LE NARADE (3. cont.)

17.07.2016 19:46
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
 
ORMAI I RICORDI NON VENGONO PIÙ TRATTENUTI ED ANNUNZIATA RACCONTA UN ALTRO FATTO RELATIVO ALLE “NARADE”.
………
Addhi mìa ejài sto spìtindi, ejài na ti ffài sto spìtindi. Echorìsti na pài na plìni. Tis efàni ti iton imèra, ìche to fengàri, ìciche ‘mèra. Echorìsti: echorìsti c’ejài fina a menza strata; a menza strata en tis ebàkespe na pài c’èfighe apìssu. Àfike to vrastàri ce ta rùcha, mbèci na pai ston potàmo. I anaràda tis estràpespe ta rùcha, ce to vrastàri ton ècame trìmmata, jatì eghìrie apìssu na mi ti ffài1.
………..
[Un’altra andò nella sua casa, andò per mangiarla a casa sua. Lei si era partita per andare a lavare. Le sembrò che fosse giorno2, c’era la luna, sembrava giorno. Se ne partì: partì ed andò fino a metà strada; a metà strada, non ebbe il tempo di andare e scappò indietro. Lasciò la caldaia e la biancheria, invece di andare al fiume. La narada le strappò la biancheria e fece a pezzettini la caldaia, perché quella era tornata indietro per non essere mangiata].
…………..
Vediamo invece ora i due racconti riportati nei Testi Neogreci di Calabria. Il primo appartiene alla tradizione di Roccaforte; il secondo a Roghudi.
……………..
Ena viàggio ìche mìan jinèka ce ejàvi sto plìma ce ìche ena pedì ccèddhi pu3 evìzane ce tu èpire methèti. San arrìvespe sto riàci, to èftiae ecì chamme ce àploe na delèsci scìla jà na cami tin bukàta. Lègu ti ecìndon kerò ìche èna animàli pu tin ekràzai anaràda. Ecìni anaràda ìche ciòla to pedì ccèddhi. Pose ecìni jinèka ìto pàonda làrga tu pedìuti, ejàvi i anaràda ce àfike to pedìndi ce piànni ecìno ecìni ti jinèka. Sane edelèfti ecìni jinèka, posso thorì to pedì tis anaràda, ce èmbese klònda4. I anaràda, pùtten ito, tis èkanne tin bùrla. I anaràda evìzae to pedì ecìni ti jjinèka ce posso tu escèvissa ta nìchia tèssera dàftila makrìa. Poi ecìni jinèka tis ìpe tis anaràda: «Fèremu to pedìmmu; se mandè, to dikòssu su to spàzo ce tu guàddho ton ammialò òde, me te ròkke». Kùnda tùnda lòja, i anaràda pèrri to pedì ecìni ti jinekò ce èpiae to dikòndi5.
……………
[Una volta c’era una donna che andò al lavatoio, e aveva un figlio piccolo che poppava e lo portò con sé. Appena arrivò al ruscello, lo accomodò lì a terra e andò alla campagna per raccogliere legna per fare il bucato. Dicono che a quel tempo c’era un animale che chiamavano anarada. Anche quella anarada aveva il figlio piccolo. Non appena quella donna si fu allontanata da suo figlio, la anarada andò e lasciò suo figlio e prende quello della donna. Quando quella donna ritornò, non appena vide il figlio della anarada, cominciò a piangere. La anarada, da dove era, le faceva la burla. La anarada allattò il figlio di quella donna, finché gli uscirono le unghie lunghe quattro dita. Poi quella donna disse alla anarada: «Portami mio figlio; se no, ti uccido il tuo e gli faccio uscire il cervello qui, con le pietre». Udendo queste parole, la anarada porta il figlio di quella donna e prese il suo].
…………
Alcune osservazioni su questo ultimo racconto:
1. L’opposizione giorno-notte in questo racconto non esplica tutte le sue funzioni. Infatti la donna va di giorno a fare il bucato, ma incontra ugualmente la naràda, che pur non dovrebbe essere in giro se non di notte. Evidentemente la sua condizione di madre, con il bimbo, le consente di mostrarsi tranquillamente in giro.
