LA NÒPIA

30.07.2016 09:47

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

 LA NÒPIALA NÒPIA

(dal greco ‘an’ = senza, e ‘ypnos’ = sonno)
Tra i tanti compiti che i lavoratori dovevano assolvere vi era anche quello della “nòpia”. E’ questo un termine linguistico che si ricollega direttamente alla tradizione greco-bizantina.
L’espressione indica la veglia per la custodia delle acque irrigue. Il turno della “nòpia” veniva stabilito dal fattore che di norma abitava vicino al palazzetto del padrone.
Per ogni località da controllare venivano inviati due “nopiànti” e venivano posti nei luoghi più importanti dove vi erano delle deviazioni di acque: le “crosterìe” (dal greco “clàstos” = taglio e “rèo” = scorro). In genere però nelle “closterìe” più importanti venivano inviati quattro coloni. Il tutto consisteva nel fatto che i padroni ottenevano dal Demanio il diritto di irrigazione in periodo di particolare esigenza di acqua (generalmente dal mese di maggio in poi e per tutta l’estate) in relazione alla estensione del terreno, in determinati giorni e ore della settimana.
Nel periodo tra aprile e maggio i coloni si recavano sui greti dei torrenti per “pulire” le “crosterìe” e per ripristinare le canalizzazioni. Chi raccoglieva frasche, chi puliva, chi trasportava pietre, chi, stanco e affaticato in attesa del turno, dormiva col piede nella crosterìa1 in modo che all’arrivo dell’acqua riusciva a svegliarsi. Insomma ognuno faceva qualcosa. Giorni di lavoro gratuito affinché le acque arrivassero nei giardini e si potesse continuare a sperare nella sopravvivenza!.
PASTORI , CONTADINI , CHORIÀTI
TUTTI INSIEME NEI RACCONTI
In un mio precedente volumetto2 avevo affrontato un vasto capitolo sui pastori e i loro animali. Qui di seguito ora riporto alcuni curiosi e piacevoli episodi, con relativi dialoghi, recuperati dalla memoria di qualche anziano ellenofono, in specie da Angelo Maisano e da Agostino Siviglia, entrambi, purtroppo deceduti. Sono brani di vita vissuta che spesso servivano pure a far trascorrere il tempo. Alla base di ogni dialogo o avvenimento c'era sempre una certa nota di umorismo o "sfottò" tra pastori, o tra loro ed altre persone. Rivestono particolare rilevanza anche alcuni episodi che sanno di irreale in un mondo già di per se stesso ai confini della realtà, ma che purtroppo erano molto comuni.
Cominciamo con gli strumenti che servivano ai pastori quando si andava in montagna.
SAMBATÀRI CE PROVATÀRI
( pastori e pecorai )
Strumenti dei pastori ed aneddoti
