LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE NATALE, CAPODANNO E EPIFANIA (3. cont)

17.06.2016 10:10
Il Natale (Ta Christòjenna)
 
Lo studioso tedesco Sartori sostiene che l’atto del regalare ai bambini, con la mediazione di una figura mitica o un essere superiore, sentito come reale dall’immaginario collettivo, determina un corrispettivo reciproco, definito di tipo “magico”, consistente in un esorcismo del male futuro. Lo scambio apotropaico avviene in questi casi fra un bene concreto e uno astratto, rappresentato da una protezione assicurata per tutto l’anno.
Dionigi il Piccolo, cronologo del Cristianesimo, colloca nel periodo astrale del solstizio d’inverno la nascita di Gesù, facendola coincidere con la festa pagana del sole nascente, il “Dies Natalis Solis invicti”, introdotta dall’imperatore Aureliano nel III secolo. Nei Vangeli non v’è alcuna indicazione della data di nascita del Figlio di Dio. E’ cosa risaputa che una festa della natività di Gesù Cristo non era conosciuta dai Padri dei primi tre secoli e che nessuna tradizione autorevole fissa il giorno della nascita. Nel terzo secolo si collocava al 6 di gennaio o intorno all’equinozio primaverile (25 e poi 21 marzo). La festa odierna del Natale è di origine romana e veniva celebrata il 25 dicembre nel IV secolo sotto papa Liberio. I cristiani vollero così sovrapporre e sostituire alla festa pagana del sole vittorioso la festa della nascita del vero sole dell’umanità: il Cristo. Ma alcune tradizioni sono difficili da estirpare, soprattutto quando corrispondono ad un uso millenario ed alle esigenze delle popolazioni. Sta di fatto che ancor oggi nella notte di Natale e a Capodanno nella zona grecocalabra si bruciano ceppi e ardono fuochi (da ultimi quelli pirotecnici) e falò, sopravvivenze di quelli accesi in antico per il solstizio. Da sempre è in uso a Natale lo scambio di regali, oggi pallida memoria consumistica del primitivo dono apotropaico.
TA CHRISTÒJENNA (il Natale)
Qualsiasi riflessione intorno al modo di vivere del mondo popolare greco-calabro non può prescindere dai due poli oscillanti tra una velata protesta e una fatalistica rassegnazione, da sempre tipico messaggio e testimonianza della condizione dei ceti oppressi e dominati. L’ininterrotto cammino lungo il quale le popolazioni locali hanno inventato e coltivato astute strategie di sopravvivenza, inserite tra le asperità dei climi e del territorio da una parte, e la ferocia delle classi dominanti o l’indifferenza dall’altra, non è mai valso però a superare quella antica massima grecanica che ha da sempre ricordato agli ellenofoni di Calabria le loro tristi condizioni economiche, se è vero che in questo periodo ben poco era loro riservato dalla natura, se non neve e fame:
Sta Christòjenna chiòni ce pìna / A Natale neve e fame
Secondo questa prospettiva, che tende a cogliere dentro l’evento, il combinarsi unitario dell’arcaico e del nuovo, appare da subito evidente che nella storia sociale grecanica, relativa al campo delle tradizioni popolari, particolare interesse assumono quelle natalizie che comprendono naturalmente anche quelle di Capodanno (i protinì mèra tu chrònu o to calopòdi) e l'Epifania (i vastìsi). Agli inizi del mese di dicembre le " ciaramèddhe" annunciavano "tes àjes novène", le sante novene, e al chiarore delle "zzinne" o "dede", fiaccole fatte di schegge di abete, la gente si recava in chiesa fin dalle quattro del mattino accompagnata dal suono della zampogna. Suoni e canti per tutto il periodo natalizio con zampogne, organetti, tamburelli e il classico zzarìno1, scacciavano la malinconia e la stanchezza del duro lavoro quotidiano. La sera della vigilia di Natale la tavola veniva apparecchiata, in segno di abbondanza, con tredici cibi diversi da scegliere tra quelli che si aveva in casa2:
In coro, e in gruppo, si andava successivamente in giro per le case a cantare la “ninnarella”, augurando un felice Natale alla gente. Uno dei canti più noti che conosciamo a Bova, recitato in lingua grecanica, è il seguente3:
Escèfima na travudìome
tin novèna tos Ajo Christòjenna
Ce travudùme me tossi allegrìa
Jènnete o Jòse tis Marìa
Arrivèspeme ston trappìto
ce i vuthulìa eghìrezze viàta
Arrispùndezze Micu Mbutèri
Esvissìsai i lumère
…………….