2. la naràda, in questo caso, non rapisce il bimbo per fargli del male, ma soltanto per far dispetto alla donna, tant’è che continua ad allattarlo, e lascia lì il suo. E’ probabile che questo racconto sia il seguito di un altro in cui la donna era riuscita ad ingannare la narada che tentava di rapirgli il bimbo. L’amore materno ha però il suo sopravvento nella narada nel momento in cui sul suo bimbo grava una minaccia di morte.
3. il racconto probabilmente è conosciuto pure a Bova, dove si tramanda un canto in cui viene citato un certo Rocco Sàddhi (Rocco cs’ àddhi, figlio di “ un’altra donna”, cioè, figlio di una naràda6). Si tratta del bambino che la narada aveva rapito ed allattato.
…………..
Mia vradìa mìan anaràda ejàvi se mìan jinèka ce tis ìpe: «Kummàre, purrò elàte7 na plìnome? ». Ecìni jinèka tis ìpe manè. Ti purrì i anaràda ejàvi sirma c’èkrasce ecìndi jinèka. Echorìstissa ismìa me ta rùcha ce me to vrastàri. San arrivèspai sto Pizzipirùni, i jinèka ìvre ti i anaràda ìche ta pòdia sce mula. Tote agrònie ti ito i anaràda ce tin ètroghe ce tis ìpe: «Kummàre, aminàte mìan pundì, avlespetèmu ta rùcha ce to vrastàri, na pào fina sto spìti, jatì mu èmine ecì chàmme to kòscino ce mu to anascìzi to jirìdi». I anaràda epìstespe c’estàthi; ma i jinekà en ekondòfere plèo. San ècame imèra ce i anaràda ìvre ti i jinèka den ekondòfere, tis anàscie ta rùcha ce tis ekupànie to vrastàri me to lithàri. I anaràde issa jinèke me ta pòdia sce mula. Tin imèra estèkai klimène, ti vradìa egguènnai na fàu tus christianù. Jàfto sto Richùdi ti vradìa eklìgai tin porta ston Agriddhèa ce ste Plàke, ce otu ecìne den esònnai mbèi sto paìsi. I anaràde epìgai ankavàddhu sti ramìda ‘sce savùci8.
……………….
[Una sera una anarada andò da una donna e le disse: «Comare, domani venite a lavare?». Quella donna le disse di sì. L’indomani l’anarada andò presto a chiamare quella donna. Partirono insieme con la biancheria e la caldaia. Quando giunsero a Pizzipiruni9, la donna si accorse che l’anarada aveva i piedi di mula. Allora riconobbe che era l’anarada e che l’avrebbe mangiata e le disse: « Comare, aspettate un momento, guardatemi la roba e la caldaia, affinché io vada fino a casa, perché mi è rimasto lì a terra il crivello e me lo straccia il porco ». L’anarada credette e restò; ma la donna non tornò più. Quando fece giorno e l’anarada vide che la donna non tornava, le stracciò la roba e le pestò con una pietra la caldaia.
La anarade erano donne con i piedi di mula. Di giorno stavano nascoste, la sera uscivano per mangiare le persone. Perciò a Roghudi la sera rinchiudevano la porta verso Agriddhèa e le Plache10 e così quelle non potevano entrare in paese. Le anarade andavano a cavalcioni di un ramo di sambuco].
6 Del canto esistono due varianti, riportiamo soltanto i primi due versi, rimandando per il tutto ai TNC, p. 335/46 e 46 a: Kazzèddha, m’ettùndo lùkkio miccèddhi/ me kanunài san o Rocco Sàddhi. (ragazza, con cotesto occhio piccolo/ mi guardi come Rocco Saddhi). Si racconta che Rocco Saddhi fosse stato cresciuto da una anarada, aveva un piede asinino e guardava sempre all’insù
 
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1 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, p.102
2 Di giorno si poteva uscire tranquillamente, ma, evidentemente, la donna era stata tratta in inganno dal chiarore della luna che aveva confuso con la luce del giorno.
3 Si noti l’uso del relativo “pu”; a Bova “ti”.
4 È la storia di Rocco Saddhi che troviamo in un canto di Bova
5 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, p. 21-22
7 Erroneamente per èrkeste
8 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, pp. 300-301.
9 Toponimo di Roghudi, una delle tre porte, o cancelli di Roghudi, che secondo la leggenda venivano chiuse per evitare che entrassero le anarade.
10 Agriddhèa e Plake: toponimi di Roghudi, sono le due altre porte di ingresso a Roghudi, situate in basso nel paese vicino al fiume.NARADE (cont.)
