LE GARE NEI GIOCHI OLIMPICI DELL'ANTICA GRECIA

11.08.2016 10:45

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi -  

Appena nati, dunque, i giochi olimpici (776 a.C.), si svolsero in una sola giornata e con una sola gara: la corsa dello stadio. Lo stadio era una corsa veloce sulla distanza che, approssimativamente, possiamo calcolare in 192 metri. Da esso derivano il diaulo e il dolico. Il diaulo, introdotto nell’Olimpiade 14a, era una corsa di velocità prolungata, in cui si doveva percorrere la distanza di due stadi, dal punto di partenza alla meta, in tutto 370 metri circa. Il dolico invece, introdotto nell’olimpiade 15a, era una corsa di fondo sulla distanza di 4440 metri, corrispondente a 24 stadi. Per lo più, in queste gare, le partenze venivano date con uno squillo di tromba.
Dalla 78a Olimpiade (468 a.C.) i giochi iniziarono a durare cinque giorni. Le gare più importanti erano: la corsa a piedi (stadio), il pugilato ( Il pugilato era un combattimento tra due avversari che cercavano di colpirsi con i pugni protetti e rinforzati da strisce di pelle di bue, che fasciavano la mano e l'avambraccio fin sotto al gomito. Questa rivestitura, detta "cesto", aumentava la potenza dei colpi, sicché il combattimento diventava violentissimo e se pure una legge ad Olimpia impediva al pugile di uccidere il suo avversario, sotto pena di essere privato del lauro in caso di vittoria, tuttavia non di rado i contendenti finivano orrendamente sfigurati e irrimediabilmente offesi nel corpo). C’era poi la lotta (Nella lotta gli atleti si ungevano il corpo con olio, per rendere più elastiche le membra, quindi si cospargevano di polvere in modo che le mani potessero trovare la presa senza scivolare. I due contendenti, infatti, si prendevano per le braccia e cercavano con improvvise mosse di astuzia e di agilità, più che di forza, di stendere a terra l'avversario e di tenervelo, finché non si fosse dichiarato vinto alzando la mano. Tre erano gli assalti con cui i lottatori dovevano affrontarsi, e per ottenere la vittoria si doveva abbattere l'avversario almeno due volte. I lottatori, alla presenza degli agotenenti, o sovrintendenti dei giochi, estraevano le sorti contrassegnate dalle lettere dell'alfabeto, duplicate in due sorti; i due che avevano estratto la stessa lettera combattevano insieme, e se il numero degli atleti era dispari, colui al quale toccava l'unica lettera faceva il campione di riserva, il quale entrava senza combattere nel turno successivo e aveva il vantaggio di battersi fresco di forze con i vincitori già provati della prima eliminatoria). Successivamente il pancrazio1 (un misto di lotta e pugilato), il pentatlon2 (cinque prove che comprendevano corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco e lotta), e le corse dei cavalli che si svolgevano dentro l’ippodromo. La corsa dei cocchi con quattro cavalli: la più importante e la più spettacolare di tutte, introdotta nell'Olimpiade 25a, era una gara nella quale concorrevano solo coloro che potevano permettersi un allevamento di cavalli da corsa e procurarsi gli aurighi più abili, per cui ben presto si trattò di una lotta fra scuderie, come avviene nei nostri ippodromi. Re, tiranni, ambiziosi uomini politici, cercavano in questi agoni la gloria necessaria per blasonare il loro potere, o per procurarsi la fama e il favore popolare, come Alcibiade, il quale mandò ad Olimpia sette carri in una volta, con i quali ottenne il primo, il secondo e il quarto posto. I concorrenti non partivano in linea retta, ma da stalli situati su due fiancate oblique, che formavano un triangolo, detto "prora", con un vertice chiamato "sprone" verso la carriera. Un congegno dava il segnale della partenza, lanciando in alto un'aquila posta su un altare nel mezzo della prora e abbassando contemporaneamente un delfino posto sullo sprone e ben visibile a tutti. Dobbiamo pensare che si liberassero prima i carri delle poste più lontane, poi quelli delle più vicine allo sprone, in modo da ottenere un allineamento all'altezza del vertice, da cui iniziava la pista vera e propria; oppure, ma è improbabile, si potrebbe immaginare una vera e propria corsa ad "handicap", in cui la sorte o la celebrità costringeva certi cavalli a rendere alcune lunghezze agli altri. I concorrenti dovevano doppiare dodici volte le due mete, poste all'estremità longitudinale della pista e presso una delle quali, forse quella opposta alla linea di partenza, sorgeva il Tarassippo (colui il quale spaventava i cavalli), un altare-sepolcro di qualche eroe, proprio nel punto più pericoloso del percorso, cioè la curva dove i carri, per guadagnare distanza, sfioravano la meta e, stringendo all'interno, spesso si urtavano e si fracassavano.
