PIETRO LARIZZA

21.04.2016 19:53

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

            Illuminata figura di medico, storico, archeologo, numismatico ed umanista, Pietro Larizza vide la luce a Bova l'11 ottobre del 1866. Dalla sua professione non ne ricavò che la riconoscenza per l'aiuto dato alla povera gente. Col suo paese sempre nel cuore, per meglio curare la sua passione per gli studi umanistici ed archeologi, egli fissò la sua residenza a Reggio Calabria. Qui coniugò l'impegno per lo studio e per la professione con la passione di pubblico amministratore, tanto da meritarsi la doverosa riconoscenza della città che egli aveva eletto come suo secondo luogo natio. Amante e cultore della storia del suo paese, capace comunque di respiri sempre più ampi, egli comunicava agli altri tutte le sue esperienze, le sue conoscenze storiche e letterarie, nel nobile tentativo di salvare un mondo che altri avevano condannato all'isolamento, alla corrosione intellettuale, alla glaciazione perpetua. In un ambiente lontano dai grandi centri del potere culturale egli, così come tanti a Bova, ebbe il merito di mantenere vivo l'amore verso gli studi, di ricollegarsi con le ricerche storiche al mondo del passato ed a innestarlo nella vita del presente. Difensore strenuo e sanguigno della sua terra, confutava le tesi di storici ed etnostorici improvvisati nei confronti dei quali non adoperava certo il fioretto: " Cesare Lombroso, il famigerato antropologo e frenologo, in un suo opuscolo "In Calabria"", insozzato di diffamazioni ed insolenze contro questa illustre terra, nel quale dà per fermo e provato che le colonie greche in Italia di Bova e di Calimera in terra d'Otranto siano dovute a prigionieri greci di guerra fatti dai Normanni e cacciati in quei luoghi. Noi non accogliamo questa opinione; nè alcuna persona di buon senso può accoglierla, come tante altre, nel campo psichiatrico, dell'illustre mattoide 1". Non risparmiò neppure qualche frecciata all'illustre filologo e glottologo G. Rohlfs che, un giorno, mentre il Natoli leggeva e traduceva un classico greco, ebbe a sorridere ( certamente in buona fede), riscuotendo però la rabbia del Larizza che si levò a difesa del suo conterraneo, avendo equivocato sulle intenzioni del Rohlfs. Al che il Rohlfs, guardando il Larizza, si dice che ebbe a dire: Commendatore anche lei se ne intende di greco? La caustica e violenta risposta del Larizza non si fece attendere: A me dice se me ne intendo di greco? Lo dice proprio a me? E secondo Lei noi di Bova avremmo dovuto attendere gli Unni (riferendosi all'origine germanica del Rohlfs) per ricevere lezioni di greco?2
L'UMANESIMO MILITANTE DEL LARIZZA E LO STUDIO DELLA NUMISMATICA COME ELEMENTO DI CONOSCENZA STORICA
Nel Larizza storia ed umanesimo trovano la loro espressione unitaria. In lui mai l'insegnamento è disgiunto dalla pratica di vita. La sua opera è pregnata di rigore scientifico e non dominata da quella magniloquenza che spesso nasconde l'impreparazione nelle opere di frettolosi e pedanti scrittori. Egli sfronda la storia da tutto ciò che è fantasia mitica e poetica e polemizza con quanti vorrebbero che da un solo avanzo archeologico o da qualche teschio si possa provare quale tipo di popolo sia vissuto in una data regione. Egli ritiene che lo strumento più infallibile di precisa conoscenza storica sia la numismatica, un campo in cui il Larizza è sicuramente maestro e che lo mette in grado di affrontare e risolvere i più ardui problemi etnici dei vari popoli che si avvicendarono per millenni sulle nostre regioni.