Siamo usciti per cantare
la novena del Santo Natale
e cantiamo con allegria
Nasce il Figlio di Maria
Siamo arrivati al frantoio
e la mucca girava continuamente
ha risposto Micu Mbuteri4
si sono spenti i lumi
Alla fine della ninnarella i suonatori o i bambini che la cantavano pronunciavano la frase:” o mu dònnite o pào”. Era un' espressione tipica del ragazzo, capo del gruppetto, che durante il periodo delle novene di Natale, si recava di porta in porta a cantare le nenie natalizie (la ninnarella). Conclusa la ninnarella, se la porta tardava ad aprirsi per dare il dovuto compenso all'allegra brigata, il ragazzo richiamava l'attenzione dei padroni di casa con uno strambotto che recitava letteralmente appunto così: " o mi date o me ne vado". In questo modo generalmente dall'interno usciva qualcuno a regalare qualcosa ai ragazzi 
che racimolavano quei pochi “beni” o in natura o in danaro.
 
I PROTINÌ ‘MÈRA TU CHRONU / TO CALOPÒDI (il Capodanno)
 
kalò chròno, kalà pràmata, state kalà, kalò chimòna
Buon anno, buone cose, statevi bene, buon inverno
Era questo l'augurio migliore che ci si poteva dare per l'inizio del nuovo anno. Un augurio che i bambini, con dei sacchetti a tracolla (cirmùddhe) andavano a dare alle famiglie, casa per casa per ricevere il calopòdi. Le cirmùddhe erano dei sacchetti che le mamme facevano per i loro bambini per contenere il calopòdi, l'augurio cioè che il nuovo anno iniziasse con un << buon piede>>
Cremànni o ìglio san èrkete vràdi,
jà na pinàu ta màvra pedìa,
i màne pu den èchu na ti ddòuta
stèddhu sperta jà tin jitonìa.
Si corica il sole quando viene la sera,
perchè hanno fame i poveri bambini,
le mamme che non hanno cosa dare
li mandano in giro per la via
Nelle usanze grecaniche il “calopòdi” si identificava in una pietra che veniva buttata dentro casa e poi trascinata per le poche stanze in segno di prosperità. La pietra veniva successivamente messa dietro la porta e gettata il giorno dopo. Questa tradizione, in uso soprattutto a Roghudi, Chorio di Roghudi e Gallicianò, è oggi praticamente scomparsa:
‘Eriscia to lithàri mesa sto spìti,
to èriscia me megàli agàpi
jà olo to chròno
na sa fèro to chrisàfi.
Ho buttato la pietra dentro la casa,
l'ho buttata con grande amore
per tutto l'anno
per portarvi l'oro
Una variante del calopòdi era la filastrocca che si recitava per lo più nelle zone costiere e a Bova. Il calopòdi in questo caso veniva messo dietro la porta delle persone a cui si intendeva formulare un augurio di buon anno
Bon Capudànnu e bon capu di mìsi
arrètu a' porta 'na petra vi misi
e vi la misi pe' tuttu l'annu
bon capu i mìsi e bon Capudànnu
Buon Capodanno e buon inizio di mese
dietro la porta vi ho messo una pietra
e ve l'ho messa per tutto l'anno
buon inizio di mese e buon Capodanno
E il mattino di capodanno era tutto un coro di bambini che, bussando alle porte, gridavano:
Dòtemu to calopòdi, dòtemu to calopòdi!