 
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1 Il pancrazio, introdotto nell'Olimpiade 33a, era un combattimento misto di pugilato e di lotta, solo che i pancraziasti, dovendosi afferrare con le mani, non portavano necessariamente i cesti. Come dice la parola stessa era una gara di "tutta forza", vicina per molti aspetti alla nostra "lotta libera".
2 Il pentathlon consisteva in cinque gare: salto, corsa a piedi di velocità, disco, pugilato, sostituito più tardi dal lancio del giavellotto, lotta. Introdotto nell’Olimpiade XVIII, era una gara per atleti completi, che dovevano unire forza e agilità; sembra tuttavia che i concorrenti non disputassero tutte le gare ma avessero la possibilità di scegliere tre specialità, in cui dovevano vincere per ottenere il trionfo finale. Non esisteva infatti la classifica per punti o secondo i piazzamenti ottenuti, come nelle gare moderne, per cui quello era il metodo migliore per stabilire senza controversie il vincitore. Nel salto l’atleta gareggiante con agilità doveva staccarsi da terra e proiettarsi il più distante possibile. Si trattava quindi di un salto in lungo, nel quale, per aumentare lo slancio e nello stesso tempo bilanciare e coordinare il moto in avanti delle gambe e delle braccia, i saltatori si servivano di manubri metallici, che tenevano uno per mano, formati da un’impugnatura e da un’estremità a forma di campana piena e pesante. Il disco era una piastra di ferro o di altro materiale pesante, rame o bronzo, di forma lenticolare, rotonda e schiacciata, sottile ai bordi e grossa al centro, di 15-20 centimetri di diametro. Il disco si teneva in mano e, bilanciandolo col braccio in un movimento rotatorio dall’alto in basso e in avanti, facendo perno su una gamba, lo si scagliava a parabola il più lontano possibile. Forse il lanciatore si serviva anche di una correggia, che faceva passare attraverso un foro centrale del disco, ma in che modo esatto la usasse non ci è dato di sapere. Per il pentatlo olimpico si usavano tre dischi sacri conservati nel tesoro dei Sicioni nell'Altis di Olimpia.

 

LE GARE
Appena nati, dunque, i giochi olimpici (776 a.C.), si svolsero in una sola giornata e con una sola gara: la corsa dello stadio. Lo stadio era una corsa veloce sulla distanza che, approssimativamente, possiamo calcolare in 192 metri. Da esso derivano il diaulo e il dolico. Il diaulo, introdotto nell’Olimpiade 14a, era una corsa di velocità prolungata, in cui si doveva percorrere la distanza di due stadi, dal punto di partenza alla meta, in tutto 370 metri circa. Il dolico invece, introdotto nell’olimpiade 15a, era una corsa di fondo sulla distanza di 4440 metri, corrispondente a 24 stadi. Per lo più, in queste gare, le partenze venivano date con uno squillo di tromba.
