La cattura del super-latitante, da 20 anni, Ernesto Fazzalari, capomafia della 'ndrangheta di Taurianova, condannato all'ergastolo, riformato a 30 anni

30.06.2016 05:56

 

 

Nel corso della successiva perquisizione i carabinieri hanno trovato una pistola, con relativo munizionamento, che Fazzalari non ha avuto il tempo di utilizzare.

Nella casa, insieme al latitante, era presente anche una donna di 41 anni che è stata arrestata con l'accusa di procurata inosservanza di pena e concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

Nella casa è stato trovato anche, altro materiale ritenuto d'interesse e che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti investigativi.  il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, nel corso della conferenza stampa ha detto “La forza della ‘ndrangheta è quella di poter contare da un lato sulla paura della gente e dall’altro sulle connivenze“,

TAURIANOVA (RC), I CARABINIERI DEL COMANDO PROVINCIALE DI REGGIO CALABRIA, SOSTENUTI DAL SECC E DAL GIS, HANNO CATTURATO IL LATITANTE “NUMERO UNO” DELLA ‘NDRANGHETA, ERNESTO FAZZALARI, 46 ANNI, CONIUGATO, ERGASTOLANO

Domenico Salvatore

La notizia, l’ha data il premier Matteo Renzi, emozionato, su Facebook.

“Facebook, è un servizio di rete sociale, lanciato il 4 febbraio 2004, posseduto e gestito dalla società Facebook Inc., basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione.

Il sito, fondato ad Harvard negli Stati Uniti da Mark Zuckerberg e dai suoi compagni di università Eduardo Saverin, Dustin Moskovitz e Chris Hughes, era originariamente stato progettato esclusivamente per gli studenti dell'Università di Harvard, ma fu presto aperto anche agli studenti di altre scuole della zona di Boston, della Ivy League e della Stanford University.

Successivamente fu aperto anche agli studenti delle scuole superiori e poi a chiunque dichiarasse di avere più di 13 anni di età.

Da allora Facebook raggiunse un enorme successo: secondo Alexa è il secondo sito più visitato al mondo dopo Google, superando YouTube che ha detenuto per anni la seconda posizione; ha cambiato profondamente molti aspetti legati alla socializzazione e all'interazione tra individui, sia sul piano privato che quello economico e commerciale.

È disponibile in oltre 70 lingue e ad aprile 2016 contava circa 1,65 miliardi di utenti attivi mensilmente classificandosi come primo servizio di rete sociale per numero di utenti attivi.

Il nome "Facebook" prende spunto da un elenco con nome e fotografia degli studenti, che alcune università statunitensi distribuiscono all'inizio dell'anno accademico per aiutare gli iscritti a socializzare tra loro.

Gli utenti possono accedere al sito previa una registrazione gratuita, durante la quale vengono richiesti dati personali come nome, cognome, data di nascita e indirizzo email.

Il sito chiarisce che l'inserimento obbligatorio della data di nascita serve esclusivamente "per favorire una maggiore autenticità e consentire l'accesso ai vari contenuti in base all'età".

Completata la registrazione, gli utenti possono creare un profilo personale, includere altri utenti nella propria rete sociale, aggiungendoli come "amici", e scambiarsi messaggi, anche via chat, incluse le notifiche automatiche quando questi aggiornano i propri profili.

Per personalizzare il proprio profilo, l'utente può caricare una foto, chiamata immagine del profilo, con la quale può rendersi riconoscibile.

Può inoltre, fornire ulteriori informazioni, come il comune di nascita e quello di residenza, la scuola frequentata, il proprio datore di lavoro, l'orientamento religioso e quello politico, la propria situazione sentimentale e molte altre.

Inoltre, gli utenti possono fondare e unirsi a gruppi per condividere interessi in comune con altri utenti, organizzati secondo il luogo di lavoro, la scuola, l'università o altre caratteristiche, condividere contenuti multimediali ed utilizzare varie applicazioni presenti sul sito.

Recentemente milioni di utenti usano Facebook come una piattaforma simile a quella di YouTube, ovvero, mettere in mostra i propri video, creando un pubblico numeroso”.

Catturato nel suo regno, nel cuore dell’Aspromonte non lontano da Platì, San Luca e Polsi, il ‘numero due’ dei latitanti europei, Ernesto Fazzalari.

Era armato di un revolver con matricola abrasa, ma non avrebbe fatto in tempo ad usarlo?

Dormiva placidamente, senza sospettare di nulla, accanto alla figlia del capomafia, Rosita Fazzari, sua compagna da sempre.

I ‘Baschi Rossi’ del SECC di Vibo Valentia, di cui a torto, se ne parla poco o niente e soprattutto le ‘teste di cuoio’ del GIS, sono stati rapidi e silenziosi nella loro tattica a falange.

Il cerchio, sempre più stretto, comprendeva il territorio di alcuni Comuni. Fino a comprendere solamente il Comune di Molochio e la zona impervia di ‘Trepitò’.

Non poteva scappare o sfuggire, nemmeno una formica. L’operazione, nel cuore della notte. All’alba la scena finale, ultimo atto.

I Carabinieri del Comando Provinciale, diretto dal colonnello Lorenzo Falferi, si sono avvicinati di soppiatto ed hanno fatto saltare il cancello esterno.

Quindi si sono accostati al portone blindato, anche questo fatto saltare con una piccola carica esplosiva; quindi, armati sino ai denti di pistole e fucile mitragliatore sono piombati come falco sulla preda, dentro la stanza da letto.

Il primo ad irrompere un gigante di due metri con torcia e pistola alla mano.

Fazzalari, non ha opposto resistenza e si è lasciato ammanettare come un agnellino.

Ma nel successivo interrogatorio di garanzia, presso gli uffici dell’Arma, alla presenza del suo legale di fiducia, non si è lasciato sfuggire niente.

Per la soddisfazione anche dell’ex vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Angela Napoli.

Per decenni, l’onorevole pianigiano, ha insistito sul tasto della pericolosità di Taurianova che in fatto di ‘ndrangheta, non era seconda a nessuno.

Dopo le stragi ed il fatidico venerdì nero,  quando in 24 ore sono state uccise cinque persone, arriva la legge, che disciplina, commissaria e scioglie i consigli comunali infiltrati per mafia, introdotta nell’ordinamento giuridico italiano  con decreto legge n. 164, art. 1 del 31 maggio 1991.

Per volere degli allora ministri Enzo Scotti e Claudio Martelli, con tanto di visita ed inaugurazione di un nuovo Commissariato di polizia a Taurianova , viene varato il decreto che scioglie le amministrazioni comunali in odor di collusione mafiosa.

Provvedimento legislativo opinabile, comunque da rivedere e correggere, che secondo alcuni non aveva prodotto nulla o peggio aveva sospeso inutilmente la democrazia  a Taurianova.

Alle 14.30 del 1° aprile 1977, in un casolare di campagna nei pressi di Taurianova, al termine di una riunione fra ‘famiglie’, in uno scontro a fuoco, muoiono due carabinieri: Stefano Condello e Vincenzo Caruso e due mafiosi della famiglia Avignone: Rocco e Vincenzo Avignone, di 35 e 20 anni, zio e nipote; la stessa alla quale appartiene il boss Giovinazzo, ucciso poi nel 1990. 

I militari, notano una folta presenza di autovetture all’interno di una casa colonica appartenente al pregiudicato Francesco Petullà.

Undici soggetti, numero desunto dai piatti presenti sulla tavola imbandita.

Dopo aver deciso di effettuare un controllo in casa, i tre carabinieri si dividono. Pasquale Giacoppo resta a guardia dell’autoradio.

Condello e Caruso si avviano verso l’abitazione di Petullà.

Dalla casa vengono indirizzati svariati colpi d’arma da fuoco verso i due carabinieri.

Era stato interrotto un summit di ‘ndrangheta della cosca Avignone, egemone sul territorio; capeggiata da Giuseppe Avignone, sposato con Chiara Anselmo, figlia del capomafia Guerino, capo storico della 'ndrangheta a Cittanova, (compare d'anello ZAPPIA Giuseppe, capomafia di S.Martino di Taurianova, la cui levatura criminale in seno alla 'ndrangheta è testimoniato dal fatto che questi presiedette il summit di Montalto del 26 ottobre 1969) . 

   

Trenta anni di reclusione per il boss Giuseppe Avignone e condanne per due secoli complessivi di carcere.

Il processo di primo grado presso il Tribunale di Palmi per la morte di Condello e di Caruso,  insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, si è concluso con pene severe.

Il vaso di Pandora scoperchiato, conteneva, subappalti per il V° Centro Siderurgico di Gioia Tauro, tangenti, investimenti nell’edilizia, ramificazioni nella società civile e, soprattutto, legami con la politica locale e addirittura ‘romana’.

Tutto il mondo mediatico,  s’interessa al summit mafioso di Razzà.

Il primo a cadere il 2 maggio del 1991, nel salone da barbiere, sotto i colpi della lupara, è Rocco Zagari, consigliere comunale democristiano, maggioranza assoluta nel civico consesso,  ufficialmente infermiere presso la locale azienda sanitaria.

Erede e successore di Domenico Giovinazzo, il boss di Jatrinoli ucciso, insieme con Vincenzo Rositano, il 22 maggio del 1990 a Polistena. 

Domenica 5 maggio alle 21,45, in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, cadono uccisi a colpi di fucile e di pistola Emilio Ietto, di 32 anni, Leonardo Minzoturo, di 20 anni e Luigi Berlingeri di 25. I corpi di Minzoturo e Berlingeri, due zingari, sono stati trovati all’ esterno del locale; all’interno il terzo.

‘Dietro’ la cattura del grande latitante di ‘ndrangheta, c’è un lavoro di giorni, settimane e mesi, se non di anni. Di appostamenti, pedinamenti, tallonamenti, intercettazioni ambientali e telefoniche, cimici e telecamere.

Senza trascurare, le così dette indagini tradizionali, che alla fine, sono quelle, che permettono la cattura di latitanti di grosso spessore criminale.

Uomini che conoscono l’Aspromonte, meglio delle loro tasche, abituati, a muoversi nel buio come i gatti.

Militari addestrati a saltare colazione, pranzo e cena; soldati dello Stato, avvezzi a dormire sulla nuda terra; truppa allenata a muoversi con pesi anche di venticinque e trenta chili addosso. Grandi sacrifici, grandi risultati.

Più di una volta, sembrava fatta, ma all’ultimo istante, in maniera rocambolesca, Fazzalari se la faceva franca, lasciando tutti con un palmo di naso ed un pugno di mosche in mano.

C’aveva provato anche Valerio Giardina, il ‘Condor dell’Apromonte’

Non era facile, né semplice, ripartire daccapo

Sovranità dello Stato ristabilita? Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, non ha il minimo dubbio al riguardo.

I Baschi Rossi del SECC, sono l’incubo notturno degli uccelli di bosco della ‘ndrangheta. Senza nulla togliere a quelli del GIS.

 Il super-latitante Fazzalari, 46 anni, trovato a pochi chilometri da Taurianova, considerato il più feroce capo dell'organizzazione criminale della ‘ndrangheta, era stato condannato all'ergastolo per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi ed altro, è stato catturato in piena notte, nel sonno. 

Ernesto Fazzalari, “U Lentu”, originario di Taurianova è stato preso,  dai carabinieri del Comando Provinciale e lo squadrone Cacciatori dopo venti anni di latitanza, inserito nella lista dei più pericolosi ricercati d’Europa; era il secondo latitante più pericoloso d’Italia dopo Matteo Messina Denaro. 

Latitante dal 1996, è stato scovato all’alba nella frazione Monte Trepitò di Molochio, nella Piana di Gioia Tauro.  

Sorpreso nella notte dai carabinieri, Fazzalari, non ha opposto resistenza. Anche perché, non ha avuto il tempo materiale per reagire nonostante fosse armato.

Una pistola e altro materiale, che potrebbe essere utile alla DDA per ricostruire la rete di fiancheggiatori che per vent’anni ha consentito al latitante di sfuggire alla giustizia è stata rinvenuta durante la perquisizione. 

Per procurata inosservanza di pena, concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione è stata arrestata una donna di 41 anni, che si trovava in sua compagnia.

Fazzalari, è stato uno dei protagonisti della faida che, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ha trasformato Taurianova nel teatro di una degli scontri più sanguinari tra le cosche di ‘ndrangheta. 

Ernesto Fazzalari assieme al fratello Domenico ed al cugino Salvatore, è stato uno dei massimi esponenti della cosca Avignone-Zagari-Viola, che a Taurianova (Iatrinoli e Radicena) si opponeva ai Neri-Grimaldi-Asciutto. 

Fazzalari, che nel 1993 era colpito dalla sorveglianza speciale  ed era ritenuto inserito nella malavita di Taurianova, guidava una lancia Thema blindata di proprietà dei fratelli Zagari.

Chissà quante volte, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, coadiuvati da CFS e Polizia Penitenziaria, erano sul punto di catturarlo, ma, all’ultimo istante un ingranaggio della macchina investigativa s’inceppava e tutto andava a monte.

Un grande latitante ( e Fazzalari lo era), non può rimanere alla macchia per due decenni interi, senza connivenze, complicità e connubi, appoggi e sostegni, anche di un certo tipo. 

L’ambiente-territorio in cui vive, lucra e prospera la mafia, è pieno sino all’uovo di persone, personalità e personaggi istituzionali, forze dell’ordine, magistratura ecc.

Di riffe o di raffe, gli spifferi, giungono ed entrano nell’orecchio giusto, ma è pur vero, che vi abitino anche i doppiogiochisti, cerchiobottisti, voltagabbana, cipollisti, canne al vento; simpatizzanti e fiancheggiatori, pronti e disponibili alla copertura del delinquente abituale e del latitante; al depistaggio.

Predisposti, a fuorviare e confondere, deviare, traviare ed ingannare.

Ci sono anche, i procuratori lo ribadiscono sempre in conferenza stampa, i così detti ‘colletti bianchi’; quelli della zona grigia ed anche della borghesia mafiosa o mafia borghese.

Non solo accoscati, commercialisti, avvocati, professionisti in genere, funzionari di Banca o di Posta, ente ed associazione

Conviene a chi e perché, tenere e mantenere in zona, uno spauracchio; un fantasma, uno spettro.

Ci si chiede tuttavia, ma non è solamente un’ipotesi investigativa, quale possa essere stato il peso criminale di Ernesto Fazzalari, all’interno del locale di Taurianova; se non del mandamento Tirrenico o della Piana.

In questi anni lo si riteneva rifugiato a Gioia Tauro, Rosarno, Polistena, Cittanova, Rizziconi, Palmi, Oppido mamertina, Seminara, San Giorgio Morgeto, Delianuova,  Molochio, Cinquefrondi, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Laureana di Borrello, Galatro, Anoia, Maropati, Varapodio…ovunque e da nessuna parte.

Nella leggenda circolante, scaltro, furbo ed astuto, appassionato di equini, lo si voleva a cavallo per boschi e fiumare, coperto dall’omertà con la protezione delle ‘ndrine e del locale di ‘ndrangheta.

Ma, come dice il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, un boss, non abbandona mai la sua zona, il territorio.

Perderebbe la faccia e forse anche lo scettro del comando.

Sono tutti emozionati, entusiasti, euforici, eccitati, elettrizzati.

E si scambiano le felicitazioni, congratulazioni, complimenti e rallegramenti per la notizia a sentir loro, f  a  v  o  l  o  s  a: l’arresto del latitanti ‘numero due’ dello speciale elenco del Ministro degl’interni.

Secondo, solo al capo dei capi della Cupola siciliana,  Matteo Messina Denaro.

Il primo ministro Matteo Renzi; il ministro degl’Interni Angelino Alfano; il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho e quello di Catanzaro, Nicola Gratteri; il comandante nazionale dei Carabinieri Tullio Del Sette, generale di Corpo d’Armata con incarichi speciali.