Uno dei piatti preferiti dei pastori era la polenta, allora molto in uso dalle nostre parti. Essi portavano in montagna la farina da cuocere dentro un otre di pelle di capretto che veniva stretta, per chiudere l'apertura, con la pelle dei piedi dell'animale, come se fossero lacci. Il nome grecanico di questo particolare tipo di otre era “zzarrùna” che veniva appesa nel rifugio del pastore per preservare la farina dalle intemperie e dagli animali.
1 L’episodio mi è stato riferito dal dott. Giuseppe Logozzo
2 F. Violi, Le radici della nostra cultura, Bova M., K.E.S., 1991
Le loro calzature erano le CALANDREDDHE3 .
Un altro strumento che ai pastori non mancava mai per accendere il fuoco era” l'isca”. Questa serviva ad accendere il fuoco o per fumare un buon sigaro. “Pu jènete i iska?” (Dove si trovava l'esca?). Ce lo raccontano Antonio Pangallo di Chorio di Roghudi ed il compianto Angelo Maesano:
…………….
Fucalòro, iska tu fagu ce ti sapìddha ce perìvolo
Corno di bue, esca di faggio o di fradicio d’albero e l’acciarino
…………
Iska tu fagu: Epìgame na tin ìvrome sto podi tu fagu, poi tin epiànnome, tin evàddhame mesa stin aspri, tin ecuparìzzome, ecumpàrieddhe moddhi ce cànnome to luci.
…………….
Iska ti ssapìddha: Epiànnome tin sapìddha, tin evàddhome luci, poi tin aspri tis sapìddha tin evàddhome ossu sto fucalòro (to cerato tu vudìu).
……….
L'isca era dunque prodotta con un pezzetto di fungo di rovere, di faggio o di pioppo, che veniva bollito, ammorbidito ed asciugato. Oppure con il fradicio che si trovava dentro l'albero che veniva bruciacchiato e ridotto in cenere per poi essere messo dentro un corno di bue vuoto. Accanto all'isca c'era naturalmente bisogno del “perivolo”, un pezzetto d'acciaio che, sfregato con una pietra focaia, procurava le scintille adatte per accendere l'isca.
Altro strumento che non mancava mai era la “ciaramèddha” con la quale accompagnavano le ore di solitudine trascorse nelle montagne. Ma la ciaramella aveva anche lo scopo di allontanare col suono i lupi. Chi non possedeva una ciaramella soffiava un "cannolo" o la "brògna" , una grossa conchiglia per fare rumore. Altri metodi di difesa consistevano nel fischiare o nel portare un tizzone acceso. Qualcuno, avventurandosi nelle montagne, non sempre riusciva a difendere il proprio gregge ed allora difficilmente ritornava in quei luoghi. Significativo a proposito è l'episodio di un pastore che, visto il suo gregge assalito dal lupo, gli urlò dietro:
An thèlise crèa, ela ston jalò,
jatì stin ozzìa den tròghise plèo . Se vuoi carne, vieni in marina,
Perchè in montagna non ne mangi più.
3 Mittònno te calandrèddhe (le chiudevano davanti, erano fatte di pelle di porco o di vacca. Quando erano bagnate scivolavano, quando erano secche erano dure. Poi arrivò la gomma...)