DA "RHEGIUM CHALCIDENSE" A "LA MAGNA GRECIA"
Nel 1905 il Larizza diede alle stampe il suo primo lavoro "Rhegium Chalcidense" nel quale, l'autore, argomentava con serio rigore scientifico l'origine della città dello Stretto; e di seguito," Ultimi due secoli del reame delle due Sicilie ", lavori interessanti anche sotto l'aspetto numismatico, oggetto di solide argomentazioni e di acume critico. Ma dove lo spessore documentario e la serietà della ricerca diventa ragione storica, è in "La Magna Grecia". In quest'opera il Larizza pone mano alle deficienze storiche che le poche opere organiche sulla vita storica, artistica e letteraria facevano intravedere. I libri del francese Francesco Lenormant e dell'italiano Nicola Leoni, sebbene guidati da un sano criterio di indagine, infatti risentivano di una certa incompletezza. Nell'opera del Larizza non c'è opinione che non sia desunta da un frammento, da una iscrizione, da una moneta, da una testimonianza sicura. Si pensi a quando il Larizza disquisisce sull'origine del nome Italia. Non c'è opinione che l'autore non riporti e, al momento di confutarla, non si serve di fantasie o di voli pindarici, bensì di fonti attendibili, di Aristotele
3, di Dionisio d'Alicarnasso il quale riporta integralmente nel suo libro il frammento 5 di Antioco: “Italia un tempo così chiamata da un uomo potente, di nome Italo”4, di Tucidide5, di Strabone6 ed infine, a suggello delle sue tesi e degli avvenimenti di cui il Larizza parla, egli rivela l'esistenza di una moneta d'argento nella quale è impressa la parola ITALIA (91-89 a.C.).
Si chiede a questo punto il nostro autore: " E' poi lecito allo scienziato onesto rinunziare al responso storico sanzionato dai secoli, quando manca il materiale opportuno per costruirne un altro, malgrado gli sforzi dell'immaginazione?7 ". Ecco serviti da indagini storiche serie ed approfondite, il Cocchia8 e il Pais9! E di quest'opera ci resta ancora da parlare sia per le due appendici che ne coronano l'intero testo che per la disputa filologica sull'origine della lingua greca di Bova.
LE ALTRE OPERE
Nel 1930, su richiesta del prof. Umberto Maresca, preside del liceo classico " Locri ", il Larizza ebbe l'invito a scrivere la storia dell'antica Locri, secondo - come egli stesso avverte nella prefazione al libro - le moderne orientazioni scientifiche e scoperte archeologiche e artistiche. L'opera gli offrì l'opportunità di parlare anche di Peripoli, del grande legislatore locrese Zaleuco, dei greci di Bova. Successivamente, nel 1934, completò il trittico delle grandi città magnogreche con " Crotone nella Magna Grecia ", dove riporta10 alcuni documenti importantissimi per le sue tesi sull'origine della parlata grecanica in terra di Bova. Di seguito pubblica l'opera "Storia del Risorgimento Italiano dal 1815 al 1820 ". Proficuo fu pure il suo lavoro di traduttore delle opere di Orazio e di Cicerone.
" FUMA, CE NA STECHI PANDA KALÀ ". LA DISPUTA FILOLOGICA E STORICA SULL'ORIGINE DELLA LINGUA. LA CANZONETTA DEL TURCO. ESAME DEL CANTO
Andrea Viola, suo illustre compaesano, nel veloce libretto Figure Bovesi 11 che scrisse alla venerabile età di 98 anni, così ricorda il Larizza: " lo rivedo oggi, a distanza di molti anni, mettere la mano in tasca, prendere il mezzo sigaro ed offrirlo al vecchio fumatore, accompagnando il piccolo, ma eloquente dono con l'augurio in grecanico " fuma, ce na steki panda kalà 12".
