LUIGI BORRELLO

27.04.2016 21:32
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
 
Il Borrello nacque a Bova il 2 marzo 1871 ed appena ventenne si dedicò all'insegnamento a Reggio
 
Calabria. Nei Testi Neogreci di Calabria 1 notiamo che la data di nascita è contesa e l'anno non coincide con quello da noi conosciuto e viene
 
assegnato al 1874. Dopo Reggio si recò ad insegnare in Sardegna, ad Alghero, e, successivamente,
 
per quarant'anni, in un liceo di Palermo. Ma la missione di educatore del Borrello non poteva certo
 
aver termine qui. Egli infatti, pur essendo ormai in pensione, fondò e diresse una " Scuola popolare
 
per adulti analfabeti ". Con insuperabile ed insuperata immagine dinamica, il Borrello ci offrì quindi
 
una prova di cosa fosse continuare il servizio dell'amore nei confronti della sua gente, ponendo fine
 
al suo viaggio errabondo, in terra greca, dove era nato.
 
Il Rossi Taibbi e il Caracausi , fin dalle prime battute, ci presentano così la figura del Borrello:"...il
 
contributo di inedito rappresenta una parte non certo secondaria, per la quale siamo debitori ad una
 
nobilissima figura di uomo e di studioso. Maestro amato di numerose generazioni di studenti, Luigi
 
Borrello 2
 
Discepolo del grande filosofo Giovanni Bovio e di Bonaventura Zumbini, egli, per quel grande amore
 
che lo legava alla sua terra, aveva consegnato al Rossi Taibbi ed al Caracausi un'ottima e numerosa
 
mole di lavoro che aveva raccolto durante la sua giovinezza, così come prima aveva fatto Giuseppe
 
Viola col Pellegrini. Studioso instancabile, dotato di buona preparazione storica, letteraria e
 
filosofica, il Borrello va ricordato per le sue numerose opere tra le quali, particolarmente interessante,
 
è quella su Giovanni Bovio dal titolo "In alto". Dei suoi lavori in greco di Calabria egli non affidò
 
però personalmente molto alle stampe, ritenendo più efficace che i semi della grecità potessero
 
maggiormente espandersi attraverso i canali delle grandi case editrici o degli studi universitari. Vanno
 
comunque ricordati due canti3
 
Nucera ritiene sia opera dello stesso Borrello 5 e che era già stata pubblicata6
 
ripresi nell'opera di Rossi Taibbi e Caracausi col titolo " Àthropi andi Chòrammu " e " Sciambèrga
 
ce dublètto " insieme a ventidue motti o modi di dire7
 
Il primo testo comprende una serie di bozzetti di vita paesana: gente di montagna ed intellighentia
 
medio-borghese i cui confini geografici sono segnati su quella e da quella rupe che sovrasta Bova. Le
 
pagine sono infatti occupate da fattucci e notizie di litigi, furbizia e saggezza contadina, figure di
 
improvvisati ufficiali d'anagrafe che affibbiavano ai "figli di nessuno" nomi offensivi, dimenticando
 
magari, in qualche caso, di essere stati essi stessi dei trovatelli:
 
Don Paolo en do ssonno addhismonài. Ito ena kalò athropo; ékanne zze vice segretario sto Spiti
 
Komunali...Mian imèra tu 'fèrasi dio sciolikàci ce fìlici zmia, jatì issa yèmeddha, ce ecìno tos èvale:
 
Rentzo Tramaglino ce Lucia Mondella. Ce panda otu."
 
 
 
Don Paolo non lo posso dimenticare. Era una buona persona; faceva il vice segretario al Municipio... Un
 
giorno gli portarono due (trovatelli), maschio e femmina insieme perché erano gemelli , ed egli diede
 
loro il nome di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. E sempre così 8
 
Tom Bolibio ton ànnoria ciola egò san ìpiga stom Bua ja' tes arghìe. En ettsèro yatì ton ekràzzasi otu,
 
an ito ja' paranoma o ito noma.(..) san eplàteggue èleghe panda loja pentsemmèna. Thèlite na kuite
 
tikandì? Kanunònda pos ene o kosmo, tse miam merìa lighi plusi ce tse man addhi tossi tossi ti en èchusi manko miam dacia tse tsomì ja' ta pedìa, èleghe: " O Thiò, san ècame ton cosmo, en ìttsere tse
 
àbbako. 9 (...)”
Anch'io conobbi Polibio quando andavo a Bova per le feste. Non so perchè lo chiamassero così, se fosse
 
un soprannome o nome.(...) quando parlava diceva sempre parole ponderate. Volete sentirne qualcuna?
 
