O DRÀKO (IL DRAGO)

22.07.2016 09:20
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
 
Come abbiamo detto, i “Testi Neogreci di Calabria” di Rossi-Taibbi e Caracausi ci offrono una vasta gamma di creature sovrannaturali, tra cui i draghi. Li incontriamo nel racconto della Lamia, in quello in cui viene sconfitto da un giovane che era stato ingannato dalla madre e da un brigante1, nel racconto infine in cui il drago viene superato in astuzia da un prete2.
I draghi, tra le forze sovrannaturali, erano i più potenti. Creature con il corpo di serpente, le zampe da lucertola, gli artigli da aquila, le fauci di un coccodrillo, i denti di un leone, le ali di un pipistrello. I draghi avevano incredibili poteri sovrannaturali e, soprattutto, erano malvagi e distruttivi. In ogni mito, in ogni leggenda occidentale, il drago recita la parte del cattivo. L’origine dei draghi si perde nei meandri della storia dell’uomo: infatti, compaiono nelle leggende di popoli del passato, sia europei che orientali. Il nome "drago" deriva dal latino “draco” che a sua volta riprende il greco “drákōn”, termine che deriva dal verbo “dérkomai” ossia "guardare, fissare lo sguardo", con il significato di "dall’acuta vista". L'animale è già presente nella mitologia greca in vari miti, come in quello del drago Ladone, padre delle Esperidi, ucciso da Eracle e posto nel firmamento nella costellazione del Draco, o del drago Pitone ucciso da Apollo. Anche gli dei della Grecia combatterono contro un drago: era Tifone, ed aveva mille teste e un’immane bocca che vomitava fuoco e fiamme. Solo Zeus ebbe il coraggio di affrontare il mostro, definito Titano. Lo condusse fino oltre il mar Ionio ed infine ebbe la meglio su di lui, scagliandogli contro un enorme macigno. Ma la leggenda vuole che Tifone non morì: continuò infatti a vomitare fuoco e fiamme da sotto il macigno, divenuto isola, e questa è la ragione delle eruzioni dell’Etna secondo i miti greci. Come si può vedere, già al tempo di Achille e Agamennone l’evoluzione del concetto di drago era compiuta: da madre primordiale e incontrollabile, fonte di vita e di morte, come era la “Tiamat” mesopotamica, si era ormai giunti al concetto odierno: il drago era un mostro terribile e incontrollato, che vomitava fuoco e vapori venefici, che distruggeva ogni cosa al suo passaggio (i tifoni hanno preso il nome proprio dal drago Tifone), che uccideva e terrorizzava le razze del mondo, perfino gli dei.
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“Tin purrì echorìstissa ce embèai porpatònda ce arrivèspai sce mìan città; ce ejàvi asce mìan lukànda ce, posso thorì ti tuti città ìto òli alluttemmèni, aròtie ti lukandèra jatì è alluttemmèni tuti città. I lukandèra tu ìpe: “ Òde stin oscìa èchi ènan dràko pu èchi na fài ena christianò tin imèra ce tundo christianò èchusi na tu ton dòusi di bbonu a bbonu, ti, se mandè, èrkete ce struggièggui oli tin città; ce èchusi na càmusi te kartèddhe kàtha ‘mera ce, pìnon guènni, èchi na to fài o dràkose. Ce sìmero escèvi tin regginòtta ce èchi na ti fài o dràkose”. Ecìno tis ipe ti lukandèra: “ Ce pu èchi tundon dràko pu tròghi tùndu christianùse?”. I lukandèra tu èdike ta ‘tsignamènti pu merìan è pu guènni tùtose o dràgose, ce ecì pu guènni èchi m’an conicèddha, pu arrikkumandègusi ti spichì. (…). Èna mòrcio apìssu, posso kùnnusi ti èrketo; arrìvespe ce den tin ìvre manachì. Ipe o dràkose: <<Oh! Sìmero mu èstile esce, den èna! Canno esce ghiuttùgna>>. (…) Ce ecìno tu ipe tu dràku: “Cumbàttespe methèmu!” Ce embèai cumbattèguonda ce kanèse den ìsonne vincèspi, jatì ecìnose tu ekòfte tin cefalì tu dràku ce tu tin èrifte chamme, ce posso ekondòferre ce èpisse metapàle me to corpo; ce edùrespe tèssere ore tundo combattimènto”. Ma poi ipe asc’enan kerò tos trìo animalùccio, dopu pu tu èkospe tin cefalì metapàle: << Leùni, urso ce tìgra, piàte ettùndin cefalì ce piretèti larga, ce èchite na ti chùite>>. Ecìnda trìa animalùccia òtuse ekàmai. Pose ìvrai ti pètti i cefalì chamme, tin epiàsai ce tin epìrai làrga ce tin echùai. Intanto i cefalì me to corpo esprichàthissa ce otu den esòai smiftì plèo ce etèglioe o dràkose, ce i riginòtta èmine libero asc’ecìndin brutti morti, ce elibèrespe ecìndin città, senza na èchi kammìa pagùra plè
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[ La mattina partirono e cominciarono a camminare, e arrivarono ad una città; ed egli andò in una locanda e, quando vide che quella città era tutta a lutto, chiese alla locandiera perché fosse a lutto quella città. La locandiera gli disse: <<Qui sulla montagna c’è un drago che deve mangiare un uomo al giorno e questo uomo glielo debbono dare colle buone, ché, se no, viene e distrugge tutta la città; e debbono estrarre le cartelle ogni giorno e, chi esce, se lo deve mangiare. Ed oggi è toccato alla reginotta e il drago se la deve mangiare. Quello disse alla locandiera: <<E da che parte è questo drago che mangia questi cristiani? >>. La locandiera gli disse le indicazioni da che parte fosse che usciva quel drago, e che lì dove usciva c’era una piccola edicola, dove raccomandavano l’anima. (…). Qualche tempo dopo, ecco che sentono che veniva; arrivò e non la vide sola. Disse il drago: <<Oh! Oggi la città me ne ha mandato sei, non uno! Farò sei bocconi>>. (…) E quello disse al drago: <<Combatti con me!>>. E cominciarono a combattere e nessuno poteva vincere, poiché quello tagliava la testa al drago e gliela gettava a terra, ed ecco che la testa tornava ad unirsi di nuovo al corpo; e durò quattro ore questo combattimento. Ma poi egli disse ad un tempo ai tre animalucci, dopo che gli ebbe tagliato di nuovo la testa: <<Leone, orso, tigre, prendete questa testa e portatela lontano, perché la dovete seppellire>>. Quei tre animalucci così fecero. Appena videro che cadeva la testa, la presero e la portarono lontano e la seppellirono. Intanto la testa col corpo si raffreddarono e così non poterono unirsi più e morì il drago, e la reginotta rimase liberata da quella brutta morte, ed egli liberò quella città senza che avesse più paura]3.
 