 

(dal greco ‘an’ = senza, e ‘ypnos’ = sonno)
Tra i tanti compiti che i lavoratori dovevano assolvere vi era anche quello della “nòpia”. E’ questo un termine linguistico che si ricollega direttamente alla tradizione greco-bizantina.
L’espressione indica la veglia per la custodia delle acque irrigue. Il turno della “nòpia” veniva stabilito dal fattore che di norma abitava vicino al palazzetto del padrone.
Per ogni località da controllare venivano inviati due “nopiànti” e venivano posti nei luoghi più importanti dove vi erano delle deviazioni di acque: le “crosterìe” (dal greco “clàstos” = taglio e “rèo” = scorro). In genere però nelle “closterìe” più importanti venivano inviati quattro coloni. Il tutto consisteva nel fatto che i padroni ottenevano dal Demanio il diritto di irrigazione in periodo di particolare esigenza di acqua (generalmente dal mese di maggio in poi e per tutta l’estate) in relazione alla estensione del terreno, in determinati giorni e ore della settimana.
Nel periodo tra aprile e maggio i coloni si recavano sui greti dei torrenti per “pulire” le “crosterìe” e per ripristinare le canalizzazioni. Chi raccoglieva frasche, chi puliva, chi trasportava pietre, chi, stanco e affaticato in attesa del turno, dormiva col piede nella crosterìa1 in modo che all’arrivo dell’acqua riusciva a svegliarsi. Insomma ognuno faceva qualcosa. Giorni di lavoro gratuito affinché le acque arrivassero nei giardini e si potesse continuare a sperare nella sopravvivenza!.
PASTORI , CONTADINI , CHORIÀTI
TUTTI INSIEME NEI RACCONTI
In un mio precedente volumetto2 avevo affrontato un vasto capitolo sui pastori e i loro animali. Qui di seguito ora riporto alcuni curiosi e piacevoli episodi, con relativi dialoghi, recuperati dalla memoria di qualche anziano ellenofono, in specie da Angelo Maisano e da Agostino Siviglia, entrambi, purtroppo deceduti. Sono brani di vita vissuta che spesso servivano pure a far trascorrere il tempo. Alla base di ogni dialogo o avvenimento c'era sempre una certa nota di umorismo o "sfottò" tra pastori, o tra loro ed altre persone. Rivestono particolare rilevanza anche alcuni episodi che sanno di irreale in un mondo già di per se stesso ai confini della realtà, ma che purtroppo erano molto comuni.
Cominciamo con gli strumenti che servivano ai pastori quando si andava in montagna.
SAMBATÀRI CE PROVATÀRI
( pastori e pecorai )
Strumenti dei pastori ed aneddoti
Uno dei piatti preferiti dei pastori era la polenta, allora molto in uso dalle nostre parti. Essi portavano in montagna la farina da cuocere dentro un otre di pelle di capretto che veniva stretta, per chiudere l'apertura, con la pelle dei piedi dell'animale, come se fossero lacci. Il nome grecanico di questo particolare tipo di otre era “zzarrùna” che veniva appesa nel rifugio del pastore per preservare la farina dalle intemperie e dagli animali.
1 L’episodio mi è stato riferito dal dott. Giuseppe Logozzo
2 F. Violi, Le radici della nostra cultura, Bova M., K.E.S., 1991
Le loro calzature erano le CALANDREDDHE3 .
Un altro strumento che ai pastori non mancava mai per accendere il fuoco era” l'isca”. Questa serviva ad accendere il fuoco o per fumare un buon sigaro. “Pu jènete i iska?” (Dove si trovava l'esca?). Ce lo raccontano Antonio Pangallo di Chorio di Roghudi ed il compianto Angelo Maesano:
…………….
Fucalòro, iska tu fagu ce ti sapìddha ce perìvolo
Corno di bue, esca di faggio o di fradicio d’albero e l’acciarino
…………
Iska tu fagu: Epìgame na tin ìvrome sto podi tu fagu, poi tin epiànnome, tin evàddhame mesa stin aspri, tin ecuparìzzome, ecumpàrieddhe moddhi ce cànnome to luci.
…………….
Iska ti ssapìddha: Epiànnome tin sapìddha, tin evàddhome luci, poi tin aspri tis sapìddha tin evàddhome ossu sto fucalòro (to cerato tu vudìu).
……….
L'isca era dunque prodotta con un pezzetto di fungo di rovere, di faggio o di pioppo, che veniva bollito, ammorbidito ed asciugato. Oppure con il fradicio che si trovava dentro l'albero che veniva bruciacchiato e ridotto in cenere per poi essere messo dentro un corno di bue vuoto. Accanto all'isca c'era naturalmente bisogno del “perivolo”, un pezzetto d'acciaio che, sfregato con una pietra focaia, procurava le scintille adatte per accendere l'isca.
Altro strumento che non mancava mai era la “ciaramèddha” con la quale accompagnavano le ore di solitudine trascorse nelle montagne. Ma la ciaramella aveva anche lo scopo di allontanare col suono i lupi. Chi non possedeva una ciaramella soffiava un "cannolo" o la "brògna" , una grossa conchiglia per fare rumore. Altri metodi di difesa consistevano nel fischiare o nel portare un tizzone acceso. Qualcuno, avventurandosi nelle montagne, non sempre riusciva a difendere il proprio gregge ed allora difficilmente ritornava in quei luoghi. Significativo a proposito è l'episodio di un pastore che, visto il suo gregge assalito dal lupo, gli urlò dietro:
An thèlise crèa, ela ston jalò,
jatì stin ozzìa den tròghise plèo . Se vuoi carne, vieni in marina,
Perchè in montagna non ne mangi più.
3 Mittònno te calandrèddhe (le chiudevano davanti, erano fatte di pelle di porco o di vacca. Quando erano bagnate scivolavano, quando erano secche erano dure. Poi arrivò la

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