Il comandante della Legione/Calabria di Catanzaro, Andrea Rispoli; il comandante interregionale   Culqualber, Silvio Ghiselli; il comandante interregionale ‘Ogaden’, il comandante provinciale Lorenzo Falferi ed i t.colonnelli, Vincenzo Franzese ed Alessandro Mucci, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà; il presidente del Consiglio Regionale della Calabria, il governatore della Calabria, Mario Oliverio, hanno giocato a ‘ping-pong’ per tutto il giorno.

Dunque stanno cadendo tutti, uno ad uno i grandi capi della ‘ndrangheta. Padrini, mammasantissima e capimafia, sono in galera, se non al 41 bis.

I pentiti invece, sono stati inglobati nel servizio di protezione.

A parte quelli morti per cause naturali a piedi nudi o scalzi, nel loro letto; o perché caduti nelle guerre di faida e di mafia. Poi ci sono i boss in attesa di giudizio.

E quelli, in libertà condizionata; agli arresti domiciliari; al soggiorno obbligato; con obbligo di firma ed ai servizi sociali.

Subito sostituiti o rimpiazzati dai pari grado, dai sottocapi e dai vice capobastone.

Lo Stato, ogni volta si è organizzato; ed ha ripreso puntualmente la lotta alla mafia ed ai latitanti.

Solito refrain, solito ritornello ad libitum. Altro giro, altra corsa e si riprende ogni volta daccapo. Guardie & Ladri.

Così è stato, dopo la cattura dei componenti del clan di don Ciccio Canale, Domenico Strati, Domenico Tripodo, Paolo De Stefano, Pasquale Condello, Nino Imerti ’U Nanu, Giovanni Tegano, Domenico Libri, Francesco Serraino, Nino Lo Giudice, Diego Rosmini, Pasquale Libri, Pasquale Tegano, Francesco Zindato, Pietro Labate, Filippo Barreca, Giacomo Ubaldo Lauro, Giovanni Rogolino, Natale Iannò, Francesco Surace, Giovanni Fontana, Leandro Ambrogio, Antonio Rosmini, Rocco Musolino Francescantonio Gioffrè, Santo Araniti, Giuseppe Chilà, Domenico, Rocco e Vincenzo Zito, Franco Greco, Francesco Furci, Giuseppe Zito, Paolo Martino, Giuseppe, Antonino, Giovanni Saraceno, Domenico Condello, Antonino Latella, Giovanni Ficara, Roberto Franco, Domenico Martino, Alessandro Serraino, Paolo, Pasquale, Giacomo, Antonino, Saverio, Antonino e Demetrio Frascati, Giuseppe Latella, Antonino, Francesco, Domenico, Giovanni e Vincenzo Ficara, Pasquale, Pietro e Vincenzo Bertuca, Maria Salvatore Audino,  Antonio, Francesco e Luigi Caracciolo, Giuseppe, Natale, Pasquale, Rocco e Santo Buda, Luigi, Alfonso e Giuseppe Molinetti, Giorgio De Stefano, Domenico e Paolo Serraino, Vincenzo e Pasquale Bertuca, Melari Peppino Belisario, Cosimo Borgetto, Giuseppe Schimizzi, Antonio Nucera, Antonino Zindato, Santo Buda, Orazio De Stefano, nel Mandamento di Reggio Calabria. Natale Jamonte, Giuseppe, Vincenzo, Antonino, Ramingo e Carmelo, Domenico Paviglianiti, Tommaso e Domenico Rodà, Paolo Equisoni, Domenico Vadalà, Salvatore Scriva, Filiberto Maisano, Giuseppe, Antonio e Francesco Nirta, (Domenico e Sebastiano Nirta?) Antonio Pelle, Sebastiano Romeo; quelli della Strage di Duisburg e gli opposti clan Nirta-Strangio-Giorgi e Pelle-Vòttari-Romeo, Bruzzaniti-Morabito-Palamara, Francesco Barbaro inteso Cicciu ‘U Castanu, Trimboli-Marando, Papalia-Sergi, Agresta-Catanzariti Salvatore Cordì, Giuseppe Cataldo, Giuseppe Commisso, Tommaso Costa, Carmelo Bruzzese, Rodolfo Scali e Francesco Giorgio, Salvatore De Masi, detto Giorgio, Francesco Jerinò inteso ‘Cicciumanigghija’ e figli, Luigi Ursino, Salvatore, Giuseppe e Rocco Aquino, alleati, parenti e sodali dei Coluccio e dei Mazzaferro ed ancora le famiglia dei Ruga-Metastasio-Loiero, Bruno Vallelonga, Cosimo Giuseppe Leuzzi ecc.nel Mandamento Jonico. Giuseppe Virgilio, Giuseppe e Domenico Nasone, Rocco e Matteo Gaietti, Giuseppe Surace, Antonino Occhiuto, Rocco Zoccali, Rocco Carmelo Tripodi, Michele Marasco, Rocco Lamari, Antonio Gattellari, Oliveri-Bova-Cambareri, Bertuca, Bellantoni, Bueti, Rocco Garonfalo, Ranieri,  Carmine Demetrio Santaiti. Filippo e  Salvatore Morgante, Matteo Gramuglia, Carmine Gaglioti, Antonino Ciappina, Gaetano Parrello, Antonio Bruzzise, Antonino, Rocco, Domenico e Giuseppe Gallico, Carmelo e Domenico Sciglitano, Carmelo, Rosario e Vincenzo Sgrò, Antonio Costantino, Francesco Cutrì, Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè, Nicola, Domenico e Carmine Alvaro, Girolamo, Giuseppe e Gioacchino Piromalli, Nino, Girolamo, Domenico e Rocco Molè, Domenico Crea, Umberto, Gregorio e Giuseppe Bellocco, Giuseppe, Antonino e Francesco Pesce, Salvatore, Antonio e Vincenzo Ascone, Rocco, Luigi e Vincenzo Longo, Francesco, Giuseppe e Domenico Longo. Nel 1980, Violetta Longo, figlia di Luigi, sposò Antonio Versace, che prese il posto del suocero alla morte di questi nel 1984.Antonio e Michele Versace, Antonio, Francesco, Alessandro e Michele Ascone, Antonio e Ferdinando Cimato, Giuseppe, Pasquale e Silvio Albano, Silvio, Raffaele e Renato Petullà, Giuseppe Gullace, Chindamo-Lamari-D’Agostino e Tassone-Cutellè-Albanese, Carmelo Lamari, Giuseppe D’Agostino, Mattea Barca, Diego Fedele, Benito Condello, Gugliotta-Bonarrigo, Mazzagatti- Polimeni, Mammoliti-Rugolo, Violi-Macrì, Italiano, Rocco Ligato, Michele, Luigi, Vincenzo e Domenico Facchineri ecc., nel Mandamento della Piana o della Costa Tirrenica.

Ansa

Il lancio dell’Ansa:” E' stato arrestato nella notte il boss della 'ndrangheta Ernesto Fazzalari.

Latitante da 20 anni, era ritenuto il secondo ricercato più pericoloso dopo Matteo Messina Denaro.

Deve scontare una condanna all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Fazzalari è stato sorpreso nel sonno dai carabinieri nell'abitazione che usava come covo nella zona di Taurianova.

Era in compagnia di una donna, Rosita Zagari, anch’essa arrestata.

Il record di latitanza ce l’ha Michelangelo Franconieri (di Rizziconi o Polistena), scampato il 30 novembre 1958 ad un agguato da parte di Francesco Lucà, decise di vendicarsi uccidendo il 14 febbraio 1959 Antonino Lucà, fratello del suo aggressore, nelle vicinanze di Molochio. In tale occasione, ferì anche Michele Fonte che riferì l'accaduto.

Sfuggito all'arresto e condannato in contumacia a venticinque anni di carcere, rimase latitante per quarantadue anni, fin quando cioè, nel 2002, non fu condotto ormai moribondo all'ospedale di Polistena, dove avvenne il decesso.  È stato indicato come la “primula rossa dell'Aspromonte”.

 Molochio piccolo centro agricolo-pastorale dell’Aspromonte è di nuovo alla ribalta della cronaca.

Mercoledì 21 gennaio 2015, proprio qui sempre di notte, venne arrestato il boss Natale Trimboli,  presunto boss della ‘ndrangheta a lungo presente nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi, stilato dal Ministero dell’Interno, latitante da anni e ricercato in ambito internazionale per reati contro il patrimonio.

Ritenuto dagli inquirenti, un elemento di spicco della cosca Trimboli-Marando di Platì, in provincia di Reggio Calabria.

Anche il 46enne di Platì, che, non ha opposto alcuna resistenza e si è lasciato mettere le manette, insieme alle tre persone che erano con lui, arrestate con l’accusa di favoreggiamento, aveva scelto il rifugio di Molochio, un luogo ritenuto amico e sicuro.

Gli inquirenti, stanno cercando di ricostruire le fitta rete,  che per anni è riuscita a garantire la latitanza di Trimboli.

Le vie della ‘ndrangheta sono… infinite.

Angelino Alfano,  ministro dell’Interno, commentò così quella importante operazione: ‘Grazie al lavoro straordinario delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, oggi la Squadra Stato, ha inferto un altro duro colpo alla criminalità organizzata con l’arresto, a Molochio, del latitante Natale Trimboli, condannato nel maxi processo Minotauro svoltosi a Torino, inserito nell’ elenco dei 100 latitanti più pericolosi e ricercato anche in ambito internazionale.

L'annuncio della cattura del boss della mafia calabrese Ernesto Fazzalari, è arrivato via Facebook dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, che si dice 'orgoglioso' di 'giudici e forze dell'ordine' per l'operazione.

Ernesto Fazzalari, 46 anni,  ha una condanna all'ergastolo per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi ed altro. L'uomo - riferisce un comunicato dei Carabinieri - è il secondo ricercato per importanza e pericolosità dopo Matteo Messina Denaro.

Latitante da 20 anni, Fazzalari, fonte Ansa, é stato bloccato a Taurianova all'interno di un'abitazione in un complesso di caseggiati a ridosso di un'impervia area aspromontana. Ad individuarlo sono stati i carabinieri del Reparto operativo del Comando provinciale di Reggio Calabria, con la collaborazione del Gruppo Intervento Speciale (Gis) e dello Squadrone Cacciatori Calabria.

L'arresto é stato fatto a conclusione di articolata attività d'indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.

Il latitante è stato sorpreso nel sonno dai militari nell'abitazione che utilizzava come covo nella zona di Taurianova.

L'uomo non ha opposto resistenza e subito dopo l'irruzione dei militari del Gis ha fornito le proprie generalità lasciandosi ammanettare.

Nel corso della successiva perquisizione i carabinieri hanno trovato una pistola, con relativo munizionamento, che Fazzalari non ha avuto il tempo di utilizzare.

Nella casa, insieme al latitante, era presente anche una donna di 41 anni che è stata arrestata con l'accusa di procurata inosservanza di pena e concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

Nella casa è stato trovato anche altro materiale ritenuto d'interesse e che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti investigativi.

"E' stata un'operazione da manuale, corale" ha detto il comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette, che ha ricordato l'impegno "dell'Arma territoriale, dalla Stazione alla Compagnia, dal Comando provinciale sino a quello regionale, insieme ai carabinieri del Gruppo intervento speciale (Gis) e dei Cacciatori di Calabria.

L'arresto di Fazzalari - ha concluso  è il coronamento di un'intensa e articolata attività di indagine efficacemente diretta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio”.

"Oggi la Squadra Stato - ha detto il ministro dell'interno Angelino Alfano - ha messo a segno uno dei suoi gol più belli.

I nostri Carabinieri hanno individuato in un casale e tratto in arresto questa notte, a Molochio, in provincia di Reggio Calabria, Ernesto Fazzalari, inserito nell'elenco dei latitanti di massima pericolosità e ricercato dal '96 per duplice omicidio, associazione di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, rapina.

Fazzalari, trovato con la sua compagna 41/enne - ha aggiunto il ministro - è uno dei più importanti latitanti, personaggio di spicco della criminalità e a capo della omonima 'ndrina che opera nel territorio di Taurianova.

La fuga dei criminali ha sempre un termine. Alla giustizia non si sfugge.

Sono queste le vittorie che ci confortano e ci sostengono nel cammino difficile, ma possibile, contro il crimine organizzato e sono il premio per un lavoro incessante delle Forze dell'Ordine e dei magistrati, portato avanti con pazienza, determinazione e alta professionalità".".

Il comunicato ufficiale del Comando Provinciale dei carabinieri: “Nelle prime ore di oggi 26 giugno 2016, in Molochio (RC) frazione Monte Trepitò, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati da operatori del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria, a conclusione di articolata attività d’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria - Direzione Distrettuale Antimafia, hanno tratto in arresto, in esecuzione di ordine di carcerazione a seguito di condanna all’ergastolo, FAZZALARI Ernesto, 46 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi ed altro. Lo stesso è il secondo dei ricercati per importanza e pericolosità dopo Matteo MESSINA DENARO.

Prevenuto, latitante di massima pericolosità inserito nel programma speciale di ricerca, irreperibile dal giugno 1996 allorquando si sottraeva all’arresto nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “TAURUS”, veniva individuato all’interno di un’abitazione in complesso di caseggiati a ridosso di impervia area aspromontana.

Il FAZZALARI, ritenuto elemento di vertice dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta operante prevalentemente in Taurianova, Amato e San Martino di Taurianova e con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre in ambito nazionale, sorpreso nel cuore della notte, non ha opposto resistenza e, subito dopo l’irruzione degli operatori del GIS, forniva le proprie generalità lasciandosi ammanettare.

Nel corso della successiva perquisizione veniva rinvenuta una pistola con il relativo munizionamento, nonché altro materiale ritenuto di interesse e suscettibile di ulteriori approfondimenti investigativi.

All’interno dell’abitazione, al momento dell’irruzione, era presente anche una donna, di anni 41, che è stata tratta in arresto per i reati di procurata inosservanza di pena, concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che sarà tenuta presso il Comando Provinciale Carabinieri di Reggio Calabria alle ore 11:00 odierne.

La Faida di Taurianova è la guerra che scoppia fra le 'ndrine del comune di Taurianova tra il 1989 e il 1991 con 32 morti. L'accaduto ha eco nazionale e internazionale soprattutto per le modalità con cui sono avvenuti gli ultimi omicidi nel 1991. A seguito di tale cruenta faida il Governo dell'epoca approva un decreto legge contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali, una risposta forte alla violenza e prepotenza dei mafiosi che specie nei piccoli centri comprime significativamente la democrazia.

Premesse

L'origine della faida scaturì dal fatto che la 'Ndrina dei Neri non volle stare a degli accordi presi con le altre famiglie di Taurianova: gli Avignone-Lombardo, i Giovinazzo-Zagari e i Viola-Fazzalari che gli si scatenarono contro.

Il 2 luglio 1989 viene ucciso Rocco Neri poiché stava diventando troppo potente e avrebbe offuscato Domenico Giovinazzo. Da questo episodio nacque la faida.

Conclusione

Il 2 maggio 1991 Rocco Zagari si sta facendo fare la barba dal barbiere, quando un killer, armato di semi-automatica calibro 7,65mm, fa esplodere diversi colpi che lo inchiodano sulla sedia con il volto ancora insaponato dalla schiuma. Il giorno dopo arriva la vendetta: quattro morti. Tra questi c'è un salumiere, che si chiama Giuseppe Grimaldi. Uno dei killer prende il coltello del salumiere e gli taglia la testa, poi, la lancia per aria, in mezzo alla strada e gli altri si divertono a fare il tiro a segno. Sono all'aperto, a due passi dalla piazza del paese e ci sono almeno venti persone, impietrite, che guardano quella testa mozzata volare per aria, colpita dai proiettili..

Il 5 maggio 1991 Emilio Ietto, di 32 anni, Leonardo Minzoturo, di 20 anni e Luigi Berlingeri di 25 vengono uccisi in un bar di Laureana di Borrello.

