LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE. SANTA LUCIA ( 2. cont)

16.06.2016 12:35
Lucia, nata con la luce del giorno e i “Cathamìni”
Iniziamo le tradizioni grecocalabre con la commemorazione di Santa Lucia. Alla data del 13 dicembre in ambito cristiano si festeggia Santa Lucia, una martire, nata a Siracusa, probabilmente nel 283, da una famiglia possidente e altolocata. La funzione specifica assolta da questa figura è notoriamente di protezione della vista (occhio, infatti, in grecocalabro si dice “lukkio”). Tale qualità mitica le viene attribuita, secondo alcuni, per derivazione dal nome, che sembra provenire dal latino Lùcia, femminile di Lùcius, la cui radice è lux (luce) e che significherebbe “nata con la luce del giorno”. Secondo una leggenda posteriore al racconto del suo martirio, Lucia ebbe a strapparsi gli occhi per evitare di cedere alle malie del peccato. Tuttavia, è evidente che la vera spiegazione del patronato sulla vista sta nella rinuncia alla luce materiale, a causa dell’accecamento, e nella contemporanea conquista della luce spirituale della fede, per vedere la quale non si ha bisogno degli occhi. Lucia compie una scelta: dona a Dio i propri organi fisici della vista, in cambio della vera rivelazione. Lucia fu martirizzata durante la persecuzione di Diocleziano, nel 304, a soli 21 anni. Pare che donò tutti i suoi averi ai poveri. Il carnefice l’avrebbe uccisa con un colpo di spada sul collo. La sua attività donativa è provata dunque dalla biografia, con l’episodio della rinuncia alla vista, ai piaceri e ai beni materiali in favore dei diseredati.
Carlo Sacchettoni ricorda che i giorni che separano la festa di Santa Lucia da quella del Natale sono dodici. La palma che imbraccia Lucia, ad esempio, non è solo il simbolo del martirio individuato dai primi cristiani. Nelle zone aride meridionali che si affacciano sul Mediterraneo, la palma da dattero era considerata sacra al dio del sole, Assur. Gli egizi deponevano rami di palma sui sarcofagi dei defunti. Gesù venne accolto a Gerusalemme con lo sventolio di rami di palma. Il nome greco della palma phoinix richiama la mitica fenice, l’uccello che rinasce dalle proprie ceneri, proprio come le divinità solari del solstizio.
Per quello che ci riguarda la festa di Santa Lucia rievoca tra i Greci di Calabria la storia dei “Cathamini” (ogni mese) “‘Erconde i Cathamìni Arrivano i catamìni”.
Fra le tante tradizioni note o meno note, che riempivano quotidianamente la vita degli ellenofoni di Calabria, vi erano alcune che assumevano una valenza astrologica. Esse erano abbastanza importanti ed originali perché si ricollegavano direttamente al mondo delle superstizioni ed alla tradizione mitologica ed ufficiale dell'antica Grecia. Erano tecniche empiriche e credenze capaci - o almeno questo si pensava - di predire e conoscere in anticipo l'andamento del tempo nel corso dell'anno.
Il discorso sulle tradizioni a sfondo astrologico sarebbe abbastanza lungo e degno di ben altre approfondite attenzioni. Ci soffermiamo su una di queste tradizioni, i “Cathamìni”, perché essa è una tra quelle che è maggiormente condivisa anche dal resto della Calabria romanza, oltre che, naturalmente, presente nella Calabria 1 ellenofona. Il termine cathamìni etimologicamente significa “ogni mese”, ed è formato dalle due parole “càtha e mina”. Il termine nel resto della Calabria è definito Catamisi e, secondo G. Chiapparo 1, proveniente dal greco “katàmino”(che vale annunziare, indicare). Dallo stesso autore, per completezza di informazione, riporto in nota le altre definizioni in uso in Sicilia, in Terra d’Otranto, in Romagna, in Veneto2. Dispiace dover soltanto sottolineare che i tanti esperti3 di Folklore calabrese spesso non conoscono o ignorano completamente le tradizioni dei Greci di Calabria, offrendo così una presentazione non esaustiva dei documenti da divulgare.
