LA STREGA (I LÀMIA) - IL DIAVOLO (n.9)

23.07.2016 23:06

5 Rossi Taibbi e Caracausi, O diàvolo èfighe anda pedìa, TNC, op.cit., p. 302.Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 

LA STREGA

(I LÀMIA)
Le “lamie” nell'antichità greca, erano figure in parte umane e in parte animalesche, rapitrici di bambini, un po’ come le “anaràde”, fantasmi seduttori che adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Secondo il mito originale, Lamia era la bellissima regina della Libia che ebbe da Zeus il dono di levarsi gli occhi dalle orbite e rimetterli a proprio piacere. Presto Lamia catturò il cuore di Zeus provocando la rabbia di Era, che si vendicò uccidendo i figli che suo marito ebbe da Lamia. Solo Scilla, il mostro situato sullo stretto di Messina di cui narra l’Odissea, riuscì a scampare alla furia di Era. Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, succhiando il loro sangue. Queste azioni corruppero la sua bellezza originaria, trasformandola in un essere di orribile aspetto che però aveva la possibilità di mutare e apparire attraente per sedurre gli uomini allo scopo di berne il sangue. Nel Medioevo, “Lamia” fu sinonimo di strega.
Il suo culto fu soppresso dagli Achei ed essa finì per diventare uno spauracchio per i bambini. Il suo nome, Lamia, pare apparentato con “Lamyros” (ingordo) da “laimos” (gola), cioè, per una donna, lasciva, avida, bramosa1.
Un’antica tradizione dei dintorni del Parnaso comprende una “Lamia del mare”, un demone che catturava i giovani che suonavano il flauto sulla spiaggia a mezzanotte e a mezzogiorno. Una scultura ellenica, che attualmente si trova al British Museum, raffigura le “Lamie” che corrono con un bambino stretto fra le braccia, del quale probabilmente poi berranno il sangue; hanno un paio d’ali spiegate e i lunghi capelli fermati con un monile a forma di teschio.
Nel racconto grecanico, che qui riporto in parte2, l’astuto giovanetto, sorpreso dalla Lamia a raccogliere ciliegie, si libera della strega con uno stratagemma. Interviene infine un vecchietto, San Nicola, patrono di Roghudi, a levarlo definitivamente dai guai.
…………….
“Pos àvlepe tes èghe, tu ìpe: <<Vrè ti ettuparànu èchi tin leddhàmu ce, a ss’ìvri, se tròghi>>. Ma ìche mìan cerasìa ce cindo pedì esklàpie eciapànu. Avvidèfti i leddhà tu vèkkiu (i Lamia) ce tu ipe: <<Arte se trogo, jatì mu tròghise ta ceràsa. Katèva!>>. Ecìndo pedì tis ìpe: << Egò den catevènno. Pèttoe esù ode apànu!>>. Ecìni tu ipe: <<Egò de ssonno pettòi>>. <<Dòmmu ta maddhìa, ti se serro ce pettònnise>>. San tin ìche anda maddhìa, tin èsire fino sta misì ce tin àfike kremamèni: << Dòmmu tin medicìna na vàlo stu lùkkiu tu pappùmmu>>. Tu ipe: <<égua sto spìti, ti stin càscia èchi tin medìcina>>. Tis etàvrie me to pelèci stin cefalì ce tin èspasce. Dòppu pu tin èspasce, ejàvi ston pappùtu ce tu ìpe: <<Egò èspascia tin leddhàssa ce tis èpiasa tin medicìna jà tu lùkkiusa>>. Otu tu èvale tin medicìna stu lùkkiu ce tu ìrte i vista3”.
……………….
[Mentre custodiva le capre, gli disse: <<Bada che costassù c’è mia sorella e, se ti vede, ti mangia>>. Ma c’era un ciliegio e quel fanciullo vi salì sopra. Se ne accorse la sorella del vecchio (la strega) e gli disse: <<Ora ti mangio, perché mi mangi le ciliegie. Scendi!>>. Quel fanciullo le disse: <<Io non scendo. Sali tu qua sopra!>>. Quella gli disse: <<Io non posso salire>>. <<Dammi i capelli, che ti tiro e sali>>. Quando l’ebbe per i capelli la tirò fino a metà e la lasciò appesa: <<Dammi la medicina per metterla sugli occhi di mio nonno>>. (Quella) gli disse: <<Va a casa, perché nella cassapanca c’è la medicina>>. La percosse in testa con la scure e l’uccise. Dopo che l’uccise, andò da suo nonno e gli disse: <<Io ho ucciso vostra sorella e le ho preso la medicina per i vostri occhi>>. Così gli mise la medicina sugli occhi e gli venne la vista.]
…………..
A questo punto il nonno, che nonno non era, rivela le sue vere intenzioni: anch’egli aveva desiderio di mangiare il fanciullo. Ma anche in questo giocherà un ruolo importante l’astuzia del giovane che riuscirà a vincere ed a uccidere il drago, fratello della Lamia. Il vecchio prima di morire lo maledirà, ma verrà in suo soccorso San Nicola, sotto le spoglie di un altro vecchietto, a proteggerlo.
IL DIAVOLO
(O DIÀVOLO, O LUCÌFERO, O PAKAMÈNO, O DEMÒNIO, O MACHAMMÈTTA)
Nella categoria tematica delle favole e dei racconti grecanici, in cui sono presenti esseri sovrannaturali - come dicevamo all’inizio -, troviamo anche il demonio, che è invece assente nella tematica tradizionale delle favole greche. Il nome demonio deriva dal greco antico: “Demon – Demonos”, spirito, entità soprannaturale. L'accezione di questa parola non è etimologicamente negativa come si suole spesso pensare. Difatti, per la cultura dell'antica Grecia, i demoni non erano altro che spiriti che governavano gli stati d'animo umani. La stessa parola greca (Efdemonía), che vuol dire "felicità", è composta dal suffisso "eu" e da "daimon" e significa letteralmente "buon demone" o "demone del bene". Di demone si parla anche nell'Apologia di Socrate: il filosofo si riferisce infatti a certi moti interiori che lo spingono ad agire indicandogli quello che è giusto. Esaminiamo ora, dai TNC, alcuni brani che si riferiscono al demonio4, ed, in particolare un racconto di Roghudi in cui i bambini, nella loro ingenuità, riescono a mettere in fuga il diavolo:
………………
“Mìan imèra o diàvolo ejài na pèsci me ta pedìa. Ecìna epiàsai ce ton evàlai mummùa ce to’mbèthissa nkavàddhu. Ma issa poddhà ce den ta’chòre ola paru. Ma san ìvrai ti den ta chorài òla paru, eghirèspai na ton makrìnu ce tu appizzèspai to suvlì son colo. San àcue o diàvolo ti ponì, èfighe cuddhìzonda anda pedìa. Jàfto lèghete ti o diàvolo èfighe anda pedìa”.
………………..
[Un giorno il diavolo andò a giocare con i bambini. Quelli allora presero e lo misero carponi e gli montarono a cavalcioni. Ma erano molti e non ci potevano stare tutti quanti. Ma quando videro che non ci potevano stare tutti quanti, cercarono di allungarlo e gli ficcarono lo spiedo nel culo. Quando
il diavolo sentì che gli doleva, fuggì gridando lontano dai fanciulli. Perciò si dice che il diavolo è fuggito lontano dai fanciulli] 5
 