Datemi il buon anno, datemi il buon anno!
e in cambio ricevevano le povere e poche cose che la famiglia possedeva: noci, castagne, fichi secchi, mandorle e, in tempi più vicini a noi, qualche soldino, ecc...
 
I Vastìsi (l’epifania)
 
L’epifania, l’Apparizione, è quella del divino fanciullo, Sole-Luce-Rigenerazione dell’umanità. Si attua, in tal modo, una forma di paganizzazione dell’episodio cristiano, peraltro già vicino alla leggenda: i Magi subiscono una trasposizione nella sfera secolare per entrare a far parte del rituale della festa, della fiaba, per quanto riguarda la loro funzione di portatori di doni ai fanciulli, ampliata dall’immaginazione popolare. E’ questo il fenomeno del passaggio dalla storia, alla leggenda, al mito e ritorno, comune ad altri personaggi che recano regali, come la Befana e Babbo Natale.
Le feste continuavano, quindi, fino all'epifania (i vastìsi). In questo giorno si credeva che ogni cosa sarebbe stata purificata e che avrebbe acquistato una nuova vita. Era la 5
notte in cui i morti uscivano dalle tombe ed andavano in giro per le strade del paese. Dalla mezzanotte in poi nelle case le donne preparavano sulla tavola un batuffolo di cotone, acqua e sale affinché tutto fosse pronto per il battesimo di Gesù. L’Epifania sembrava essere messa lì a ricordare a tutti che il giorno dopo si ritornava al lavoro. Le feste erano dunque finite.
Nel misterioso processo di rinnovamento tutto ritornava come prima; ogni suggestione spariva e si ricominciava a contare i giorni per la prossima festa. La gente l’indomani si recava nei campi dove la attendeva la dura fatica, quotidiana. La catarsi di quei pochi giorni si chiudeva recitando malinconicamente:
etèglioe i Epifanìa
etèglioe ce i arghìa
Finita la befana
finita anche la festa
 
 
___________________________________________________________________
1 Un triangolo di ferro (trìgono) che si percuoteva con un altro bastoncino di ferro
2 A Gallicianò in genere i cibi erano nove
3 Vedi l’opuscolo pubblicato dal circolo Apodiafazzi, Reggio Calabria, 1991
4 Mico Buteri non era proverbialmente abbastanza generoso per cui i suonatori in quella particolare serata, aggiunsero alcuni versi alla ninnarella per canzonare la sua avarizia dal momento che tutti offrivano del vino ai suonatori ed egli invece fece finta di dormire. Della notizia ringraziamo Faustino Petronio.
 
6Il Natale (Ta Christòjenna)
Lo studioso tedesco Sartori sostiene che l’atto del regalare ai bambini, con la mediazione di una figura mitica o un essere superiore, sentito come reale dall’immaginario collettivo, determina un corrispettivo reciproco, definito di tipo “magico”, consistente in un esorcismo del male futuro. Lo scambio apotropaico avviene in questi casi fra un bene concreto e uno astratto, rappresentato da una protezione assicurata per tutto l’anno.