I Cathamìni avevano inizio la notte di Santa Lucia, tra il 13 e il 14 di dicembre, e terminavano il giorno di Natale. Erano pertanto costituiti da dodici giorni che corrispondevano di conseguenza ai dodici mesi dell'anno. Ad ogni giorno veniva perciò abbinato un mese. Il giorno 14 di dicembre era legato al mese di gennaio, e così di seguito fino al 25 dicembre che era il giorno collegato appunto col mese in questione. Secondo questa tradizione, ancora in uso presso buona parte della Calabria meridionale e nella zona della Bovesìa, la situazione metereologica dei vari giorni si sarebbe riflettuta sui mesi corrispondenti, preannunciando di conseguenza le stesse condizioni. Dal momento che il 19 di dicembre corrispondeva al mese di giugno, se in quella giornata il tempo fosse stato buono, la gente presupponeva già che in quel mese il tempo sarebbe stato altrettanto buono. E così di seguito. Non sappiamo naturalmente fino a che punto tutto ciò potesse avere una sua validità, ma è chiaro che era questo il "servizio metereologico" - anche se largamente empirico e fantasioso - dei pastori e dei contadini i quali continuavano a vivere in un mondo carico di emozioni e di angosce, ma anche e soprattutto di speranze. A tal proposito sarà utile ricordare alcuni dei numerosi proverbi dedicati ai mesi o al tempo dai grecanici che, nella loro semplicità, ricordavano alla gente, ai contadini ed ai pastori soprattutto, l’utilità di fare riferimento a tradizioni consolidate:
Aprìddhi ce apriddhùni,
to fava sto jirùni
……….
Aprile e aprilone
La fava è in fiore
……….
O ìglio tu martìù
Tripài to cèrato tu vudìu
…….
Il sole di marzo
Buca il corno del bue
……..
Tis espèrri sto jenàri
Den cchorì poddhì sitàri
…….
Chi semina a gennaio
Non vede molto grano
 
____________________________________________________
 
1 G. Chiapparo, Usanze tropeane del ciclo natalizio, in Folklore della Calabria, Barbaro, Reggio Calabria, 1990, p.329
2 In Sicilia e in Terra d’Otranto i Catamisi vengono detti Calènnule, dal greco kalein = chiamare, perchè in detti giorni il pontefice chiamava il popolo per annunciargli le ferie. La regola che tengono in quelle regioni è diversa da quella di Tropea. Infatti i primi dodici giorni (dal 13 al 24 dicembre) predicono il tempo del nuovo anno, mentre costituiscono la controprova le osservazioni di altri dodici giorni, dopo il 24 di detto mese. I contadini in Romagna chiamano calendario e nel Veneto endegari i primi dodici giorni di gennaio, in cui si hanno le stesse osservazioni. Vedi Enciclopedia Italiana, voce Calendario). G. Chiapparo, cit.
3 Tra essi mi piace ricordare Luigi M. Lombardi Satriani, docente alla Sapienza di Roma che era stato, negli anni che vanno dal 1969 al 73, mio insegnante di “Tradizioni Popolari” presso l’Università di Messina, al quale consegnai larga messe di notizie sulla mia zona. Così come mi piace ricordare “ le ragioni di una ristampa” del libro Folklore della Calabria (rivista di Tradizioni Popolari diretta da A. Basile), se esse fossero davvero le ragioni del Folklore di tutta la Calabria e non piuttosto quelle di una parte della nostra Regione. Nel ristampare si poteva anche completare!
 
3Lucia, nata con la luce del giorno e i “Cathamìni”
Iniziamo le tradizioni grecocalabre con la commemorazione di Santa Lucia. Alla data del 13 dicembre in ambito cristiano si festeggia Santa Lucia, una martire, nata a Siracusa, probabilmente nel 283, da una famiglia possidente e altolocata. La funzione specifica assolta da questa figura è notoriamente di protezione della vista (occhio, infatti, in grecocalabro si dice “lukkio”). Tale qualità mitica le viene attribuita, secondo alcuni, per derivazione dal nome, che sembra provenire dal latino Lùcia, femminile di Lùcius, la cui radice è lux (luce) e che significherebbe “nata con la luce del giorno”. Secondo una leggenda posteriore al racconto del suo martirio, Lucia ebbe a strapparsi gli occhi per evitare di cedere alle malie del peccato. Tuttavia, è evidente che la vera spiegazione del patronato sulla vista sta nella rinuncia alla luce materiale, a causa dell’accecamento, e nella contemporanea conquista della luce spirituale della fede, per vedere la quale non si ha bisogno degli occhi. Lucia compie una scelta: dona a Dio i propri organi fisici della vista, in cambio della vera rivelazione. Lucia fu martirizzata durante la persecuzione di Diocleziano, nel 304, a soli 21 anni. Pare che donò tutti i suoi averi ai poveri. Il carnefice l’avrebbe uccisa con un colpo di spada sul collo. La sua attività donativa è provata dunque dalla biografia, con l’episodio della rinuncia alla vista, ai piaceri e ai beni materiali in favore dei diseredati.