Accompagnarsi al Larizza nei giorni in cui egli tornava a Bova - e vi tornava spesso - era tra i fatti più importanti della vita della Chora. Il Larizza infatti, mente aperta e versatile, offriva con spontaneità le sue conoscenze ai bovesi. Ma riandiamo ancora col Viola per narrare quell'episodio che egli doverosamente ricorda: "Una volta, calcando il piede sopra un rettangolino ben distinto nella piazzetta di Santa Maria
13, mi disse: - Andrea, qui era la tomba! - Si trattava della tomba di cui parla la bellissima poesia grecanica, nella quale il giovine morto, accompagnato all'ultima dimora dalla fidanzata, prega dalla bara la stessa a ricordarlo gettando spesso sulla tomba un poco di acqua santa 14”. La poesia è stata riportata in molti testi, mancante però di due versi, e fu lo stesso Viola che l'ebbe dal Larizza a farla conoscere. La ritroviamo pubblicata nel libro "Strafonghia sto Scotidi " di Bruno Casile con la variante " plèo " alla fine dell'ottava riga che decisamente stona in pieno con la rima che riportano gli altri testi con "mai":
La disputa filologica e storica sull'origine della lingua e su chi fossero gli ultimi superstiti di una grecità un giorno più vasta, lo vede impegnato come sempre in prima fila. Non è un filologo il Larizza, e non è su questo campo che egli intende misurarsi. Se non parlano le monete per lui devono parlare i testi, i fatti. Sbaglia (il Morosi), per il Larizza, chi ritiene che l'idioma greco sia di origine bizantina, perchè i Bizantini non pensarono mai - a suo dire - di ellenizzare etnicamente e colonizzare le terre d'Italia. Né riusciamo ad intravedere orme sensibili di questo popolo - é ancora lui- se non nelle arti, nelle chiese e nelle liturgie. Così come è in errore chi ritiene che le colonie greche della Bovesia fossero dovute a prigionieri greci di guerra fatti dai Normanni (il Lombroso). " Dovremmo ammettere di conseguenza, nel caso di una colonizzazione, che siano state date loro per giunta anche le donne per poter prolificare a loro bell'agio e prosperare e moltiplicarsi, a danno ed onta dello Stato e del popolo, giacchè è presumibile che nell'esercito imperiale non militassero donne (...); tantopoco, poi, è presumibile che il vincitore avesse elargito delle terre ai soldati nemici da occupare e colonizzare, in premio della loro ostilità, togliendole ai propri sudditi! 15". Nè il Larizza dà credito all'ipotesi del Rohlfs, anzi contraddice le opinioni dello studioso tedesco storicamente e linguisticamente: "Bastano alla bisogna grave ed astrusa poche parole arcaiche ed eoliche magno-greche che si mescolano in una parlata prevalentemente dorica, e che ha tutti i caratteri di quella più diffusa oggidì in Grecia? (...) Trattasi adunque, di puri e semplici reliquati o infiltrazioni di lingue morte o scomparse, rimasti nei profondi substrati della coscienza del popolo. (...) La parlata greca di Bova e della Penisola Salentina è di genesi non Magno-greca né Brettia! Siamo in pieno periodo di neo-ellenismo. (...) In effetti i naturali di Bova , di Roghudi, di Gallicianò etc.. parlano e conversano coi greci della Grecia (..) quando approdano piroscafi greci nel porto di Reggio, servì sovente d'interprete qualche mendicante di Gallicianò. Naufragò nella rada di Bova Marina, alcuni anni or sono, un legno greco, e l'equipaggio venuto in riva, si trovò in mezzo a connazionali parlanti, con suo grato stupore, la stessa lingua, e fraternizzò con essi 16". Ma una più convincente prova - prima linguistica e poi documentaria - il Larizza ritiene di trovarla nella canzonetta del turco e in alcuni documenti storici. La canzone in questione è " I Romeopulla " che il nostro autore ritiene ancora inedita (probabilmente nella versione da lui data, perchè in realtà essa era già stata pubblicata dal Comparetti17 e dal Pellegrini18 e rivisitata dallo stesso Morosi, cui era stata inviata dal sacerdote bovese Domenico Puliatti19:
O Turco egapese mia romea bulla,
ma i romea bulla 'en agapese ton Turco.
I schilla manati tin eporcinae:
-Pire ton Turco, ettuno celepidi,
ti su costimati ce chrisomondili.
-Manamu, manamu ton Turco 'en don berro,
ti perdicuddha ghenome , ce ta plaja perro
Ito i mesimeri, eghase i peristeri,
arotao tin ghitonammu:
-Ivre forci tin perdicammu?
-Vradi ti dedradi tin ivra sto livadi,
meta matramu tin ivra,
ti egosci sto ghortuci men'andra putilecruci...
Lurì,lurì, lurì mai pleo 'en din ghorì.
Il Turco amava una greca fanciulla,
ma la greca fanciulla non amava il Turco.
L'impudica madre la baciava allettandola:
-Prenditi il Turco, esso ti conviene,
chè ti ciberà e ornerà di monili d'oro.
-Mamma mia, mamma mia, io non voglio il Turco;
perchè diverrò pernicella (sgualdrinella)
e andrò raminga pei boschi.
Era mezzogiorno, volò la colomba,
chiedo alla mia vicina:
-hai forse visto la mia pernicella?