Dionigi il Piccolo, cronologo del Cristianesimo, colloca nel periodo astrale del solstizio d’inverno la nascita di Gesù, facendola coincidere con la festa pagana del sole nascente, il “Dies Natalis Solis invicti”, introdotta dall’imperatore Aureliano nel III secolo. Nei Vangeli non v’è alcuna indicazione della data di nascita del Figlio di Dio. E’ cosa risaputa che una festa della natività di Gesù Cristo non era conosciuta dai Padri dei primi tre secoli e che nessuna tradizione autorevole fissa il giorno della nascita. Nel terzo secolo si collocava al 6 di gennaio o intorno all’equinozio primaverile (25 e poi 21 marzo). La festa odierna del Natale è di origine romana e veniva celebrata il 25 dicembre nel IV secolo sotto papa Liberio. I cristiani vollero così sovrapporre e sostituire alla festa pagana del sole vittorioso la festa della nascita del vero sole dell’umanità: il Cristo. Ma alcune tradizioni sono difficili da estirpare, soprattutto quando corrispondono ad un uso millenario ed alle esigenze delle popolazioni. Sta di fatto che ancor oggi nella notte di Natale e a Capodanno nella zona grecocalabra si bruciano ceppi e ardono fuochi (da ultimi quelli pirotecnici) e falò, sopravvivenze di quelli accesi in antico per il solstizio. Da sempre è in uso a Natale lo scambio di regali, oggi pallida memoria consumistica del primitivo dono apotropaico.
TA CHRISTÒJENNA (il Natale)
Qualsiasi riflessione intorno al modo di vivere del mondo popolare greco-calabro non può prescindere dai due poli oscillanti tra una velata protesta e una fatalistica rassegnazione, da sempre tipico messaggio e testimonianza della condizione dei ceti oppressi e dominati. L’ininterrotto cammino lungo il quale le popolazioni locali hanno inventato e coltivato astute strategie di sopravvivenza, inserite tra le asperità dei climi e del territorio da una parte, e la ferocia delle classi dominanti o l’indifferenza dall’altra, non è mai valso però a superare quella antica massima grecanica che ha da sempre ricordato agli ellenofoni di Calabria le loro tristi condizioni economiche, se è vero che in questo periodo ben poco era loro riservato dalla natura, se non neve e fame:
1
Sta Christòjenna chiòni ce pìna / A Natale neve e fame
Secondo questa prospettiva, che tende a cogliere dentro l’evento, il combinarsi unitario dell’arcaico e del nuovo, appare da subito evidente che nella storia sociale grecanica, relativa al campo delle tradizioni popolari, particolare interesse assumono quelle natalizie che comprendono naturalmente anche quelle di Capodanno (i protinì mèra tu chrònu o to calopòdi) e l'Epifania (i vastìsi). Agli inizi del mese di dicembre le " ciaramèddhe" annunciavano "tes àjes novène", le sante novene, e al chiarore delle "zzinne" o "dede", fiaccole fatte di schegge di abete, la gente si recava in chiesa fin dalle quattro del mattino accompagnata dal suono della zampogna. Suoni e canti per tutto il periodo natalizio con zampogne, organetti, tamburelli e il classico zzarìno1, scacciavano la malinconia e la stanchezza del duro lavoro quotidiano. La sera della vigilia di Natale la tavola veniva apparecchiata, in segno di abbondanza, con tredici cibi diversi da scegliere tra quelli che si aveva in casa2:
In coro, e in gruppo, si andava successivamente in giro per le case a cantare la “ninnarella”, augurando un felice Natale alla gente. Uno dei canti più noti che conosciamo a Bova, recitato in lingua grecanica, è il seguente3:
Escèfima na travudìome
tin novèna tos Ajo Christòjenna
Ce travudùme me tossi allegrìa
Jènnete o Jòse tis Marìa
Arrivèspeme ston trappìto
ce i vuthulìa eghìrezze viàta
Arrispùndezze Micu Mbutèri
Esvissìsai i lumère
…………….
1 Un triangolo di ferro (trìgono) che si percuoteva con un altro bastoncino di ferro
2 A Gallicianò in genere i cibi erano nove
3 Vedi l’opuscolo pubblicato dal circolo Apodiafazzi, Reggio Calabria, 1991
2
Siamo usciti per cantare
la novena del Santo Natale
e cantiamo con allegria
Nasce il Figlio di Maria
Siamo arrivati al frantoio
e la mucca girava continuamente
ha risposto Micu Mbuteri4
si sono spenti i lumi
Alla fine della ninnarella i suonatori o i bambini che la cantavano pronunciavano la frase:” o mu dònnite o pào”. Era un' espressione tipica del ragazzo, capo del gruppetto, che durante il periodo delle novene di Natale, si recava di porta in porta a cantare le nenie natalizie (la ninnarella). Conclusa la ninnarella, se la porta tardava ad aprirsi per dare il dovuto compenso all'allegra brigata, il ragazzo richiamava l'attenzione dei padroni di casa con uno strambotto che recitava letteralmente appunto così: " o mi date o me ne vado". In questo modo generalmente dall'interno usciva qualcuno a regalare qualcosa ai ragazzi che racimolavano quei pochi “beni” o in natura o in danaro.