Guardando com'è il mondo, da una parte pochi ricchi e dall'altra tanti tanti che non hanno neanche un
 
pezzo di pane per i bambini, diceva: " Dio quando fece il mondo, non sapeva di abbaco (contare). (...).
 
Così come quando faceva riferimento alla triste esperienza del saggio del paese, un certo ' Smiranti '
 
prodigo di consigli nei confronti di tutti i suoi compaesani:
 
“Zmiranti ": otu ekràzzasi enan campagnòlo, ti efèneto ligo paddhèko, ma ti èleghe panda loja jomàta
 
tse tossa pràmata kalà. Tse tuta loja èmine sti chora cino; "To kami kalò ene delitto". Ce oli to lègusi
 
panda, jatì panda kapitèggui ti ena afudài man addho ce poi tuto tu donni dispiacìri" 10.
 
" Sbirciante": così chiamavano un campagnolo, che sembrava un po' sciocco, ma che diceva sempre
 
parole piene di tante cose buone. Di queste parole rimase in paese quella: " Il fare bene è delitto ". E tutti
 
la dicono sempre, perchè sempre capita che uno aiuta un altro e poi questo gli dà dispiaceri."
 
Il secondo testo getta una spiacevole luce su certe indegne abitudini e sulle pratiche sessuali di
 
qualche prete che, approfittando dell'ingenuità o, peggio ancora, della povertà e indigenza della
 
povera gente costretta ad andare a lavorare nei campi di proprietà del vescovato, concupivano le
 
donne altrui. E ben si sa come la donna fosse oggetto desiderato di una società che cerchiava per
 
intero la sua immutabile condizione esistenziale.
 
Certo non sempre ci si poteva ribellare, ma nemmeno sempre tutto filava liscio per il nostro prete.
 
Capitava a volte che qualche marito non accettasse la propria cornutaggine e, dopo essersi liberato
 
della moglie e del prete con qualche accorgimento. che, beninteso, tutti conoscevano meno che la
 
giustizia, ritornava indietro senza portare più le corna (ekondòfere apìssu ce den èfere pleo ta cèrata).
 
L'onta era insomma lavata!
 
L'UTOPIA RISORGIMENTALE
 
Anche il Borrello però, infarcito di vento risorgimentale, giudicò - al pari del Pellegrini - i canti del
 
popolo grecanico privi di sentimento politico in un articolo 11 in cui concluse - è questo il destino di
 
una cultura di poveri che, in un modo o nell'altro, è perennemente costretta a circolare solo nei
 
circoli dotti!- che la miseria della letteratura greca era da collegarsi alla miseria della vita 12. Una
 
letteratura della penuria quindi che sopravvive e sopravanza di poco alla miseria legittimata del
 
mondo grecanico. ".... quella nota lugubre, che si sprigiona quasi da ogni canto finora raccolto, e
 
tanto ci commuove, la dolorosa nota dell'indigenza, mestamente ci ammonisce che, purtroppo, la
 
miseria della letteratura venne in questi ultimi anni con la miseria della vita. Quei vecchi, legna
 
tagliate di buon tempo, per usare una frase espressiva del nostro popolo, che sapevano a centinaia
 
le canzoni greche, fra le quali si ricordano di belle davvero, o non son più o hanno perduto quella
 
allegra espansione di una volta. Ora, come ben dicono hanno altro che canzoni per la testa, e i loro
 
figli quando affranti dalla fatica, la sera rincasano a capo chino, dopo aver gittata dietro la porta
 
con dispetto la zappa, non più nobile strumento di ricchezza ma di agonia, addentano un tozzo di pan 
nero asciutto - e lo potessero aver sempre! - silenziosi sonnecchiano un po' accanto al fuoco, e poi
 
si sdraiano sulle lastre del focolare con i piedi nella cenere. Certo la notte non sognano né le
 
simpatiche contadinotte dal busto di velluto che lascia vedere al di sopra e tra i lacci a colore la
 
camicia di bucato né le canzoni piene di sentimento, come dicono loro; ma sognano la terra altrui
 
che vanno a coltivare per venti soldi alla giornata 13".
 
