LE NARADE (n.2)

15.07.2016 09:06

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 

Ma prendiamo in esame i racconti che parlano delle «naràde» e le relative varianti che ruotano intorno ad esse. Esamineremo in particolare i ricordi e i racconti di una anziana donna di Roghudi, all’epoca novantenne1, due racconti pubblicati nei TNC2, che contiene una interessante novità rispetto agli altri testi. Tralasceremo altro pubblicato da Angelo Romeo3, più breve ed identico a quello riportato nei TNC.
…………
Trèchi, trèchi to nerò
ston aspro ammò,
sto potamò.
Paramèga to fengàri
fenghìzi ta choràfia
stin mesinìsta.
Petti o chìmarro
trèchonda grìgora, lambìzi.
Ene i nista tos Naradò
…………..
Corre, corre l’acqua
nella sabbia bianca,
nel fiume.
Grandissima la luna
illumina i campi
a mezzanotte.
Precipita la fiumara
correndo veloce, brilla.
È la notte delle Narade4.
………….
La tradizione delle Naràde è molto importante nei racconti grecanici, come dicevamo. E’ stata sempre narrata da centinaia di anni in famiglia, un po’ per tradizione, un po’ per superstizione, un po’ perché le donne e i bambini rimanevano spaventati e incantati ad ascoltare. Le varianti sull’argomento sono tante, ma servono tutte unicamente a far comprendere alla gente più esposta - donne e bambini - la necessità di prestare attenzione ai pericoli.
Le Anarade, nella leggenda, hanno sempre rappresentato l’essere crudele per antonomasia. Così, per un certo periodo storico la naràda, che sgozzava i bambini o si nutriva di carne umana, raffigurava simbolicamente l’orda saracena che saliva dalle marine verso i paesi di montagna. Il loro tallone d’Achille5 erano i piedi. Il rumore degli zoccoli e la forma asinina tradiva infatti la loro presenza.
Ma chi era l’anarada?. Come aveva i piedi? E la faccia? Usciva di notte o di giorno? Dove abitava?
Ce lo racconta Annunziata Romeo di Chorìo di Roghudi di anni 94, all’epoca in cui il dialogo fu registrato, cioè nel 1981:
……………..
« I naràde ìchai dio pòdia asce gàdaro ce dio asce christianò: tèssera. To misì ito christianò, ton àddho ito asce gàdaro. Ce elègai ti, tute ode, an tos erìrtai, an epìgai na to rìsciusi rroba asce parthà, na fàu, en tus enghìzzai tu cchristianùse, an dè, tus etrògai 6».
………………..
[Le narade avevano due piedi di asino e due di essere umano: quattro. Per metà erano esseri umani, l’altra metà erano asini. E dicono che, queste qua, se le gettavano, se andavano a gettar loro roba di latticini, per mangiare, non toccavano la gente, altrimenti li mangiavano].
…………….
Ed Annunziata, ormai sempre più lucida nei ricordi, nonostante i suoi 94 anni, continua a raccontare:
……………..
«Mìa ecuntèguondo ena viàggio, ejài ecì sto spìtindi ce tis ìpene, ta ti ffài; na ti ffài; ecìndi mavri spichì den tis ebàkespe na clì tin porta! Ce embèthi. Ecìni ìsteke manganìzonda ton cànnavo me to mangàni. Ce tis ìpe i anaràda: «Pos to cànnite to lino, cummàre?» «Ah! cummàre», tis ìpe, « na se cuntèspo to podi tu linu, canta lu gaddhu e faci matìnu! ». Embèthi cuntèonda: «Ndìddhi, ndìddhi, cummàre, ndìddhi, ndìddhi, cummàre…». Tòsson ècame pu7 ecàntespe o gàddho; san ecàntespe o gàddho èfighe i anaràda! Tis ìpene: « Mavri na fanì pu se cratì! » . C’epètae i anaràda8».