I PROTINÌ ‘MÈRA TU CHRONU / TO CALOPÒDI (il Capodanno)
kalò chròno, kalà pràmata, state kalà, kalò chimòna
Buon anno, buone cose, statevi bene, buon inverno
Era questo l'augurio migliore che ci si poteva dare per l'inizio del nuovo anno. Un augurio che i bambini, con dei sacchetti a tracolla (cirmùddhe) andavano a dare alle famiglie, casa per casa per ricevere il calopòdi. Le cirmùddhe erano dei sacchetti che le mamme facevano per i loro bambini per contenere il calopòdi, l'augurio cioè che il nuovo anno iniziasse con un << buon piede>>
4 Mico Buteri non era proverbialmente abbastanza generoso per cui i suonatori in quella particolare serata, aggiunsero alcuni versi alla ninnarella per canzonare la sua avarizia dal momento che tutti offrivano del vino ai suonatori ed egli invece fece finta di dormire. Della notizia ringraziamo Faustino Petronio.
3
Cremànni o ìglio san èrkete vràdi,
jà na pinàu ta màvra pedìa,
i màne pu den èchu na ti ddòuta
stèddhu sperta jà tin jitonìa.
Si corica il sole quando viene la sera,
perchè hanno fame i poveri bambini,
le mamme che non hanno cosa dare
li mandano in giro per la via
Nelle usanze grecaniche il “calopòdi” si identificava in una pietra che veniva buttata dentro casa e poi trascinata per le poche stanze in segno di prosperità. La pietra veniva successivamente messa dietro la porta e gettata il giorno dopo. Questa tradizione, in uso soprattutto a Roghudi, Chorio di Roghudi e Gallicianò, è oggi praticamente scomparsa:
‘Eriscia to lithàri mesa sto spìti,
to èriscia me megàli agàpi
jà olo to chròno
na sa fèro to chrisàfi.
Ho buttato la pietra dentro la casa,
l'ho buttata con grande amore
per tutto l'anno
per portarvi l'oro
Una variante del calopòdi era la filastrocca che si recitava per lo più nelle zone costiere e a Bova. Il calopòdi in questo caso veniva messo dietro la porta delle persone a cui si intendeva formulare un augurio di buon anno:
4
Bon Capudànnu e bon capu di mìsi
arrètu a' porta 'na petra vi misi
e vi la misi pe' tuttu l'annu
bon capu i mìsi e bon Capudànnu
Buon Capodanno e buon inizio di mese
dietro la porta vi ho messo una pietra
e ve l'ho messa per tutto l'anno
buon inizio di mese e buon Capodanno
E il mattino di capodanno era tutto un coro di bambini che, bussando alle porte, gridavano:
Dòtemu to calopòdi, dòtemu to calopòdi!
Datemi il buon anno, datemi il buon anno!
e in cambio ricevevano le povere e poche cose che la famiglia possedeva: noci, castagne, fichi secchi, mandorle e, in tempi più vicini a noi, qualche soldino, ecc...
I Vastìsi (l’epifania)
L’epifania, l’Apparizione, è quella del divino fanciullo, Sole-Luce-Rigenerazione dell’umanità. Si attua, in tal modo, una forma di paganizzazione dell’episodio cristiano, peraltro già vicino alla leggenda: i Magi subiscono una trasposizione nella sfera secolare per entrare a far parte del rituale della festa, della fiaba, per quanto riguarda la loro funzione di portatori di doni ai fanciulli, ampliata dall’immaginazione popolare. E’ questo il fenomeno del passaggio dalla storia, alla leggenda, al mito e ritorno, comune ad altri personaggi che recano regali, come la Befana e Babbo Natale.