Il 14 maggio 1991 viene ucciso a Carmignano di Brenta Michele Messina (lì in soggiorno obbligato), presunto affiliato dei Pesce.

Il 17 marzo 1992 vengono arrestati 16 persone inerenti alla faida, di cui 11 a Taurianova (famiglie Zagari, Viola, Fazzalari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi) e 6 a Genova (famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo) e 1 a Siena (Maiolo).

Nel 1996 con l'operazione Taurus si ricostruiscono i fatti dietro alla faida.

Il 26 giugno 2016, dopo 20 anni di latitanza. viene arrestato dai Carabinieri di Reggio Calabria e del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria in una casa di campagna a Molochio Ernesto Fazzalari (1975)

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“E’ il 3 maggio del 1991 quando, a Taurianova (RC), si consuma la sanguinosa e crudele vendetta per la morte del capofamiglia Rocco Zagari .

Lo scenario entro il quale si inserisce la strage del venerdì nero di Taurianova, fonte www.wikimafia.it  è la guerra tra le famiglie locali nella provincia di Reggio Calabria, che ha comportato una serie di omicidi: quel giorno a morire sono state ben quattro persone, in orari differenti, nella giornata ora ricordata come venerdì nero, facendo riscoprire a tutto il paese il carattere disumano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale calabrese.

Inoltre, la faida ha determinato l’estinzione della famiglia Neri, mentre i fratelli Roberto e Salvatore Grimaldi hanno deciso di collaborare con la giustizia.

La strage

In Calabria, la piana di Gioia Tauro negli anni Novanta viene considerata il far west della penisola, ovvero ‘’una terra felice e ricca di zolle grasse, abitata però da gente infelice’ ed è a Taurianova, in particolare, che si anima un violento scontro tra più famiglie contrapposte: un territorio dove a dettare legge non è tanto lo Stato quanto le ‘ndrine locali mentre la popolazione assiste terrorizzata a vendette incrociate nella lunga e sanguinosa faida di Taurianova .

Lo scenario in cui si è evoluta la mattanza del venerdì nero è una guerra di successione tra le cosche di Radicena e di Iatrinoli – due comuni che unendosi hanno dato vita alla cittadina della provincia di Reggio Calabria: due fazioni avverse, quella Zagari-Avignone-Viola-Giovinazzo da una parte e quella Asciutto-Alampi dall'altra, che si contendono il controllo sul territorio, considerato largamente proficuo per gli affari illeciti ed il traffico di droga.

La faida scoppia tra il 1989 e il 1991 e termina con 32 morti a seguito dell’uccisione di Rocco Neri, il 2 luglio del 1989 .

A Taurianova, Mimmo Giovinazzo il boss reggente, viene assassinato nel maggio del 1990 e l’unico uomo considerato degno di prendere il suo posto e sostituirlo alla guida della famiglia è Rocco Zagari, impiegato come infermiere generico all'ospedale locale, il quale però viene freddato da un killer armato che gli rivolge diversi colpi di pistola mentre è ancora seduto sulla sedia del barbiere.

L’omicidio avviene il 2 maggio 1991. A risposta di questo assassinio segue la mattanza del venerdì nero con una serie di vendette trasversali .

Il 3 maggio 1991, precisamente alle 12:30 del mattino, Sorrento Pasquale, un giovane di 29 anni, viene raggiunto da diciannove colpi di lupara.

Esattamente quattro ore dopo, in via Solferino accanto all'ufficio postale, vengono assassinati i due fratelli Grimaldi: Giovanni, di anni 59, e Giuseppe, di anni 54, entrambi incensurati che secondo la ricostruzione dei fatti cercano di mettersi in salvo inutilmente ed il corpo di Giuseppe Grimaldi viene macabramente mutilato da uno dei sicari che dopo avergli tolto di mano un coltello – con il quale l’uomo cerca di difendersi - gli mozza la testa per poi lanciarla in aria .

Dettagli macabri dell’omicidio di Grimaldi sono stati resi noti dalla stampa locale suscitando così l’interesse mediatico nazionale.

L’articolo pubblicato da L’Unità sottolinea, infatti, come uno dei killer abbia tolto di mano il coltello che il Giuseppe Grimaldi aveva preso per difendersi e abbassandosi sulla vittima con colpi netti e precisi gli ha mozzato la testa e l’ha lanciata in aria dopo averla ruotata come una mazza tenendola per i capelli.

La testa è andata su come una palla di pezza, un atroce giocattolo dello squadrone della morte.

Un altro killer, con un gesto fulmineo, ha imbracciato il fucile ed ha mirato. Un colpo solo, nel silenzio terrorizzato di una ventina di persone inchiodate dalla paura.

La testa, come investita da un vento improvviso, è tornata in alto. Una parabola breve prima di ricadere un poco più in là.

Sempre nella stessa giornata alle ore 20:30, stessa crudele sorte spetta a La Ficara Rocco, venditore di bombole a gas di 36 anni, il quale viene raggiunto dai sicari.

Le vittime

Vittime del venerdì nero di Taurianova sono quattro persone:

  1. Sorrento Pasquale, di anni 29, viene raggiunto da ben diciannove colpi di lupara;
  2. Grimaldi Giovanni, di anni 59;
  3. Grimaldi Giuseppe, di anni 54, padre di Vincenzo che è in carcere e quindi non facilmente raggiungibile;
  4. La Ficara Rocco, di anni 36, cognato del Sorrento.

Conseguenze della mattanza

Taurianova, un centro agricolo situato nella piana di Gioia Tauro, che da tempo vive un periodo di violenza mafiosa è raggiunta da giornalisti nazionali e non per documentare il “caso Taurianova” ricordando anche la tragica strage di Razzà (1 aprile 1977).

Ad emergere è una pubblica amministrazione completamente legata e condizionata dalla criminalità locale .

Vendette collegate alle morti del venerdì nero

Al termine di questa giornata di sangue il piano omicida delle ‘ndrine non è, ancora, totalmente compiuto: altri tre morti, infatti, si aggiungono all’elenco dei cinque deceduti del 3 maggio, quando verso le 21:45 in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, vengono assassinati Berlingeri Luigi, di anni 25; Ietto Emilio, di anni 32 e Minzoturo Leonardo, di anni 20.

I tre uomini sono manovali di una cosca. Ancora, nella notte del giorno dopo la strage del venerdì nero, due uomini travestiti da carabinieri cercano di uccidere il resto della famiglia di Giuseppe Grimaldi – vittime dell’attentato sono la moglie Luciana Laruffa e gli altri due figli, Roberto e Rosita – molto probabilmente per rancori riservati alla “pecora nera della famiglia”, Vincenzo di 20 anni legato alle cosche locali mentre il 14 maggio dello stesso anno, viene ucciso a Carmignano di Brenta Messina Michele, presunto affiliato dei Pesce .

Mobilitazione sociale

Alla mattanza del venerdì nero di Taurianova segue una mobilitazione sociale come risposta di protesta spontanea dei cittadini onesti.

‘’“Siete i maledetti da Dio”’’ è un manifesto stampato che il parroco di Taurianova, monsignor Francesco Muscari (da 23 anni parroco della chiesa Santa Maria delle Grazie della città) fa stampare a proprie spese e fa affiggere per le strade della città per far sentire a tutti i mafiosi la lontananza della Chiesa per gli atti atroci compiuti nei giorni precedenti .

Le parole scritte nero su bianco da monsignor Muscari vengono riportate su giornali nazionali come L’Unità che dedica un articolo alla protesta della parrocchia locale ‘‘Non so come raggiungervi… non so chi siete.

Lo voglio fare con un pubblico manifesto. Vi grido con tutta la veemenza del mio cuore sacerdotale: fermatevi, nel nome di Dio! Queste atrocità gridano vendetta al cospetto di Dio.

Siete maledetti da Dio. Se sfuggite alla giustizia umana non sfuggirete alla giustizia di Dio…’’.

Allo stesso modo fanno le “donne contro la mafia” e i giovani della sinistra della città che si ritrovano uniti in una manifestazione per la legalità e soprattutto contro la criminalità organizzata che, nei giorni precedenti, hanno segnato la storia del luogo con la macabra uccisione di quelle vittime cadute davanti gli occhi di molti.

Alla manifestazione non partecipano molte persone ma i ragazzi della scuola media Pascoli espongono cartelloni con slogan ‘’No alla mafia, non vogliamo la camorra a Taurianova’’ .

I consiglieri del Pds e del Psi, da parte loro, chiedono le dimissioni della giunta e lo scioglimento del Consiglio mentre il vicesindaco non può evitare di affermare: ‘’Si, qui c’è mafia’’. In effetti, la ‘ndrangheta in questo periodo intimorisce la cittadinanza e si mostra spietata con faide sanguinose che non si preoccupano di uccidere in pieno giorno, davanti ai passanti.

Soprattutto a Taurianova, dove, nel consiglio comunale dove sette consiglieri sono condannati o sotto processo perché accusati di avere legami con la criminalità organizzata locale.

Esemplare il caso di Francesco Macrì, detto “mazzetta”, la cui sorella era sindaco del comune.

Come scritto nel libro “Fratelli di sangue” le vicende mafiose di Taurianova si sono intrecciate, in quegli anni, con quelle amministrative, dominate dalla famiglia Macrì .

Dopo la latitanza e dopo tre anni trascorsi in carcere, il ritorno di Giovinazzo, sostenuto dai Piromalli – Molè, è riuscito a riportare la calma a Taurianova.

Stessa situazione si presenta nell’Asl di Locri che viene sciolta in quanto, nell'azienda che serve 42 comuni, molti dipendenti delle istituzioni locali sono legati o per vincoli di parentela o per vincoli di amicizia alle famiglie criminali del territorio.

Reazione mediatica del caso

A Taurianova, l’uccisione di cinque persone in sole ventiquattro ore non passa inosservato in quanto si parla pur sempre di un paese della provincia di Reggio Calabria che conta circa 15.000 abitanti.

Di questo venerdì nero, però, a rimanere impressa nella mente di molti è la scena della macabra decapitazione del Grimaldi, descritta inizialmente dalla stampa locale.

Così seguono una serie di approfondimenti e denunce pubblicate su testate giornalistiche nazionali .

Su la Repubblica riecheggiano le parole di Giorgio Bocca e di Guido Neppi Modona, scritte rispettivamente il 5 e il 6 maggio 1991:

‘’[…]si esclude che i partiti di governo vogliano davvero colpire, scardinare un meccanismo elettorale, un’organizzazione del consenso basati sulla complicità dei partiti padroni della finanza pubblica con la malavita che controlla voti e territorio […] se al sud non si muovono gli onesti, se non ci pensano i cittadini, la mano nera della Mafia continuerà a crescere’’ .

‘’Secondo un recentissimo sondaggio, in caso di elezioni anticipate, nelle regioni del mezzogiorno DC e Psi sono accreditati di un clamoroso successo elettorale, tale da assicurare la maggioranza assoluta.

Quei voti provengono – è inutile storcere il naso – anche dalle zone sottoposte al controllo territoriale della mafia, ed in questo confuso crepuscolo della nostra democrazia le esigenze elettorali passano, come è noto, davanti ad ogni valutazione dell’interesse generale del paese’’ .

Il 6 maggio 1991, sull’Unità si scrive ‘’Troppe immagini raccapriccianti ci hanno raggiunti in questi ultimi tempi dal nostro sognante e furente Sud, di torture, squarciamenti, atrocità senza nome.

Non si risparmiano i bambini e ora, neanche i morti […] Abbiamo permesso loro di infiltrarsi nelle amministrazioni delle città, di spadroneggiare, legalmente e illegalmente, in ogni parte d’Italia. E l’esempio, che è la cosa essenziale, l’esempio che viene dall'alto non è purtroppo limpido.

Ci sono intrecci, poco chiari, troppi silenzi, ambiguità, menzogne […]’’ .

‘’Basterebbe aver presenti le due mappe, quella elettorale e quella criminale, per capire come, di là delle due parole, tra i poteri delle due aree non vi sia antagonismo ma una chiara complementarietà’’ scrive G. Di Lello sul Manifesto, l’8 maggio 1991 .

Lo scioglimento del consiglio comunale

La legge 8 giugno 1990, n. 142, sul nuovo ordinamento delle autonomie locali all'art. 39 consente lo scioglimento dei consigli comunali in caso di atti considerati contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge e si nota subito come l’art. 39 non possa essere applicato al caso Taurianova.

A seguito di una valutazione dei fatti, anche il Ministro di Grazia e Giustizia, fortemente colpito dall'efferata strage del 3 maggio, auspica lo scioglimento del consiglio comunale della città calabrese e si decide di emanare una nuova norma ad hoc per lo scioglimento degli enti caratterizzati da infiltrazioni o condizionamenti mafiosi .

Viene, così, definito il decreto legge 31 maggio 1991, n. 164 che introduce l’art. 15 bis alla legge antimafia n. 55 del 1990. ‘’Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, di tipo mafioso’’.

Ancora, il decreto legge 164 stabilisce che i consigli comunali e provinciali possono essere sciolti alla scoperta di collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori tali da compromettere l’imparzialità e il buon andamento degli organi elettivi, il regolare funzionamento dei servizi o fossero tali da arrecare pregiudizio per la sicurezza pubblica.

Il prefetto di Reggio Calabria dispose la sospensione del consiglio comunale di Taurianova, successivamente sciolto con un decreto del Presidente della Repubblica in data 2 agosto 1991.

In particolare, l’allora Ministro dell’Interno, Scotti, nella richiesta di scioglimento del consiglio comunale di Taurianova, indirizzata al Presidente della Repubblica, afferma che la cittadina calabrese presenta fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso; sono stati evidenziati collegamenti diretti e indiretti tra amministrazione e criminalità organizzata con carattere di continuità sia per la presenza all’interno dell’amministrazione locale di soggetti legati alle famiglie protagoniste della malavita di Taurianova, sia in conseguenza alla coesistenza nella medesima persona della qualità di pubblico amministratore e di esponente di cosca mafiosa.

In effetti, fra i componenti del consiglio comunale di Taurianova sono presenti:

  • Zagari Rocco, impiegato dell’U.S.L. locale, legato alla famiglia Avignone-Giovinazzo e rimasto ucciso da sicari in data 2 maggio 1991;
  • Macrì Francesco, condannato a quattro anni e due mesi di reclusione e con interdizione perpetua dai pubblici uffici dalla sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria il 21 giugno 1990;
  • Falleti Giuseppe, il quale si lega per rapporti di amicizia e parentela alla cosca Avignone;
  • Fava Antonio Vincenzo, legato al maggiore esponente del clan mafioso di Antonio Rositano della cosca Avignone-Giovinazzo;
  • Germanò Luigi, al quale è stata vietata la detenzione di armi e munizioni dal 1986 e che frequenta abitualmente pregiudicati e soggetti sottoposti a misure di prevenzione;
  • Legato Giuseppe, computato con Macrì in vari procedimenti penali;
  • Leva Francesco, come altri sospettato di essere vicino alle famiglie criminali locali;
  • Sposato Francesco, per il quale è stata avviata una diffida di pubblica sicurezza in quanto legato all'omonimo clan mafioso;
  • Zavaglia Michele, è stato condannato dal Tribunale di Palmi ad un anno e sei mesi di reclusione per il reato di cui agli articoli 407, 110, 640 e 483 c.p. il 13 marzo 1991.

Inoltre, sindaco di Taurianova è Olga Macrì, sorella del già citato Macrì Francesco.

Le indagini

Le indagini sulle morti dei cinque uomini rimasti uccisi nel cosiddetto venerdì nero e le successive azioni criminali che sono collegate alla faida di Taurianova portano all'arresto di diciotto persone direttamente o indirettamente vicine alle cosche locali in disputa per il controllo del territorio e dei traffici illeciti collegati.

Le accuse mosse sono: associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, oltre ad altri reati .