…………………
[Si raccontava che una volta, una (narada) andò lì a casa sua e le parlò, per mangiarla; per mangiarla; quella povera anima non ebbe il tempo di chiudere la porta! E quella entrò. La donna stava battendo la canapa con il mangano. La narada le disse: «Comare, come lo fate il lino? » «Ah! comare», le rispose, « se dovessi raccontarvi il piede del lino, canta il gallo e si fa mattino9». E iniziò a raccontare: «Ndìddhi, ndìddhi, comare, ndìddhi, ndìddhi, comare…» . Tanto fece che cantò il gallo; quando il gallo cantò la narada fuggì! Le disse: « che possa diventare nera chi ti tiene!
E la narada volò10].
__________________________________________________________________
1 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
2 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959
3 A. Romeo, Narade d’Aspromonte, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 1991, pp. 84-85
4 D. Casile, in F. Violi, I Nuovi testi Neogreci di Calabria, vol. II, Iiriti ed., Reggio Calabria 2005, p.209
5 Non so fino a qual punto è utile ricordare che una delle Nereide era appunto Teti, madre di Achille, amata da Peleo. Achille, si ricorderà, aveva il suo punto debole nel tallone.
6 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
7 Si noti l’uso del relativo “pu” a Roghudi, mentre a Bova è più usuale il “ti”.
8 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
9 Si fa strada l’astuzia della donna che intrattiene con un racconto lungo la narada fino a che non fa giorno

10 Volò: evidentemente il riferimento non può essere alle Nereidi, comunemente conosciute come ninfe dell’acqua e non come uccelli.

LE NARADE
Ma prendiamo in esame i racconti che parlano delle «naràde» e le relative varianti che ruotano intorno ad esse. Esamineremo in particolare i ricordi e i racconti di una anziana donna di Roghudi, all’epoca novantenne1, due racconti pubblicati nei TNC2, che contiene una interessante novità rispetto agli altri testi. Tralasceremo altro pubblicato da Angelo Romeo3, più breve ed identico a quello riportato nei TNC.
…………
Trèchi, trèchi to nerò
ston aspro ammò,
sto potamò.
Paramèga to fengàri
fenghìzi ta choràfia
stin mesinìsta.
Petti o chìmarro
trèchonda grìgora, lambìzi.
Ene i nista tos Naradò
…………..
Corre, corre l’acqua
nella sabbia bianca,
nel fiume.
Grandissima la luna
illumina i campi
a mezzanotte.
Precipita la fiumara
correndo veloce, brilla.
È la notte delle Narade4.
………….
La tradizione delle Naràde è molto importante nei racconti grecanici, come dicevamo. E’ stata sempre narrata da centinaia di anni in famiglia, un po’ per tradizione, un po’ per superstizione, un po’ perché le donne e i bambini rimanevano spaventati e incantati ad ascoltare. Le varianti sull’argomento sono tante, ma servono tutte unicamente a far comprendere alla gente più esposta - donne e bambini - la necessità di prestare attenzione ai pericoli.
Le Anarade, nella leggenda, hanno sempre rappresentato l’essere crudele per antonomasia. Così, per un certo periodo storico la naràda, che sgozzava i bambini o si nutriva di carne umana, raffigurava simbolicamente l’orda saracena che saliva dalle marine verso i paesi di montagna. Il loro tallone d’Achille5 erano i piedi. Il rumore degli zoccoli e la forma asinina tradiva infatti la loro presenza.
Ma chi era l’anarada?. Come aveva i piedi? E la faccia? Usciva di notte o di giorno? Dove abitava?
Ce lo racconta Annunziata Romeo di Chorìo di Roghudi di anni 94, all’epoca in cui il dialogo fu registrato, cioè nel 1981:
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1 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
2 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959
3 A. Romeo, Narade d’Aspromonte, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 1991, pp. 84-85
4 D. Casile, in F. Violi, I Nuovi testi Neogreci di Calabria, vol. II, Iiriti ed., Reggio Calabria 2005, p.209
5 Non so fino a qual punto è utile ricordare che una delle Nereide era appunto Teti, madre di Achille, amata da Peleo. Achille, si ricorderà, aveva il suo punto debole nel tallone.