Le feste continuavano, quindi, fino all'epifania (i vastìsi). In questo giorno si credeva che ogni cosa sarebbe stata purificata e che avrebbe acquistato una nuova vita. Era la 5
notte in cui i morti uscivano dalle tombe ed andavano in giro per le strade del paese. Dalla mezzanotte in poi nelle case le donne preparavano sulla tavola un batuffolo di cotone, acqua e sale affinché tutto fosse pronto per il battesimo di Gesù. L’Epifania sembrava essere messa lì a ricordare a tutti che il giorno dopo si ritornava al lavoro. Le feste erano dunque finite.
Nel misterioso processo di rinnovamento tutto ritornava come prima; ogni suggestione spariva e si ricominciava a contare i giorni per la prossima festa. La gente l’indomani si recava nei campi dove la attendeva la dura fatica, quotidiana. La catarsi di quei pochi giorni si chiudeva recitando malinconicamente:
etèglioe i Epifanìa
etèglioe ce i arghìa
Finita la befana
finita anche la festa
6Il Natale (Ta Christòjenna)
Lo studioso tedesco Sartori sostiene che l’atto del regalare ai bambini, con la mediazione di una figura mitica o un essere superiore, sentito come reale dall’immaginario collettivo, determina un corrispettivo reciproco, definito di tipo “magico”, consistente in un esorcismo del male futuro. Lo scambio apotropaico avviene in questi casi fra un bene concreto e uno astratto, rappresentato da una protezione assicurata per tutto l’anno.
Dionigi il Piccolo, cronologo del Cristianesimo, colloca nel periodo astrale del solstizio d’inverno la nascita di Gesù, facendola coincidere con la festa pagana del sole nascente, il “Dies Natalis Solis invicti”, introdotta dall’imperatore Aureliano nel III secolo. Nei Vangeli non v’è alcuna indicazione della data di nascita del Figlio di Dio. E’ cosa risaputa che una festa della natività di Gesù Cristo non era conosciuta dai Padri dei primi tre secoli e che nessuna tradizione autorevole fissa il giorno della nascita. Nel terzo secolo si collocava al 6 di gennaio o intorno all’equinozio primaverile (25 e poi 21 marzo). La festa odierna del Natale è di origine romana e veniva celebrata il 25 dicembre nel IV secolo sotto papa Liberio. I cristiani vollero così sovrapporre e sostituire alla festa pagana del sole vittorioso la festa della nascita del vero sole dell’umanità: il Cristo. Ma alcune tradizioni sono difficili da estirpare, soprattutto quando corrispondono ad un uso millenario ed alle esigenze delle popolazioni. Sta di fatto che ancor oggi nella notte di Natale e a Capodanno nella zona grecocalabra si bruciano ceppi e ardono fuochi (da ultimi quelli pirotecnici) e falò, sopravvivenze di quelli accesi in antico per il solstizio. Da sempre è in uso a Natale lo scambio di regali, oggi pallida memoria consumistica del primitivo dono apotropaico.