-martedì verso sera la vidi sul prato,
coi miei occhi la vidi,
che pasceva l'erba con un bell'uomo...
Lurì, lurì, lurì. Non la vedrai mai più 20.
Naturalmente questo canto non prova assolutamente niente, anzi, al limite, prova esattamente il contrario, perchè in esso vi sono parole che non appartengono al dialetto bovese e che la gente non comprende. E prova ne è il fatto che, a tutt'oggi, molte di quelle espressioni non vengono da noi adoperate. Ora si chiede il Larizza come mai questo canto persista in terra di Bova da secoli e gli sembra di trovare la risposta nel fatto che i Greci di Bova provenissero direttamente dalla dominazione turca. In realtà il canto denuncia una tale provenienza, ma non il popolo che poco lo comprende, proprio per quell'assunto che ho prima esposto. Nel canto troviamo infatti una sorprendente rarità di espressioni romanze e soprattutto, come d'uso nei canti grecanici, la mancanza di rime baciate o alternate che caratterizzano la produzione poetica dei Greci di Calabria.Vediamo ora in cosa si differenzia il canto del Larizza da quello riportato dal Comparetti e da quello del Pellegrini:
- In Larizza abbiamo: egapise -romeo bulla- tin eporcinae - Pire ton Turco -ettuno celepidi - Ti su costimati -ce ta plaja- Ito i mesimeri- eghase i peristeri - Arotao tin ghitonammu - Ivre forci - Vradi ti detradi- me ta matramu tin ivra - Ti egosci to ghortuci - men'andra putilecruci - Lurì.... mai pleo 'en din ghorì-.
- Nel Comparetti invece: -agapise- reomopulla-pu tin aborchinai- Pire jemu- eftundo celopidi- Su ferri mati- ce me ta plaja- Eftè to mesimeri-mo efighe ti peristeri-arotao to ghitonammu-ivrete forsi-to parasciaguo to vradi-tin ivra- me ena omorfo pelicaduci- pu evosciu to gortuci- (mancano gli ultimi due versi)-Pire ton Turco, ettuno celepidi,
ti su costimati ce chrisomondili.
-Manamu, manamu ton Turco 'en don berro,
ti perdicuddha ghenome , ce ta plaja perro
Ito i mesimeri, eghase i peristeri,
arotao tin ghitonammu:
-Ivre forci tin perdicammu?
-Vradi ti dedradi tin ivra sto livadi,
meta matramu tin ivra,
ti egosci sto ghortuci men'andra putilecruci...
Lurì,lurì, lurì mai pleo 'en din ghorì.
Il Turco amava una greca fanciulla,
ma la greca fanciulla non amava il Turco.
L'impudica madre la baciava allettandola:
-Prenditi il Turco, esso ti conviene,
chè ti ciberà e ornerà di monili d'oro.
-Mamma mia, mamma mia, io non voglio il Turco;
perchè diverrò pernicella (sgualdrinella)
e andrò raminga pei boschi.
Era mezzogiorno, volò la colomba,
chiedo alla mia vicina:
-hai forse visto la mia pernicella?
-martedì verso sera la vidi sul prato,
coi miei occhi la vidi,
che pasceva l'erba con un bell'uomo...
Lurì, lurì, lurì. Non la vedrai mai più 20.
Naturalmente questo canto non prova assolutamente niente, anzi, al limite, prova esattamente il contrario, perchè in esso vi sono parole che non appartengono al dialetto bovese e che la gente non comprende. E prova ne è il fatto che, a tutt'oggi, molte di quelle espressioni non vengono da noi adoperate. Ora si chiede il Larizza come mai questo canto persista in terra di Bova da secoli e gli sembra di trovare la risposta nel fatto che i Greci di Bova provenissero direttamente dalla dominazione turca. In realtà il canto denuncia una tale provenienza, ma non il popolo che poco lo comprende, proprio per quell'assunto che ho prima esposto. Nel canto troviamo infatti una sorprendente rarità di espressioni romanze e soprattutto, come d'uso nei canti grecanici, la mancanza di rime baciate o alternate che caratterizzano la produzione poetica dei Greci di Calabria.Vediamo ora in cosa si differenzia il canto del Larizza da quello riportato dal Comparetti e da quello del Pellegrini:
- In Larizza abbiamo: egapise -romeo bulla- tin eporcinae - Pire ton Turco -ettuno celepidi - Ti su costimati -ce ta plaja- Ito i mesimeri- eghase i peristeri - Arotao tin ghitonammu - Ivre forci - Vradi ti detradi- me ta matramu tin ivra - Ti egosci to ghortuci - men'andra putilecruci - Lurì.... mai pleo 'en din ghorì-.