Ritiene comunque il Borrello di aver trovato qualche accenno di canto politico nelle due prime strofe
 
di un canto che vorrebbe ricordare una lotta tra i bovesi e quelli dell'Amendolea. L'aver attribuito
 
comunque al Borrello la volontà di annullare - tout court - la produzione di impegno sociale dei Greci
 
di Calabria, non ci convince per niente. Infatti in altra parte dell’articolo citato egli sostiene: " No,
 
non è misera la nostra letteratura, perchè il popolo di cui è l'espressione è pieno di ingegno e sente
 
più di ogni altro i grandi affetti (...) ma quando custode di una letteratura orale diviene il volgo,
 
questo, del patrimonio ereditato conserva solo quel tanto che rispecchia lo stato sociale in cui si
 
trova, e l'altro o lo dimentica o lo sciupa 14".
 
 
 
UNA LETTERATURA ADESPOTA IN UNA SOCIETÀ ACCERCHIATA DALLA POVERTA’?
 
“ Nondimeno la nostra letteratura non si direbbe misera se si avesse la pazienza di frugare,
 
raccogliere, confrontare, mettere a posto tutti i versi staccati che molte volte scappano
 
involontariamente dalla bocca del popolo 15".
 
Ed ancora: " Scarso è il materiale letterario che sopravvive di questo dialetto: ogni vecchio che
 
muore porta con sè un qualche canto o leggenda; perchè i figli, invasi anch'essi dalla moda del
 
tempo, credono di essere tanto più inciviliti per quanto meno fanno uso del greco. E dire che ci sono
 
dei vecchi tanto gelosi di questo armonioso linguaggio che non capiscono sillaba alcuna del dialetto
 
calabro e non si curano di apprenderlo. A proposito mi fu raccontato di una vecchia, la quale sapeva
 
un bellissimo canto greco ed a chi le regalava due 'quarti' di grano perchè glielo facesse imparare,
 
rispose: "To sitàri to tròghome ce to travùdi m'ammèni " (Il grano lo mangiamo ma la canzone ci
 
resta); morì e quel canto andò perduto 16. Come si nota, tipico della prosa del Borrello è l'intenzione
 
di allargare nei suoi racconti il destinatario ad un pubblico più vasto possibile, che sia piuttosto
 
interessato alle qualità morali di un popolo che non agli aneddoti e alle curiosità, cosa che fino ad
 
allora sembrò prevalere negli studi di quanti , come il Pellegrini, videro nell'ampio materiale raccolto
 
- e il Lombroso ne aveva indicato la via -un modo per avviare solo momenti di studio filologico
 
trascurando completamente il lato etnografico , se non per ricamarci sù qualche curioso e poco
 
edificante aneddoto.
 
 
 
E DIETRO LE SPALLE... BOVA
 
La produzione letteraria del Borrello fu molto vasta. Da "Fiori selvatici, ossia canti del popolo di
 
alcune parlate calabresi", una raccolta di proverbi e canti popolari calabresi con annotazioni
 
filologiche e appunti grammaticali del 1894, a "Reliquie del dramma sacro in Calabria" del 1899 "Le
 
laude di Calabria e gli Uffizianti di Bova " dello stesso anno, alla storia ancora di "Nino Martino 17"
 
la leggenda di un brigante che risale ai tempi della dominazione spagnola: " Sono trascorsi più di tre
 
secoli e questo capobanda ancora gode nel popolo di Bova la sua trista fama, tanto che, volendosi
 
dire di uno che è conosciuto da tutti e non sempre per buone azioni, si dice: echi ti annuminàta tu
 
Ninu Martinu (ha la fama di Nino Martino). Quando si accende qualche baruffa e la gente si accalca
 
e si dà da fare per separare i contendenti e calmarli. non di rado capita sentire uno di questi
 
accompagnar gli sforzi per liberarsi dalla folla con un àfitemu, santu dià! mandè canno tin ghiazza
tu Ninu Martinu “ (lasciatemi, santo Dio! se no faccio la piazza di Nino Martino), che tradotto in
 
lingua spicciola verrebbe a dire: o vi allontanate, o sfogando la mia ira su di voi, ne farò un macello").
 