ORMAI I RICORDI NON VENGONO PIÙ TRATTENUTI ED ANNUNZIATA RACCONTA UN ALTRO FATTO RELATIVO ALLE “NARADE”.
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Addhi mìa ejài sto spìtindi, ejài na ti ffài sto spìtindi. Echorìsti na pài na plìni. Tis efàni ti iton imèra, ìche to fengàri, ìciche ‘mèra. Echorìsti: echorìsti c’ejài fina a menza strata; a menza strata en tis ebàkespe na pài c’èfighe apìssu. Àfike to vrastàri ce ta rùcha, mbèci na pai ston potàmo. I anaràda tis estràpespe ta rùcha, ce to vrastàri ton ècame trìmmata, jatì eghìrie apìssu na mi ti ffài1.
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[Un’altra andò nella sua casa, andò per mangiarla a casa sua. Lei si era partita per andare a lavare. Le sembrò che fosse giorno2, c’era la luna, sembrava giorno. Se ne partì: partì ed andò fino a metà strada; a metà strada, non ebbe il tempo di andare e scappò indietro. Lasciò la caldaia e la biancheria, invece di andare al fiume. La narada le strappò la biancheria e fece a pezzettini la caldaia, perché quella era tornata indietro per non essere mangiata].
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Vediamo invece ora i due racconti riportati nei Testi Neogreci di Calabria. Il primo appartiene alla tradizione di Roccaforte; il secondo a Roghudi.
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Ena viàggio ìche mìan jinèka ce ejàvi sto plìma ce ìche ena pedì ccèddhi pu3 evìzane ce tu èpire methèti. San arrìvespe sto riàci, to èftiae ecì chamme ce àploe na delèsci scìla jà na cami tin bukàta. Lègu ti ecìndon kerò ìche èna animàli pu tin ekràzai anaràda. Ecìni anaràda ìche ciòla to pedì ccèddhi. Pose ecìni jinèka ìto pàonda làrga tu pedìuti, ejàvi i anaràda ce àfike to pedìndi ce piànni ecìno ecìni ti jinèka. Sane edelèfti ecìni jinèka, posso thorì to pedì tis anaràda, ce èmbese klònda4. I anaràda, pùtten ito, tis èkanne tin bùrla. I anaràda evìzae to pedì ecìni ti jjinèka ce posso tu escèvissa ta nìchia tèssera dàftila makrìa. Poi ecìni jinèka tis ìpe tis anaràda: «Fèremu to pedìmmu; se mandè, to dikòssu su to spàzo ce tu guàddho ton ammialò òde, me te ròkke». Kùnda tùnda lòja, i anaràda pèrri to pedì ecìni ti jinekò ce èpiae to dikòndi5.
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[Una volta c’era una donna che andò al lavatoio, e aveva un figlio piccolo che poppava e lo portò con sé. Appena arrivò al ruscello, lo accomodò lì a terra e andò alla campagna per raccogliere legna per fare il bucato. Dicono che a quel tempo c’era un animale che chiamavano anarada. Anche quella anarada aveva il figlio piccolo. Non appena quella donna si fu allontanata da suo figlio, la anarada andò e lasciò suo figlio e prende quello della donna. Quando quella donna ritornò, non appena vide il figlio della anarada, cominciò a piangere. La anarada, da dove era, le faceva la burla. La anarada allattò il figlio di quella donna, finché gli uscirono le unghie lunghe quattro dita. Poi quella donna disse alla anarada: «Portami mio figlio; se no, ti uccido il tuo e gli faccio uscire il cervello qui, con le pietre». Udendo queste parole, la anarada porta il figlio di quella donna e prese il suo].
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1 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, p.102
2 Di giorno si poteva uscire tranquillamente, ma, evidentemente, la donna era stata tratta in inganno dal chiarore della luna che aveva confuso con la luce del giorno.
3 Si noti l’uso del relativo “pu”; a Bova “ti”.
4 È la storia di Rocco Saddhi che troviamo in un canto di Bova
5 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, p. 21-22
Alcune osservazioni su questo ultimo racconto:
1. L’opposizione giorno-notte in questo racconto non esplica tutte le sue funzioni. Infatti la donna va di giorno a fare il bucato, ma incontra ugualmente la naràda, che pur non dovrebbe essere in giro se non di notte. Evidentemente la sua condizione di madre, con il bimbo, le consente di mostrarsi tranquillamente in giro.