 
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1 Da qui il verbo “lamiàre”, bramare, aver sempre voglia di qualcosa. A Bova, San Lorenzo ed in altri paesi contermini persistono ancora alcuni microtoponimi:. a Bova abbiamo Lami e Lamie, a San Lorenzo Lamia, a Fossato Grotta della Lamìa, ecc..
2 Rossi-Taibbi e Caracausi, Ta pedìa stramandemmèna, TNC, op.cit. p. 217
3 E’ singolare il riferimento alla cecità dell’uomo. Sappiamo infatti che la Lamia aveva il dono di rendersi cieca, levandosi gli occhi, e poi se li rimetteva a suo piacimento, riprendendo così a vedere.
4 Si vedano in particolare: O mònako floghimèno, p. 136; O Peppìnose ce i dichatèra tu riga, p.148; O sordàto ce i diàvoli, p.179; Ta chartìa tu Lucìferu, p.237; O diàvolo èfighe anda pedìa, p. 302; O Pingi Spangi, p. 303; O tignùso ce o sciòlico, p. 398; Ta trìa leddhìdia, p. 405; O diàvolo ce i dichatère tu piskatùri, p. 480.
5 Rossi Taibbi e Caracausi, O diàvolo èfighe anda pedìa, TNC, op.cit., p. 302.