Resta da segnalare come, pur in tempi non sospetti, il Borrello aveva dato del brigantaggio una
 
realistica rappresentazione, ritenendolo un prodotto spontaneo della natura calabrese e il frutto delle
 
spietate vessazioni su questa misera terra che affidava la sua protesta ai capobanda come Marco
 
Berardi o a sentinelle avanzate del progresso come Tommaso Campanella.
 
In "Reliquie del dramma sacro in Calabria " e in "Le Laude di Calabria e gli Uffizianti di Bova "
 
appare manifesta l'ottima preparazione letteraria e l'ampia documentazione organica del nostro autore
 
che denuda gli spazi poetici popolari del dramma sacro in Calabria, una terra in cui l'uomo è immerso
 
e circondato da una realtà sociale con la quale convive pur nelle sue contraddizioni, legato alla divinità
 
e combattuto quasi tra sacro e profano. Così si legge infatti nella prima opera: " L'armonia umana
 
turbata dal dualismo tra la natura e lo spirito.... arde infatti la fede nei cuori, ma ancora non sono
 
scomparsi del tutto i ricordi degli dei pagani(...) da una parte il misticismo popola di anacoreti i
 
deserti della Tebaide e di romiti le balze dell'Occidente, dall'altra il regno violento della forza da'
 
vita ad orde barbariche, semina stragi ed ingiustizie 18". Ed ancora nelle sue ricerche su "Le laude di
 
Calabria e gli Uffizianti di Bova ", facendo riferimento alle orazioni della nostra zona che offrono un
 
materiale quasi del tutto inedito, ed all'ipotesi della loro antichità, il Borrello chiarisce fin dalle prime
 
battute come sarebbe opportuno dare una versione in lingua delle varie orazioni anche perché, il
 
dialetto di Bova come aveva dimostrato altrove19, era " uno dei più puri, non solo della provincia di
 
Reggio, ma di tutta la Calabria 20".
 
Appare subito evidente che il linguaggio che il Borrello adopera negli articoli pubblicati nella Rivista
 
Storica e nella vicenda di Nino Martino si differenzia notevolmente da quello delle altre opere dove
 
egli, pur continuando a privilegiare i contenuti, sacrifica alquanto all'aulicità della lingua ed allo stile.
 
Ma non rinuncia al compito di legare , in modo non provvisorio, passato e presente, di scrivere la
 
storia e di raccontarla con partecipazione, ne offre la testimonianza e la partecipazione. Lo stesso
 
linguaggio e lo stile sembrano indicare un processo di radicalizzazione in corso, e non a caso si fissano
 
su una forma di prosa a volte retorica che provocano però un certo distacco tra lingua parlata e lingua
 
scritta.
 
Non possiamo però dimenticare che il trattare della cultura popolare, come egli lo fece, senza
 
distacco, fu un valido contributo alla formazione di un'opinione pubblica e alla diffusione delle idee,
 
sia come risposta al problema di educare le masse, di farle partecipi della loro identità e, nel modo
 
piu' ampio possibile, della vita civile e politica del paese, sia per gettare vera luce su quella rivoluzione
 
tradita , che aveva deluso le aspettative del popolo meridionale, che era stato il Risorgimento.
 
Ritorniamo comunque per un attimo sul dialetto calabrese che egli aveva definito uno dei più puri
 
dell'intera Calabria per verificare come esso sia la traduzione letterale della lingua grecanica che
 
ormai stava occupando e relegando sempre più ai margini impoverendolo e impoverendo se stesso.
 
