LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE - Feste pagane e feste religiose. IL RITO DELLA “PALMA” A BOVA (3^parte) (7. cont)

22.06.2016 11:31
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi   -  
Nelle tradizioni popolari ricorre spesso il canto della speranza, la speranza, cioè, che dopo la sventura, tutto possa ricominciare daccapo e sperare sempre in qualcosa di diverso e di meglio. La lettura del testamento spirituale di San Luca1 ci offre l’occasione per cogliere tanti aspetti sconosciuti o poco noti delle nostre tradizioni. Basti pensare all'uso di “inghirlandare di alloro i protiri delle chiese, delle case, delle chiese e dei quartieri”, come riferisce il santo vescovo bovese2.
Questa usanza, sul piano storico-folkloristico e religioso, riveste un'importanza notevole dal momento che non si ha notizia di abitudini di questo tipo, nel periodo bizantino, in nessuna delle regioni dell'impero. Non si trattava certamente di una festa civile, altrimenti non si comprenderebbe perché venivano adornati anche i protiri delle chiese. L'uso di queste feste è perciò molto antico e risale alle feste in onore di Apollo, alle cosiddette “Pyanèpsie”, quando i Greci appendevano davanti ai templi rami di ulivo o di alloro e strisce di lana rossa o bianca con frutta ed altre primizie.
O ancora alle cosiddette “Delfinie”, feste di primavera in onore di Apollo DeIfinio che erano celebrate in molte città quali Atene, Mileto, Massilia, Chio ecc.. Questo ultimo rito, dopo i giochi ginnici, prevedeva la processione di alcune fanciulle che si recavano al tempio del dio con ramoscelli d'ulivo avvolti in bende bianche.
Alcune usanze, tanto deprecate da San Luca3, vedi ad esempio l’uso di piangere i morti, di imbandire tavoli, di recitare antiche formule di scongiuro, ecc.., le ritroviamo ancora oggi a Bova. E le figure femminili, le cosiddette “pupazze” di ulivo che, alla fine del rituale delle Palme saranno smembrate per essere adoperate a fini augurali o contro il malocchio, è uno di questi usi.
Infatti, seguendo antiche usanze preistorico-mediterranee e pagane, la gente attribuiva, a questi piccoli arbusti consacrati, la facoltà di proteggere dalle insidie del male. Queste credenze hanno origini pagane e la chiesa, nei primi secoli della diffusione del Cristianesimo, non riuscì sempre ad estirparle. A volte, per sollecitare la conversione delle masse, si vide costretta a tollerarle, modificandole, però, in parte.
Con molta probabilità anche queste feste, che Luca deprecava, furono poi mutuate dalla chiesa bizantina e sfociarono nella festa delle “Palme”, periodo in cui in Calabria ormai si fa abbondantemente uso di fasci e rami di ulivo o di palme per recarsi in chiesa a benedirle.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
NEL SILENZIO DELLE FONTI
Su questa specifica usanza bovese però, inspiegabilmente, le fonti tacciono4. Non ne troviamo nota in nessuno degli autori bovesi e studiosi della grecità calabrese, come se ne avessero perso memoria, ma gli anziani di Bova ricordano benissimo che questo rituale della palma di ulivo, intessuta come figura umana, era già in uso almeno un secolo fa. Anzi essi rammentano quando la popolazione, nel periodo delle Palme, scendeva verso il paese portando decine e decine di “pupazze” intrecciate e lavorate, per essere poi benedette. Si era forse passato dall’uso di recare fasci di ulivo, assemblati sommariamente, alla creazione artistica di figure femminili? Non lo sappiamo con certezza. Certo è però che anche l’uso di recare rami di palma, nel tempo, si è trasformato nell’intreccio e nella lavorazione artistica vera e propria delle palme, realizzando panierini, croci, ventagli, ecc..
Non ne troviamo nelle omelie per la Domenica delle Palme di Filagato da Cerami (sec. XII) che nelle sue prediche introduceva elementi folcloristici locali, come afferma S. Caruso5.
