La Bohème” di Giacomo Puccini, capolavoro indiscusso, nel tempo e nella storia, del melodramma in scena al Teatro “Politeama” di Catanzaro. Retrospettiva Applausi a scena aperta.

24.01.2017 14:53

24 gennaio 2017    14:57

Posted by Domenico Salvatore

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La Bohème” di Giacomo Puccini, in scena al Teatro “Politeama” di Catanzaro. Retrospettiva

 

di Maria Drosi

 

CATANZARO-Applausi a scena aperta. Tanti. Fragorosi. Ricorrenti. Estemporanei.

Che hanno dato colore, anima, senso, al, già immortale di suo, capolavoro indiscusso, nel tempo e nella storia, del melodramma.

La “scommessa” ha avuto buon fine. Ha ripetuto, con voce convinta ed emozionata, il sindaco Abramo, nel suo breve, concreto, succinto messaggio.

Di fronte, un parterre de roi, la presenza di un pubblico d’eccezione.

Sette lunghi anni di buio della Lirica, al Teatro “Politeama” di Catanzaro.

Oggi, il suo ritorno. In auge!    Premiati, la volontà e l’impegno. Premiato il “credo”.

Così, “La Bohème” ha consacrato trionfalmente se stessa, anche nel santuario di un Teatro, dove, ormai, l’Arte, che non ha tempo, domina, nel tempo, a largo respiro.

Egregia la concezione strutturale della regia; eccelsa l’interpretazione drammatica del cast.

In mescolanza scenica e musicale, al di sopra d’ogni possibile immaginazione.

Pensava, di certo, il Sommo della Lirica, nel comporre la partitura, di concedersi all’immortale sublimazione dei sentimenti.

Ma non ne immaginava, con la stessa certezza, la globalizzazione planetaria.

Termine modaiolo, nei nostri complicati giorni; parola , usata e abusata, confusa e contorta, nel contesto moderno.

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Eppure, “La Bohème”, al “Politeama” di Catanzaro, ha materializzato una full immersion della poliedricità globale.

 

Nella messa in opera, in concorso col reale, delle tecnologie multimediali avanzate, nel coinvolgimento di geografie differenti degli attori, nelle scelte , nel variegato mondo, dello staff.

Per volontà d’attualizzazione o per esigenze interpretative del copione, per estro creativo o per casualità. Poco importa e non importa saperlo. Ma così è.

Giusti i riferimenti. Il maestro collaboratore Soyeong Kim, accanto al direttore musicale di palcoscenico, Alessandro Praticò; gli accostamenti pregiati interattivi di una storica Parigi velata di malinconia e permeata di fascino, d’una volta.

Ed ancora, Bénédicte Roussenq Canavaggia (Mimì), Daniel Inh Lee (Marcello, il pittore), Anna Kozlova (Musetta).

In condivisione straordinaria con Tiziano Barontini  (Rodolfo,il poeta), Tiziano Tassi (Schaunard, il musicista), Oliviero Pari (Colline,il filosofo). E così, non ultimi, gli altri attori, presenti in palcoscenico: Daniele Muscolino (Alcindoro, consigliere di Stato), Davide Minoliti (Parpignol, venditore ambulante), Marcello Siclari (Sergente dei doganieri).

Così Lev Pugliese (regista) vicino al maestro concertatore e direttore, Carlo Palleschi , armonicamente in sintonia con Bruno Tirotta, maestro di coro.

Così, anche, per Damiano Pastoressa, responsabile degli allestimenti scenici, e Bruno Carletti, direttore di palcoscenico.

I visibili e i non visibili. Tutti importanti, tutti preziosi, in straordinaria complicità.

E i lontani e i vicini: il CIALM – Teatro Lirico Italiano e l’Orchestra del Teatro “Politeama”, in collaborazione con l’Orchestra del Teatro “Francesco Cilea” e il Coro Lirico “Francesco Cilea” di Reggio Calabria.

Tutto, espressione di armonia di raccordo musicale ineccepibile. Tutto, specularmente ispirato alle esigenze ed intransigenze di un Puccini vulcanico, raffinato, scapigliato, trasgressivo, idealista. Vero bohèmien. Nell’arte e nella vita.

E’ stato detto che “ La Bohème” è  “ l’opera della gioventù” ; è ripetuto che è l’opera – come cantano le aree – della “bella che d’inganni e d’utopia”, nella quale “si crede, si spera, e tutto bello appare”.

Alla quale, sopraggiungono e si sovrappongono, le crisi, le incrinature, gli amori finiti, gli amori ripresi, le gelosie, i tormenti del dubbio.

In una Parigi innevata, nei pressi di un boulevard affrescato soltanto di poche luci e di tante ombre, nella suggestione di uno scenario essenziale, da brivido, di struggente bellezza.

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Malinconie e desolazioni: taglienti il respiro, sfioranti l’angoscia.

Si snoda l’Opera, in chiaroscuri acquerellati, nel contrasto di  colori forti e audaci.

Fino al ritorno nella gelida soffitta, avvolta nel silenzio della notte. Mentre l’ultimo bagliore di candela consuma il dramma di supremo amore.

Portando via con sé, la maschera delle esaltazioni giovanili , del tempo effimero.

Dissolvendo certezze, cedendo difese alle emozioni profonde dell’anima, fintamente celate.

Le passioni di gioventù finite e la gioventù che finisce. In desolata solitudine.

 “Soli d’inverno è cosa da morire”.

 Dramma infinito.

Mimì, ne è simbolo e vittima. Mimì, “soave fanciulla”. Mimì, giovane, bella, sfortunata.

Mimì, dolce, appassionata, fragile. Mimì, passione senza speranza. In un capolavoro disperato.

Inondante fervore di vita  nella sensuale e scintillante Musetta, fedele compagna di scapestrata vita bohèmien.

Musetta passionale , capace di donare e di ricevere emozioni, leggera e granitica, dolce e sicura.

Accanto a Mimì, che chiude per sempre il suo album di vita.

Sulla partitura, in calce, al momento del trapasso di Mimì, Puccini annota:

“ …quando trovai quegli accordi scuri e lenti e li suonai al piano, venni preso da una tale commozione che dovetti alzarmi e in mezzo alla sala mi misi a piangere come un fanciullo.

Mi faceva l’effetto di aver visto morire la mia creatura”.

Ovazioni a scenario chiuso.

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E più chiamate plaudenti, per farlo riaprire. Il pubblico , ormai travolto dalle emozioni, rendeva il giusto trionfo al cast artistico,  e riconsegnava, col capolavoro di Giacomo Puccini, il sigillo della Lirica al Teatro “Politeama” di Catanzaro.

Sul luccichio degli occhi dei giovani, presenti numerosi sul loggione, sul sorriso , intriso di nostalgia, dei meno giovani, sulla soffusa tristezza di chi la gioventù ha lasciato al ricordo, si sono abbassate le luci.

Si sono spenti i riflettori  sulla scena, in sala, nei palchetti, nel foyer. E sulle atmosfere , create e suscitate da “La Bohème” .

Mentre fuori, uguale e sottile, la pioggia scivolava  sul selciato , e la neve ,sui monti , imbiancava la notte.

 

Maria Drosi

 

 

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