materiale del Natoli: ...in attesa che qualcuno possa provvedere alla pubblicazione e alla valorizzazione degli studi del Natoli, ho pensato di assicurare la conservazione dei suoi lavori col paziente e modesto, ma importante contributo della loro riproduzione dattilografica, cosa che mi è costata molta fatica quando si è trattato di manoscritti, quale quello dell'Isola Linguistica di Bova. A questa sua fatica avevano attinto a piene mani moltissimi studiosi, studenti universitari di Messina, Napoli, Palermo , Milano e lo stesso G. Rohlfs10.
E' proprio in questa ultima fatica che noi ritroviamo l'uomo grecanico, un'umanità umiliata ma forte del proprio orgoglio, oggetto, purtroppo, e non soggetto di storia. In questo lavoro c'è la vera anima del Natoli stesso, rilevabile soprattutto nelle poesie che, pur non rivestendo lo splendore delle antiche elegie dei poeti greci, rivelano un tutto armonico e un retroterra culturale di alta levatura. La lingua del Natoli è la lingua di chi sa essere protagonista nell'umiltà, egli dà ai suoi versi un ritmo di rara leggiadria; è la lingua dello studioso e del contadino insieme, dove i fatti della vita sono definiti con parole semplici che colgono l'anima e i pensieri segreti del vissuto e del quotidiano grecanico. Speriamo solo che un giorno l'intera opera del Natoli possa essere data alle stampe. E’ certo che, di fronte a questo risultato di globale umanità, conta poco rimproverare al Natoli l'esaltazione del mondo religioso in rapporto a quello laico. Certo il registro linguistico rilevabile in questo lavoro non appartiene alle opere di erudizione storica dove l'umanità è annientata dalla scienza storica e dalla necessità metodologica della ricerca puntuale ed esatta. Là c'è l'apporto sostenitore del discorso indiretto, qui c'è l'uomo e la sua umanità, il personaggio della grande storia e delle piccole cose. Il che segna un punto di avanzamento rispetto agli autori precedenti!
 
DENTRO E FUORI LA STORIOGRAFIA UMANISTICA11.
Un interessante documento storico ci viene inoltre offerto dalla corrispondenza tra il Natoli e G. Cozza-Luzzi. Una serie di lettere su Pitagora e i pitagorici che il Natoli aveva consegnato a Pietro Larizza il quale ne aveva curato la pubblicazione nel suo volume La Magna Grecia12. Nel corso delle lettere il Cozza Luzzi, nell'inviare al Natoli il materiale di sua conoscenza, lo prega pure di adoperarsi per risolvere qualche notizia controversa intorno a Pitagora ed ai pitagorici. Così è nella lettera LXII (Versi aurei di Pitagora) dove il Luzzi invita il Natoli a verificare la paternità di Pitagora per alcuni carmi. La lettera LXIII, LXIV, LXV, LXVI e LXVII trattano rispettivamente dei pitagorici di Crotone, di Reggio, di Sibari e Turio, di Metaponto, Taranto e Lucania, di Caulonia e Locri. La LXVIII infine è riferita infine alle Donne Pitagoriche.
La considerazione di cui godeva l'insigne studioso della grecità e della Magna Grecia presso studiosi di chiara fama ci è anche data dal fatto che il prof. Cozza-Luzzi lo aveva invitato a trasferirsi a Roma, per collaborare con lui nella Biblioteca Vaticana, per la ricerca e lo studio di codici, palinsesti e pergamene, ecc.. Purtroppo il Natoli, considerata la sua ben nota modestia, non accettò.
BIBLIOGRAFIA
Manoscritti del Natoli conservati nell'Archivio vescovile di Bova:
- Il valore storico di una bolla, ossia ricerche sull'origine della sede vescovile di Bova
- La Cronotassi dei Vescovi di Bova.
- Memorie basiliane in diocesi Bova
- Isola linguistica di Bova.
Articoli pubblicati su <>:
- Attraverso il Bruzio. Un'opinione sull'antica Delia (1898)
- Attraverso il Bruzio. Bova colonia greca (1898)
- Contributi storici sulla prima venuta in Calabria dei Musulmani, in rapporto alla storia municipale di Bova (1899)
- Bricciche di storia ecclesiastica. Le badie: Tridetti, S. Pantaleo, S. Leone (1901)
- La Chora dell'Alece e dintorni (1903)
- Intorno a una pergamena greca del secolo IX (1903)
LA CRITICA
F. Valensise, San Leo di Bova di P. Natoli, <>, RC., 1981, n.13; A. Viola, Figure Bovesi, Tip.Iiriti, RC, 1982; A.Catanea, Pasquale Natoli filologo e storico bovese, <>, RC, 1983 n.22; F. Mosino, Lo pseudosimonide di Bova, in Italoellhnikaé, IV, I.U.O., Napoli, 1991-1993, pp. 221-225; F. Violi, Storia e Letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001; F. Violi, l’Inedito Bovese - Pasquale Natoli sacerdote, grecista (Bova 1870 – 1946, Quaderni di Cultura Grecocalabra n.6, Edizioni IRSSEC, Bova Marina, 2003; F. Violi, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Vol.I, Iiriti ed., RC, 2005
 
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1 Per l’opera complessiva del Natoli si confronti pure F. VIOLI, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001, pp.155-163; F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti editore, Reggio C., 2005, Vol. I, pp.65-68
2 A.VIOLA, Figure Bovesi, Reggio Cal.,1982 pp.8-9
3 P. NATOLI, Scoperta di un frammento di Simonide, <>, VIII, 1900, pp. 434-436
4 si veda F. MOSINO, Lo pseudosimonide di Bova, in Italoellhnikaé, IV, I.U.O., Napoli, 1991-1993, pp. 221-225
5 <>, Reggio Cal. 1898-1903
6 <>, Reggio Cal. pp. 335-337, 1903
7 P. NATOLI, San Leo, estratto a cura di A.Viola, RC,1980
8 Coloro i quali raccoglievano la pece
9 A.VIOLA, Figure Bovesi, cit., p.9
10 P. NATOLI, San Leo, cit. p.5, a cura di A. Viola
11 Corrispondenza tra il Natoli e il filologo e archeologo G. Cozza-Luzzi (vice-bibliotecario della biblioteca vaticana), su Pitagora e sui pitagorici della Magna Grecia.
12 P. LARIZZA, La Magna Grecia, Maglione, Roma, 1929, pp.271-279
 
 
 

 

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