2. la naràda, in questo caso, non rapisce il bimbo per fargli del male, ma soltanto per far dispetto alla donna, tant’è che continua ad allattarlo, e lascia lì il suo. E’ probabile che questo racconto sia il seguito di un altro in cui la donna era riuscita ad ingannare la narada che tentava di rapirgli il bimbo. L’amore materno ha però il suo sopravvento nella narada nel momento in cui sul suo bimbo grava una minaccia di morte.
3. il racconto probabilmente è conosciuto pure a Bova, dove si tramanda un canto in cui viene citato un certo Rocco Sàddhi (Rocco cs’ àddhi, figlio di “ un’altra donna”, cioè, figlio di una naràda6). Si tratta del bambino che la narada aveva rapito ed allattato.
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Mia vradìa mìan anaràda ejàvi se mìan jinèka ce tis ìpe: «Kummàre, purrò elàte7 na plìnome? ». Ecìni jinèka tis ìpe manè. Ti purrì i anaràda ejàvi sirma c’èkrasce ecìndi jinèka. Echorìstissa ismìa me ta rùcha ce me to vrastàri. San arrivèspai sto Pizzipirùni, i jinèka ìvre ti i anaràda ìche ta pòdia sce mula. Tote agrònie ti ito i anaràda ce tin ètroghe ce tis ìpe: «Kummàre, aminàte mìan pundì, avlespetèmu ta rùcha ce to vrastàri, na pào fina sto spìti, jatì mu èmine ecì chàmme to kòscino ce mu to anascìzi to jirìdi». I anaràda epìstespe c’estàthi; ma i jinekà en ekondòfere plèo. San ècame imèra ce i anaràda ìvre ti i jinèka den ekondòfere, tis anàscie ta rùcha ce tis ekupànie to vrastàri me to lithàri. I anaràde issa jinèke me ta pòdia sce mula. Tin imèra estèkai klimène, ti vradìa egguènnai na fàu tus christianù. Jàfto sto Richùdi ti vradìa eklìgai tin porta ston Agriddhèa ce ste Plàke, ce otu ecìne den esònnai mbèi sto paìsi. I anaràde epìgai ankavàddhu sti ramìda ‘sce savùci8.
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[Una sera una anarada andò da una donna e le disse: «Comare, domani venite a lavare?». Quella donna le disse di sì. L’indomani l’anarada andò presto a chiamare quella donna. Partirono insieme con la biancheria e la caldaia. Quando giunsero a Pizzipiruni9, la donna si accorse che l’anarada aveva i piedi di mula. Allora riconobbe che era l’anarada e che l’avrebbe mangiata e le disse: « Comare, aspettate un momento, guardatemi la roba e la caldaia, affinché io vada fino a casa, perché mi è rimasto lì a terra il crivello e me lo straccia il porco ». L’anarada credette e restò; ma la donna non tornò più. Quando fece giorno e l’anarada vide che la donna non tornava, le stracciò la roba e le pestò con una pietra la caldaia.
La anarade erano donne con i piedi di mula. Di giorno stavano nascoste, la sera uscivano per mangiare le persone. Perciò a Roghudi la sera rinchiudevano la porta verso Agriddhèa e le Plache10 e così quelle non potevano entrare in paese. Le anarade andavano a cavalcioni di un ramo di sambuco].
6 Del canto esistono due varianti, riportiamo soltanto i primi due versi, rimandando per il tutto ai TNC, p. 335/46 e 46 a: Kazzèddha, m’ettùndo lùkkio miccèddhi/ me kanunài san o Rocco Sàddhi. (ragazza, con cotesto occhio piccolo/ mi guardi come Rocco Saddhi). Si racconta che Rocco Saddhi fosse stato cresciuto da una anarada, aveva un piede asinino e guardava sempre all’insù
7 Erroneamente per èrkeste
8 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, pp. 300-301.
9 Toponimo di Roghudi, una delle tre porte, o cancelli di Roghudi, che secondo la leggenda venivano chiuse per evitare che entrassero le anarade.
10 Agriddhèa e Plake: toponimi di Roghudi, sono le due altre porte di ingresso a Roghudi, situate in basso nel paese vicino al fiume.NARADE (cont.)
