PAN: IL DIO DELLA NATURA SELVAGGIA (parte terza, fine)

12.10.2016 12:10

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

 

Narra Ovidio (Metamorfosi): «Pan che, mentre tornava dal colle Liceo, la vide, col capo cinto d'aculei di pino, le disse queste parole...». E non restava che riferirle: come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per luoghi impervi, finché non giunse alle correnti tranquille del sabbioso Ladone; come qui, impedendole il fiume di correre oltre, invocasse le sorelle dell'acqua di mutarle forma; come Pan, quando credeva d'aver ghermito ormai Siringa, stringesse, in luogo del suo corpo, un ciuffo di canne palustri e si sciogliesse in sospiri: allora il vento, vibrando nelle canne, produsse un suono delicato, simile a un lamento e il dio incantato dalla dolcezza tutta nuova di quella musica: «Così, così continuerò a parlarti», disse e, saldate fra loro con la cera alcune canne diseguali, mantenne allo strumento il nome della sua fanciulla».


Da allora Pan tornò a vagare nei boschi correndo e danzando con le ninfe e a spaventare i viandanti che attraversavano le selve.

Ecco come Luciano (Λουκιανός ὁ Σαμοσατεύς,; in latino: Lucianus Samosatensis nei   Dialoghi dei morti (in greco: Νεκρικοί Διάλογοι) (Dialoghi VIII) lo descrive così:

Pan”. Buon di, o babbo Mercurio

Mercurio”. Buon di; ma, come io ti sono padre?

P. Non sei tu il Cilennio Mercurio?

M. Si, sono; ma come tu mi se' figliolo?

P. Sono tuo bastardello, e nato d'amore

M. Per Giove! bastardo forse di un becco e di una capra. Tu, mio, se hai le corna, e cotesto naso, e la barba irsuta, e i piè forcuti e caprini, e la coda sulle natiche?
P. Con queste ingiurie che dici a me tu dimostri la bruttezza del figliol tuo, o padre. Le stariano meglio a te, che sai far figlioli di questo garbo. Che colpa ci ho io?
M. Chi tieni tu per madre? O mi sarei accozzato con una capra io?
P. Non una capra, ma ricordati bene, se mai in Arcadia facesti violenza a una fanciulla libera. Ti mordi il dito: che cerchi? e non ricordi? la figliuola d'Icaro, Penelope.
M. E perché ella ti fece non simile a me, ma ad un caprone?

P. Ti dirò proprio io le parole sue. Quando ella mi mandò in Arcadia, mi disse: O figliuolo, io sono tua madre  Penelope Spartana; e sappi che hai per padre il dio Mercurio, prole di Maia e di Giove.

Se tu hai le corna ed i piedi forcuti, non dispiacertene; perchè quando tuo padre mescolossi con me, per nascondersi, prese la somiglianza di un capro; e però tu se' venuto simile ad un capro.

M. Per Giove. Mi ricordo di una certa scappata. Dunque io che vo superbo per bellezza, e sono ancora imberbe, sarò chiamato tuo padre, e a mie spese farò ridere la gente per si bella figliolanza.


P. Io non ti fo vergogna, o padre; chè io son musico, e so sonar la siringa molto bravamente. Bacco non può far nulla senza di me, e mi ha fatto suo compagno ed agitatore del tirso, ed io gli guido i balli. Se tu vedessi le greggi mie, quante ne ho in Arcadia e sul Partenio, ne saresti assai lieto. Io sono signore in tutta Arcadia. Ultimamente porsi un grande aiuto agli Ateniesi, e combattei con tanto valore a Maratona, che in premio mi diedero una spelonca sotto la cittadella. Se talora vieni in Atene, vi udirai chi è Pane.

M. Dimmi, hai tolto moglie, o Pane? così mi pare che ti chiamino

P. No, o padre: io sono focoso, e non sarei contento di una

M. E certamente abbranchi le capre

P. Tu motteggi, io mi sollazzo: con Eco, con Piti, e con tutte le Menadi di Bacco: e le mi vogliono un gran bene.

M. Sai, o figliuolo, che cosa mi farai graditissima, e che io richiedo da te?

P. Comanda, o Padre: vediamo


M. Vieni a me, ed abbracciami pure; ma guardati di chiamarmi padre innanzi agli altri».

 

 

 

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