- Nel Comparetti invece: -agapise- reomopulla-pu tin aborchinai- Pire jemu- eftundo celopidi- Su ferri mati- ce me ta plaja- Eftè to mesimeri-mo efighe ti peristeri-arotao to ghitonammu-ivrete forsi-to parasciaguo to vradi-tin ivra- me ena omorfo pelicaduci- pu evosciu to gortuci- (mancano gli ultimi due versi)
-Pire ton Turco, ettuno celepidi,
ti su costimati ce chrisomondili.
-Manamu, manamu ton Turco 'en don berro,
ti perdicuddha ghenome , ce ta plaja perro
Ito i mesimeri, eghase i peristeri,
arotao tin ghitonammu:
-Ivre forci tin perdicammu?
-Vradi ti dedradi tin ivra sto livadi,
meta matramu tin ivra,
ti egosci sto ghortuci men'andra putilecruci...
Lurì,lurì, lurì mai pleo 'en din ghorì.
Il Turco amava una greca fanciulla,
ma la greca fanciulla non amava il Turco.
L'impudica madre la baciava allettandola:
-Prenditi il Turco, esso ti conviene,
chè ti ciberà e ornerà di monili d'oro.
-Mamma mia, mamma mia, io non voglio il Turco;
perchè diverrò pernicella (sgualdrinella)
e andrò raminga pei boschi.
Era mezzogiorno, volò la colomba,
chiedo alla mia vicina:
-hai forse visto la mia pernicella?
-martedì verso sera la vidi sul prato,
coi miei occhi la vidi,
che pasceva l'erba con un bell'uomo...
Lurì, lurì, lurì. Non la vedrai mai più 20.
Naturalmente questo canto non prova assolutamente niente, anzi, al limite, prova esattamente il contrario, perchè in esso vi sono parole che non appartengono al dialetto bovese e che la gente non comprende. E prova ne è il fatto che, a tutt'oggi, molte di quelle espressioni non vengono da noi adoperate. Ora si chiede il Larizza come mai questo canto persista in terra di Bova da secoli e gli sembra di trovare la risposta nel fatto che i Greci di Bova provenissero direttamente dalla dominazione turca. In realtà il canto denuncia una tale provenienza, ma non il popolo che poco lo comprende, proprio per quell'assunto che ho prima esposto. Nel canto troviamo infatti una sorprendente rarità di espressioni romanze e soprattutto, come d'uso nei canti grecanici, la mancanza di rime baciate o alternate che caratterizzano la produzione poetica dei Greci di Calabria.Vediamo ora in cosa si differenzia il canto del Larizza da quello riportato dal Comparetti e da quello del Pellegrini:
- In Larizza abbiamo: egapise -romeo bulla- tin eporcinae - Pire ton Turco -ettuno celepidi - Ti su costimati -ce ta plaja- Ito i mesimeri- eghase i peristeri - Arotao tin ghitonammu - Ivre forci - Vradi ti detradi- me ta matramu tin ivra - Ti egosci to ghortuci - men'andra putilecruci - Lurì.... mai pleo 'en din ghorì-.
- Nel Comparetti invece: -agapise- reomopulla-pu tin aborchinai- Pire jemu- eftundo celopidi- Su ferri mati- ce me ta plaja- Eftè to mesimeri-mo efighe ti peristeri-arotao to ghitonammu-ivrete forsi-to parasciaguo to vradi-tin ivra- me ena omorfo pelicaduci- pu evosciu to gortuci- (mancano gli ultimi due versi) Nel Pellegrini infine: - agapie – reumopulla - pu tine abborchinai - pireto, jemo-eftundo celopidi - su ferri mati - ce me ta plaja - Eftè ton mesimeri - mofighe ton peristeri - ivrete forsi - to parascioguo, to vradi - tin ivra - evosciussa to chortùci -m'enan omorfo pedicadùci... (anche qui mancano gli ultimi due versi).