Non ne ho trovato assolutamente traccia (cito fra gli altri) in P.P. Rodotà6, che pure tratta del rito delle Palme che, alla fine, venivano benedette secondo il “rito greco” celebrato in maniera particolarmente solenne; Non ne trovo nota nei testi di Angela Merianou7, nei Dialoghi greci di Calabria8 di Rossi Taibbi e Caracausi9, in A. Karanastasis, in Domenico Alagna10. Poche cose sono rintracciabili in Vincenzo Dorsa11 e in Luigi Borrello12 ( scrittore bovese, che pure a lungo si era soffermato sulle tradizioni religiose del suo paese), e nel dizionario di Ferdinando D’Andrea13 (da segnalare infine che le notizie riportate dal D’Andrea, oltre che scarse, sono poco affidabili, considerato il fatto che il testo è stato manomesso in tanta parte, ed in ogni caso sarebbero note riferibili all’ultimo secolo, cioè ad un periodo in cui si ha già notizia a memoria d’uomo di questa usanza).
Possibile che un rito così particolare ed unico fosse sfuggito a tutti gli studiosi di folclore locale laico e religioso?
a) Ma vediamo insieme qualche testimonianza. Leggiamo in Vincenzo Dorsa:
“Questo saluto alla bella stagione riapparisce in altra usanza nella festività delle Palme. La Chiesa adorna allora i suoi altari di rami di ulivo, e i devoti calabresi vi concorrono portandone anch’essi per averli benedetti, ma non minuti e semplici e nudi, quali spiccati dall’albero, sebbene grossi o ligati a fascio e ornati di nastri e di fiori, ai quali appendono pure offelle, fichi secchi, mele, aranci ed altro, come al loro majo i Toscani: rinnovano così il ramo di ulivo carico di frutti, la “eiresiòni”, che i Greci offrivano ad Apollo nelle Pianepsie14. “L’iresione” si sospendeva alle porte delle case, e toglievasi l’anno dopo, bruciandola per rinnovarla con l’altra della festa novella15. Lo stesso avviene de’ rami di ulivo benedetti in Calabria. La iresione era simbolo della primavera e dell’abbondanza…16».
Come si vede e come abbiamo già accennato – e come più in avanti nel testamento di San Luca avremo conferma – anche il Dorsa ritiene che questi riti pagani fossero dedicati ad Apollo e fossero da identificare con le cosiddette “Pyanèpsie”. Queste feste però si svolgevano in un periodo diverso dell’anno, perché il mese Pianepsione17, corrispondeva alla seconda metà di settembre e alla prima metà di ottobre.
b) Leggiamo cosa ci riferisce invece Luigi Borrello18, studioso bovese:
«Ogni paese di Calabria ha il suo “Calvario”, una collina o un rialto qualunque a poca distanza dall’abitato, con su piantate tre croci di legno. Lo vogliono invenzione del gesuita Gaspare Paraninfo, quindi residuo del bastardo seicento, ma probabilmente anche la sua origine si perde nel buio del
Medioevo. Oggi è la meta di processioni durante la settimana santa, e in Bova vi si recano, nella Domenica delle Palme, gli “Uffizianti”
19. Indossano un lungo camice, mozzetta color avana e buffa bianca e muovono, preceduti da un fratellone che porta una croce sulla quale stanno attaccati gli strumenti del martirio, in piccole proporzioni, e seguiti da una gran folla, che, a gruppi, canta le “’razioni” della Passione».
Il Borrello poi, continuando, ritiene che le odierne processioni al “Calvario” siano residui dei più antichi spettacoli medievali. Essi infatti ci ricordano le processioni che si facevano, specialmente nel XIII secolo, domenica delle Palme, fuori dalle mura della città20. Il giorno di Pasqua il rito si ripeteva - ma senza quell’area di tristezza che aveva caratterizzato i giorni precedenti - e chi non poteva recarsi al Calvario, vedendo passare gli “Uffizianti”, ripeteva nella lingua greca di Bova: “Pàsi na ma fèrusi tin calì Pascalìa (Vanno a portarci la buona Pasqua)”.