Dalla 78a Olimpiade (468 a.C.) i giochi iniziarono a durare cinque giorni. Le gare più importanti erano: la corsa a piedi (stadio), il pugilato ( Il pugilato era un combattimento tra due avversari che cercavano di colpirsi con i pugni protetti e rinforzati da strisce di pelle di bue, che fasciavano la mano e l'avambraccio fin sotto al gomito. Questa rivestitura, detta "cesto", aumentava la potenza dei colpi, sicché il combattimento diventava violentissimo e se pure una legge ad Olimpia impediva al pugile di uccidere il suo avversario, sotto pena di essere privato del lauro in caso di vittoria, tuttavia non di rado i contendenti finivano orrendamente sfigurati e irrimediabilmente offesi nel corpo). C’era poi la lotta (Nella lotta gli atleti si ungevano il corpo con olio, per rendere più elastiche le membra, quindi si cospargevano di polvere in modo che le mani potessero trovare la presa senza scivolare. I due contendenti, infatti, si prendevano per le braccia e cercavano con improvvise mosse di astuzia e di agilità, più che di forza, di stendere a terra l'avversario e di tenervelo, finché non si fosse dichiarato vinto alzando la mano. Tre erano gli assalti con cui i lottatori dovevano affrontarsi, e per ottenere la vittoria si doveva abbattere l'avversario almeno due volte. I lottatori, alla presenza degli agotenenti, o sovrintendenti dei giochi, estraevano le sorti contrassegnate dalle lettere dell'alfabeto, duplicate in due sorti; i due che avevano estratto la stessa lettera combattevano insieme, e se il numero degli atleti era dispari, colui al quale toccava l'unica lettera faceva il campione di riserva, il quale entrava senza combattere nel turno successivo e aveva il vantaggio di battersi fresco di forze con i vincitori già provati della prima eliminatoria). Successivamente il pancrazio1 (un misto di lotta e pugilato), il pentatlon2 (cinque prove che comprendevano corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco e lotta), e le corse dei cavalli che si svolgevano dentro l’ippodromo. La corsa dei cocchi con quattro cavalli: la più importante e la più spettacolare di tutte, introdotta nell'Olimpiade 25a, era una gara nella quale concorrevano solo coloro che potevano permettersi un allevamento di cavalli da corsa e procurarsi gli aurighi più abili, per cui ben presto si trattò di una lotta fra scuderie, come avviene nei nostri ippodromi. Re, tiranni, ambiziosi uomini politici, cercavano in questi agoni la gloria necessaria per blasonare il loro potere, o per procurarsi la fama e il favore popolare, come Alcibiade,
1 Il pancrazio, introdotto nell'Olimpiade 33a, era un combattimento misto di pugilato e di lotta, solo che i pancraziasti, dovendosi afferrare con le mani, non portavano necessariamente i cesti. Come dice la parola stessa era una gara di "tutta forza", vicina per molti aspetti alla nostra "lotta libera".
2 Il pentathlon consisteva in cinque gare: salto, corsa a piedi di velocità, disco, pugilato, sostituito più tardi dal lancio del giavellotto, lotta. Introdotto nell’Olimpiade XVIII, era una gara per atleti completi, che dovevano unire forza e agilità; sembra tuttavia che i concorrenti non disputassero tutte le gare ma avessero la possibilità di scegliere tre specialità, in cui dovevano vincere per ottenere il trionfo finale. Non esisteva infatti la classifica per punti o secondo i piazzamenti ottenuti, come nelle gare moderne, per cui quello era il metodo migliore per stabilire senza controversie il vincitore. Nel salto l’atleta gareggiante con agilità doveva staccarsi da terra e proiettarsi il più distante possibile. Si trattava quindi di un salto in lungo, nel quale, per aumentare lo slancio e nello stesso tempo bilanciare e coordinare il moto in avanti delle gambe e delle braccia, i saltatori si servivano di manubri metallici, che tenevano uno per mano, formati da un’impugnatura e da un’estremità a forma di campana piena e pesante. Il disco era una piastra di ferro o di altro materiale pesante, rame o bronzo, di forma lenticolare, rotonda e schiacciata, sottile ai bordi e grossa al centro, di 15-20 centimetri di diametro. Il disco si teneva in mano e, bilanciandolo col braccio in un movimento rotatorio dall’alto in basso e in avanti, facendo perno su una gamba, lo si scagliava a parabola il più lontano possibile. Forse il lanciatore si serviva anche di una correggia, che faceva passare attraverso un foro centrale del disco, ma in che modo esatto la usasse non ci è dato di sapere. Per il pentatlo olimpico si usavano tre dischi sacri conservati nel tesoro dei Sicioni nell'Altis di Olimpia.