Carlo Sacchettoni ricorda che i giorni che separano la festa di Santa Lucia da quella del Natale sono dodici. La palma che imbraccia Lucia, ad esempio, non è solo il simbolo del martirio individuato dai primi cristiani. Nelle zone aride meridionali che si affacciano sul Mediterraneo, la palma da dattero era considerata sacra al dio del sole, Assur. Gli egizi deponevano rami di palma sui sarcofagi dei defunti. Gesù venne accolto a Gerusalemme con lo sventolio di rami di palma. Il nome greco della palma phoinix richiama la mitica fenice, l’uccello che rinasce dalle proprie ceneri, proprio come le divinità solari del solstizio.
Per quello che ci riguarda la festa di Santa Lucia rievoca tra i Greci di Calabria la storia dei “Cathamini” (ogni mese) “‘Erconde i Cathamìni Arrivano i catamìni”.
Fra le tante tradizioni note o meno note, che riempivano quotidianamente la vita degli ellenofoni di Calabria, vi erano alcune che assumevano una valenza astrologica. Esse erano abbastanza importanti ed originali perché si ricollegavano direttamente al mondo delle superstizioni ed alla tradizione mitologica ed ufficiale dell'antica Grecia. Erano tecniche empiriche e credenze capaci - o almeno questo si pensava - di predire e conoscere in anticipo l'andamento del tempo nel corso dell'anno.
Il discorso sulle tradizioni a sfondo astrologico sarebbe abbastanza lungo e degno di ben altre approfondite attenzioni. Ci soffermiamo su una di queste tradizioni, i “Cathamìni”, perché essa è una tra quelle che è maggiormente condivisa anche dal resto della Calabria romanza, oltre che, naturalmente, presente nella Calabria 1
ellenofona. Il termine cathamìni etimologicamente significa “ogni mese”, ed è formato dalle due parole “càtha e mina”. Il termine nel resto della Calabria è definito Catamisi e, secondo G. Chiapparo
1, proveniente dal greco “katàmino”(che vale annunziare, indicare). Dallo stesso autore, per completezza di informazione, riporto in nota le altre definizioni in uso in Sicilia, in Terra d’Otranto, in Romagna, in Veneto2. Dispiace dover soltanto sottolineare che i tanti esperti3 di Folklore calabrese spesso non conoscono o ignorano completamente le tradizioni dei Greci di Calabria, offrendo così una presentazione non esaustiva dei documenti da divulgare.
I Cathamìni avevano inizio la notte di Santa Lucia, tra il 13 e il 14 di dicembre, e terminavano il giorno di Natale. Erano pertanto costituiti da dodici giorni che corrispondevano di conseguenza ai dodici mesi dell'anno. Ad ogni giorno veniva perciò abbinato un mese. Il giorno 14 di dicembre era legato al mese di gennaio, e così di seguito fino al 25 dicembre che era il giorno collegato appunto col mese in questione. Secondo questa tradizione, ancora in uso presso buona parte della Calabria meridionale e nella zona della Bovesìa, la situazione metereologica dei vari giorni si sarebbe riflettuta sui mesi corrispondenti, preannunciando di conseguenza le stesse condizioni. Dal momento che il 19 di dicembre corrispondeva al mese di giugno, se in quella giornata il tempo fosse stato buono, la gente presupponeva già che in quel mese il tempo sarebbe stato altrettanto buono. E così di seguito. Non sappiamo naturalmente fino a che punto tutto ciò potesse avere una sua validità, ma è chiaro che era questo il "servizio metereologico" - anche se largamente empirico e fantasioso - dei pastori e dei contadini i quali continuavano a vivere in un mondo carico di emozioni e di angosce, ma anche e soprattutto di speranze. A tal proposito sarà utile ricordare alcuni dei numerosi proverbi dedicati ai mesi o la tempo dai grecanici che, nella loro semplicità, ricordavano alla gente, ai contadini ed ai pastori soprattutto, l’utilità di fare riferimento a tradizioni consolidate:
Aprìddhi ce apriddhùni,
to fava sto jirùni
……….