 

 

LA STREGA
(I LÀMIA)
Le “lamie” nell'antichità greca, erano figure in parte umane e in parte animalesche, rapitrici di bambini, un po’ come le “anaràde”, fantasmi seduttori che adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Secondo il mito originale, Lamia era la bellissima regina della Libia che ebbe da Zeus il dono di levarsi gli occhi dalle orbite e rimetterli a proprio piacere. Presto Lamia catturò il cuore di Zeus provocando la rabbia di Era, che si vendicò uccidendo i figli che suo marito ebbe da Lamia. Solo Scilla, il mostro situato sullo stretto di Messina di cui narra l’Odissea, riuscì a scampare alla furia di Era. Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, succhiando il loro sangue. Queste azioni corruppero la sua bellezza originaria, trasformandola in un essere di orribile aspetto che però aveva la possibilità di mutare e apparire attraente per sedurre gli uomini allo scopo di berne il sangue. Nel Medioevo, “Lamia” fu sinonimo di strega.
Il suo culto fu soppresso dagli Achei ed essa finì per diventare uno spauracchio per i bambini. Il suo nome, Lamia, pare apparentato con “Lamyros” (ingordo) da “laimos” (gola), cioè, per una donna, lasciva, avida, bramosa1.
Un’antica tradizione dei dintorni del Parnaso comprende una “Lamia del mare”, un demone che catturava i giovani che suonavano il flauto sulla spiaggia a mezzanotte e a mezzogiorno. Una scultura ellenica, che attualmente si trova al British Museum, raffigura le “Lamie” che corrono con un bambino stretto fra le braccia, del quale probabilmente poi berranno il sangue; hanno un paio d’ali spiegate e i lunghi capelli fermati con un monile a forma di teschio.
Nel racconto grecanico, che qui riporto in parte2, l’astuto giovanetto, sorpreso dalla Lamia a raccogliere ciliegie, si libera della strega con uno stratagemma. Interviene infine un vecchietto, San Nicola, patrono di Roghudi, a levarlo definitivamente dai guai.
…………….
“Pos àvlepe tes èghe, tu ìpe: <<Vrè ti ettuparànu èchi tin leddhàmu ce, a ss’ìvri, se tròghi>>. Ma ìche mìan cerasìa ce cindo pedì esklàpie eciapànu. Avvidèfti i leddhà tu vèkkiu (i Lamia) ce tu ipe: <<Arte se trogo, jatì mu tròghise ta ceràsa. Katèva!>>. Ecìndo pedì tis ìpe: << Egò den catevènno. Pèttoe esù ode apànu!>>. Ecìni tu ipe: <<Egò de ssonno pettòi>>. <<Dòmmu ta maddhìa, ti se serro ce pettònnise>>. San tin ìche anda maddhìa, tin èsire fino sta misì ce tin àfike kremamèni: << Dòmmu tin medicìna na vàlo stu lùkkiu tu pappùmmu>>. Tu ipe: <<égua sto spìti, ti stin càscia èchi tin medìcina>>. Tis etàvrie me to pelèci stin cefalì ce tin èspasce. Dòppu pu tin èspasce, ejàvi ston pappùtu ce tu ìpe: <<Egò èspascia tin leddhàssa ce tis èpiasa tin medicìna jà tu lùkkiusa>>. Otu tu èvale tin medicìna stu lùkkiu ce tu ìrte i vista3”.
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1 Da qui il verbo “lamiàre”, bramare, aver sempre voglia di qualcosa. A Bova, San Lorenzo ed in altri paesi contermini persistono ancora alcuni microtoponimi:. a Bova abbiamo Lami e Lamie, a San Lorenzo Lamia, a Fossato Grotta della Lamìa, ecc..
2 Rossi-Taibbi e Caracausi, Ta pedìa stramandemmèna, TNC, op.cit. p. 217
3 E’ singolare il riferimento alla cecità dell’uomo. Sappiamo infatti che la Lamia aveva il dono di rendersi cieca, levandosi gli occhi, e poi se li rimetteva a suo piacimento, riprendendo così a vedere.