« I naràde ìchai dio pòdia asce gàdaro ce dio asce christianò: tèssera. To misì ito christianò, ton àddho ito asce gàdaro. Ce elègai ti, tute ode, an tos erìrtai, an epìgai na to rìsciusi rroba asce parthà, na fàu, en tus enghìzzai tu cchristianùse, an dè, tus etrògai 6».
………………..
[Le narade avevano due piedi di asino e due di essere umano: quattro. Per metà erano esseri umani, l’altra metà erano asini. E dicono che, queste qua, se le gettavano, se andavano a gettar loro roba di latticini, per mangiare, non toccavano la gente, altrimenti li mangiavano].
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Ed Annunziata, ormai sempre più lucida nei ricordi, nonostante i suoi 94 anni, continua a raccontare:
……………..
«Mìa ecuntèguondo ena viàggio, ejài ecì sto spìtindi ce tis ìpene, ta ti ffài; na ti ffài; ecìndi mavri spichì den tis ebàkespe na clì tin porta! Ce embèthi. Ecìni ìsteke manganìzonda ton cànnavo me to mangàni. Ce tis ìpe i anaràda: «Pos to cànnite to lino, cummàre?» «Ah! cummàre», tis ìpe, « na se cuntèspo to podi tu linu, canta lu gaddhu e faci matìnu! ». Embèthi cuntèonda: «Ndìddhi, ndìddhi, cummàre, ndìddhi, ndìddhi, cummàre…». Tòsson ècame pu7 ecàntespe o gàddho; san ecàntespe o gàddho èfighe i anaràda! Tis ìpene: « Mavri na fanì pu se cratì! » . C’epètae i anaràda8».
…………………
[Si raccontava che una volta, una (narada) andò lì a casa sua e le parlò, per mangiarla; per mangiarla; quella povera anima non ebbe il tempo di chiudere la porta! E quella entrò. La donna stava battendo la canapa con il mangano. La narada le disse: «Comare, come lo fate il lino? » «Ah! comare», le rispose, « se dovessi raccontarvi il piede del lino, canta il gallo e si fa mattino9». E iniziò a raccontare: «Ndìddhi, ndìddhi, comare, ndìddhi, ndìddhi, comare…» . Tanto fece che cantò il gallo; quando il gallo cantò la narada fuggì! Le disse: « che possa diventare nera chi ti tiene!
E la narada volò10].
6 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
7 Si noti l’uso del relativo “pu” a Roghudi, mentre a Bova è più usuale il “ti”.
8 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
9 Si fa strada l’astuzia della donna che intrattiene con un racconto lungo la narada fino a che non fa giorno
10 Volò: evidentemente il riferimento non può essere alle Nereidi, comunemente conosciute come ninfe dell’acqua e non come uccelli.LE NARADE
Ma prendiamo in esame i racconti che parlano delle «naràde» e le relative varianti che ruotano intorno ad esse. Esamineremo in particolare i ricordi e i racconti di una anziana donna di Roghudi, all’epoca novantenne1, due racconti pubblicati nei TNC2, che contiene una interessante novità rispetto agli altri testi. Tralasceremo altro pubblicato da Angelo Romeo3, più breve ed identico a quello riportato nei TNC.
…………
Trèchi, trèchi to nerò
ston aspro ammò,
sto potamò.
Paramèga to fengàri
fenghìzi ta choràfia
stin mesinìsta.
Petti o chìmarro
trèchonda grìgora, lambìzi.
Ene i nista tos Naradò
…………..
Corre, corre l’acqua
nella sabbia bianca,
nel fiume.
Grandissima la luna
illumina i campi
a mezzanotte.
Precipita la fiumara
correndo veloce, brilla.
È la notte delle Narade4.
………….
La tradizione delle Naràde è molto importante nei racconti grecanici, come dicevamo. E’ stata sempre narrata da centinaia di anni in famiglia, un po’ per tradizione, un po’ per superstizione, un po’ perché le donne e i bambini rimanevano spaventati e incantati ad ascoltare. Le varianti sull’argomento sono tante, ma servono tutte unicamente a far comprendere alla gente più esposta - donne e bambini - la necessità di prestare attenzione ai pericoli.