Aprile e aprilone
La fava è in fiore
1 G. Chiapparo, Usanze tropeane del ciclo natalizio, in Folklore della Calabria, Barbaro, Reggio Calabria, 1990, p.329
2 In Sicilia e in Terra d’Otranto i Catamisi vengono detti Calènnule, dal greco kalein = chiamare, perchè in detti giorni il pontefice chiamava il popolo per annunciargli le ferie. La regola che tengono in quelle regioni è diversa da quella di Tropea. Infatti i primi dodici giorni (dal 13 al 24 dicembre) predicono il tempo del nuovo anno, mentre costituiscono la controprova le osservazioni di altri dodici giorni, dopo il 24 di detto mese. I contadini in Romagna chiamano calendario e nel Veneto endegari i primi dodici giorni di gennaio, in cui si hanno le stesse osservazioni. Vedi Enciclopedia Italiana, voce Calendario). G. Chiapparo, cit.
3 Tra essi mi piace ricordare Luigi M. Lombardi Satriani, docente alla Sapienza di Roma che era stato, negli anni che vanno dal 1969 al 73, mio insegnante di “Tradizioni Popolari” presso l’Università di Messina, al quale consegnai larga messe di notizie sulla mia zona. Così come mi piace ricordare “ le ragioni di una ristampa” del libro Folklore della Calabria (rivista di Tradizioni Popolari diretta da A. Basile), se esse fossero davvero le ragioni del Folklore di tutta la Calabria e non piuttosto quelle di una parte della nostra Regione. Nel ristampare si poteva anche completare!
2
……….
O ìglio tu martìù
Tripài to cèrato tu vudìu
…….
Il sole di marzo
Buca il corno del bue
……..
Tis espèrri sto jenàri
Den cchorì poddhì sitàri
…….
Chi semina a gennaio
Non vede molto grano
3Lucia, nata con la luce del giorno e i “Cathamìni”
Iniziamo le tradizioni grecocalabre con la commemorazione di Santa Lucia. Alla data del 13 dicembre in ambito cristiano si festeggia Santa Lucia, una martire, nata a Siracusa, probabilmente nel 283, da una famiglia possidente e altolocata. La funzione specifica assolta da questa figura è notoriamente di protezione della vista (occhio, infatti, in grecocalabro si dice “lukkio”). Tale qualità mitica le viene attribuita, secondo alcuni, per derivazione dal nome, che sembra provenire dal latino Lùcia, femminile di Lùcius, la cui radice è lux (luce) e che significherebbe “nata con la luce del giorno”. Secondo una leggenda posteriore al racconto del suo martirio, Lucia ebbe a strapparsi gli occhi per evitare di cedere alle malie del peccato. Tuttavia, è evidente che la vera spiegazione del patronato sulla vista sta nella rinuncia alla luce materiale, a causa dell’accecamento, e nella contemporanea conquista della luce spirituale della fede, per vedere la quale non si ha bisogno degli occhi. Lucia compie una scelta: dona a Dio i propri organi fisici della vista, in cambio della vera rivelazione. Lucia fu martirizzata durante la persecuzione di Diocleziano, nel 304, a soli 21 anni. Pare che donò tutti i suoi averi ai poveri. Il carnefice l’avrebbe uccisa con un colpo di spada sul collo. La sua attività donativa è provata dunque dalla biografia, con l’episodio della rinuncia alla vista, ai piaceri e ai beni materiali in favore dei diseredati.
Carlo Sacchettoni ricorda che i giorni che separano la festa di Santa Lucia da quella del Natale sono dodici. La palma che imbraccia Lucia, ad esempio, non è solo il simbolo del martirio individuato dai primi cristiani. Nelle zone aride meridionali che si affacciano sul Mediterraneo, la palma da dattero era considerata sacra al dio del sole, Assur. Gli egizi deponevano rami di palma sui sarcofagi dei defunti. Gesù venne accolto a Gerusalemme con lo sventolio di rami di palma. Il nome greco della palma phoinix richiama la mitica fenice, l’uccello che rinasce dalle proprie ceneri, proprio come le divinità solari del solstizio.