ORMAI I RICORDI NON VENGONO PIÙ TRATTENUTI ED ANNUNZIATA RACCONTA UN ALTRO FATTO RELATIVO ALLE “NARADE”.
………
Addhi mìa ejài sto spìtindi, ejài na ti ffài sto spìtindi. Echorìsti na pài na plìni. Tis efàni ti iton imèra, ìche to fengàri, ìciche ‘mèra. Echorìsti: echorìsti c’ejài fina a menza strata; a menza strata en tis ebàkespe na pài c’èfighe apìssu. Àfike to vrastàri ce ta rùcha, mbèci na pai ston potàmo. I anaràda tis estràpespe ta rùcha, ce to vrastàri ton ècame trìmmata, jatì eghìrie apìssu na mi ti ffài1.
………..
[Un’altra andò nella sua casa, andò per mangiarla a casa sua. Lei si era partita per andare a lavare. Le sembrò che fosse giorno2, c’era la luna, sembrava giorno. Se ne partì: partì ed andò fino a metà strada; a metà strada, non ebbe il tempo di andare e scappò indietro. Lasciò la caldaia e la biancheria, invece di andare al fiume. La narada le strappò la biancheria e fece a pezzettini la caldaia, perché quella era tornata indietro per non essere mangiata].
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Vediamo invece ora i due racconti riportati nei Testi Neogreci di Calabria. Il primo appartiene alla tradizione di Roccaforte; il secondo a Roghudi.
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Ena viàggio ìche mìan jinèka ce ejàvi sto plìma ce ìche ena pedì ccèddhi pu3 evìzane ce tu èpire methèti. San arrìvespe sto riàci, to èftiae ecì chamme ce àploe na delèsci scìla jà na cami tin bukàta. Lègu ti ecìndon kerò ìche èna animàli pu tin ekràzai anaràda. Ecìni anaràda ìche ciòla to pedì ccèddhi. Pose ecìni jinèka ìto pàonda làrga tu pedìuti, ejàvi i anaràda ce àfike to pedìndi ce piànni ecìno ecìni ti jinèka. Sane edelèfti ecìni jinèka, posso thorì to pedì tis anaràda, ce èmbese klònda4. I anaràda, pùtten ito, tis èkanne tin bùrla. I anaràda evìzae to pedì ecìni ti jjinèka ce posso tu escèvissa ta nìchia tèssera dàftila makrìa. Poi ecìni jinèka tis ìpe tis anaràda: «Fèremu to pedìmmu; se mandè, to dikòssu su to spàzo ce tu guàddho ton ammialò òde, me te ròkke». Kùnda tùnda lòja, i anaràda pèrri to pedì ecìni ti jinekò ce èpiae to dikòndi5.
……………
[Una volta c’era una donna che andò al lavatoio, e aveva un figlio piccolo che poppava e lo portò con sé. Appena arrivò al ruscello, lo accomodò lì a terra e andò alla campagna per raccogliere legna per fare il bucato. Dicono che a quel tempo c’era un animale che chiamavano anarada. Anche quella anarada aveva il figlio piccolo. Non appena quella donna si fu allontanata da suo figlio, la anarada andò e lasciò suo figlio e prende quello della donna. Quando quella donna ritornò, non appena vide il figlio della anarada, cominciò a piangere. La anarada, da dove era, le faceva la burla. La anarada allattò il figlio di quella donna, finché gli uscirono le unghie lunghe quattro dita. Poi quella donna disse alla anarada: «Portami mio figlio; se no, ti uccido il tuo e gli faccio uscire il cervello qui, con le pietre». Udendo queste parole, la anarada porta il figlio di quella donna e prese il suo].
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1 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, p.102
2 Di giorno si poteva uscire tranquillamente, ma, evidentemente, la donna era stata tratta in inganno dal chiarore della luna che aveva confuso con la luce del giorno.
3 Si noti l’uso del relativo “pu”; a Bova “ti”.
4 È la storia di Rocco Saddhi che troviamo in un canto di Bova
5 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, p. 21-22
Alcune osservazioni su questo ultimo racconto:
1. L’opposizione giorno-notte in questo racconto non esplica tutte le sue funzioni. Infatti la donna va di giorno a fare il bucato, ma incontra ugualmente la naràda, che pur non dovrebbe essere in giro se non di notte. Evidentemente la sua condizione di madre, con il bimbo, le consente di mostrarsi tranquillamente in giro.