Come si vede, pur trattando della questione in buona parte della sua pubblicazione, egli non fa mai cenno (non sappiamo se volutamente o no) alla tradizione bovese delle “papazze”.
c) Dal volume del D’Andrea invece ricaviamo le seguenti informazioni:
“Papazza”, s.f. B. gargiunèddha, papazza, pupa. Es.: li panarèddhi di la papazza, B. ta carteddhùcia ti ppapazza. 2) palmario della Domenica delle Palme21.
“Parma”, s.f. 1) palma (pianta). 2) ramo di olivo portato in processione la domenica delle Palme22.
Come si noterà nel dizionario del D’Andrea alla voce “papazza” si riporta il significato di “palmario della Domenica delle Palme” senza alcuna altra spiegazione.
L’episodio delle figure femminili portate in processione è perciò confermato in epoca moderna. Ma nulla più ci è dato sapere sull’argomento per i tempi passati.
Con il discorso bisogna perciò andare abbastanza indietro nel tempo.
d) l’unica conferma o riferimento, infatti, possiamo ritrovarlo nelle Omelie di San Luca, vescovo di Bova23.
La I^ omelia è interamente dedicata al periodo della Quaresima, ma non troviamo traccia di alcuna usanza particolare se non qualche riferimento alla vita smodata della gente che si perdeva in sollazzi, ubriachezze e sregolatezze. Diverso e più interessante è il riferimento ad antiche usanze pagane e greche, da lui combattute, che ritroviamo invece nella V^ omelia in cui Luca dichiara, riferendosi ai Bovesi: [la mia gola si è logorata proprio nel mio continuo affannarmi a lottare contro i costumi dei Greci e dei figli di Agar…];
Ed ancora:
[e che dire di altri usi? l’incoronare di alloro i protiri delle case, delle chiese e dei quartieri; l’inghirlandarsi cinti di spada anche davanti alle porte di casa, e aspergersi di sementi diverse così come usavano i Greci?].
 
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1 Le Omelie di San Luca sono state pubblicate in P. Joannou, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, <>, 29 (1960), pp.175-237. La V^ Omelia, quella relativa alle tradizioni pagane dei bovesi, è stata da me avviata ad un primo commento nel testo di tradizioni greco calabre ( F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001). Un interessante commento di alcune parti di questa Omelia si trova in PERTUSI A., Sopravvivenze pagane e pietà religiosa nella società bizantina dell'Italia meridionale, in <>, Casa del Libro, Reggio C., 1983, pp.17-46 (le pagine relative a San Luca vanno da 32 a 46). Si veda pure P. CASILE, op.cit.
2 P. Joannou, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, <>, 29 (1960), pp.175-237
3 Per tutto questo si veda: F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001.
4 E ciò è proprio un motivo in più per parlarne e per sviluppare quanto possibile l’argomento.
5 S. CARUSO, Le tre omelie inedite “Per la Domenica delle Palme” di Filagato da Cerami (LI, LII, LIII Rossi-Taibbi), in “Epeteris tes Hetaireias Byzantinon Spoudon”, 41, 1974, pp. 109-127
6 P.P. RODOTÀ, Dell’origine, progresso, e stato presente del rito greco in Italia, I, Roma, 1758, p. 404
7 ANZEL MERGIANOU, Taxideondas sta Ellinòfona xorià tin Kato Italìas, Akritas, N. Smirni, Athina, 1980; eadem, Laogràfica ton Ellìnon tis Kato Italìas, I.T.B. Kardamitza, Atene, 1989
8 AA.VV, Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988
9 ROSSI TAIBBI-CARACAUSI, Testi Neogreci di Calabria, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neogreci, Palermo,1959
10 D. ALAGNA, Bova Città del Regno di Napoli nella Calabria Ulteriore (1775), Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro, Delianuova (RC), 2005