Per quello che ci riguarda la festa di Santa Lucia rievoca tra i Greci di Calabria la storia dei “Cathamini” (ogni mese) “‘Erconde i Cathamìni Arrivano i catamìni”.
Fra le tante tradizioni note o meno note, che riempivano quotidianamente la vita degli ellenofoni di Calabria, vi erano alcune che assumevano una valenza astrologica. Esse erano abbastanza importanti ed originali perché si ricollegavano direttamente al mondo delle superstizioni ed alla tradizione mitologica ed ufficiale dell'antica Grecia. Erano tecniche empiriche e credenze capaci - o almeno questo si pensava - di predire e conoscere in anticipo l'andamento del tempo nel corso dell'anno.
Il discorso sulle tradizioni a sfondo astrologico sarebbe abbastanza lungo e degno di ben altre approfondite attenzioni. Ci soffermiamo su una di queste tradizioni, i “Cathamìni”, perché essa è una tra quelle che è maggiormente condivisa anche dal resto della Calabria romanza, oltre che, naturalmente, presente nella Calabria 1
ellenofona. Il termine cathamìni etimologicamente significa “ogni mese”, ed è formato dalle due parole “càtha e mina”. Il termine nel resto della Calabria è definito Catamisi e, secondo G. Chiapparo
1, proveniente dal greco “katàmino”(che vale annunziare, indicare). Dallo stesso autore, per completezza di informazione, riporto in nota le altre definizioni in uso in Sicilia, in Terra d’Otranto, in Romagna, in Veneto2. Dispiace dover soltanto sottolineare che i tanti esperti3 di Folklore calabrese spesso non conoscono o ignorano completamente le tradizioni dei Greci di Calabria, offrendo così una presentazione non esaustiva dei documenti da divulgare.
I Cathamìni avevano inizio la notte di Santa Lucia, tra il 13 e il 14 di dicembre, e terminavano il giorno di Natale. Erano pertanto costituiti da dodici giorni che corrispondevano di conseguenza ai dodici mesi dell'anno. Ad ogni giorno veniva perciò abbinato un mese. Il giorno 14 di dicembre era legato al mese di gennaio, e così di seguito fino al 25 dicembre che era il giorno collegato appunto col mese in questione. Secondo questa tradizione, ancora in uso presso buona parte della Calabria meridionale e nella zona della Bovesìa, la situazione metereologica dei vari giorni si sarebbe riflettuta sui mesi corrispondenti, preannunciando di conseguenza le stesse condizioni. Dal momento che il 19 di dicembre corrispondeva al mese di giugno, se in quella giornata il tempo fosse stato buono, la gente presupponeva già che in quel mese il tempo sarebbe stato altrettanto buono. E così di seguito. Non sappiamo naturalmente fino a che punto tutto ciò potesse avere una sua validità, ma è chiaro che era questo il "servizio metereologico" - anche se largamente empirico e fantasioso - dei pastori e dei contadini i quali continuavano a vivere in un mondo carico di emozioni e di angosce, ma anche e soprattutto di speranze. A tal proposito sarà utile ricordare alcuni dei numerosi proverbi dedicati ai mesi o la tempo dai grecanici che, nella loro semplicità, ricordavano alla gente, ai contadini ed ai pastori soprattutto, l’utilità di fare riferimento a tradizioni consolidate:
Aprìddhi ce apriddhùni,
to fava sto jirùni
……….
Aprile e aprilone
La fava è in fiore
1 G. Chiapparo, Usanze tropeane del ciclo natalizio, in Folklore della Calabria, Barbaro, Reggio Calabria, 1990, p.329
2 In Sicilia e in Terra d’Otranto i Catamisi vengono detti Calènnule, dal greco kalein = chiamare, perchè in detti giorni il pontefice chiamava il popolo per annunciargli le ferie. La regola che tengono in quelle regioni è diversa da quella di Tropea. Infatti i primi dodici giorni (dal 13 al 24 dicembre) predicono il tempo del nuovo anno, mentre costituiscono la controprova le osservazioni di altri dodici giorni, dopo il 24 di detto mese. I contadini in Romagna chiamano calendario e nel Veneto endegari i primi dodici giorni di gennaio, in cui si hanno le stesse osservazioni. Vedi Enciclopedia Italiana, voce Calendario). G. Chiapparo, cit.