Il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e il sostituto Antonio D’Amato chiedono ai giudici delle indagini preliminari, Diego Mattellini e Carlo Maria Pellicano, l’ordinanza per arrestare affiliati alle cosche locali .

Alla fine delle indagini, vengono arrestate: undici persone a Taurianova, considerate esponenti delle famiglie Zagari, Viola, Fazzolari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi; sei persone a Genova, legate alle famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo; una persona viene raggiunta a Siena, legata alla famiglia Maiolo.

Due accusati si trovano già in carcere mentre due uomini riescono ad allontanarsi prima di essere arrestati.  

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Pantaleone Sergi su ‘La Repubblica’ scriveva:”CON LA TESTA MOZZATA FECERO TIRO AL BERSAGLIO

TAURIANOVA - I sicari responsabili della decapitazione di un commerciante e del tribale tiro al bersaglio della sua testa mozzata sono stati presi.

Era il 3 maggio 1991 quando consumarono l' atroce vendetta che fece riscoprire al paese intero il volto feroce della "Santa", la nuova ' ndrangheta calabrese.

Ora la mappa della faida è stata ricostruita. Ed è calato giù il colpo di maglio, con diciotti arresti, contro le cosche in guerra che controllavano i traffici illeciti e i voti alle elezioni, condizionando direttamente quel consiglio comunale a maggioranza dc dove siedeva il boss Giuseppe Zagari, ucciso sulla sedia del barbiere.

Fu proprio la morte di Zagari a scatenare l' ira funesta del clan vincente, le scorrerie mortali per le vie di Taurianova: quattro persone vennero uccise nell' ormai noto "venerdì nero", un' altra strage con due feriti gravi venne tentata la notte successiva a casa del commerciante decapitato.

Poi Taurianova divenne città blindata, le forze dell' ordine occuparono piazze e strade, iniziò un lavoro investigativo che in meno di un anno ha portato inquirenti e magistrati ad avere un quadro chiaro degli eventi.

E così il procuratore di Palmi Agostino Cordova e il sostituto Antonio D' Amato hanno tirato le fila, chiedendo ai giudici per le indagini preliminari Diego Mattellini e Carlo Maria Pellicano l' ordinanza che ha portato in carcere gruppi di fuoco e adepti delle due cosche contrapposte, quella degli Zagari-Viola da una parte e quella degli Asciutto-Neri dall' altra.

Sedici persone sono così state arrestate nella notte a Taurianova e Genova dove qualcuno aveva cercato rifugio.

Altre due si trovavano già in galera e due ordini di custodia cautelare sono rimasti in mano agli investigatori perché gli interessati sono riusciti a evitare la cattura.

Le accuse sono pesanti: associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio e altri reati ancora. E' finito ammanettato anche il genero del boss Zagari, il dottor Marcello Viola.

Nel 1986, quando nella Dc locale guidata da Francesco Macrì, plurinquisito e condannato esponente della Dc reggina, si registrò una frattura, Rocco Zagari, già consigliere comunale da quindici anni, allora braccio destro del boss Mimmo Giovinazzo, si schierò contro don Ciccio.

Non entrò in lista ma fece convergere i propri voti sul genero. Macrì venne per la prima volta sconfitto, ma denunciò alla Commissione antimafia che la nuova giunta era sostenuta dal noto mafioso Zagari, tramite il genero che in passato era stato inquisito per mafia.

Due anni dopo don Ciccio però riprese in lista Zagari, che fece parte della maggioranza in consiglio comunale (subito dopo sciolto, perché prigioniero delle cosche, con la legge che proprio da Taurianova prende il nome) fino a quando venne assassinato.

Il quadro fosco degli avvenimenti è stato ricostruito. Si è fatta luce sul delitto Zagari, su quella decapitazione, sugli altri delitti legati alla faida , ma anche su un omicidio avvenuto in Valle d' Aosta, quello di Gaetano Neri, su cui ha indagato il procuratore, Luigi Schiavone.

Esponenti delle famiglie Zagari, Viola, Fazzolari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi, undici persone in tutto, sono stati arrestati a Taurianova.

Altri sei arresti sono stati effettuati a Genova (membri delle famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo), un ultimo arresto è stato compiuto a Siena (Salvatore Maiolo).

La procura di Palmi è stata parca di notizie. E non si sa di che cosa ognuno degli arrestati venga accusato, non si conosce il nome di chi, tra di loro, sia ritenuto responsabile della decapitazione di Giovanni Grimaldi.

dal nostro inviato PANTALEONE SERGI 17 marzo 1992 sez”

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“Il 10 ottobre 1985
ad Aosta viene incendiata la pala meccanica dell’impresa di Antonio Congiu,  fonte  www.nuovasocieta.it, vincitore di un appalto lavori presso il locale cimitero comunale. Rimasti ignoti gli autori.

L’8 luglio 1986
ad Aosta, in via Xavier de Maistre, viene fatto esplodere un ordigno esplosivo contro il portone d’ingresso del palazzo al cui primo piano aveva sede l’agenzia immobiliare San Grato. di Bruno Milanesio e Ninni Marcoz. Rimasti ignoti gli autori.

Il 10 gennaio 1988
ad Aosta esplode un ordigno contro il negozio di abbigliamento Paola, di proprietà di Bianca Bruna Beltrame, causando gravi danni. Rimasti ignoti gli autori.

Il 1 Febbraio 1988
Massimo Vichi professore di diritto ed economia all’Istituto tecnico Manzetti di Aosta, viene assassinato con una decina di pugnalate nell’ androne di casa.
La vittima , già docente all’istituto ragionieri di Chatillon, è personaggio conosciuto in Aosta per il suo attivismo nel sociale.
Molto vicino al movimento di Comunione & Liberazione, viene colpito alle 7,30 del mattino mentre di reca a scuola, dove prendeva servizio alla 8.
Un pensionato residente nel condominio scorge confusamente l’assassino, che agisce sul filo dei secondi, in quanto la scala comune a quell’ora è particolarmente affollata.
Saranno infatti due colleghi di Vichi, che abitano nello stesso stabile e che anch’essi si dirigono a scuola, a scoprirne il corpo sulle scale.
Le indagini, coordinate dal procuratore Luigi Schiavone, si arenano ben presto in una serie inconcludente di ipotesi ( pista passionale, vendetta scolastica) , nessuna della quali si rivela fondata . Ennesimo caso insoluto, ma nessun allarme sociale: la città è ansiosa di dimenticare.

Gli anni ’90 si aprono e proseguono con manifestazioni criminali davvero preoccupanti. Di seguito si riportano quelle più importanti.

Il 4 giugno 1990in Issogne viene ucciso a colpi di arma da fuoco Giuseppe Mirabelli.

Dalle indagini emerge che il delitto si inquadra in una faida avviata verso la metà degli anni ’70 nel comune di Petilia Policastro (allora provincia di Catanzaro e ora di Crotone), teatro di contrasti tra due gruppi criminali operanti nella zona, quello riconducibile alla famiglia Mirabelli e quello facente capo alla famiglia Garofano.

Il 13 giugno 1991viene trucidato a colpi d’arma da fuoco a Pont-Saint-Martin Gaetano Neri, che si è stabilito lì nel 1988 allorquando, con provvedimento dell’Autorità Giudiziaria, gli è stato fatto divieto di soggiornare in Calabria e in altre regioni.

 Il delitto è subito inquadrato nella violentissima faida allora in corso in Taurianova (RC) tra la cosca di ’ndrangheta riconducibile alle famiglie Avignone-Zagari-Viola e quella riconducibile alle famiglie Asciutto-Neri-Grimaldi.

La guerra, esplosa il 2 luglio 1989 con l’eliminazione in Taurianova (RC) di Rocco Neri, fratello di Gaetano, ha visto cadere sino alla morte di quest’ultimo, in una spaventosa sequenza , ben 24 appartenenti alle due fazioni, con all’incirca altrettanti tentati omicidi.

Gaetano Neri è uno dei protagonisti dello scontro.

Tanto più che dalle intercettazioni telefoniche operate dalla Polizia di Stato di Gioia Tauro nei giorni precedenti il delitto, è emerso che Marcello Viola e Giuseppe Zagari, personaggi di spicco della cosca avversa, sono giunti in Valle appunto per assumere informazioni su di lui, per controllarne le abitudini, certamente per organizzarne l’eliminazione. Invece, della esecuzione del Neri si sono resi responsabili elementi della sua stessa cosca a causa di dissidi interni.

In particolare, Santo Asciutto gli rimprovera di non essere sufficientemente determinato e disinteressato, tanto da essersi allontanato da Taurianova (RC), per le vicende della faida, tra l’altro innescatasi per la ricordata uccisione del fratello Rocco Neri.
E proprio Santo Asciutto viene riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Palmi (RC), con sentenza del 22 settembre 1999:il commando dei killer risulta essere composto da Santo Barreca, da Roberto Comandè e da Salvatore “Sasà” Belfiore, condannati all’ergastolo.

Quest’ultimo, a capo dell’omonima cosca operante in Torino e provincia, ha fornito armi e supporto logistico ai sicari.
 

Ad ogni modo, le investigazioni conseguenti all’omicidio Neri di Pont-St-Martin servono a porre in lampante evidenza taluni terminali assai pericolosi delle cosche di Taurianova presenti in Valle.
Ma l’episodio formalmente più significativo avviene il 23 agosto 1999: all’interno del bar Ponte Romano di Andrea Cogo, i carabinieri riescono ad immortalare parti significative di una cerimonia-rituale di iniziazione, che prevede l’utilizzo di un lenzuolo bianco steso in terra, attorno al quale si schierano i partecipanti.

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Un cenno sulla storia della ndrangheta

Mafia ‘Ndrangheta storia Wikimafia e Wikipedia

 Ma poi basta sfogliare internet, Wikipedia…”'Ndrangheta. 

“È invisibile, come l'altra faccia della luna

(Julie Tingwall)

Con l'espressione 'ndrangheta si indica normalmente la declinazione calabrese del fenomeno mafioso, attiva sin dalla seconda metà del XIX Secolo, la cui forza e peso nelle dinamiche criminali è aumentata esponenzialmente dagli anni '90 con il declino di Cosa Nostra, a seguito delle Stragi del '92-'93.

Sottovalutata per decenni come una forma di criminalità locale circoscritta ad alcune zone della Calabria, attualmente la ‘ndrangheta è una delle organizzazioni criminali di stampo mafioso più stabile, diffusa e potente a livello nazionale ed internazionale, con presenze strutturate in regioni come la Lombardia, il Piemonte, la Liguria e l'Emilia-Romagna, in paesi europei come la Germania, la Svizzera, la Spagna e la Francia, oltreché negli USA, in Australia e in Canada. Attualmente, la 'ndrangheta è presente in tutti e cinque i continenti del globo.

Origine del nome

La leggenda vuole che la parola ‘ndrangheta derivi dal verbo greco άνδραγαθέω (andragathéo), composto dalla matrice semantica degli aggettivi άνήρ (anèr) e άθαθός (agathòs), che significa letteralmente «agisco da uomo perbene o valoroso».

La parola, comunque, dopo essere stata introdotta nel 1909 da Giovanni Malara nel suo "Vocabolario dialettale calabro-reggino-italiano", venne ripresa solo nel 1961 da Attilio Piccoli in un articolo per la rivista "Cronache Meridionali", intitolato "La "ndranghita" in Calabria".

L'anno successivo la parola 'ndrangheta venne ripresa da Giuseppe Guido lo Schiavo nel suo libro "100 anni di mafia" e da allora cominciò a circolare e ad affermarsi quasi dappertutto, benché in molti ambienti intellettuali si continuasse a definirla "mafia calabrese" o ad usare i termini coniati agli albori e con cui la 'ndrangheta era stata conosciuta per decenni ("Onorata Società", "Famiglia Montalbano" e "picciotteria"). Basti pensare che nella narrativa calabrese la parola comparve ufficialmente solo nel 1977, nel romanzo di Saverio Strati "Il Selvaggio di Santa Venere".

Una delle "fortune" della 'ndrangheta, lungo tutta la sua esistenza, è stata proprio la difficoltà da parte di inquirenti e intellettuali non solo ad inquadrarla come organizzazione mafiosa, ma addirittura di darle un nome, prendendo in prestito quello di "mafia" e "camorra" mutuati dalle "cugine" siciliana e campana.

La stessa parola ‘ndrangheta è di difficile pronuncia e compare molto spesso tutt'oggi in forma errata su molti articoli di giornale, dove è frequente ritrovare errori ortografici grossolani come «l’ndrangheta» o «l’andrangheta», invece del corretto «la ‘ndrangheta». Se persino la conoscenza del nome è mal padroneggiata da chi dovrebbe fare informazione, figuriamoci la conoscenza dell’organizzazione in sé.

Storia ed Evoluzione

Osso, Mastrosso e Carcagnosso, in un'illustrazione di Enzo Patti del 2010

Il mito della fondazione: Osso, Mastrosso e Scarcagnosso

La storia della ‘ndrangheta, così come quella delle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso, è costellata da miti, riti e leggende narrate e tramandate nel tempo.

Tra le storie più popolari ed importanti che contribuiscono, ancora oggi, ad alimentare fascino e curiosità verso il mondo criminale organizzato c'è quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli arrivati in Italia attorno al 1412, in fuga dalle proprie terre per aver difeso l'onore della famiglia, vendicando con il sangue l'offesa subita da una sorella.

Secondo la leggenda i tre cavalieri spagnoli, appartenenti all’associazione cavalleresca Garduña fondata a Toledo, rimasero 29 anni nascosti sull’isola di Favignana e durante questo lungo periodo delinearono le regole fondamentali delle organizzazioni mafiose: poi Osso si recò in Sicilia a fondare la Mafia, Mastrosso andò in Campania a fondare la Camorra e Carcagnosso si stabilì in Calabria per dare vita alla 'ndrangheta.

Le origini

Gli "spanzati" di fine '700

Le prime tracce di una presenza ufficiale della 'ndrangheta in Calabria arrivarono poco dopo l'Unità d'Italia, ma qualche forma embrionale dell'organizzazione c'era già prima: nel 1792 Giuseppe Maria Galanti annotava nel suo "Giornale di Viaggio in Calabria" la presenza a Monteleone, un centro economicamente molto importante dell'epoca, dei c.d. "spanzati", "gente oziosa" abituata a commettere "ogni sorta di bricconeria, con un manifesto disprezzo per la giustizia, la quale è inefficace a punirli".

Molti di questi "spanzati" svolgevano la funzione di mediatori, facendo ricorso alla violenza se necessario, nei settori commerciali più redditizi dell'epoca, quelli della seta e dell'olio.

L'uso della violenza aumentò considerevolmente dopo l'abolizione del regime feudale e la conseguente liberazione delle terre, avvenuta nel periodo dell'occupazione francese (1806-1815): nei decenni successivi, fino all'Unità d'Italia, andò strutturandosi il nuovo fenomeno criminale che si sarebbe intrecciato con gli interessi e i bisogni dei nuovi ceti emergenti nei centri cittadini e nelle campagne segnate dall'avvento del nuovo ordine economico.

I "picciotti" dopo l'Unità d'Italia

La prima volta che le nuove bande fecero il loro ingresso nelle carte ufficiali fu proprio nel 1861, quando il prefetto di Reggio Calabria segnalò gruppi di uomini, che per i modi definì "camorristi", che scorrazzavano per la città.

Camorristi non erano, eppure sempre così vennero chiamati nel 1863 in un esposto anonimo presentato a Gallico, in provincia di Reggio Calabria, in cui si avvisava che questi erano sì "uno sparuto numero", ma terrorizzavano la cittadinanza impossibilitata a denunciare se non voleva avere ritorsioni, tra cui la morte.

Proprio a Reggio Calabria, nel 1869, vi fu l'annullamento delle elezioni amministrative per l'inquinamento del voto da parte della criminalità organizzata: può considerarsi il primo scioglimento di un Comune nella storia d'Italia, più di un secolo prima del varo della legge repubblicana che tuttora lo prevede.