La prova più convincente comunque, per il Larizza, che gli attuali Greci della vallata dell'Amendolea e della Bovesia siano di importazione moderna, egli la ricava da alcuni documenti che riporta in " Crotone nella Magna Grecia": " sappiamo che Carlo V imperatore imprese, nel 1533, un'energica azione contro i Turchi, mandandovi una flotta con truppe da sbarco(...) assediò un corpo ottomano, padrone della città di Corone (Koron) in Messenia nel Peloponneso. La città, eminentemente greca, era pure abitata da alcune famiglie di profughi Albanesi. Con l'ausilio dei cittadini all'armata imperiale, la piazza si arrese, e gli abitanti, cui si unirono molti di Patrasso e Greci delle Isole Ionie, sotto la protezione del sommo capitano 21, furono imbarcati e trasportati in Italia, per sfuggire alla inevitabile rappresaglia musulmana, e sbarcati a Napoli(...) e distribuiti in Puglia e Calabria 22".
Ed ecco i documenti che il Larizza pubblica a sostegno di quanto appena sostenuto. Il primo consiste in una lettera in spagnolo che l'imperatore scrive al vicerè di Napoli, Marchese di Villafranca:" El Rey. Ill.mo Marques primo nuestro Virrey, y Lugarteniente, y Capitan general, como vereis por una nuestra carta nos hemos accordado, de embiar a esse Regno ciertos caballeros, que an venido de CORON, y PATRAS, y de a quelas comarcas, para que non else entretengan, hasta pue se afresca, en que podan servir ordenandos, che les Sennailes algunas Caserias, y Terras en PULLA y CALABRIA, o en otra parte de esse Regno.... Dat. en Gennu 8 de April 1533. Yo el Rey (altre firme; indirizzo al Marchese di Villagranca) en nuestro Regno de Napoles 23". Non trascriviamo tutta la lunga lettera che parla di sussidi e di privilegi concessi ai profugi Greci. Il secondo è un nuovo scritto di Carlo V (entrambi affiorati dal R. Archivio di Napoli) del 15 luglio 1534, in cui è detto:"....et qua civitas ipsa CORONE reperitur impraesentiarum in posse Thurcarum gentium, per quod multi Coronenses nostrae Majestatis fideles, exules a dicta civitate et privati omnibus bonis quae possidebant, venerunt ad habitandum in praesenti regno....24".
PREGI E LIMITI NELL'OPERA DEL LARIZZA - LA LINGUA
Le prove più efficaci il Larizza le dà sicuramente come storico anche se resta da annotare la sua energica difesa della lingua grecanica - abbandonata per colpa di chi aveva fatto comprendere che non fosse una lingua "nobile"- e la sua continua passione a voler parlare in grecanico e delle cose grecaniche ogni qual volta ne aveva l'occasione. L'eleganza dell'espressione, la precisione nelle descrizioni, la ricca e puntuale ricerca storica che copre molti vuoti lasciati da altri autori, ha gettato luce su un mondo privo di eroi e privato di quelli che possedeva. Ne viene fuori uno degli esiti più maturi della storia della Magna Grecia, per i contenuti che per il rigoroso metodo scientifico con cui egli ha condotto le sue ricerche. Il Larizza mette fine alle monografie municipali che avevano caratterizzato gli studi sul mondo magno-ellenico, lasciando da parte le fantasie storiche e mitologiche, care a scrittori come il Ciaceri, e ricompone il mondo antico suggellandolo col rispetto della tradizione. Qui forse sono però i limiti del Larizza, o, se non vi sono, qui bisognerebbe individuarli. Spesso stona quella sicurezza che caratterizza i suoi lavori legati solo agli esiti della tradizione storico-letteraria di autori molti lontani da noi. A volte si avverte il tono del moralista, quella preoccupazione di fedeltà ai fatti che li rende un po' troppo cronaca e meno storia. La sua opera appartiene più alla storia politica e sociale che alle storia delle lettere, ma l'animo che la muove la pone di diritto in quest'ultima. Forse però, per sentirlo più "nostro" , avremmo voluto che la sua materia si fosse permeata di più alle fonti grecaniche, avesse svolto in immagini quei contadini grecanici che pur egli tanto amava; avesse rappresentato l'infinita e universa vita di un mondo che -a nostro parere- non era nato alla fine del 1500 e non era ancora morto nei tempi in cui egli viveva. Se nella sua opera storica, fatta di grandi rievocazioni e di vicende che non sarebbero sicuramente sfuggite agli storici ed ai letterati di ogni tempo, egli avesse fatto agitare gli eventi dei suoi tempi, i personaggi patetici (ma allo stesso tempo eroici, che dei grandi personaggi da lui narrati erano figli) le nuove forze, i nuovi sentimenti, il linguaggio scavato nell'anima stessa del popolo, di nuova umanità si sarebbe nutrita la sua opera. L'onore riservato all'alta cultura e l'aristocrazia delle forme, ha dato forza al suo linguaggio in realtà, ma lo ha privato di quei sentimenti e di quell'afflato di vita proprio di quelle opere che non intendono nutrirsi di se stesse e dei soli eventi che le hanno agitate. Morì il 19 gennaio del 1954 a Reggio C., a causa di alcune gravi ferite riportate in un incidente stradale.