TA CHRISTÒJENNA (il Natale)
Qualsiasi riflessione intorno al modo di vivere del mondo popolare greco-calabro non può prescindere dai due poli oscillanti tra una velata protesta e una fatalistica rassegnazione, da sempre tipico messaggio e testimonianza della condizione dei ceti oppressi e dominati. L’ininterrotto cammino lungo il quale le popolazioni locali hanno inventato e coltivato astute strategie di sopravvivenza, inserite tra le asperità dei climi e del territorio da una parte, e la ferocia delle classi dominanti o l’indifferenza dall’altra, non è mai valso però a superare quella antica massima grecanica che ha da sempre ricordato agli ellenofoni di Calabria le loro tristi condizioni economiche, se è vero che in questo periodo ben poco era loro riservato dalla natura, se non neve e fame:
1
Sta Christòjenna chiòni ce pìna / A Natale neve e fame
Secondo questa prospettiva, che tende a cogliere dentro l’evento, il combinarsi unitario dell’arcaico e del nuovo, appare da subito evidente che nella storia sociale grecanica, relativa al campo delle tradizioni popolari, particolare interesse assumono quelle natalizie che comprendono naturalmente anche quelle di Capodanno (i protinì mèra tu chrònu o to calopòdi) e l'Epifania (i vastìsi). Agli inizi del mese di dicembre le " ciaramèddhe" annunciavano "tes àjes novène", le sante novene, e al chiarore delle "zzinne" o "dede", fiaccole fatte di schegge di abete, la gente si recava in chiesa fin dalle quattro del mattino accompagnata dal suono della zampogna. Suoni e canti per tutto il periodo natalizio con zampogne, organetti, tamburelli e il classico zzarìno1, scacciavano la malinconia e la stanchezza del duro lavoro quotidiano. La sera della vigilia di Natale la tavola veniva apparecchiata, in segno di abbondanza, con tredici cibi diversi da scegliere tra quelli che si aveva in casa2:
In coro, e in gruppo, si andava successivamente in giro per le case a cantare la “ninnarella”, augurando un felice Natale alla gente. Uno dei canti più noti che conosciamo a Bova, recitato in lingua grecanica, è il seguente3:
Escèfima na travudìome
tin novèna tos Ajo Christòjenna
Ce travudùme me tossi allegrìa
Jènnete o Jòse tis Marìa
Arrivèspeme ston trappìto
ce i vuthulìa eghìrezze viàta
Arrispùndezze Micu Mbutèri
Esvissìsai i lumère
…………….
1 Un triangolo di ferro (trìgono) che si percuoteva con un altro bastoncino di ferro
2 A Gallicianò in genere i cibi erano nove
3 Vedi l’opuscolo pubblicato dal circolo Apodiafazzi, Reggio Calabria, 1991
2
Siamo usciti per cantare
la novena del Santo Natale
e cantiamo con allegria
Nasce il Figlio di Maria
Siamo arrivati al frantoio
e la mucca girava continuamente
ha risposto Micu Mbuteri4
si sono spenti i lumi
Alla fine della ninnarella i suonatori o i bambini che la cantavano pronunciavano la frase:” o mu dònnite o pào”. Era un' espressione tipica del ragazzo, capo del gruppetto, che durante il periodo delle novene di Natale, si recava di porta in porta a cantare le nenie natalizie (la ninnarella). Conclusa la ninnarella, se la porta tardava ad aprirsi per dare il dovuto compenso all'allegra brigata, il ragazzo richiamava l'attenzione dei padroni di casa con uno strambotto che recitava letteralmente appunto così: " o mi date o me ne vado". In questo modo generalmente dall'interno usciva qualcuno a regalare qualcosa ai ragazzi che racimolavano quei pochi “beni” o in natura o in danaro.
I PROTINÌ ‘MÈRA TU CHRONU / TO CALOPÒDI (il Capodanno)
kalò chròno, kalà pràmata, state kalà, kalò chimòna
Buon anno, buone cose, statevi bene, buon inverno
Era questo l'augurio migliore che ci si poteva dare per l'inizio del nuovo anno. Un augurio che i bambini, con dei sacchetti a tracolla (cirmùddhe) andavano a dare alle famiglie, casa per casa per ricevere il calopòdi. Le cirmùddhe erano dei sacchetti che le mamme facevano per i loro bambini per contenere il calopòdi, l'augurio cioè che il nuovo anno iniziasse con un << buon piede>>
4 Mico Buteri non era proverbialmente abbastanza generoso per cui i suonatori in quella particolare serata, aggiunsero alcuni versi alla ninnarella per canzonare la sua avarizia dal momento che tutti offrivano del vino ai suonatori ed egli invece fece finta di dormire. Della notizia ringraziamo Faustino Petronio.