In una bellissima scena del congedo tra Gesù e Maria, nell'atto di intraprendere la sua missione, così
 
il nostro popolo si esprime:"
 
E dopu chi lu vinneru a surgiri:
 
-Mamma, pigghiu licenza e mi ndi vaju.
 
La Madonna si misi a ciangiri:
 
-Dimmi undi vai, gioiella mia”.
 
-”Mamma, mamma, non vi pozzu diri,
 
ca è pena vostra lu tormentu miu.
 
Sulu 'na cosa eu vi vogghiu diri:
 
benedicitimi tuttu, mamma mia! “21
Il Cristo dimentica, nella sua grandezza di essere il figlio di Dio e torna ad essere uomo, così come
 
sempre lo ha visto il popolo, così come sempre lo vorrebbe, e, come ogni figlio di questo mondo,
 
invoca la benedizione della madre. E continua il Cristo:
 
- E 'n'attra cosa, mamma, vogghiu diri:
 
vestitivi di luttu, o mamma mia...
 
ca morti aspra nd'aju di patiri,
 
eu cu duluri e vui pena pe' mia...22"
 
Nello stesso volume, dopo aver parlato delle laudi latine, conviene sul fatto che molte laudi presenti
 
nella nostra zona erano state sicuramente importate anche dal momento che " in questo fatto sarebbe
 
implicita la prova della loro immigrazione; perchè se fossero state produzioni locali, avremmo
 
dovuto incontrarle in dialetto greco romaico, che è appunto il linguaggio più comune a Bova,
 
specialmente tra i contadini. Né mancano argomenti ad avvalorare le nostre introduzioni. Infatti -
 
per ricordare qualcuno - nelle litanie vi sono qua e la' inseriti numerosi nomi di santi e sante
 
appartenenti quasi tutti alla chiesa greca 23".
 
Non sappiamo se è stato pubblicato un manoscritto dello stesso Borrello che l'autore annunciava come
 
prossimo nelle Laude, su "Peripoli: castello locrese. Contributo alla storia della Magna Grecia", ed
 
uno studio sulla storia di Bova. Un fatto è comunque certo, egli fu un seminatore instancabile e
 
concepì la sua missione di educatore scolastico e delle coscienze come doveroso compimento alla
 
propria vita. Non gli mancò una buona base filologica e dimostrò di possedere una vasta cultura e
 
ricchezza lessicale sia negli scritti in lingua che in quelli grecanici. Agli scritti del Pellegrini e del
 
Morosi e alle loro affermazioni, in maniera polemica e decisa, rispose che i loro studi "... non
 
riuscirono che a far conoscere il nostro dialetto solamente ai glottologi ed a qualche curioso che
 
apre il volume per leggere nella versione italiana un canto, o per ridere di un proverbio. Ma in
 
generale, anche i più che mezzanamente si stimano colti, ignorano la lingua, come ignorano il popolo
 
che la parla. Quali le ragioni? Con tutto il rispetto e la gratitudine dovuta agli illustri filologi
 
Comparetti, Pellegrini e Morosi, - prosegue il Borrello - oso esternare un mio convincimento: così
 
come son fatti gli studi, se possono soddisfare appieno, o quasi, la filologia, certo lasciano molto a
 
desiderare dal lato etnografico 24". E sul punto noi conveniamo perfettamente, avendo già scritto a
 
proposito il nostro pensiero25. Era questo un serio tentativo di dare corpo a studi che avessero lo
 
sguardo rivolto in altra direzione, ma che trovarono ben pochi proseliti. E ben si sa quanto sia
 
importante conoscere un popolo, le sue abitudini, i suoi usi, per comprendere pienamente la la cultura
 
e la sua lingua.
 
Il Borrello fu insomma la giusta sintesi di quei Greci di Calabria in cui - come egli stesso amava dire
 
- si sentiva aleggiare la gentilezza ellenica e vibrare il franco carattere calabrese. In lui fu rilevabile
 
chiaramente quel dualismo esercitato tra la vita agro-pastorale dei piccoli paesi di montagna e la vita
 
cittadina. Scrittore socialmente e storicamente impegnato, di una letteratura fedele ai temi tradizionali
 
del romanticismo calabrese e greco-calabro, pur conoscendo i limiti della nostra cultura che si
 
dissolveva in quella nazionale, seppe dimostrare che essa non poteva essere ignorata proprio per quei
 
caratteri distintivi che l'avevano sempre contrassegnata.
 