Nel 1871 il censimento pubblico registrava che l'87% dei calabresi non sapeva né leggere né scrivere e che la gran parte delle masse di contadini erano sottomesse a latifondisti senza alcuna pietà. Leopoldo Franchetti, nel 1874, scriveva che le amministrazioni locali in Calabria erano in preda alla violenza e alla corruzione: in svariati paesi, il sindaco e i suoi parenti si impossessavano di terre demaniali e commerciavano abusivamente legname rubato dalle foreste statali; se una guardia forestale provava a far rispettare la legge, rischiava di beccarsi una fucilata.

I "monti frumentari", creati per prestare semi di creali e denaro ai poveri contadini nel periodo della semina, veniva utilizzati come fonte di credito per i ricchi proprietari terrieri.

Sin dalle origini, la 'ndrangheta manifestava la caratteristica alla base della propria sopravvivenza fino ai giorni nostri: l'invisibilità e la capacità di mimetizzarsi in altri fenomeni sociali.

Nei decenni immediatamente successivi all'Unità, ciononostante, non tutti gli 'ndranghetisti si nascondevano, anzi, c'era quasi una gara a mostrare in pubblico la propria identità, con abiti particolari e tatuaggi.

Se i prefetti scrivevano poche e superficiali osservazioni su questa nuova forma di criminalità, i magistrati e le forze dell'ordine descrissero con dovizia di particolare quegli uomini che a poco a poco estendevano la propria influenza sul territorio attraverso l'uso della violenza.

Nei primi rapporti ufficiali cominciarono ad essere definiti come "mafiosi" o "camorristi", etichette prese in prestito per definire il fenomeno mafioso in Sicilia e Campania, dove la conoscenza era un po' meno superficiale.

Vennero così introdotti, per definire questa nuova realtà criminale, i termini "mafia calabrese", "Onorata Società", "Società di camorristi" e altro.

Man mano però che magistratura e forze dell'ordine approfondivano il fenomeno, la parola che si impose per definire questo nuovo fenomeno criminale fu "picciotteria". "Picciotti" erano anche coloro che appartenevano ai ranghi più bassi camorra napoletana, ma comunemente la parola significa "ragazzo".

 

 

In un opuscolo del 1885 sulle condizioni igieniche di Reggio Calabria, Francesco Melari descrisse questi giovani che non nascondevano per nulla la propria natura criminale:

    "Il giovanotto entrato nella "Società" col grado di "picciotto" veste calzoni stretti alla coscia e larghi agli estremi inferiori - detti "calzoni a campana" - fazzoletto annodato al collo, solini piegati, cappellino tondo sotto le cui falde si vede il ciuffo dei "bravi", che sporge orizzontalmente sulla tempia sinistra.

Così aggiustato il "picciotto" prende un'aria spavalda e provocante; e armato dell'indispensabile "mollettone", coltello provvisto di molla a lama chiusa, e del rasoio a manico fermo, s'impone".

L’organizzazione era presente sì nelle campagne e nelle lande desolate dell'Aspromonte, ma si strutturò anche nei grandi centri urbani come Reggio Calabria, Nicastro e Vibo Valentia.

La ‘ndrangheta, dunque, non fu mai solamente figlia della povertà, del sottosviluppo, della miseria: esisteva questa componente, rintracciabile nell’Aspromonte descritto da Corrado Alvaro dove «i pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali» e «la terra sembra navigare sulle acque», a causa del disboscamento selvaggio che andava ad arricchire i primi capitalisti calabresi (famosi i 60 ettari di foresta a San Luca abbattuti per il commercio di legname) e lasciava i pastori alla mercé della natura ad ogni pioggia.

La ‘ndrangheta fu figlia anche del commercio che popolava la ricca piana di Gioia Tauro, dove l’economia agraria era più avanzata e una classe borghese mercantile aveva messo solide radici.

Al crocevia dei fiorenti traffici, laddove c’era bisogno di un mediatore, compariva «l’industriante», l’equivalente del gabelloto siciliano, una figura centrale nei commerci perché procurava mano d’opera o imponeva il prezzo dei prodotti agricoli, dalle olive agli agrumi.

Da principio, fu la stessa organizzazione a presentarsi come una variante del brigantaggio meridionale, usando parole d’ordine che alimentavano l’odio e la diffidenza verso uno Stato che veniva vissuto come oppressore quando c’era da prendere e inesistente quando c’era da dare.

La copertura ideologica ebbe successo, tanto che alcuni si riferivano alla ‘ndrangheta come società di mutuo soccorso.

Poi, per guadagnare maggior potere, gli 'ndranghetisti cominciarono a difendere l’onore e ad assicurare la giustizia a chi giustizia non ne poteva avere: il capobastone delle origini, come riferisce Ciconte, era il giudice di pace per i poveri, mediando tra i conflitti, mettendo fine a liti familiari, risolvendo controversie economiche, fino a trovare il marito giusto alla ragazza che rischiava di diventar zitella o, al contrario, scoraggiare la corte non apprezzata di una giovane ragazza.

Gli ‘ndranghetisti, insomma, si cucirono addosso l’abito mai fuorimoda dell’uomo d’onore, nel senso che dalla difesa dell’onore, proprio e altrui, fondavano la legittimità al proprio Potere.

I Maxi-processi e l'offensiva giudiziaria alla fine del XIX Secolo

Poco dopo la sua comparsa, comunque, la "picciotteria" dovette fare i conti con un'offensiva giudiziaria che era sì discontinua, ma comunque più efficace di quella che contemporaneamente era portata avanti in Campania o in Sicilia contro Camorra e Mafia, e tra il 1885 e il 1902 portò a processo 1854 picciotti in tutta la Calabria.

Tra gli svariati processi, i più significativi furono quelli celebrati a Palmi, il primo tenutosi all'inizio del 1892 contro 150 picciotti della Piana di Gioia Tauro.

Le indagini erano iniziate nella primavera del 1888, quando numerosi episodi di sfregi con il rasoio, duelli rituali col coltello e vere e proprie risse tra bande criminali cominciarono a terrorizzare i cittadini.

 I regolamenti di conti tra picciotti avvenivano in pieno centro città e chiunque osasse sfidare la loro prepotenza veniva sfregiato. Dopo qualche tempo i picciotti avevano cominciato ad estorcere non solo denaro a giocatori d'azzardo e prostitute, ma anche ai proprietari terrieri, che non denunciavano per paura di ritorsioni peggiori.

Solo nel giugno 1888, quando un impiegato della prefettura locale venne sfregiato, vi furono le prime indagini che portarono all'arresto di ventiquattro persone, processate all'inizio del 1889: il capo della banda, Francesco Lisciotto, era un calzolaio di sessant'anni.

Nel 1890 i magistrati portarono a processo 96 picciotti che terrorizzavano le città di Iatrinoli e Radicena, due cittadine dell'entroterra a 15 km dalla costa di Gioia Tauro. Molti di questi erano operai e artigiani, come gli arrestati di Palmi, e sulla "setta" i giudici che seguirono il caso scrissero:

«L'associazione ebbe origine nelle carceri circondariali sotto il nome di setta dei camorristi, e di là per opera dei capi e promotori, messi in libertà, fu diffusa in Iatrinoli, Radicena, Mesignadi, Varopodio, Melicuccà, Polistena, San Martino, ove fu trovato terreno fecondo a propagarsi nei giovani imperbi ed inesperti, nei vecchi avanzi di galera, e più specialmente nei caprai, i quali trovavano nella Società e nella protezione dei compagni il mezzo di pascolare abusivamente coi loro animali, ed imporsi colla prepotenza ai diversi proprietari.»

All'inizio del 1892, infine, il tribunale di Palmi processò circa 150 uomini provenienti da tutta la Piana, tutti condannati. Da quel processo emersero ulteriori dettagli sulla "picciotteria", come ad esempio l'aspetto caratteristico degli affiliati: i picciotti avevano tatuaggi sulla pelle che indicavano il proprio rango.

Nonostante l'efficace controffensiva giudiziaria, dopo il terremoto del 1894 che sconvolse la città di Palmi, la "picciotteria" tornò attiva e solo nel settembre 1896 ci fu un'altra ondata di arresti, che sfociarono in un processo iniziato nel gennaio 1897 che per la prima volta diede una panoramica dettagliata delle gerarchie criminali e dei rituali della 'ndrangheta.

Il merito fu della testimonianza di Pasquale Trimboli, che il 24 febbraio 1897 fornì la prima descrizione del mito fondativo della 'ndrangheta, spiegandone la struttura:

    «La società nasce da tre cavalieri: uno spagnuolo, uno palermitano, e uno napolitano, i quali erano tre camorristi. Il primo per ogni giuocata che facevano il 2. e il 3. esigeva la camorra.

A via di camorra aveva col tempo riunito tutto il denaro e quando gli altri si trovarono nella condizione di non poter più giocare egli restituì 10 lire ad ognuno dicendo: Eccovi queste dieci lire e se io ho in mano tutta la somma vuol dire che io sono il più forte.

I suddetti tre camorristi, metaforicamente parlando, formavano un albero. Il capo era il fusto, l'altro più anziano il mastrosso, il 3. l'osso, altri affiliati erano i rami e le foglie, i giovani d'onore (aspiranti picciotti) i fiori.»

Nonostante le condanne, i processi non servirono a rompere la presa della "picciotteria" sulla Piana di Gioia Tauro e in Calabria.

Il rapporto Labella ad Africo.

Tra le iniziative più importanti a fine XIX Secolo vi fu sicuramente il rapporto scritto dal brigadiere Angelo Labella il 21 giugno 1894, sulla base di una lettera di due guardie forestali che denunciavano la presenza di "una terribile setta di cosiddetti maffiosi".

Dopo alcune indagini, Labella indicò nel rapporto cinquanta persone, tra cui Domenico Callea, contaiolo e istruttore di scherma della cellula di Africo, con alle spalle 10 anni di carcere per stupro, e Filippo Velonà, ciabattino trentottenne di Staiti e boss della picciotteria di Bova, il cui prestigio criminale andava ben oltre l'Aspromonte.

Nel settembre 1894 i magistrati inquirenti arrivarono a Bova e cominciarono a convocare i testimoni citati da Labella, che ben presto furono intimiditi con massacri di bestiame, danneggiamenti di proprietà terriere, minacce a mezzo "zampogna" per le strade della città (venne arruolato uno zampognaro per intonare canzoni che contenevano minacce ai vari testimoni).

Fino all'omicidio del testimone più importante, il porcaro Pietro Maviglia, che era stato uno dei primi affiliati alla sezione locale, ma ne era stato espulso per aver fatto trapelare la notizia di un furto con scasso da parte del fratello di Callea, Bruno, dopo un litigio con quest'ultimo, facendolo condannare a due anni di prigione.

L'omicidio, però, anziché scoraggiare l'attività investigativa, la accelerò, portando nella città di Africo una massiccia presenza militare per rispondere alle minacce e difendere i magistrati inquirenti: questo incoraggiò altri testimoni a farsi avanti e in un paio di mesi gli assassini di Maviglia furono arrestati e confessarono, squarciando il velo dell'omertà.

La scoperta più rilevante scaturita dal processo fu la valenza simbolica che aveva per i "picciotti" il Santuario della Madonna di Polsi.

Un negoziante di Roccaforte del Greco, paese di poche centinaia di abitanti in provincia di Reggio Calabria, raccontò infatti ai magistrati quel che aveva visto a Polsi ai primi di settembre, periodo in cui ancora oggi si svolgono ogni anno i summit della 'ndrangheta per stabilire le cariche ai vertici dell'organizzazione.

«Nel giorno 3 settembre 1894 io andai alla festa della Madonna della Montagna [...] ed ivi vidi [vari nomi di affiliati di Roccaforte] in compagnia di una sessantina di persone di diversi paesi e di diverse condizioni i quali tutti facendo ruota mangiavano e bevevano.

Quando poi io andai a Condofuri con Antonio Sergi, costui domandato da me chi pagava tutto quel mangiare e quel vino alla festa della montagna, rispose che si era pagato con la camorra che si era raccolta.»

Sabella riuscì a ricostruire anche il periodo in cui nacque la "picciotteria", tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, grazie alla testimonianza del maestro elementare di Africo, che in quel periodo era giunto in città ed era stato informato dell'esistenza di questa setta, che però non contava più di tre o quattro persone.

Le fila si ingrossarono con la campagna di reclutamento di Domenico Callea a metà degli anni '90.

Quindi Musolino, il re dell'Aspromonte

Alla fine del XIX Secolo iniziò anche la carriera criminale di Giuseppe Musolino, taglialegna di Santo Stefano condannato a 21 anni di carcere nel settembre 1898 per tentato omicidio: il 27 ottobre 1897 aveva avuto un litigio nell'osteria del padre con un altro ragazzo, Vincenzo Zoccali, risolto con un duello dove aveva avuto la peggio; due giorni dopo, all'alba, qualcuno sparò a Zoccali mentre bardava il suo mulo, mancandolo.

Sul posto i Carabinieri ritrovarono il fucile e il berretto di Musolino, che per cinque mesi si diede alla latitanza, per poi essere arrestato e infine condannato.

Il 9 gennaio 1899 Musolino evase dal carcere di Gerace dove era rinchiuso, insieme ad altri tre detenuti, tra cui suo cugino, e cominciò la sua vendetta contro chi aveva testimoniato al processo a suo sfavore: il 28 gennaio uccise Francesca Sidari, scambiandola per il suo vero obiettivo.

Un mese dopo uccise un pastore che sospettava essere un informatore della polizia. A maggio provò a far saltare per aria la casa di Zoccali con dei candelotti di dinamite, ma la carica non esplose: la famiglia Zoccali fuggì in provincia di Catanzaro, ma Musolino li seguì anche lì, riuscendo ad uccidere il fratello di Vincenzo.

Poi sparì dalla circolazione per sei mesi, salvo poi tornare alla carica nel febbraio del 1900 con due nuovi complici, con cui continuò il ciclo di vendette.

Uno di questi, però, lo tradì: si trattava di Antonio Princi, che si accordò con la polizia per catturarlo, ma il piano fallì. Musolino continuò ad uccidere e a sfuggire alla polizia, finché le sue gesta non arrivarono ad essere discusse anche in Parlamento.

Il governo inviò centinaia di uomini in Aspromonte per dare la caccia al "brigante", che però riuscì a fuggire per oltre un anno.

Un giornalista, Adolfo Rossi, cominciò a seguirne le tracce e pubblicò un ampio reportage in cui parecchi testimoni assicuravano l'affiliazione alla "picciotteria" di Musolino ed era per questo che risultava inafferrabile: poteva contare su una vasta rete di protettori in tutto l'Aspromonte, tanto da guadagnarsi il titolo di "Re".

La sua leggenda si diffuse per tutto il Mezzogiorno: il "Re dell'Aspromonte" divenne protagonista del teatro delle marionette, di canzoni popolari e addirittura idolo dei bambini, che giocavano per strada a imitarne le gesta.

Lo stesso Musolino sfruttò questa sua rinnovata popolarità per scrivere una lettera a un quotidiano nazionale in cui si schierava dalla parte della gente comune contro l'autorità, sfruttando il sentimento largamente diffuso di diffidenza nei confronti dello Stato italiano da parte delle popolazioni contadine del Meridione.

La svolta nel caso Musolino si ebbe quando agli inizi del 1901 le autorità inviarono a Santo Stefano Vincenzo Mangione, agente di polizia scelto, che compilò una serie di rapporti sulla picciotteria nel paese natale del brigante, scovando ben 166 affiliati alla "setta" fondata dal padre e dallo zio di Musolino più di dieci anni prima.

Ogni azione di Musolino venne reinserita nei doveri di affiliato all'organizzazione: anche il tentato omicidio di Zoccali fu ordinato perché quest'ultimo si era rifiutato di adempiere ai suoi dovere di "picciotto".

Emersero anche i legami stretti con la politica locale, dimostrati dalla folta presenza, a partire dal sindaco e dai consiglieri comunali, dei notabili del paese al matrimonio della sorella del brigante, Anna.