3 Tra essi mi piace ricordare Luigi M. Lombardi Satriani, docente alla Sapienza di Roma che era stato, negli anni che vanno dal 1969 al 73, mio insegnante di “Tradizioni Popolari” presso l’Università di Messina, al quale consegnai larga messe di notizie sulla mia zona. Così come mi piace ricordare “ le ragioni di una ristampa” del libro Folklore della Calabria (rivista di Tradizioni Popolari diretta da A. Basile), se esse fossero davvero le ragioni del Folklore di tutta la Calabria e non piuttosto quelle di una parte della nostra Regione. Nel ristampare si poteva anche completare!
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O ìglio tu martìù
Tripài to cèrato tu vudìu
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Il sole di marzo
Buca il corno del bue
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Tis espèrri sto jenàri
Den cchorì poddhì sitàri
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Chi semina a gennaio
Non vede molto grano
3Lucia, nata con la luce del giorno e i “Cathamìni”
Iniziamo le tradizioni grecocalabre con la commemorazione di Santa Lucia. Alla data del 13 dicembre in ambito cristiano si festeggia Santa Lucia, una martire, nata a Siracusa, probabilmente nel 283, da una famiglia possidente e altolocata. La funzione specifica assolta da questa figura è notoriamente di protezione della vista (occhio, infatti, in grecocalabro si dice “lukkio”). Tale qualità mitica le viene attribuita, secondo alcuni, per derivazione dal nome, che sembra provenire dal latino Lùcia, femminile di Lùcius, la cui radice è lux (luce) e che significherebbe “nata con la luce del giorno”. Secondo una leggenda posteriore al racconto del suo martirio, Lucia ebbe a strapparsi gli occhi per evitare di cedere alle malie del peccato. Tuttavia, è evidente che la vera spiegazione del patronato sulla vista sta nella rinuncia alla luce materiale, a causa dell’accecamento, e nella contemporanea conquista della luce spirituale della fede, per vedere la quale non si ha bisogno degli occhi. Lucia compie una scelta: dona a Dio i propri organi fisici della vista, in cambio della vera rivelazione. Lucia fu martirizzata durante la persecuzione di Diocleziano, nel 304, a soli 21 anni. Pare che donò tutti i suoi averi ai poveri. Il carnefice l’avrebbe uccisa con un colpo di spada sul collo. La sua attività donativa è provata dunque dalla biografia, con l’episodio della rinuncia alla vista, ai piaceri e ai beni materiali in favore dei diseredati.
Carlo Sacchettoni ricorda che i giorni che separano la festa di Santa Lucia da quella del Natale sono dodici. La palma che imbraccia Lucia, ad esempio, non è solo il simbolo del martirio individuato dai primi cristiani. Nelle zone aride meridionali che si affacciano sul Mediterraneo, la palma da dattero era considerata sacra al dio del sole, Assur. Gli egizi deponevano rami di palma sui sarcofagi dei defunti. Gesù venne accolto a Gerusalemme con lo sventolio di rami di palma. Il nome greco della palma phoinix richiama la mitica fenice, l’uccello che rinasce dalle proprie ceneri, proprio come le divinità solari del solstizio.
Per quello che ci riguarda la festa di Santa Lucia rievoca tra i Greci di Calabria la storia dei “Cathamini” (ogni mese) “‘Erconde i Cathamìni Arrivano i catamìni”.
Fra le tante tradizioni note o meno note, che riempivano quotidianamente la vita degli ellenofoni di Calabria, vi erano alcune che assumevano una valenza astrologica. Esse erano abbastanza importanti ed originali perché si ricollegavano direttamente al mondo delle superstizioni ed alla tradizione mitologica ed ufficiale dell'antica Grecia. Erano tecniche empiriche e credenze capaci - o almeno questo si pensava - di predire e conoscere in anticipo l'andamento del tempo nel corso dell'anno.