A Palermo, dove aveva trascorso gran parte della sua vita, moriva infine il 22 novembre del 1949.
 
BIBLIOGRAFIA
 
Greci della provincia di Reggio Calabria, in <<Rivista Storica Calabrese>>, Reggio Calabria, 1893 vol.I pag.320-33;
AA.VV., Fiori selvatici, Forni, Sala Bolognese, 1985 (ristampa anastatica); Canti, in <<Rivista storica di Storia e Geografia>>, 1893 vol.I; 
Nino Martino, in <<Rivista Storica Calabrese>>, Siena,1894, Tip.San Bernardino, anno II fasc. VIII-IX;
Reliquie del dramma sacro in Calabria, Pierro ed.,1899, Napoli; Le Laude di Calabria e gli "Uffizianti" di Bova, Tipografia C.Taranto, Napoli 1899; Novelle, pubblicate in Testi Neogreci di Calabria e in Tradizioni popolari italiane.
LA CRITICA
Andrea Viola, Figure Bovesi, Tipolitografia Iiriti, Reggio Calabria 1984; 
Rossi Taibbi-Caracausi, Testi Neogreci di Calabria , Ist. Sic.di Studi Bizantini, Palermo, 1959; 
D. Rodà, La lingua mozzata, Casa del Libro ed. RC 1981; 
P. Crupi, Roghudi un'isola grecanica asportata, Pellegrini, Cosenza 1982;
F. Violi, Anastasi canti politici e sociali dei Greci di Calabria, C.S.E. "I Riza" Bova M., Reggio Calabria ,1992; 
F.Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, Bova, 1992; 
F. Violi, Storia e Letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001
 
_________________________________________________________________
 
1 Rossi Taibbi e Caracausi, Testi neogreci di Calabria, cit. 
2 Rossi Taibbi e Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, cit., p. XXIV 
3 Pubblicati in Rivista calabrese di storia e geografia (a.I, 1893, fasc.VI) 
4 Li ritroviamo in AA.VV.,Fiori Selvatici,Forni,Sala Bolognese,1894,p.136 
5 F.Nucera, Rovine di Calabria, Casa del libro, Reggio Calabria,1974, p.212 
6 Tradizioni Popolari Italiane, a.I,1894, Fasc.VII 
7 Rossi Taibbi e Caracausi, cit., pp.467-472 8 Rossi Taibbi e Caracausi, cit., pp.469-470
9 Rossi Taibbi e Caracausi, cit., pp.467
10 Rossi Taibbi e Caracausi, cit., pp.469
11 L. Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, <>, Bernardino, Siena, a. I, 1893, fasc. VI, pp.320-344. La rivista nel 1894 cambiò nome in Rivista Storica Calabrese)
12 L. Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, cit. p.469
 
13 L. Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, cit., pp. 327-328 
14 L. Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, cit., 327 
15 L. Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, cit., 327 
16 L. Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, cit., 327 
17 L. Borrello, Nino Martino, <>, a. II, Fasc.VIII-IX,1894, p.113
18 L.Borrello, Reliquie del dramma sacro in Calabria, Pierro ed., Napoli, 1899, p.20
19 Si confronti Fiori Selvatici, Siena, 1894, p.22 
20 L. Borrello, Le laude di Calabria e gli "Uffizianti" di Bova, C.Taranto tipografia., Napoli, 1899, p. 34 
21 L. Borrello, Le laude... cit., p.36
22 L. Borrello, Le laude.., ibidem 
23 L. Borrello, Le Laude, cit. pp. 81-82 
24 L.Borrello, I Greci della provincia di Reggio Calabria, cit., p.321. 
25 vedi F. Violi, Anastasi: canti politici e sociali dei Greci di Calabria, cit.
 
 
 
 
 
 

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