BIBLIOGRAFIA
Rhegium Chalcidense, Tip.del Senato ed. Maglione, Roma 1905; Gli ultimi due secoli del Reame delle due Sicilie; La Magna Grecia, ed. Maglione (successore Loescher), Roma 1929; Locri Epizepherii, Reggio Cal. Tip. A.Giuli, 1930; Crotone nella Magna Grecia, Tip. A. Giuli, Reggio Cal. 1934; Storia del Risorgimento Italiano dal 1815 al 1820; L'Ellade calabra: Bova in La Magna Grecia, pagg.281-298. Traduzioni di opere oraziane e ciceroniane
LA CRITICA
L. Aliquò Lenzi - F. Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, vol.II, Reggio Calabria, 1955; AA.VV., Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Calabria, a cura di G. Panessa, Scuola Normale Superiore- Pisa, Ecole Francaise de Rome, Pisa-Roma, 1977; A. Viola, Figure Bovesi, Tip.Iiriti, Reggio Cal. 1982; F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E., Bova, 1992; A. Trombetta, La vita e l'opera di Pietro Larizza: illustre bovese, <>, gennaio-marzo 1995, Reggio Calabria; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes-Magna Grecia, Reggio Calabria, 2000
 
____________________________________________________
1 P. Larizza, La Magna Grecia, Maglione, Roma, 1929, p.290
2 La notizia è dovuta al prof.Giuseppe Errante cui siamo debitori anche di tante altre notizie e fatti di Bova pubblicati in F. Violi, Anastasi: canti politici e sociali dei Greci di Calabria, cit.
3 Aristotele, D(H), IX, 1329 b
4 Dionisio, Libro I, 35
5 Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI,2
6 Strabone, libro VI, 1,4 (traduzione di E.Malgeri, Palermo, 1897)
7 P. Larizza, La Magna Grecia, cit., pp.42-43
8 Cocchia, Il santo nome d'Italia in quale regione precisamente nascesse e come si estendesse al resto della Penisola, "Nuova Antologia", 5.9.1882
9 E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, rist. anastatica, Forni,Torino, 1894
10 P.Larizza, Crotone nella Magna Grecia, Reggio Calabria, 1934. Le notizie di cui ci serviremo sono riportate in calce ad una nota a p.34
11 A.Viola, Figure Bovesi, Reggio Calabria, 1982
12 “Fuma e che tu stia sempre bene!”
13 Toponimo a Bova che indicava il cimitero
14 A.Viola, Figure Bovesi, cit., p.13
15 P. Larizza, La Magna Grecia, cit., p.290
16 P. Larizza, La Magna Grecia, cit., pp.290-296. Non ci sentiamo di condividere in toto l’affermazione del Larizza. Il grecanico, per quanto possa sembrare moderno ed essere comprensibile, non lo è al punto tale di poter intavolare discorsi importanti.
17 D. Comparetti, Saggi dei dialetti greci dell’Italia meridionale, cit., pp.38-39
18 A. Pellegrini, Il dialetto greco-calabro di Bova, cit., pp.62-63
19 G . Morosi, I dialetti romaici del Mandamento di Bova in Calabria, Archivio Glottologico Italiano, IV, Loescher, Roma-Torino-Firenze,1878, p.74, nota n.1
20 P.Larizza, La Magna Grecia, cit., p.297
 

 

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