il quale mandò ad Olimpia sette carri in una volta, con i quali ottenne il primo, il secondo e il quarto posto. I concorrenti non partivano in linea retta, ma da stalli situati su due fiancate oblique, che formavano un triangolo, detto "prora", con un vertice chiamato "sprone" verso la carriera. Un congegno dava il segnale della partenza, lanciando in alto un'aquila posta su un altare nel mezzo della prora e abbassando contemporaneamente un delfino posto sullo sprone e ben visibile a tutti. Dobbiamo pensare che si liberassero prima i carri delle poste più lontane, poi quelli delle più vicine allo sprone, in modo da ottenere un allineamento all'altezza del vertice, da cui iniziava la pista vera e propria; oppure, ma è improbabile, si potrebbe immaginare una vera e propria corsa ad "handicap", in cui la sorte o la celebrità costringeva certi cavalli a rendere alcune lunghezze agli altri. I concorrenti dovevano doppiare dodici volte le due mete, poste all'estremità longitudinale della pista e presso una delle quali, forse quella opposta alla linea di partenza, sorgeva il Tarassippo (colui il quale spaventava i cavalli), un altare-sepolcro di qualche eroe, proprio nel punto più pericoloso del percorso, cioè la curva dove i carri, per guadagnare distanza, sfioravano la meta e, stringendo all'interno, spesso si urtavano e si fracassavano.LE GARE
Appena nati, dunque, i giochi olimpici (776 a.C.), si svolsero in una sola giornata e con una sola gara: la corsa dello stadio. Lo stadio era una corsa veloce sulla distanza che, approssimativamente, possiamo calcolare in 192 metri. Da esso derivano il diaulo e il dolico. Il diaulo, introdotto nell’Olimpiade 14a, era una corsa di velocità prolungata, in cui si doveva percorrere la distanza di due stadi, dal punto di partenza alla meta, in tutto 370 metri circa. Il dolico invece, introdotto nell’olimpiade 15a, era una corsa di fondo sulla distanza di 4440 metri, corrispondente a 24 stadi. Per lo più, in queste gare, le partenze venivano date con uno squillo di tromba.
Dalla 78a Olimpiade (468 a.C.) i giochi iniziarono a durare cinque giorni. Le gare più importanti erano: la corsa a piedi (stadio), il pugilato ( Il pugilato era un combattimento tra due avversari che cercavano di colpirsi con i pugni protetti e rinforzati da strisce di pelle di bue, che fasciavano la mano e l'avambraccio fin sotto al gomito. Questa rivestitura, detta "cesto", aumentava la potenza dei colpi, sicché il combattimento diventava violentissimo e se pure una legge ad Olimpia impediva al pugile di uccidere il suo avversario, sotto pena di essere privato del lauro in caso di vittoria, tuttavia non di rado i contendenti finivano orrendamente sfigurati e irrimediabilmente offesi nel corpo). C’era poi la lotta (Nella lotta gli atleti si ungevano il corpo con olio, per rendere più elastiche le membra, quindi si cospargevano di polvere in modo che le mani potessero trovare la presa senza scivolare. I due contendenti, infatti, si prendevano per le braccia e cercavano con improvvise mosse di astuzia e di agilità, più che di forza, di stendere a terra l'avversario e di tenervelo, finché non si fosse dichiarato vinto alzando la mano. Tre erano gli assalti con cui i lottatori dovevano affrontarsi, e per ottenere la vittoria si doveva abbattere l'avversario almeno due volte. I lottatori, alla presenza degli agotenenti, o sovrintendenti dei giochi, estraevano le sorti contrassegnate dalle lettere dell'alfabeto, duplicate in due sorti; i due che avevano estratto la stessa lettera combattevano insieme, e se il numero degli atleti era dispari, colui al quale toccava l'unica lettera faceva il campione di riserva, il quale entrava senza combattere nel turno successivo e aveva il vantaggio di battersi fresco di forze con i vincitori già provati della prima eliminatoria). Successivamente il pancrazio1 (un misto di lotta e pugilato), il pentatlon2 (cinque prove che comprendevano corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco e lotta), e le corse dei cavalli che si svolgevano dentro l’ippodromo. La corsa dei cocchi con quattro cavalli: la più importante e la più spettacolare di tutte, introdotta nell'Olimpiade 25a, era una gara nella quale concorrevano solo coloro che potevano permettersi un allevamento di cavalli da corsa e procurarsi gli aurighi più abili, per cui ben presto si trattò di una lotta fra scuderie, come avviene nei nostri ippodromi. Re, tiranni, ambiziosi uomini politici, cercavano in questi agoni la gloria necessaria per blasonare il loro potere, o per procurarsi la fama e il favore popolare, come Alcibiade,
1 Il pancrazio, introdotto nell'Olimpiade 33a, era un combattimento misto di pugilato e di lotta, solo che i pancraziasti, dovendosi afferrare con le mani, non portavano necessariamente i cesti. Come dice la parola stessa era una gara di "tutta forza", vicina per molti aspetti alla nostra "lotta libera".