11 V. DORSA, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria Citeriore, Forni ed., Sala Bolognese, 1983.
12 L. BORRELLO, Le laude di Calabria e gli “Uffizianti” di Bova, Napoli, Tip. C. Taranto, 1899; idem, Reliquie del Dramma Sacro in Calabria, Napoli, Pierro editore, 1899
13 F. D’ANDREA, Vocabolario Greco-Calabro-Italiano della Bovesia, Iiriti editore, Reggio Calabria, 2003
14 PLUTARCO, Vita di Teseo, c.22
15 PAUSANIA, VI, c.20; ATENEO, XX; ARISTOFANE, Pluto, v.1055
16 V. DORSA, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria Citeriore, Forni ed., Sala Bolognese, 1983, p. 45.
17 Pianèpsie: feste in onore di Atena e di Apollo, per ringraziarli dei frutti dell'estate e dell'incipiente autunno. Queste feste si celebravano nel mese Pianepsione che corrispondeva alla seconda metà di settembre e alla prima metà di ottobre.
18 L. BORRELLO, Reliquie del Dramma sacro in Calabria, Pierro, Napoli, 1899, p. 31
19 Appartenevano alla Confraternita di San Leo
20 D’ANCONA, Origine del Teatro italiano, Torino, Loescher, 1891, vol. I, p.28
21 F. D’ANDREA, op.cit., p. 486
22 Soltanto a titolo di curiosità ricavo dalla stessa voce un proverbio che a prima vista avrebbe potuto sembrare di avere qualche riferimento con il nostro argomento, ma non credo: jornu di li parmi, si vestinu li maddammi, jornu di li nguti, si vestinu li cornuti (giorno delle Palme vengono vestite le Maddamme, giorno delle aggute, si vestono i cornuti)
23 Le Omelie di San Luca sono state pubblicate in P. JOANNOU, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, <>, 29 (1960), pp.175-237
3IL RITO DELLA “PALMA” A BOVA
Nelle tradizioni popolari ricorre spesso il canto della speranza, la speranza, cioè, che dopo la sventura, tutto possa ricominciare daccapo e sperare sempre in qualcosa di diverso e di meglio. La lettura del testamento spirituale di San Luca1 ci offre l’occasione per cogliere tanti aspetti sconosciuti o poco noti delle nostre tradizioni. Basti pensare all'uso di “inghirlandare di alloro i protiri delle chiese, delle case, delle chiese e dei quartieri”, come riferisce il santo vescovo bovese2.
Questa usanza, sul piano storico-folkloristico e religioso, riveste un'importanza notevole dal momento che non si ha notizia di abitudini di questo tipo, nel periodo bizantino, in nessuna delle regioni dell'impero. Non si trattava certamente di una festa civile, altrimenti non si comprenderebbe perché venivano adornati anche i protiri delle chiese. L'uso di queste feste è perciò molto antico e risale alle feste in onore di Apollo, alle cosiddette “Pyanèpsie”, quando i Greci appendevano davanti ai templi rami di ulivo o di alloro e strisce di lana rossa o bianca con frutta ed altre primizie.
O ancora alle cosiddette “Delfinie”, feste di primavera in onore di Apollo DeIfinio che erano celebrate in molte città quali Atene, Mileto, Massilia, Chio ecc.. Questo ultimo rito, dopo i giochi ginnici, prevedeva la processione di alcune fanciulle che si recavano al tempio del dio con ramoscelli d'ulivo avvolti in bende bianche.
Alcune usanze, tanto deprecate da San Luca3, vedi ad esempio l’uso di piangere i morti, di imbandire tavoli, di recitare antiche formule di scongiuro, ecc.., le ritroviamo ancora oggi a Bova. E le figure femminili, le cosiddette “pupazze” di ulivo che, alla fine del rituale delle Palme saranno smembrate per essere adoperate a fini augurali o contro il malocchio, è uno di questi usi.
Infatti, seguendo antiche usanze preistorico-mediterranee e pagane, la gente attribuiva, a questi piccoli arbusti consacrati, la facoltà di proteggere dalle insidie del male. Queste credenze hanno origini pagane e la chiesa, nei primi secoli della diffusione del Cristianesimo, non riuscì sempre ad estirparle. A volte, per sollecitare la conversione delle masse, si vide costretta a tollerarle, modificandole, però, in parte.