La strategia di Mangione si tradusse quindi nel colpire la sua rete di supporto e poi cercare di mettere sotto processo tutta la "picciotteria" di Santo Stefano, cosa che non gli riuscì.

Il pomeriggio del 9 ottobre 1901 Musolino venne infine arrestato nelle campagne di Urbino, per caso: due carabinieri notarono un giovano con fare sospetto, gli fecero cenno di fermarsi e, al tentativo di fuga di quest'ultimo, lo inseguirono e lo arrestarono.

Il processo si svolse a Lucca, in Toscana, nel 1902. Gli avvocati del brigante non contestarono mai la lunga serie di omicidi, ma la giustificarono con la "cospirazione" che, a loro dire, era stata ordita ai suoi danni nel caso Zoccali.

Il sindaco di Santo Stefano, che aveva anche avviato una petizione per la richiesta di grazia alla Regina a favore di Musolino, testimoniò al processo affermando che la "picciotteria" era un'invenzione per giustificare la debolezza intrinseca delle forze dell'ordine.

Nonostante la spettacolarità del processo e le orde di ammiratori che si era guadagnato nel Meridione, Musolino venne condannato all'ergastolo.

Sotto il Fascismo

Durante la dittatura fascista, la "picciotteria" continuò la sua attività, benché, dopo il 1925, Benito Mussolini avesse inaugurato una campagna antimafia anche in Calabria, sulla scia di quella siciliana, affidata a Cesare Mori, e quella napoletana, affidata al colonnello dei Carabinieri Vincenzo Anceschi.

L'organizzazione era ben abituata infatti agli arresti di massa e ai maxiprocessi a cui fu sottoposta sotto il regime, essendovi sopravvissuta già alla fine del secolo precedente.

La repressione fascista colpì duramente le raccaforti della 'ndrangheta, tanto che nel 1932 vennero arrestati e condannati a Reggio Calabria i capi di cinque 'ndrine.

Da quel processo emerse che per i magistrati inquirenti l'organizzazione aveva in realtà un unico organo di coordinamento, detto "Gran Criminale": questo aveva giurisdizione su tutta la provincia e il suo compito era evitare lotte intestine all'interno di una 'ndrina e fra 'ndrine diverse.

Queste notizie vennero date dal fratello di Giuseppe Musolino, Antonio, che aveva deciso di collaborare con la giustizia dopo essere stato sconfitto in una faida con suo cugino, Francesco Filastò, sospettato tra le altre cose di aver ucciso il tenente Joe Petrosino prima della Grande Guerra.

In quegli anni si distinse per la sua attività di contrasto il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Delfino, passato alla storia come "Massaru Peppi", futuro padre del giornalista Antonio e del controverso generale dell'Arma Francesco.

Maestro di travestimenti, si mimetizzava tra contadini e delinquenti per seguire di persona i latitanti e individuarne i nascondigli.

Nato a Bova, conosceva i rilievi dell'Aspromonte grazie al fatto che da ragazzino vi portava a pascolare il gregge.

 Nel 1927, avviò un'indagine sotto copertura come frate, grazie alla collaborazione del priore del Santuario della Madonna di Polsi, Don Ciccio Pangallo, il quale gli fornì una mula e un saio da massaro (da lì il nome con cui divenne noto).

Fu così che riuscì, ai primi di settembre, in occasione dell'annuale festa della Madonna, ad arrestare oltre 80 esponenti della 'ndrangheta, riuscendo ad entrare in possesso anche di un vero e proprio codice dell'organizzazione.

Il documento, tre fogli scritti a mano, fu ritrovato in un materasso di foglie nella zona di Platì, e riportava diverse tipologie di "picciotto", a seconda del grado di appartenenza (semplice, di giornata, di sgarro, di sangue, liscio).

I successi del fascismo contro la 'ndrangheta furono però temporanei: il vuoto di potere che era venuto a crearsi in certi contesti venne subito riempito da altri criminali.

Inoltre, la fermezza del regime si infrangeva nelle aule di tribunale, dove il fenomeno veniva ricondotto a cause di natura socio-economica come la povertà. Inoltre, anche sotto il fascismo continuarono le connivenze tra 'ndrangheta e politica: già nel 1933 Mussolini venne informato che il segretario del PNF a Reggio Calabria era "notoriamente affiliato alla malavita che infettava e infetta tutt'ora la provincia" e nel 1940 un commissario speciale riferiva che un "alto numero" di cittadini faceva parte di associazioni criminali o era imparentato con qualcuno che ne faceva parte.

L'avvento della Repubblica e il Secondo Dopoguerra

Il ritorno alla democrazia non segnò un significativo cambio di passo nell'attività della 'ndrangheta, anzi, nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale addirittura alcuni sindaci della provincia di Reggio Calabria vennero nominati proprio dalle fila dell'organizzazione, come era accaduto in Sicilia dopo lo sbarco degli alleati.

Gli anni '50 e il ruolo di "criminalità gregaria"

Negli anni '50 si assistette a una migrazione di massa dei calabresi in cerca di fortuna al Nord e nel 1955 vi fu il primo soggiorno obbligato di uno 'ndranghetista fuori dalla Calabria, Giacomo Zagari, originario di Taurianova, che fu spedito a Buguggiate, in provincia di Varese, da dove poi, circa vent'anni dopo, avrebbe inaugurato la stagione dei sequestri di persona al Nord, in particolare in Lombardia. Iniziò in quegli anni, con lo sfruttamento dei movimenti migratori e l'istituto del soggiorno obbligato, l'espansione della 'ndrangheta nel centro-nord della penisola.

In Calabria si andò consolidandosi il potere delle 'ndrine, legato fondamentalmente allo sfruttamento della terra e alla commercializzazione di prodotti agricoli, di cui stabilivano i prezzi attraverso il controllo dei mercati ortofrutticoli.

Nella piana di Gioia Tauro si affermò la signoria dei Piromalli, mentre nella Locride spadroneggiava Antonio Macrì, ma la presenza 'ndranghetista si affermò anche nelle grandi città

Dalla fine degli anni '50, la 'ndrangheta si avviò definitivamente ad essere un'organizzazione criminale dotata di una propria specificità ma con un crescente denominatore comune rispetto a Mafia e Camorra.

Un importante momento di svolta fu rappresentato dalla fine del regime di zona internazionale, e quindi di porto franco, di Tangeri, con un trattato firmato il 5 luglio 1956 e ufficialmente entrato in vigore il 1° gennaio 1957: da quel momento il contrabbando di sigarette necessitò di nuove rotte e la Calabria offriva molte opportunità.

Infatti, le sue coste, lunghe e poco controllate, rappresentavano il passaggio ideale tra la Puglia (in particolare Taranto), la Sicilia e soprattutto la Campania, dove il contrabbando poteva contare su un'alta operatività dei gruppi criminali.

Le 'ndrine della Calabria non si lasciarono sfuggire l'occasione e stabilirono subito rapporti con la camorra, referente finale del contrabbando. Consapevoli del proprio ridotto potere criminale, cercarono sponde anche con Cosa Nostra siciliana, assumendo il ruolo di criminalità gregaria delle due organizzazioni mafiose più forti nel contrabbando di sigarette.

Molti 'ndranghetisti vennero direttamente affiliati a Cosa Nostra, a riprova della propria affidabilità criminale: tra di loro c'erano Francesco Furci, di Fiumara di Muro, Antonio Macrì, Giuseppe e Girolamo Piromalli di Gioia Tauro, Domenico Tripodo di Sambatello, Francesco Canale di Reggio Calabria, che fino agli anni '70 furono gli uomini più prestigiosi e influenti della 'ndrangheta. Tripodo, in particolare, era stato compare d'anello al matrimonio di Totò Riina.

La trasformazione degli anni Sessanta

Nel corso degli anni '60 la 'ndrangheta cominciò a diversificare le proprie fonti di accumulazione di capitali, sfruttando il fiume di denaro pubblico che venne elargito dalla Cassa per il Mezzogiorno per incentivare il processo di urbanizzazione e di progresso economico della Calabria.

Il rapporto con la politica divenne inevitabile e il sodalizio criminale si tradusse in una colata di cemento con effetti per nulla dissimili al famoso Sacco di Palermo: i centri storici venivano sventrati per costruire nuovi palazzi e, quando le aree a disposizione finivano, si costruiva su dirupi e montagne, oltreché fino in riva al mare, deturpando coste e spiagge.

I piani regolatori divennero il nuovo strumento di dominio della 'ndrangheta in quegli anni, il luogo su cui si consumò l'alleanza con la politica e l'imprenditoria. Ci fu, in quegli anni, una vera e propria esplosione di studi tecnici e di progettisti legati al ceto politico dominante.

Il 23 giugno 1967 vi fu la prima strage di 'ndrangheta, quella di Piazza Mercato a Locri: persero la vita Domenico Cordì, a capo dell'omonima 'ndrina che comandava Locri, Vincenzo Saracino e Carmelo Siciliano, vittima innocente.

I presunti esecutori e mandanti dell’omicidio furono assolti per insufficienza di prove. Tuttavia, secondo le ricostruzioni, a sparare furono due sicari siciliani appartenenti a Cosa nostra, Tommaso Scaduto e Antonio Di Cristina, che punirono Cordì per aver rubato 1700 casse di sigarette di contrabbando date dai siciliani ad Antonio Macrì

Due anni dopo, il 26 ottobre 1969, si tenne un importante summit di 'ndrangheta, quello di Montalto, considerato la prima tappa verso l'unitarietà della 'ndrangheta per via delle parole usate da Giuseppe Zappia durante la riunione: "Non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è 'ndrangheta di Ntoni Macrì, non c’è 'ndrangheta di Peppe Nirta! Dobbiamo essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va". Tuttavia, il Summit venne interrotto dall'irruzione delle forze dell'ordine, che arrestarono 72 persone.

Gli anni Settanta, i Moti di Reggio e la prima guerra di ‘ndrangheta

Negli anni '70 la 'ndrangheta fece un nuovo balzo in avanti nella propria scalata ai vertici del fenomeno mafioso, realizzando un nuovo ciclo di "accumulazione primitiva" (Dalla Chiesa, 2010), che si poggiò su tre elementi costitutivi:

I lavori per la realizzazione del tratto calabrese dell'A3, meglio conosciuta come Salerno-Reggio Calabria, sui quali le 'ndrine imposero le proprie attività di protezione e mediazione (lavori per ditte amiche), ottenendo una tacita complicità da parte delle maggiori imprese nazionali, che accettarono senza fiatare le loro condizioni;

I lavori per il porto di Gioia Tauro, progettato come porto industriale al servizio del mai realizzato V Centro siderurgico, inaugurato solo nel 1992;

I sequestri di persona, che vennero effettuati in grande stile su tutto il territorio nazionale (ad eccezione di Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Molise e Basilicata) e raggiunsero l'apice di violenza in Lombardia e in Calabria.

Per approfondire l'ultimo punto, vedi La stagione dei sequestri di mafia

Con riferimento ai primi due punti, l'insieme degli interventi pubblici autorizzati in Calabria erano parte del c.d. "Pacchetto Colombo", dal nome del Presidente del Consiglio allora in carica che varò un piano di 1300 miliardi di lire per la costruzione di impianti chimici e siderurgici nella provincia di Reggio Calabria.

Il Pacchetto nacque a seguito dei "Moti di Reggio", una sommossa popolare avvenuta a Reggio Calabria dal luglio del 1970 al febbraio del 1971, per protestare contro la decisione di collocare il capoluogo della neo-istituita Regione Calabria a Catanzaro.

Il malcontento di quei mesi era stato da subito raccolto e strumentalizzato dalle fazioni di estrema destra che attraverso le frange più estremiste rilanciarono lo slogan di antica memoria “Boia a chi molla”. In questo clima caldo Junio Valerio Borghese, ex-comandante della Decima Mas, tentò un golpe neo-fascista, nella notte tra il 7 e l'8 dicembre.

Nel contempo la destra eversiva e i servizi segreti stipularono accordi con la ‘ndrangheta e la massoneria deviata. I promotori degli accordi furono i De Stefano di Reggio Calabria e i Nirta e i Romeo di San Luca.

Per tutto il periodo dei moti di Reggio vi furono intensi rapporti di interscambio tra ‘ndranghetisti, esponenti della destra eversiva, membri dei servizi segreti e soggetti legati alla massoneria deviata, rapporti che persistono ancora oggi.

La latitanza di Franco Freda, il terrorista di estrema destra imputato per la strage di Piazza Fontana a Milano del 1969, venne infatti garantita da Giorgio De Stefano, cugino di Paolo De Stefano: l’episodio venne anche confermato dal collaboratore di giustizia Filippo Barreca che dichiarò di averlo personalmente ospitato nella sua abitazione.

Tra le opere finanziate col "Pacchetto Colombo" vi fu anche la Liquichimica di Saline Joniche, una frazione di Montebello Jonico (provincia di Reggio Calabria), che rimase operativo per soli due giorni e devastò completamente la zona.

La principale 'ndrina che gestì la realizzazione fu quella degli Iamonte di Melito di Porto Salvo, confinante con Montebello Jonico. Fu il capo 'ndrina Natale Iamonte ad organizzare la spartizione degli appalti insieme ad altre famiglie della ‘ndrangheta, di Cosa nostra e della mafia italo-canadese.

Nel 1974 scoppiò la cosiddetta Prima Guerra di 'ndrangheta, con l'omicidio di Giovanni De Stefano e il ferimento di suo fratello Giorgio: il conflitto, che vide impegnati principalmente i clan di Reggio Calabria, causò oltre 230 morti, tra cui il vecchio Antonio Macrì e Domenico Tripodo (ucciso nel carcere di Poggioreale dagli uomini di Raffaele Cutolo come regalo all'amico Paolo De Stefano) e terminò nel 1977.

Per approfondire, vedi Prima guerra di 'ndrangheta

A metà degli anni '70, inoltre, le famiglie più importanti della 'ndrangheta decisero di entrare a far parte delle logge massoniche deviate, modificando profondamente la struttura stessa della 'ndrangheta, per assicurarsi la partecipazione in grandi affari economici a livello nazionale. Per raggiungere questo obiettivo era necessario infatti avere a che fare con diverse categorie di esponenti della società civile (magistrati, militari, servizi segreti, notai, banchieri, economisti, imprenditori, architetti e professionisti vari), con le quali era impossibile avere rapporti alla luce del sole.

Nacque così la c.d. "Santa", che divenne poi la prima dote della "Società Maggiore" (in seguito furono creati anche il Vangelo, il Trequartino, il Padrino e l'Associazione), formata in nome di Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garilandi e Giuseppe La Marmora.

A proposito dell'ingresso della 'ndrangheta nella massoneria, i magistrati della DDA di Reggio Calabria scrissero nel 1994:

«[...] non può avvenire se non dopo un mutamento radicale nella "cultura" e nella politica della 'ndrangheta, mutamento che passa da un atteggiamento di contrapposizione, o almeno di totale distacco, rispetto alla società civile, a un atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una nuova legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati all'interno delle organizzazioni criminali, ma estesi alla politica, all'economia, alle istituzioni.

L'ingresso nelle logge massoniche esistenti o in quelle costituite allo scopo doveva dunque costituire il tramite per quel collegamento con quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai), imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle forze dell'ordine.

Attraverso tale collegamento la 'ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni per i propri investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e soprattutto quella copertura, realizzata in vario modo e a vari livelli (depistaggi, vuoti di indagine, attacchi di ogni tipo ai magistrati non arrendevoli, aggiustamenti dei processi, ecc.), cui è conseguita per molti anni la sostanziale impunità che ha caratterizzato tale organizzazione criminale, rendendola quasi "invisibile" alle istituzioni, tanto che solo da un paio di anni essa è balzata all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale e degli organi investigativi più qualificati.