2 Il pentathlon consisteva in cinque gare: salto, corsa a piedi di velocità, disco, pugilato, sostituito più tardi dal lancio del giavellotto, lotta. Introdotto nell’Olimpiade XVIII, era una gara per atleti completi, che dovevano unire forza e agilità; sembra tuttavia che i concorrenti non disputassero tutte le gare ma avessero la possibilità di scegliere tre specialità, in cui dovevano vincere per ottenere il trionfo finale. Non esisteva infatti la classifica per punti o secondo i piazzamenti ottenuti, come nelle gare moderne, per cui quello era il metodo migliore per stabilire senza controversie il vincitore. Nel salto l’atleta gareggiante con agilità doveva staccarsi da terra e proiettarsi il più distante possibile. Si trattava quindi di un salto in lungo, nel quale, per aumentare lo slancio e nello stesso tempo bilanciare e coordinare il moto in avanti delle gambe e delle braccia, i saltatori si servivano di manubri metallici, che tenevano uno per mano, formati da un’impugnatura e da un’estremità a forma di campana piena e pesante. Il disco era una piastra di ferro o di altro materiale pesante, rame o bronzo, di forma lenticolare, rotonda e schiacciata, sottile ai bordi e grossa al centro, di 15-20 centimetri di diametro. Il disco si teneva in mano e, bilanciandolo col braccio in un movimento rotatorio dall’alto in basso e in avanti, facendo perno su una gamba, lo si scagliava a parabola il più lontano possibile. Forse il lanciatore si serviva anche di una correggia, che faceva passare attraverso un foro centrale del disco, ma in che modo esatto la usasse non ci è dato di sapere. Per il pentatlo olimpico si usavano tre dischi sacri conservati nel tesoro dei Sicioni nell'Altis di Olimpia.
il quale mandò ad Olimpia sette carri in una volta, con i quali ottenne il primo, il secondo e il quarto posto. I concorrenti non partivano in linea retta, ma da stalli situati su due fiancate oblique, che formavano un triangolo, detto "prora", con un vertice chiamato "sprone" verso la carriera. Un congegno dava il segnale della partenza, lanciando in alto un'aquila posta su un altare nel mezzo della prora e abbassando contemporaneamente un delfino posto sullo sprone e ben visibile a tutti. Dobbiamo pensare che si liberassero prima i carri delle poste più lontane, poi quelli delle più vicine allo sprone, in modo da ottenere un allineamento all'altezza del vertice, da cui iniziava la pista vera e propria; oppure, ma è improbabile, si potrebbe immaginare una vera e propria corsa ad "handicap", in cui la sorte o la celebrità costringeva certi cavalli a rendere alcune lunghezze agli altri. I concorrenti dovevano doppiare dodici volte le due mete, poste all'estremità longitudinale della pista e presso una delle quali, forse quella opposta alla linea di partenza, sorgeva il Tarassippo (colui il quale spaventava i cavalli), un altare-sepolcro di qualche eroe, proprio nel punto più pericoloso del percorso, cioè la curva dove i carri, per guadagnare distanza, sfioravano la meta e, stringendo all'interno, spesso si urtavano e si fracassavano.

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