Con molta probabilità anche queste feste, che Luca deprecava, furono poi mutuate dalla chiesa bizantina e sfociarono nella festa delle “Palme”, periodo in cui in Calabria ormai si fa abbondantemente uso di fasci e rami di ulivo o di palme per recarsi in chiesa a benedirle.
NEL SILENZIO DELLE FONTI
Su questa specifica usanza bovese però, inspiegabilmente, le fonti tacciono4. Non ne troviamo nota in nessuno degli autori bovesi e studiosi della grecità calabrese, come se ne avessero perso memoria, ma gli anziani di Bova ricordano benissimo che questo rituale della palma di ulivo, intessuta come figura umana, era già in uso almeno un secolo fa. Anzi essi rammentano quando la popolazione, nel periodo delle Palme, scendeva verso il paese portando decine e decine di “pupazze” intrecciate e lavorate, per essere poi benedette. Si era forse passato dall’uso di recare fasci di ulivo, assemblati sommariamente, alla creazione artistica di figure femminili? Non lo sappiamo con certezza. Certo è però che anche l’uso di recare rami di palma, nel tempo, si è trasformato nell’intreccio e nella lavorazione artistica vera e propria delle palme, realizzando panierini, croci, ventagli, ecc..
1 Le Omelie di San Luca sono state pubblicate in P. Joannou, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, <>, 29 (1960), pp.175-237. La V^ Omelia, quella relativa alle tradizioni pagane dei bovesi, è stata da me avviata ad un primo commento nel testo di tradizioni greco calabre ( F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001). Un interessante commento di alcune parti di questa Omelia si trova in PERTUSI A., Sopravvivenze pagane e pietà religiosa nella società bizantina dell'Italia meridionale, in <>, Casa del Libro, Reggio C., 1983, pp.17-46 (le pagine relative a San Luca vanno da 32 a 46). Si veda pure P. CASILE, op.cit.
2 P. Joannou, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, <>, 29 (1960), pp.175-237
3 Per tutto questo si veda: F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001.
4 E ciò è proprio un motivo in più per parlarne e per sviluppare quanto possibile l’argomento.
1
Non ne troviamo nelle omelie per la Domenica delle Palme di Filagato da Cerami (sec. XII) che nelle sue prediche introduceva elementi folcloristici locali, come afferma S. Caruso5.
Non ne ho trovato assolutamente traccia (cito fra gli altri) in P.P. Rodotà6, che pure tratta del rito delle Palme che, alla fine, venivano benedette secondo il “rito greco” celebrato in maniera particolarmente solenne; Non ne trovo nota nei testi di Angela Merianou7, nei Dialoghi greci di Calabria8 di Rossi Taibbi e Caracausi9, in A. Karanastasis, in Domenico Alagna10. Poche cose sono rintracciabili in Vincenzo Dorsa11 e in Luigi Borrello12 ( scrittore bovese, che pure a lungo si era soffermato sulle tradizioni religiose del suo paese), e nel dizionario di Ferdinando D’Andrea13 (da segnalare infine che le notizie riportate dal D’Andrea, oltre che scarse, sono poco affidabili, considerato il fatto che il testo è stato manomesso in tanta parte, ed in ogni caso sarebbero note riferibili all’ultimo secolo, cioè ad un periodo in cui si ha già notizia a memoria d’uomo di questa usanza).
Possibile che un rito così particolare ed unico fosse sfuggito a tutti gli studiosi di folclore locale laico e religioso?
a) Ma vediamo insieme qualche testimonianza. Leggiamo in Vincenzo Dorsa:
“Questo saluto alla bella stagione riapparisce in altra usanza nella festività delle Palme. La Chiesa adorna allora i suoi altari di rami di ulivo, e i devoti calabresi vi concorrono portandone anch’essi per averli benedetti, ma non minuti e semplici e nudi, quali spiccati dall’albero, sebbene grossi o ligati a fascio e ornati di nastri e di fiori, ai quali appendono pure offelle, fichi secchi, mele, aranci ed altro, come al loro majo i Toscani: rinnovano così il ramo di ulivo carico di frutti, la “eiresiòni”, che i Greci offrivano ad Apollo nelle Pianepsie14. “L’iresione” si sospendeva alle porte delle case, e toglievasi l’anno dopo, bruciandola per rinnovarla con l’altra della festa novella15. Lo stesso avviene de’ rami di ulivo benedetti in Calabria. La iresione era simbolo della primavera e dell’abbondanza…16».