3
Cremànni o ìglio san èrkete vràdi,
jà na pinàu ta màvra pedìa,
i màne pu den èchu na ti ddòuta
stèddhu sperta jà tin jitonìa.
Si corica il sole quando viene la sera,
perchè hanno fame i poveri bambini,
le mamme che non hanno cosa dare
li mandano in giro per la via
Nelle usanze grecaniche il “calopòdi” si identificava in una pietra che veniva buttata dentro casa e poi trascinata per le poche stanze in segno di prosperità. La pietra veniva successivamente messa dietro la porta e gettata il giorno dopo. Questa tradizione, in uso soprattutto a Roghudi, Chorio di Roghudi e Gallicianò, è oggi praticamente scomparsa:
‘Eriscia to lithàri mesa sto spìti,
to èriscia me megàli agàpi
jà olo to chròno
na sa fèro to chrisàfi.
Ho buttato la pietra dentro la casa,
l'ho buttata con grande amore
per tutto l'anno
per portarvi l'oro
Una variante del calopòdi era la filastrocca che si recitava per lo più nelle zone costiere e a Bova. Il calopòdi in questo caso veniva messo dietro la porta delle persone a cui si intendeva formulare un augurio di buon anno:
4
Bon Capudànnu e bon capu di mìsi
arrètu a' porta 'na petra vi misi
e vi la misi pe' tuttu l'annu
bon capu i mìsi e bon Capudànnu
Buon Capodanno e buon inizio di mese
dietro la porta vi ho messo una pietra
e ve l'ho messa per tutto l'anno
buon inizio di mese e buon Capodanno
E il mattino di capodanno era tutto un coro di bambini che, bussando alle porte, gridavano:
Dòtemu to calopòdi, dòtemu to calopòdi!
Datemi il buon anno, datemi il buon anno!
e in cambio ricevevano le povere e poche cose che la famiglia possedeva: noci, castagne, fichi secchi, mandorle e, in tempi più vicini a noi, qualche soldino, ecc...
I Vastìsi (l’epifania)
L’epifania, l’Apparizione, è quella del divino fanciullo, Sole-Luce-Rigenerazione dell’umanità. Si attua, in tal modo, una forma di paganizzazione dell’episodio cristiano, peraltro già vicino alla leggenda: i Magi subiscono una trasposizione nella sfera secolare per entrare a far parte del rituale della festa, della fiaba, per quanto riguarda la loro funzione di portatori di doni ai fanciulli, ampliata dall’immaginazione popolare. E’ questo il fenomeno del passaggio dalla storia, alla leggenda, al mito e ritorno, comune ad altri personaggi che recano regali, come la Befana e Babbo Natale.
Le feste continuavano, quindi, fino all'epifania (i vastìsi). In questo giorno si credeva che ogni cosa sarebbe stata purificata e che avrebbe acquistato una nuova vita. Era la 5
notte in cui i morti uscivano dalle tombe ed andavano in giro per le strade del paese. Dalla mezzanotte in poi nelle case le donne preparavano sulla tavola un batuffolo di cotone, acqua e sale affinché tutto fosse pronto per il battesimo di Gesù. L’Epifania sembrava essere messa lì a ricordare a tutti che il giorno dopo si ritornava al lavoro. Le feste erano dunque finite.
Nel misterioso processo di rinnovamento tutto ritornava come prima; ogni suggestione spariva e si ricominciava a contare i giorni per la prossima festa. La gente l’indomani si recava nei campi dove la attendeva la dura fatica, quotidiana. La catarsi di quei pochi giorni si chiudeva recitando malinconicamente:
etèglioe i Epifanìa
etèglioe ce i arghìa
Finita la befana
finita anche la festa
6

Cerca nel sito