2. la naràda, in questo caso, non rapisce il bimbo per fargli del male, ma soltanto per far dispetto alla donna, tant’è che continua ad allattarlo, e lascia lì il suo. E’ probabile che questo racconto sia il seguito di un altro in cui la donna era riuscita ad ingannare la narada che tentava di rapirgli il bimbo. L’amore materno ha però il suo sopravvento nella narada nel momento in cui sul suo bimbo grava una minaccia di morte.
3. il racconto probabilmente è conosciuto pure a Bova, dove si tramanda un canto in cui viene citato un certo Rocco Sàddhi (Rocco cs’ àddhi, figlio di “ un’altra donna”, cioè, figlio di una naràda6). Si tratta del bambino che la narada aveva rapito ed allattato.
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Mia vradìa mìan anaràda ejàvi se mìan jinèka ce tis ìpe: «Kummàre, purrò elàte7 na plìnome? ». Ecìni jinèka tis ìpe manè. Ti purrì i anaràda ejàvi sirma c’èkrasce ecìndi jinèka. Echorìstissa ismìa me ta rùcha ce me to vrastàri. San arrivèspai sto Pizzipirùni, i jinèka ìvre ti i anaràda ìche ta pòdia sce mula. Tote agrònie ti ito i anaràda ce tin ètroghe ce tis ìpe: «Kummàre, aminàte mìan pundì, avlespetèmu ta rùcha ce to vrastàri, na pào fina sto spìti, jatì mu èmine ecì chàmme to kòscino ce mu to anascìzi to jirìdi». I anaràda epìstespe c’estàthi; ma i jinekà en ekondòfere plèo. San ècame imèra ce i anaràda ìvre ti i jinèka den ekondòfere, tis anàscie ta rùcha ce tis ekupànie to vrastàri me to lithàri. I anaràde issa jinèke me ta pòdia sce mula. Tin imèra estèkai klimène, ti vradìa egguènnai na fàu tus christianù. Jàfto sto Richùdi ti vradìa eklìgai tin porta ston Agriddhèa ce ste Plàke, ce otu ecìne den esònnai mbèi sto paìsi. I anaràde epìgai ankavàddhu sti ramìda ‘sce savùci8.
……………….
[Una sera una anarada andò da una donna e le disse: «Comare, domani venite a lavare?». Quella donna le disse di sì. L’indomani l’anarada andò presto a chiamare quella donna. Partirono insieme con la biancheria e la caldaia. Quando giunsero a Pizzipiruni9, la donna si accorse che l’anarada aveva i piedi di mula. Allora riconobbe che era l’anarada e che l’avrebbe mangiata e le disse: « Comare, aspettate un momento, guardatemi la roba e la caldaia, affinché io vada fino a casa, perché mi è rimasto lì a terra il crivello e me lo straccia il porco ». L’anarada credette e restò; ma la donna non tornò più. Quando fece giorno e l’anarada vide che la donna non tornava, le stracciò la roba e le pestò con una pietra la caldaia.
La anarade erano donne con i piedi di mula. Di giorno stavano nascoste, la sera uscivano per mangiare le persone. Perciò a Roghudi la sera rinchiudevano la porta verso Agriddhèa e le Plache10 e così quelle non potevano entrare in paese. Le anarade andavano a cavalcioni di un ramo di sambuco].
6 Del canto esistono due varianti, riportiamo soltanto i primi due versi, rimandando per il tutto ai TNC, p. 335/46 e 46 a: Kazzèddha, m’ettùndo lùkkio miccèddhi/ me kanunài san o Rocco Sàddhi. (ragazza, con cotesto occhio piccolo/ mi guardi come Rocco Saddhi). Si racconta che Rocco Saddhi fosse stato cresciuto da una anarada, aveva un piede asinino e guardava sempre all’insù
7 Erroneamente per èrkeste
8 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, pp. 300-301.
9 Toponimo di Roghudi, una delle tre porte, o cancelli di Roghudi, che secondo la leggenda venivano chiuse per evitare che entrassero le anarade.
10 Agriddhèa e Plake: toponimi di Roghudi, sono le due altre porte di ingresso a Roghudi, situate in basso nel paese vicino al fiume.

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