 
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1 Rossi-Taibbi e Caracausi, I rigginòtta ce o dràkose, TNC, op.cit., p. 99. A proposito dobbiamo ricordare che tra tutti i racconti, questo è quello in cui si parla espressamente dell’amore fisico (p.102)
2 O prevìtero ce o dràgose, p. 167
esòai smiftì plèo ce etèglioe o dràkose, ce i riginòtta èmine libero asc’ecìndin brutti morti, ce elibèrespe ecìndin città, senza na èchi kammìa pagùra plèo”.
3 Rossi-Taibbi e Caracausi, I rigginòtta ce o dràkose, TNC, op.cit., pp. 106-109
 
3 Rossi-Taibbi e Caracausi, I rigginòtta ce o dràkose, TNC, op.cit., pp. 106-109IL DRAGO
(O DRÀKO)
Come abbiamo detto, i “Testi Neogreci di Calabria” di Rossi-Taibbi e Caracausi ci offrono una vasta gamma di creature sovrannaturali, tra cui i draghi. Li incontriamo nel racconto della Lamia, in quello in cui viene sconfitto da un giovane che era stato ingannato dalla madre e da un brigante1, nel racconto infine in cui il drago viene superato in astuzia da un prete2.
I draghi, tra le forze sovrannaturali, erano i più potenti. Creature con il corpo di serpente, le zampe da lucertola, gli artigli da aquila, le fauci di un coccodrillo, i denti di un leone, le ali di un pipistrello. I draghi avevano incredibili poteri sovrannaturali e, soprattutto, erano malvagi e distruttivi. In ogni mito, in ogni leggenda occidentale, il drago recita la parte del cattivo. L’origine dei draghi si perde nei meandri della storia dell’uomo: infatti, compaiono nelle leggende di popoli del passato, sia europei che orientali. Il nome "drago" deriva dal latino “draco” che a sua volta riprende il greco “drákōn”, termine che deriva dal verbo “dérkomai” ossia "guardare, fissare lo sguardo", con il significato di "dall’acuta vista". L'animale è già presente nella mitologia greca in vari miti, come in quello del drago Ladone, padre delle Esperidi, ucciso da Eracle e posto nel firmamento nella costellazione del Draco, o del drago Pitone ucciso da Apollo. Anche gli dei della Grecia combatterono contro un drago: era Tifone, ed aveva mille teste e un’immane bocca che vomitava fuoco e fiamme. Solo Zeus ebbe il coraggio di affrontare il mostro, definito Titano. Lo condusse fino oltre il mar Ionio ed infine ebbe la meglio su di lui, scagliandogli contro un enorme macigno. Ma la leggenda vuole che Tifone non morì: continuò infatti a vomitare fuoco e fiamme da sotto il macigno, divenuto isola, e questa è la ragione delle eruzioni dell’Etna secondo i miti greci. Come si può vedere, già al tempo di Achille e Agamennone l’evoluzione del concetto di drago era compiuta: da madre primordiale e incontrollabile, fonte di vita e di morte, come era la “Tiamat” mesopotamica, si era ormai giunti al concetto odierno: il drago era un mostro terribile e incontrollato, che vomitava fuoco e vapori venefici, che distruggeva ogni cosa al suo passaggio (i tifoni hanno preso il nome proprio dal drago Tifone), che uccideva e terrorizzava le razze del mondo, perfino gli dei.