Naturalmente l'inserimento nella massoneria, che per quanto inquinata restava pur sempre un'organizzazione molto riservata ed esclusiva, doveva essere limitato a esponenti di vertice della 'ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una struttura elitaria, una nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie delle locali, in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali della vecchia onorata società.

Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, che restavano in vigore solo per i gradi meno elevati e per gli ingenui, ma non vincolavano certo personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano, che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello Stato, servizi segreti, gruppi eversivi.

Persino l'attività di confidente, un tempo simbolo dell'infamia, era adesso tollerata e pratica, se serviva a stabilire utili relazioni con rappresentanti dello Stato o se serviva a depistare l'attività investigativa verso obiettivi minori.»

Se sul fronte della 'ndrangheta ci furono forti resistenze, poi superate, anche in seno alla Massoneria si registrarono forti dissensi, come quello dell'avvocato generale dello Stato Francesco Ferlaino che proprio per la sua contrarietà alla degenerazione della massoneria in una struttura mafiosa e criminale venne ucciso il 3 luglio 1975 a Lamezia Terme.

Gli anni Ottanta, il narcotraffico e la seconda guerra di ‘ndrangheta

All'inizio degli anni '80 la 'ndrangheta era una "criminalità minore", come la camorra di uno-due lustri prima. La stessa legge Rognoni-La Torre la inseriva solamente tra le "altre manifestazioni criminali similari".

La parola 'ndrangheta era ancora tabù e veniva nominata solo da alcuni esponenti locali del Partito Comunista Italiano, con qualche rara eccezione a livello nazionale. Anche per questo alcuni suoi militanti divennero dei bersagli per la loro attività antimafia, come Rocco Gatto, ucciso a Roccella Jonica nel 1977, e Giuseppe Valarioti, ammazzato a Nicotera nel 1980.

Solo che proprio in quegli anni la 'ndrangheta disponeva finalmente dei capitali necessari per entrare nel narcotraffico, sfruttando anche la propria rete a livello nazionale e internazionale.

L'ingresso sui nuovi mercati non fece abbandonare il controllo del territorio in Calabria per inserirsi in appalti e subappalti pubblici, oltre a diverse frodi sui fondi della Comunità europea nel settore agro-alimentare, ma esattamente come era avvenuto per Cosa Nostra qualche anno prima, il flusso enorme di denaro generato dal traffico di stupefacenti scatenò una vera e propria guerra in seno alla 'ndrangheta, la seconda, che durò dal 1985 al 1991.

Per approfondire, vedi Seconda guerra di 'ndrangheta

Tra i fatti significativi degli anni '80 vi fu anche l'elezione nel 1983 a sindaco di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, di Francesco Mancuso, latitante: solo l'intervento dell'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini mise fine ancora prima di incominciare alla nuova amministrazione, ordinando lo scioglimento del consiglio comunale (anticipando di otto anni la legge in materia).

Inoltre la 'ndrangheta entrò anche nell'affare dei rifiuti tossici con i casi di motonavi scomparse come: la Nikos I (1985) affondata tra Libano e Grecia; la Mikigan (1986) nel Tirreno calabrese; la Rigel (1987) affondata nei pressi di Capo Spartivento; la Anni (1989) a largo di Ravenna; la Jolli Rosso, (1990) in provincia di Cosenza; la Marco Polo (1993) nel canale di Sicilia, e la Koraline (1995) a largo di Ustica.

Alla fine degli anni '80 l'organizzazione uccise il deputato DC e presidente di Ferrovie dello Stato Lodovico Ligato, in un agguato il 27 agosto 1989 a Bocale di Reggio Calabria.

Gli anni Novanta, la pax 'ndranghetista e il cono d'ombra

Quando cadde il muro di Berlino, il 9 novembre 1989, la 'ndrangheta poteva oramai considerarsi "criminalità emergente", tesa a rivaleggiare con le altre due organizzazioni criminali e a stabilire con esse rapporti alla pari.

Tanto che il 9 agosto 1991 venne ucciso a Villa San Giovanni il magistrato Antonino Scopelliti, impegnato nel ruolo di pubblica accusa presso la Cassazione nel Maxiprocesso di Palermo: l'omicidio, benché impunito, è tuttora considerato l'evento conclusivo della Seconda guerra di 'ndrangheta ed è inquadrabile come favore degli 'ndranghetisti ai Corleonesi, in particolare per il ruolo di mediazione che ebbero nella risoluzione della guerra interna all'organizzazione.

Si legge nella sentenza del Processo Olimpia: «La guerra termina con una "pace" armata che significa tradizionalmente spartizione delle zone d’influenza e degli affari, emergendo sempre più l’esigenza di un momento di raccordo e di coordinamento delle principali e più potenti cosche»

La pax 'ndranghetista stabilì una nuova strategia, basata sull'invisibilità dell'organizzazione, la fine delle faide e la collaborazione tra 'ndrine per accaparrarsi affari, introducendo profonde modifiche agli assetti nella struttura di vertice.

Questo mutamento di struttura venne riferito da Vincenzo e Salvatore Grimaldi, figli di Giuseppe Grimaldi la cui testa venne mozzata nel maggio 1991 nell'ambito della Faida di Taurianova: i due, contrari alla decisione del nuovo organismo di porre fine alla faida, iniziarono a collaborare con la giustizia a Genova.

Gli anni '90 furono un grande periodo di espansione della 'ndrangheta, che si avvantaggiò del c.d. "cono d'ombra" (Dalla Chiesa, 2010) generato dallo stragismo di Cosa Nostra e di Totò Riina: nonostante le numerose inchieste giudiziarie, anche al Nord, che coinvolsero suoi esponenti di spicco, riuscì a mantenere la propria invisibilità e a guadagnarsi un crescente ruolo nel narcotraffico, soprattutto per quanto riguarda la cocaina.

La presenza strutturata di locali in diversi paesi del mondo, iniziata negli anni '20 con le presenze in Canada e in Australia, permetteva alla 'ndrangheta di contare su un vasto network criminale che aveva come suo epicentro la Calabria.

Gli anni Duemila: l'egemonia criminale

All'inizio del nuovo Millennio, la 'ndrangheta divenne la "criminalità egemone" del fenomeno mafioso, grazie agli errori di interpretazione, all'attenzione mediatica concentrata sulle altre due organizzazioni, al basso tasso di conflittualità con lo Stato, ai rapporti organici con la politica e pezzi di imprenditoria, oltre a una società civile in molti casi indifferente, che in alcuni territori era addirittura complice.

I riflettori si accesero in maniera dirompente il 16 ottobre 2005, quando la 'ndrangheta uccise Francesco Fortugno, allora vicepresidente della Regione Calabria: l'indignazione portò alla nascita del movimento, e poi associazione, Ammazzateci Tutti.

Un primo riflettore sull'attività internazionale della 'ndrangheta si accese invece in occasione della Strage di Duisburg del 15 agosto 2007: quegli omicidi plateali, che riflettevano dinamiche tutte calabresi, costrinsero anche i media più riottosi ad occuparsi dell'organizzazione criminale calabrese e delle sue ramificazioni all'estero.

Il 19 febbraio 2008 venne redatta la prima relazione organica della Commissione Parlamentare Antimafia, presidente Francesco Forgione sulla 'ndrangheta.

Il vero spartiacque fu però l'Operazione Crimine-Infinito del 13 luglio 2010, condotta dalla DDA di Reggio Calabria insieme a quella di Milano, che squarciò definitivamente il velo sulla reale struttura della 'ndrangheta, le sue vaste ramificazioni al di fuori degli originali contesti di insediamento, con una vera e propria strategia di colonizzazione, come venne poi definita da Nando dalla Chiesa, e la pesante attività di condizionamento delle amministrazioni pubbliche locali.

Nei Cinque Continenti

La 'ndrangheta nel mondo. Rielaborazione di Pierpaolo Farina, sulla base della mappa di LIMES, Rivista italiana di Geopolitica, Il Circuito delle Mafie, numero 10, novembre 2013

L’11 febbraio 2014 un’operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria in collaborazione con l’FBI fece scattare le manette per oltre quaranta persone con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, spaccio e riciclaggio di denaro sporco.

L'operazione venne soprannominata «New Bridge» per indicare il "Nuovo Ponte" tra le due sponde dell'Oceano Pacifico, dopo lo smantellamento di quello vecchio nel 2008 che riguardava le famiglie mafiose palermitane legate al boss di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo e alla famiglia Gambino.

Sei anni prima, infatti, l’inchiesta «Old Bridge» portò in carcere ottanta persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni e traffico di stupefacenti, e mise in luce i rapporti tra Cosa Nostra americana con il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco, già storico prolungamento di Cosa Nostra siciliana negli USA: il Vecchio Ponte Palermo-New York City era stato messo in piedi dagli «scappati» della Seconda guerra di Mafia, vinta dai Corleonesi, insieme ai membri della famiglia Gambino, storicamente attivi nel riciclaggio di denaro nel settore dell’edilizia, degli appalti pubblici e degli alimentari.

Le fondamenta del «New Bridge» vennero gettati invece la ‘ndrangheta, grazie ai suoi ottimi rapporti con i narcos messicani, che hanno garantito per la loro affidabilità e solvibilità: gli ‘ndranghetisti hanno tuttora nomea di essere uomini di parola che pagano sempre. Proprio per questo le famiglie di Cosa Nostra negli USA e in Canada erano ansiose di instaurare una partnership, soprattutto per via del controllo totale della 'ndrangheta sul porto di Gioia Tauro, da cui passa tutt'oggi la metà della droga che arriva in Italia.

Secondo Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria che ha portato avanti la «New Bridge», l’operazione dimostrava come la ‘ndrangheta fosse l’unica organizzazione mafiosa presente in tutti e cinque i continenti.

La Struttura

La struttura della 'ndrangheta (Schema di Pierpaolo Farina)

La ‘ndrangheta si presenta come un’organizzazione di tipo verticistico-orizzontale fortemente strutturata su base territoriale, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice.

Il cuore dell'organizzazione è a San Luca, paese di circa 4mila abitanti in provincia di Reggio Calabria: lì vengono decise le principali cariche dell'organizzazione, si delineano strategie comuni, si autorizza l'apertura di nuove locali in giro per il mondo.

Livello base: la 'ndrina

Per approfondire, vedi 'ndrina

L'unità base della 'ndrangheta è la 'ndrina, che ricalca la famiglia di sangue: questa è la prima differenza con Cosa Nostra, dove invece gli appartenenti alle famiglie non sono necessariamente legati tra loro da vincoli di sangue.

Ed è anche la ragione del numero relativamente basso di collaboratori di giustizia, rispetto alle altre organizzazioni criminali: tradire la 'ndrangheta significa infatti rompere anche con la propria famiglia, e questo passaggio risulta particolarmente difficile per molti affiliati.

A capo della 'ndrina vi è il "Capo 'ndrina", carica che si trasmette di padre in figlio.

La Locale e la doppia compartimentazione

    Per approfondire, vedi La Locale

Più 'ndrine su uno stesso territorio formano "La Locale", una struttura di coordinamento che necessita però di almeno 49 affiliati per essere costituita.

L'apertura, la chiusura e la sospensione di una Locale viene decisa dalla Locale di San Luca, detta per questo "Mamma".

Le principali cariche all'interno della Local

La locale è formata secondo lo schema della cd. doppia compartimentazione: LA SOCIETÀ MINORE e LA SOCIETÀ MAGGIORE. Non in tutte le locali si riesce a costituire la Società Maggiore: quando avviene, spesso gli 'ndranghetisti parlano di SOCIETÀ, per differenziare la locale da quelle formate solo dalla Società Minore.

Ogni Locale è diretta da una COPIATA, un triumvirato costituito da:

CAPO BASTONE (o Capo Locale): è il responsabile della locale, per cui decide, autonomamente, le modalità operative finalizzate al conseguimento dell’illecito fine sociale; indice le riunioni della locale, decide su affiliazioni e promozioni, dirime i contrasti tra affiliati della locale e, cosa più importante, dirige l’attività criminale sul territorio di sua competenza.

CONTABILE: è la persona deputata alla gestione dei proventi dell’attività illecita e provvede al sostegno economico delle famiglie degli affiliati che ne abbiano bisogno (soggetti in carcere), attingendo dalla cassa comune, la c.d. "baciletta" (o bacinella).

 CRIMINE: è il responsabile della pianificazione e dell'esecuzione delle attività criminali.

Il MASTRO DI GIORNATA è il portavoce del "Capo Locale": dà disposizioni agli affiliati, informa delle "novità" dalla "Società Maggiore" alla "Società Minore" e tiene al corrente il "Capo Bastone" delle varie “attività” della locale, mettendolo al corrente di eventuali problematiche.

Tra le altre cariche, vi è anche quella di "SORELLA D'OMERTÁ", affidata a una donna, che ha il compito di dare assistenza ai latitanti.

Le "Doti" tra Società Minore e Società Maggiore e i Santi Protettori

Sulla doppia compartimentazione della Locale sono strutturati i gradi all'interno della 'ndrangheta: ad ogni "dote" o "fiore" è associato un ruolo e un santo protettore. Il Santo Protettore della 'ndrangheta è San Michele Arcangelo.

Coloro che non sono affiliati all'organizzazione sono suddivisi in tre categorie:

CONTRASTO: è chiunque non faccia parte dell'organizzazione. I contrasti sono «sfigati, fessi, gente senza palle che tira avanti con mille euro al mese, senza una dignità, una gioia»;

CONTRASTO ONORATO: è una persona con cui si può avere a che fare. Non è affiliato, ma potrebbe diventarlo. Secondo il pentito Rocco Varacalli, «È come avere il foglio rosa della patente»;

GIOVANE D'ONORE: è il titolo riconosciuto a tutti i figli maschi degli affiliati all'organizzazione.

Nella Società Minore, le doti sono:

PICCIOTTO: è la prima dote della ‘ndrangheta, che si può ottenere al compimento del 14° anno di età. Il soggetto deve essere privo di macchie d’onore, infamità e tragedie. Ha delle "sopra-doti", che sono: liscio, di sgarro, puntaiolo, di giornata. I suoi incarichi sono meramente esecutivi. I Picciotti sono protetti da Santa Liberata.

 CAMORRISTA: se un picciotto è “degno e meritevole” può diventare camorrista. I giovani d’onore possono essere battezzati direttamente come camorristi saltando la prima dote di picciotto. Ha delle "sopra-doti", che sono: semplice o di società, di fibbia, formato e di sgarro. I camorristi sono protetti da Santa Nunzia.

SGARRISTA: è l'ultima dote della società minore. Prevede due "sopra-doti": di sangue e definitivo. Il santo protettore è Santa Elisabetta

Nella Società Maggiore invece abbiamo:

SANTA: è la prima dote della società maggiore. Il "santista" è sia massone che 'ndranghetista. Quando venne fondata, potevano farne parte solamente 33 affiliati. Il loro compito non è di azione, ma di pensiero e organizzazione; a guidarli gli esempi dei generali Alfonso La Marmora, stratega di battaglia, e Giuseppe Garibaldi, combattente per la libertà e la giustizia.

 VANGELO: è la seconda dote della società maggiore e la ottengono solo personaggi eccelsi della 'ndrangheta, che prendono decisioni vitali. Sono guidati dall'esempio di Giuseppe Mazzini, promotore delle società segrete in generale; Camillo Benso di Cavour, somma mente di statista. A proteggere questi uomini, i Santissimi Pietro e Paolo.

QUARTINO e TREQUARTINO: dalle indagini è emersa l'esistenza di queste due doti riservate ad esponenti apicali dell'organizzazione, ma non sono ancora state trovate informazioni dettagliate al riguardo.

PADRINO (o Quintino): fino al 2010, era considerata la dote apicale che uno 'ndranghetista poteva raggiungere. È attribuita a un ristretto numero di 'ndranghetisti che godono di una serie di privilegi e altrettante responsabilità. Si distinguono per un tatuaggio con la stella a cinque punte.