Le Anarade, nella leggenda, hanno sempre rappresentato l’essere crudele per antonomasia. Così, per un certo periodo storico la naràda, che sgozzava i bambini o si nutriva di carne umana, raffigurava simbolicamente l’orda saracena che saliva dalle marine verso i paesi di montagna. Il loro tallone d’Achille5 erano i piedi. Il rumore degli zoccoli e la forma asinina tradiva infatti la loro presenza.
Ma chi era l’anarada?. Come aveva i piedi? E la faccia? Usciva di notte o di giorno? Dove abitava?
Ce lo racconta Annunziata Romeo di Chorìo di Roghudi di anni 94, all’epoca in cui il dialogo fu registrato, cioè nel 1981:
……………..
1 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
2 G. Rossi Taibbi - G. Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959
3 A. Romeo, Narade d’Aspromonte, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 1991, pp. 84-85
4 D. Casile, in F. Violi, I Nuovi testi Neogreci di Calabria, vol. II, Iiriti ed., Reggio Calabria 2005, p.209
5 Non so fino a qual punto è utile ricordare che una delle Nereide era appunto Teti, madre di Achille, amata da Peleo. Achille, si ricorderà, aveva il suo punto debole nel tallone.
« I naràde ìchai dio pòdia asce gàdaro ce dio asce christianò: tèssera. To misì ito christianò, ton àddho ito asce gàdaro. Ce elègai ti, tute ode, an tos erìrtai, an epìgai na to rìsciusi rroba asce parthà, na fàu, en tus enghìzzai tu cchristianùse, an dè, tus etrògai 6».
………………..
[Le narade avevano due piedi di asino e due di essere umano: quattro. Per metà erano esseri umani, l’altra metà erano asini. E dicono che, queste qua, se le gettavano, se andavano a gettar loro roba di latticini, per mangiare, non toccavano la gente, altrimenti li mangiavano].
…………….
Ed Annunziata, ormai sempre più lucida nei ricordi, nonostante i suoi 94 anni, continua a raccontare:
……………..
«Mìa ecuntèguondo ena viàggio, ejài ecì sto spìtindi ce tis ìpene, ta ti ffài; na ti ffài; ecìndi mavri spichì den tis ebàkespe na clì tin porta! Ce embèthi. Ecìni ìsteke manganìzonda ton cànnavo me to mangàni. Ce tis ìpe i anaràda: «Pos to cànnite to lino, cummàre?» «Ah! cummàre», tis ìpe, « na se cuntèspo to podi tu linu, canta lu gaddhu e faci matìnu! ». Embèthi cuntèonda: «Ndìddhi, ndìddhi, cummàre, ndìddhi, ndìddhi, cummàre…». Tòsson ècame pu7 ecàntespe o gàddho; san ecàntespe o gàddho èfighe i anaràda! Tis ìpene: « Mavri na fanì pu se cratì! » . C’epètae i anaràda8».
…………………
[Si raccontava che una volta, una (narada) andò lì a casa sua e le parlò, per mangiarla; per mangiarla; quella povera anima non ebbe il tempo di chiudere la porta! E quella entrò. La donna stava battendo la canapa con il mangano. La narada le disse: «Comare, come lo fate il lino? » «Ah! comare», le rispose, « se dovessi raccontarvi il piede del lino, canta il gallo e si fa mattino9». E iniziò a raccontare: «Ndìddhi, ndìddhi, comare, ndìddhi, ndìddhi, comare…» . Tanto fece che cantò il gallo; quando il gallo cantò la narada fuggì! Le disse: « che possa diventare nera chi ti tiene!
E la narada volò10].
6 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
7 Si noti l’uso del relativo “pu” a Roghudi, mentre a Bova è più usuale il “ti”.
8 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988, pp. 100-102
9 Si fa strada l’astuzia della donna che intrattiene con un racconto lungo la narada fino a che non fa giorno
10 Volò: evidentemente il riferimento non può essere alle Nereidi, comunemente conosciute come ninfe dell’acqua e non come uccelli.

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