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“Tin purrì echorìstissa ce embèai porpatònda ce arrivèspai sce mìan città; ce ejàvi asce mìan lukànda ce, posso thorì ti tuti città ìto òli alluttemmèni, aròtie ti lukandèra jatì è alluttemmèni tuti città. I lukandèra tu ìpe: “ Òde stin oscìa èchi ènan dràko pu èchi na fài ena christianò tin imèra ce tundo christianò èchusi na tu ton dòusi di bbonu a bbonu, ti, se mandè, èrkete ce struggièggui oli tin città; ce èchusi na càmusi te kartèddhe kàtha ‘mera ce, pìnon guènni, èchi na to fài o dràkose. Ce sìmero escèvi tin regginòtta ce èchi na ti fài o dràkose”. Ecìno tis ipe ti lukandèra: “ Ce pu èchi tundon dràko pu tròghi tùndu christianùse?”. I lukandèra tu èdike ta ‘tsignamènti pu merìan è pu guènni tùtose o dràgose, ce ecì pu guènni èchi m’an conicèddha, pu arrikkumandègusi ti spichì. (…). Èna mòrcio apìssu, posso kùnnusi ti èrketo; arrìvespe ce den tin ìvre manachì. Ipe o dràkose: <<Oh! Sìmero mu èstile esce, den èna! Canno esce ghiuttùgna>>. (…) Ce ecìno tu ipe tu dràku: “Cumbàttespe methèmu!” Ce embèai cumbattèguonda ce kanèse den ìsonne vincèspi, jatì ecìnose tu ekòfte tin cefalì tu dràku ce tu tin èrifte chamme, ce posso ekondòferre ce èpisse metapàle me to corpo; ce edùrespe tèssere ore tundo combattimènto”. Ma poi ipe asc’enan kerò tos trìo animalùccio, dopu pu tu èkospe tin cefalì metapàle: << Leùni, urso ce tìgra, piàte ettùndin cefalì ce piretèti larga, ce èchite na ti chùite>>. Ecìnda trìa animalùccia òtuse ekàmai. Pose ìvrai ti pètti i cefalì chamme, tin epiàsai ce tin epìrai làrga ce tin echùai. Intanto i cefalì me to corpo esprichàthissa ce otu den
1 Rossi-Taibbi e Caracausi, I rigginòtta ce o dràkose, TNC, op.cit., p. 99. A proposito dobbiamo ricordare che tra tutti i racconti, questo è quello in cui si parla espressamente dell’amore fisico (p.102)
2 O prevìtero ce o dràgose, p. 167
esòai smiftì plèo ce etèglioe o dràkose, ce i riginòtta èmine libero asc’ecìndin brutti morti, ce elibèrespe ecìndin città, senza na èchi kammìa pagùra plèo”.
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[ La mattina partirono e cominciarono a camminare, e arrivarono ad una città; ed egli andò in una locanda e, quando vide che quella città era tutta a lutto, chiese alla locandiera perché fosse a lutto quella città. La locandiera gli disse: <<Qui sulla montagna c’è un drago che deve mangiare un uomo al giorno e questo uomo glielo debbono dare colle buone, ché, se no, viene e distrugge tutta la città; e debbono estrarre le cartelle ogni giorno e, chi esce, se lo deve mangiare. Ed oggi è toccato alla reginotta e il drago se la deve mangiare. Quello disse alla locandiera: <<E da che parte è questo drago che mangia questi cristiani? >>. La locandiera gli disse le indicazioni da che parte fosse che usciva quel drago, e che lì dove usciva c’era una piccola edicola, dove raccomandavano l’anima. (…). Qualche tempo dopo, ecco che sentono che veniva; arrivò e non la vide sola. Disse il drago: <<Oh! Oggi la città me ne ha mandato sei, non uno! Farò sei bocconi>>. (…) E quello disse al drago: <<Combatti con me!>>. E cominciarono a combattere e nessuno poteva vincere, poiché quello tagliava la testa al drago e gliela gettava a terra, ed ecco che la testa tornava ad unirsi di nuovo al corpo; e durò quattro ore questo combattimento. Ma poi egli disse ad un tempo ai tre animalucci, dopo che gli ebbe tagliato di nuovo la testa: <<Leone, orso, tigre, prendete questa testa e portatela lontano, perché la dovete seppellire>>. Quei tre animalucci così fecero. Appena videro che cadeva la testa, la presero e la portarono lontano e la seppellirono. Intanto la testa col corpo si raffreddarono e così non poterono unirsi più e morì il drago, e la reginotta rimase liberata da quella brutta morte, ed egli liberò quella città senza che avesse più paura]3.
3 Rossi-Taibbi e Caracausi, I rigginòtta ce o dràkose, TNC, op.cit., pp. 106-109

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