ASSOCIAZIONE: è la dote concesso ai capi delle famiglie che si riuniscono in forma di Consiglio. A parte la testimonianza di Rocco Varacalli nell'Operazione Minotauro, ad oggi non vi sono altre informazioni al riguardo.

Le Camere di Controllo

Per approfondire, vedi Camera di Controllo

La Camera di Controllo è una struttura intermedia, parzialmente autonoma, la cui funzione è quella di riunire le Locali di una determinato Stato, Provincia o Regione che rispondono al vertice della 'ndrangheta a Reggio Calabria. L'attività investigativa è riuscita a individuarne cinque: quella in Lombardia, quella in Liguria, quella provinciale di Torino, e quelle nazionali del Canada e dell'Australia.

La Corona

Per approfondire, vedi Corona

Il 13 novembre 2012 l'Operazione Saggezza rivelò l'esistenza della "Corona", una struttura intermedia al di sopra della singola Locale e al di sotto di ogni singolo mandamento, costituita nella Locride e che raggruppava cinque locali del territorio (Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì). L'ipotesi investigativa è che questa struttura sia estesa a tutta la struttura della 'ndrangheta. La Corona è costituita dal "CAPO CORONA", da due "CONSIGLIERI CAPI" e da due "CONSIGLIERI".

Il Crimine o la Provincia

Per approfondire, vedi Crimine

Il “Crimine” o "Provincia" è la struttura di vertice della 'ndrangheta e consiste in un organo di coordinamento e di riferimento per tutte le locali attive. Le cariche sono elettive e temporanee. Le aree di influenza sono suddivise in tre mandamenti: Jonico, Tirrenico e Centrale.

Le cariche all'interno del Crimine sono:

CAPO CRIMINE: massima carica all'interno della 'ndrangheta;

CAPO SOCIETÀ: è il vice del Capo Crimine;

MASTRO GENERALE: mutua le sue funzioni dal "Mastro di Giornata" della Locale, con la differenza che indirizza le sue funzioni di portavoce ai responsabili delle varie locali che fanno parte della Provincia;

MASTRO DI GIORNATA: ha le medesime funzioni ricoperte all'interno della Locale;

CONTABILE: gestisce la cassa comune dell'organizzazione.

Il "Capo Crimine" viene investito ufficialmente della sua carica durante la processione della Madonna di Polsi (frazione di San Luca) che si svolge dal 31 agosto al 3 settembre di ogni anno. Le cariche interne alla “Provincia” vengono discusse ogni anno, è frequente che vi sia una rotazione dei ruoli all’interno della struttura.

Il Tribunale

La Provincia svolge anche la funzione di Tribunale. Le colpe, all'interno della 'ndrangheta, sono divise in:

Trascuranza: è un'infrazione di lieve entità;

Sbagli: sono colpe di maggiore entità che possono essere punite anche con la morte. Tra questi, i più gravi sono:

Tragedia: è l’attività di uno 'ndranghetista che, per fini personali, pone in essere condotte tali da far ricadere le proprie colpe sugli altri affiliati o da determinare faide interne o guerre con altri clan;

Macchia d’onore: è determinata dalla condotta di un affiliato o di uno dei congiunti, che porta alla perdita dell’onorabilà personale dell’affiliato, tanto da essere ritenuto indegno di continuare a far parte dell’organizzazione.

Infamità: ne è colpevole l’affiliato che tradisce e rinnega i principi fondamentali su cui si basa l’organizzazione criminale, viene meno al patto di fratellanza (non aiutando o denunciando i propri compagni) e al vincolo di omertà (svelando funzionamento e dinamiche dell’organizzazione).

Differenze con Cosa Nostra

Se Cosa Nostra e la 'ndrangheta condividono una struttura unitaria, la prima assume una forma fortemente verticistica, mentre la ‘ndrangheta è "verticistica-orizzontale": il Capo Crimine governa, ma non regna, ha la funzione di garantire le regole interne, il buon andamento degli affari e la nascita di nuove faide. Come hanno scritto Moiraghi e Zolea, se è possibile paragonare la funzione del Capo Commissione di Cosa nostra a quella del Presidente del Consiglio, dunque con un ruolo maggiormente operativo e di influenza su famiglie e mandamenti, al contrario il Capo Crimine può essere accostato al Presidente della Repubblica, date le sue funzioni di mediatore e garante.

A livello di struttura di base, le famiglie di Cosa nostra sono saldamente legate al territorio di appartenenza, più che ad una dinastia criminale, dunque prendono il nome del quartiere o del paese in cui operano; la ‘ndrangheta ha invece una rigida struttura basata sul vincolo di sangue della famiglia naturale, con i "battesimi" addirittura nella culla.

Codice, Riti e Simboli

La 'ndrangheta, come tutte le organizzazioni mafiose, fa ampio uso di miti, leggende e simboli, che si traducono in un Codice e in Riti ben precisi.

Oltre al già citato mito della fondazione di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, l'organizzazione fa uso di un codice cifrato (il c.d. "Codice di San Luca"), di riti per sancire l'affiliazione (il "Battesimo") e il passaggio di grado (con l'assegnazione delle "doti").

Il primo codice di cui si ha notizia è quello di Nicastro del 1888, scoperto nella zona di Seminara nel 1897 e riportato in una sentenza del Tribunale di Palmi dell'epoca: conteneva 17 articoli riguardanti gli obblighi e doveri degli affiliati, la formula del giuramento e la parola d’ordine per riconoscersi fra loro.

Nel 1902, a Catanzaro, i Carabinieri interruppero una riunione di picciotti e scoprirono due fogli di carta, uno con il titolo “Società della malavita catanzarese” che riportava i nomi di 80 individui e rispettivo grado di presidente o capo contabile, camorrista e picciotto, l’altro titolato “Statuto della malavita catanzarese” con tutte le norme, specie dell’ammissione ed espulsione.

Il 20 gennaio 2015 è stato ritrovato a Roma un quaderno rosso in casa del collaboratore di giustizia Gianni Cretarola, contenente una vera e propria "Stele di Rosetta" del linguaggio cifrato utilizzato dalla 'ndrangheta per tenere traccia dei riti di affiliazione al proprio interno.

Fino a quel momento si era sempre ipotizzato che la formula dei vari riti fosse memorizzata e tramandata tra i membri dell'organizzazione.

Grazie al c.d. "Codice di San Luca" gli inquirenti hanno potuto tradurre le formule dei riti di affiliazione contenute nel quaderno di Cretarola.

Il Battesimo a cerchio formato

L'affiliazione alla 'ndrangheta avviene attraverso il c.d. "Battesimo a cerchio formato", che richiede la presenza di almeno cinque persone della 'ndrina più un anziano che celebri il rito. Il "Contrasto Onorato" o il "Giovane d'Onore" deve avere almeno 14 anni.

Viene preceduto dalla decontaminazione del locale da presenze esterne, un rito dall'alta valenza simbolica, perché afferma l'alterità degli 'ndranghetisti rispetto al resto della società.

Ad eseguirlo il Capo 'ndrina, con una formula, più o meno uguale in tutti i racconti dei collaboratori di giustizia:

A nome della società organizzata e fidelizzata battezzo questo locale per come lo battezzarono i nostri antenati Osso, Mastrosso e Carcagnosso che lo battezzarono con ferri e catene.

Io lo battezzo con la mia fede e lunga favella. Se fino a questo momento lo conoscevo per un locale oscuro, da questo momento lo riconosco per un locale sacro, santo e inviolabile in cui si può formare e sformare questo onorato corpo di società.

A quel punto viene formato il "cerchio" all'interno del quale si svolge il battesimo. Le formule scoperte negli anni dagli inquirenti variano.

Il primo documento filmato è del 18 novembre 2014:

"Buon vespero e santa sera ai santisti! Giustappunto questa santa sera, nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, formo la santa catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e Lamarmora, con parole d'umiltà formo la santa società.

Dite assieme a me: "Giuro"... "di rinnegare"... "tutto fino alla settima generazione"... "tutta la società criminale da me fino ad oggi riconosciuta"... "per salvaguardare l'onore dei miei saggi fratelli!" In nome di Garibaldi, Mazzini e Lamarmora, passo la mia votazione sul conto di [nome del nuovo affiliato].

Se prima lo conoscevo come un saggio fratello fatto e non fidelizzato, da questo momento lo conosco per un mio saggio fratello! Sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, sformo la santa catena!

Nel nome di Garibaldi, Mazzini e Lamarmora, con parole d'umiltà, è sformata la santa società!".

Al giovane appena diventato picciotto viene consegnata la "copiata", l'elenco dei nomi degli 'ndranghetisti che facevano da garanti in qualità di padrini ai nuovi giovani affiliati.

Non sempre i nomi della Copiata fanno parte della stessa 'ndrina.

L'albero della Scienza

L'albero della Scienza è una metafora usata dalla 'ndrangheta per descrivere se stessa e il suo rapporto con la società.

La ‘ndrangheta sarebbe come una grande quercia alla cui base è collocato il capo bastone. Il tronco rappresenta gli "Sgarristi", mentre i grossi rami che partono dal tronco sono i "Camorristi".

I ramoscelli sono i "Picciotti", mentre le foglie sono i "Contrasti Onorati". Le foglie che cadono sono gli "infami", che per la loro infamia sono destinati a morire.

Alle radici della grande quercia vi è la Società Maggiore, i cui membri più sono invisibili, più sono potenti.

Le Celebrazioni religiose

Le celebrazioni religiose come matrimoni, battesimi e funerali sono occasioni importanti per consolidare i rapporti all'interno della 'ndrangheta e per dare un'immagine di se stessa rispettabile agli occhi della società, grazie alla propria devozione.

I matrimoni/funerali hanno una ritualistica precisa: gli inviti sono distinti tra il singolo ‘ndranghetista e il “locale”, abitualmente è un affiliato del locale a consegnare l’invito alle celebrazioni.

Almeno un rappresentante del locale deve presenziare alla cerimonia e se non può essere presente, deve avvisare i diretti interessati. Vi è una “trascuranza” se l‘affiliato è assente ingiustificato.

Esattamente come nel Medioevo, i matrimoni sono uno strumento per rinsaldare alleanze tra famiglie e sono finalizzati all'espansione e alla compattezza territoriale. I funerali invece sono sinonimo del potere della 'ndrina: maggiore è l'imponenza e la partecipazione, maggiore è il prestigio e il potere che rappresenta.

Il Santuario della Madonna di Polsi

La celebrazione religiosa più importante nella simbologia della 'ndrangheta è la processione al Santuario della Madonna di Polsi, che si svolge dal 31 agosto al 3 settembre di ogni anno, sin dal 1758.

Come riportato nel primo volume dell'Operazione Crimine, alla riunione di Polsi vengono convocati dal Capo Società i vari "Capo Locale" per stabilire influenze, ristabilire controlli territoriali, concordare nuove strategie, consolidare vecchie alleanze fra locali o famiglie, ma anche per appianare contrasti.

Qui vengono anche decise le massime cariche dell'organizzazione, fatto documentato nel 2009 con l'elezione di Domenico Oppedisano.

Ogni locale manda a Polsi un proprio rappresentante che normalmente è il capolocale; se però questi non vuole, o non può, andare designa altro affiliato perché è un punto di prestigio partecipare a quella riunione, anche perché si fanno e si consolidano amicizie. Inoltre, chi si reca a Polsi solitamente si fa accompagnare da giovani della Locale a cui si vuol far fare carriera; in tal modo si crea l’opportunità per farli conoscere agli altri esponenti della 'ndrangheta.

Il cosiddetto accompagnatore non partecipa direttamente alla riunione, ma sta in giro per farsi notare, saluta, viene salutato da altri affiliati che conosce e viene presentato un po' a tutti.

Economia e Attività Criminali

La prima attività illegale della 'ndrangheta è il narcotraffico, settore nel quale la 'ndrangheta non ha rivali. Nel panorama del traffico internazionale di cocaina, che dal Sud America arriva in Europa, l'organizzazione riveste una posizione che la DIA ha definito oligopolista.

Le altre organizzazioni criminali italiane infatti richiedono spesso approvvigionamenti ad esponenti 'ndranghetisti che possono essere considerati i "grossisti" della cocaina per i loro rapporti privilegiati ed esclusivi con i narcos messicani.

L'economia della 'ndrangheta si basa anche sulle classiche attività dell'estorsione e dell'usura, quest'ultima in particolare spesso utilizzata per impadronirsi di aziende operanti nell'economia legale.

La DIA ha definito settori e attività infiltrati dalla 'ndrangheta:

procedure di gestione di fondi strutturali;

piani di rilancio industriale e di programmazione negoziata per finalità pubbliche, quali, ad esempio, contratti d'area e patti territoriali;

assegnazione di finanziamenti pubblici;

agricoltura e filiera alimentare che dal produttore giunge al consumatore, anche attraverso falsificazioni e sofisticazioni dei prodot

 giochi e scommesse online

 edilizia e movimento terra

 smaltimento di rifiuti solidi urbani e speciali, con la complicità di imprenditori

 roduzione di energie alternative

 sanità pubblica e privata

immissioni di capitali in società commerciali.

Il riciclaggio di denaro sporco avviene nei settori immobiliare e delle attività turistiche e commerciali.

Rapporti con la Politica

Il rapporto tra la 'ndrangheta e la Politica rappresenta una costante dell'organizzazione.

Con la scomparsa dei partiti storici come DC e il PSI e la fine della Prima Repubblica, uomini della 'ndrangheta indirizzarono nel 1994 le proprie preferenze su Forza Italia, il partito fondato da Silvio Berlusconi.

Negli ultimi anni invece la presenza di 'ndranghetisti direttamente impegnati in politica è aumentata, rendendo difficile la distinzione tra le due figure, prova ne è anche l'alto numero di consigli comunali sciolti per infiltrazione mafiosa in Calabria.”

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Visita del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri presso la Compagnia Carabinieri di Taurianova

Nella giornata odierna 27 giugno 2016, il Generale di Corpo d’Armata Tullio DEL SETTE, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, presso la Compagnia Carabinieri di Taurianova (RC), fonte dal sito, ha voluto esprimere il proprio compiacimento a tutti i militari impegnati nell’importante operazione di polizia giudiziaria che ha condotto all’arresto del pericoloso latitante FAZZALARI Ernesto.

Il Generale DEL SETTE è stato ricevuto a Taurianova dal Generale di Corpo d’Armata Silvio GHISELLI, Comandante Interregionale Carabinieri “Culqualber”, dal Generale di Brigata Andrea RISPOLI, Comandante della Legione Carabinieri “Calabria”, e dal Comandante Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, Col. Lorenzo FALFERI.

L’Alto Ufficiale ha espresso il suo “vivo e sentito compiacimento” a militari del Reparto Operativo di Reggio Calabria per l’articolata attività investigativa che ha portato alla cattura del latitante nonché ai militari della Compagnia di Taurianova per il loro fattivo contributo ed alle componenti speciali dell’Arma, gli operatori del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria, per il grande apporto fornito nelle fasi esecutive dell’operazione della cattura. Uno sforzo sinergico  della componente territoriale con quella specialistica che ha consentito di ottenere un risultato storico.

Il Comandante Generale ha anche visitato le Stazioni Carabinieri di Molochio (RC), Oppido Mamertina (RC), Sant’Eufemia d’Aspromonte (RC), Bagnara Calabra (RC) e Scilla (RC) ed infine gli Uffici del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo di Reggio Calabria soffermandosi in particolare presso la III Sezione catturandi, principale protagonista del successo operativo”.

Domenico Salvatore

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Aggiornamento 3 luglio 2016

Il legale di fiducia di Ernesto Fazzalari, avvocato Antonino Napoli, precisa (ed in un certo senso smentisce) quanto scritto sulla posizione processuale del suo assistito:"Non è un ergastolano; non corrisponde a verità.". La Corte d'Appello di Reggio Calabria, ha sostituito la pena dell'ergastolo con quella della reclusione a 30 anni.

Le decisione è stata del Procuratore Generale in data14 maggio 2014.

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