[Mentre custodiva le capre, gli disse: <<Bada che costassù c’è mia sorella e, se ti vede, ti mangia>>. Ma c’era un ciliegio e quel fanciullo vi salì sopra. Se ne accorse la sorella del vecchio (la strega) e gli disse: <<Ora ti mangio, perché mi mangi le ciliegie. Scendi!>>. Quel fanciullo le disse: <<Io non scendo. Sali tu qua sopra!>>. Quella gli disse: <<Io non posso salire>>. <<Dammi i capelli, che ti tiro e sali>>. Quando l’ebbe per i capelli la tirò fino a metà e la lasciò appesa: <<Dammi la medicina per metterla sugli occhi di mio nonno>>. (Quella) gli disse: <<Va a casa, perché nella cassapanca c’è la medicina>>. La percosse in testa con la scure e l’uccise. Dopo che l’uccise, andò da suo nonno e gli disse: <<Io ho ucciso vostra sorella e le ho preso la medicina per i vostri occhi>>. Così gli mise la medicina sugli occhi e gli venne la vista.]
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A questo punto il nonno, che nonno non era, rivela le sue vere intenzioni: anch’egli aveva desiderio di mangiare il fanciullo. Ma anche in questo giocherà un ruolo importante l’astuzia del giovane che riuscirà a vincere ed a uccidere il drago, fratello della Lamia. Il vecchio prima di morire lo maledirà, ma verrà in suo soccorso San Nicola, sotto le spoglie di un altro vecchietto, a proteggerlo.
IL DIAVOLO
(O DIÀVOLO, O LUCÌFERO, O PAKAMÈNO, O DEMÒNIO, O MACHAMMÈTTA)
Nella categoria tematica delle favole e dei racconti grecanici, in cui sono presenti esseri sovrannaturali - come dicevamo all’inizio -, troviamo anche il demonio, che è invece assente nella tematica tradizionale delle favole greche. Il nome demonio deriva dal greco antico: “Demon – Demonos”, spirito, entità soprannaturale. L'accezione di questa parola non è etimologicamente negativa come si suole spesso pensare. Difatti, per la cultura dell'antica Grecia, i demoni non erano altro che spiriti che governavano gli stati d'animo umani. La stessa parola greca (Efdemonía), che vuol dire "felicità", è composta dal suffisso "eu" e da "daimon" e significa letteralmente "buon demone" o "demone del bene". Di demone si parla anche nell'Apologia di Socrate: il filosofo si riferisce infatti a certi moti interiori che lo spingono ad agire indicandogli quello che è giusto. Esaminiamo ora, dai TNC, alcuni brani che si riferiscono al demonio4, ed, in particolare un racconto di Roghudi in cui i bambini, nella loro ingenuità, riescono a mettere in fuga il diavolo:
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“Mìan imèra o diàvolo ejài na pèsci me ta pedìa. Ecìna epiàsai ce ton evàlai mummùa ce to’mbèthissa nkavàddhu. Ma issa poddhà ce den ta’chòre ola paru. Ma san ìvrai ti den ta chorài òla paru, eghirèspai na ton makrìnu ce tu appizzèspai to suvlì son colo. San àcue o diàvolo ti ponì, èfighe cuddhìzonda anda pedìa. Jàfto lèghete ti o diàvolo èfighe anda pedìa”.
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[Un giorno il diavolo andò a giocare con i bambini. Quelli allora presero e lo misero carponi e gli montarono a cavalcioni. Ma erano molti e non ci potevano stare tutti quanti. Ma quando videro che non ci potevano stare tutti quanti, cercarono di allungarlo e gli ficcarono lo spiedo nel culo. Quando
4 Si vedano in particolare: O mònako floghimèno, p. 136; O Peppìnose ce i dichatèra tu riga, p.148; O sordàto ce i diàvoli, p.179; Ta chartìa tu Lucìferu, p.237; O diàvolo èfighe anda pedìa, p. 302; O Pingi Spangi, p. 303; O tignùso ce o sciòlico, p. 398; Ta trìa leddhìdia, p. 405; O diàvolo ce i dichatère tu piskatùri, p. 480.
il diavolo sentì che gli doleva, fuggì gridando lontano dai fanciulli. Perciò si dice che il diavolo è fuggito lontano dai fanciulli]
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