Il discorso sulle tradizioni a sfondo astrologico sarebbe abbastanza lungo e degno di ben altre approfondite attenzioni. Ci soffermiamo su una di queste tradizioni, i “Cathamìni”, perché essa è una tra quelle che è maggiormente condivisa anche dal resto della Calabria romanza, oltre che, naturalmente, presente nella Calabria 1
ellenofona. Il termine cathamìni etimologicamente significa “ogni mese”, ed è formato dalle due parole “càtha e mina”. Il termine nel resto della Calabria è definito Catamisi e, secondo G. Chiapparo
1, proveniente dal greco “katàmino”(che vale annunziare, indicare). Dallo stesso autore, per completezza di informazione, riporto in nota le altre definizioni in uso in Sicilia, in Terra d’Otranto, in Romagna, in Veneto2. Dispiace dover soltanto sottolineare che i tanti esperti3 di Folklore calabrese spesso non conoscono o ignorano completamente le tradizioni dei Greci di Calabria, offrendo così una presentazione non esaustiva dei documenti da divulgare.
I Cathamìni avevano inizio la notte di Santa Lucia, tra il 13 e il 14 di dicembre, e terminavano il giorno di Natale. Erano pertanto costituiti da dodici giorni che corrispondevano di conseguenza ai dodici mesi dell'anno. Ad ogni giorno veniva perciò abbinato un mese. Il giorno 14 di dicembre era legato al mese di gennaio, e così di seguito fino al 25 dicembre che era il giorno collegato appunto col mese in questione. Secondo questa tradizione, ancora in uso presso buona parte della Calabria meridionale e nella zona della Bovesìa, la situazione metereologica dei vari giorni si sarebbe riflettuta sui mesi corrispondenti, preannunciando di conseguenza le stesse condizioni. Dal momento che il 19 di dicembre corrispondeva al mese di giugno, se in quella giornata il tempo fosse stato buono, la gente presupponeva già che in quel mese il tempo sarebbe stato altrettanto buono. E così di seguito. Non sappiamo naturalmente fino a che punto tutto ciò potesse avere una sua validità, ma è chiaro che era questo il "servizio metereologico" - anche se largamente empirico e fantasioso - dei pastori e dei contadini i quali continuavano a vivere in un mondo carico di emozioni e di angosce, ma anche e soprattutto di speranze. A tal proposito sarà utile ricordare alcuni dei numerosi proverbi dedicati ai mesi o la tempo dai grecanici che, nella loro semplicità, ricordavano alla gente, ai contadini ed ai pastori soprattutto, l’utilità di fare riferimento a tradizioni consolidate:
Aprìddhi ce apriddhùni,
to fava sto jirùni
……….
Aprile e aprilone
La fava è in fiore
1 G. Chiapparo, Usanze tropeane del ciclo natalizio, in Folklore della Calabria, Barbaro, Reggio Calabria, 1990, p.329
2 In Sicilia e in Terra d’Otranto i Catamisi vengono detti Calènnule, dal greco kalein = chiamare, perchè in detti giorni il pontefice chiamava il popolo per annunciargli le ferie. La regola che tengono in quelle regioni è diversa da quella di Tropea. Infatti i primi dodici giorni (dal 13 al 24 dicembre) predicono il tempo del nuovo anno, mentre costituiscono la controprova le osservazioni di altri dodici giorni, dopo il 24 di detto mese. I contadini in Romagna chiamano calendario e nel Veneto endegari i primi dodici giorni di gennaio, in cui si hanno le stesse osservazioni. Vedi Enciclopedia Italiana, voce Calendario). G. Chiapparo, cit.
3 Tra essi mi piace ricordare Luigi M. Lombardi Satriani, docente alla Sapienza di Roma che era stato, negli anni che vanno dal 1969 al 73, mio insegnante di “Tradizioni Popolari” presso l’Università di Messina, al quale consegnai larga messe di notizie sulla mia zona. Così come mi piace ricordare “ le ragioni di una ristampa” del libro Folklore della Calabria (rivista di Tradizioni Popolari diretta da A. Basile), se esse fossero davvero le ragioni del Folklore di tutta la Calabria e non piuttosto quelle di una parte della nostra Regione. Nel ristampare si poteva anche completare!
2
……….
O ìglio tu martìù
Tripài to cèrato tu vudìu
…….
Il sole di marzo
Buca il corno del bue
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Tis espèrri sto jenàri
Den cchorì poddhì sitàri
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Chi semina a gennaio
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