LE NARADE (4)

18.07.2016 09:04

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 

NARADE 4
ALCUNE CONSIDERAZIONI SU QUESTO RACCONTO:
1. Le condizioni orografiche di Roghudi erano tali che bastava chiudere l’accesso a Pizzipiruni, Agriddhèa e Plache affinché le anarade non potessero entrare;
2. Si inserisce in questo racconto un elemento di novità: il fatto che le anarade vanno a cavalcioni di un ramo di sambuco;
3. perché il racconto sia più credibile il narratore cita alcuni toponimi della zona, a tutti noti, che rappresentano le porte di accesso al paese.
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Diverso, nei modi e nelle sue componenti essenziali, è il racconto raccolto invece da Gennaro Salvatore Dieni, dalla madre, e pubblicato in un calendario grecanico da me curato nel 1987.
……………..
Mìa nista mìa jinèka ti ito mammìna, ìcue mbussègonde stin porta. Sirma ejèrti ce ànizze tin porta. Sto mali andin pòrta ìche ènan christianò. Ti s’ìpe na pài methètu sto spìtindu na ssistèzzi mìan jinèka ti ìche na jennì1. I jinèka en ìvre ti ecìno christianò, ti ebùssezze stin porta ìche to pòdi àzze gàdaro. I jinèka echorìste me cino christianò na pài sto spìtitu, me sti strata, i jinèka ìvre ti en ito ‘na christianò scundo i àddhi, ma ito ‘na naràdo jatì ìche to podi zze gàdaro. I jinèka den ìsonne kàmi tìpote ce ejài methètu ste grùtte, ti issa stin ozzìa, ecì ìche poddhù naràdu2. Porpatònda, cìno christianò naràdo tis ìpe tis mammìna: cino ti èchi na jenestì ene to cumplimènto, o tin puniziòni, jatì, tis ìpe, an ène àndra ene càglio jà essèna, an ène jinèka ène àcharo. Pòte san ejài stin grùtta, ìvre tòsse naràde, me oli tin paùra ecì assìstezze tin naràda3. I furtùna tis afùdie ce ègguiki àndra. Ole i naràde tin accumpagnèzzai me poddhà magna pràmata ti pasèna tis èdike, sto spìti.
…………….
[«Una notte una donna che era ostetrica, sentì bussare alla porta. Subito si alzò ed aprì la porta. Fuori dalla porta c’era un uomo. Le disse di andare con lui a casa sua per assistere una donna che doveva partorire. La donna non si accorse che quell’uomo, che aveva bussato alla porta aveva il piede di asino. La donna partì con quell’uomo per andare a casa sua, ma per strada la donna vide che non era un uomo come gli altri, ma era un “anarado” perché aveva il piede di asino. La donna non poteva fare nulla e andò con lui nelle grotte, che erano in montagna, lì c’erano molti “anaradi”.
Mentre camminavano quell’essere “anarado” disse all’ostetrica: colui che deve nascere sarà il premio o la punizione, perché, le disse, se è maschio è meglio per te, se è femmina è male. Quando entrò nella grotta vide tante “anarade”, con tutta la paura assistette “l’anarada”. La fortuna l’aiutò e venne fuori un maschio. Tutte le “anarade” la accompagnarono, con molti bei regali che ognuna le diede, a casa»].
………….
Alcune riflessioni sul racconto ci portano a delle considerazioni abbastanza importanti:
1. nel racconto c’è una novità assoluta rispetto a quelli tradizionali: la presenza dell’ “anarado” maschio;
2. viene evidenziato il luogo dove le narade abitavano, cioè le grotte;
3. alla presenza individuale della anarada si sostituisce quella del gruppo;
1 Nel testo, erroneamente, “na jennài”
2 Nel testo, erroneamente, “poddhì naràdi”.
3 Viene fuori la parte umana delle anarade. Anch’essa ha bisogno di essere assistita durante il parto.
4. l’esternazione di una forma di pesante misoginismo che contraddistingue la mentalità dei maschi delle “narade”, e cioè il desiderio che il nascituro sia maschio. Ma può anche essere preso in considerazione il fatto che la nascita di un maschio rappresentasse nell’immaginario collettivo un elemento di maggiore difesa per la “stirpe”;
5. la necessità delle “anarade” di essere assistite da un essere “umano”, l’ostetrica, durante il parto;
6. alle minacce iniziali segue la generosità del gruppo, quando le “anarade” si accorgono che il nascituro è maschio;
7. infine, per la prima volta, la donna non deve difendere se stessa dal pericolo di essere mangiata dalle “anarade”, ma riceve anzi molti doni.
CONSIDERAZIONI SU QUESTO RACCONTO:
1. Le condizioni orografiche di Roghudi erano tali che bastava chiudere l’accesso a Pizzipiruni, Agriddhèa e Plache affinché le anarade non potessero entrare;
2. Si inserisce in questo racconto un elemento di novità: il fatto che le anarade vanno a cavalcioni di un ramo di sambuco;
3. perché il racconto sia più credibile il narratore cita alcuni toponimi della zona, a tutti noti, che rappresentano le porte di accesso al paese.
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Diverso, nei modi e nelle sue componenti essenziali, è il racconto raccolto invece da Gennaro Salvatore Dieni, dalla madre, e pubblicato in un calendario grecanico da me curato nel 1987.
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Mìa nista mìa jinèka ti ito mammìna, ìcue mbussègonde stin porta. Sirma ejèrti ce ànizze tin porta. Sto mali andin pòrta ìche ènan christianò. Ti s’ìpe na pài methètu sto spìtindu na ssistèzzi mìan jinèka ti ìche na jennì1. I jinèka en ìvre ti ecìno christianò, ti ebùssezze stin porta ìche to pòdi àzze gàdaro. I jinèka echorìste me cino christianò na pài sto spìtitu, me sti strata, i jinèka ìvre ti en ito ‘na christianò scundo i àddhi, ma ito ‘na naràdo jatì ìche to podi zze gàdaro. I jinèka den ìsonne kàmi tìpote ce ejài methètu ste grùtte, ti issa stin ozzìa, ecì ìche poddhù naràdu2. Porpatònda, cìno christianò naràdo tis ìpe tis mammìna: cino ti èchi na jenestì ene to cumplimènto, o tin puniziòni, jatì, tis ìpe, an ène àndra ene càglio jà essèna, an ène jinèka ène àcharo. Pòte san ejài stin grùtta, ìvre tòsse naràde, me oli tin paùra ecì assìstezze tin naràda3. I furtùna tis afùdie ce ègguiki àndra. Ole i naràde tin accumpagnèzzai me poddhà magna pràmata ti pasèna tis èdike, sto spìti.
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[«Una notte una donna che era ostetrica, sentì bussare alla porta. Subito si alzò ed aprì la porta. Fuori dalla porta c’era un uomo. Le disse di andare con lui a casa sua per assistere una donna che doveva partorire. La donna non si accorse che quell’uomo, che aveva bussato alla porta aveva il piede di asino. La donna partì con quell’uomo per andare a casa sua, ma per strada la donna vide che non era un uomo come gli altri, ma era un “anarado” perché aveva il piede di asino. La donna non poteva fare nulla e andò con lui nelle grotte, che erano in montagna, lì c’erano molti “anaradi”.
Mentre camminavano quell’essere “anarado” disse all’ostetrica: colui che deve nascere sarà il premio o la punizione, perché, le disse, se è maschio è meglio per te, se è femmina è male. Quando entrò nella grotta vide tante “anarade”, con tutta la paura assistette “l’anarada”. La fortuna l’aiutò e venne fuori un maschio. Tutte le “anarade” la accompagnarono, con molti bei regali che ognuna le diede, a casa»].
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Alcune riflessioni sul racconto ci portano a delle considerazioni abbastanza importanti:
1. nel racconto c’è una novità assoluta rispetto a quelli tradizionali: la presenza dell’ “anarado” maschio;
2. viene evidenziato il luogo dove le narade abitavano, cioè le grotte;
3. alla presenza individuale della anarada si sostituisce quella del gruppo;
4. l’esternazione di una forma di pesante misoginismo che contraddistingue la mentalità dei maschi delle “narade”, e cioè il desiderio che il nascituro sia maschio. Ma può anche essere preso in considerazione il fatto che la nascita di un maschio rappresentasse nell’immaginario collettivo un elemento di maggiore difesa per la “stirpe”;
5. la necessità delle “anarade” di essere assistite da un essere “umano”, l’ostetrica, durante il parto;
6. alle minacce iniziali segue la generosità del gruppo, quando le “anarade” si accorgono che il nascituro è maschio;
7. infine, per la prima volta, la donna non deve difendere se stessa dal pericolo di essere mangiata dalle “anarade”, ma riceve anzi molti doni.
 
 
 
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1 Nel testo, erroneamente, “na jennài”
2 Nel testo, erroneamente, “poddhì naràdi”.
3 Viene fuori la parte umana delle anarade. Anch’essa ha bisogno di essere assistita durante il parto.

 

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