Come si vede e come abbiamo già accennato – e come più in avanti nel testamento di San Luca avremo conferma – anche il Dorsa ritiene che questi riti pagani fossero dedicati ad Apollo e fossero da identificare con le cosiddette “Pyanèpsie”. Queste feste però si svolgevano in un periodo diverso dell’anno, perché il mese Pianepsione17, corrispondeva alla seconda metà di settembre e alla prima metà di ottobre.
b) Leggiamo cosa ci riferisce invece Luigi Borrello18, studioso bovese:
«Ogni paese di Calabria ha il suo “Calvario”, una collina o un rialto qualunque a poca distanza dall’abitato, con su piantate tre croci di legno. Lo vogliono invenzione del gesuita Gaspare Paraninfo, quindi residuo del bastardo seicento, ma probabilmente anche la sua origine si perde nel buio del
5 S. CARUSO, Le tre omelie inedite “Per la Domenica delle Palme” di Filagato da Cerami (LI, LII, LIII Rossi-Taibbi), in “Epeteris tes Hetaireias Byzantinon Spoudon”, 41, 1974, pp. 109-127
6 P.P. RODOTÀ, Dell’origine, progresso, e stato presente del rito greco in Italia, I, Roma, 1758, p. 404
7 ANZEL MERGIANOU, Taxideondas sta Ellinòfona xorià tin Kato Italìas, Akritas, N. Smirni, Athina, 1980; eadem, Laogràfica ton Ellìnon tis Kato Italìas, I.T.B. Kardamitza, Atene, 1989
8 AA.VV, Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988
9 ROSSI TAIBBI-CARACAUSI, Testi Neogreci di Calabria, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neogreci, Palermo,1959
10 D. ALAGNA, Bova Città del Regno di Napoli nella Calabria Ulteriore (1775), Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro, Delianuova (RC), 2005
11 V. DORSA, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria Citeriore, Forni ed., Sala Bolognese, 1983.
12 L. BORRELLO, Le laude di Calabria e gli “Uffizianti” di Bova, Napoli, Tip. C. Taranto, 1899; idem, Reliquie del Dramma Sacro in Calabria, Napoli, Pierro editore, 1899
13 F. D’ANDREA, Vocabolario Greco-Calabro-Italiano della Bovesia, Iiriti editore, Reggio Calabria, 2003
14 PLUTARCO, Vita di Teseo, c.22
15 PAUSANIA, VI, c.20; ATENEO, XX; ARISTOFANE, Pluto, v.1055
16 V. DORSA, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria Citeriore, Forni ed., Sala Bolognese, 1983, p. 45.
17 Pianèpsie: feste in onore di Atena e di Apollo, per ringraziarli dei frutti dell'estate e dell'incipiente autunno. Queste feste si celebravano nel mese Pianepsione che corrispondeva alla seconda metà di settembre e alla prima metà di ottobre.
18 L. BORRELLO, Reliquie del Dramma sacro in Calabria, Pierro, Napoli, 1899, p. 31
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Medioevo. Oggi è la meta di processioni durante la settimana santa, e in Bova vi si recano, nella Domenica delle Palme, gli “Uffizianti”
19. Indossano un lungo camice, mozzetta color avana e buffa bianca e muovono, preceduti da un fratellone che porta una croce sulla quale stanno attaccati gli strumenti del martirio, in piccole proporzioni, e seguiti da una gran folla, che, a gruppi, canta le “’razioni” della Passione».
Il Borrello poi, continuando, ritiene che le odierne processioni al “Calvario” siano residui dei più antichi spettacoli medievali. Essi infatti ci ricordano le processioni che si facevano, specialmente nel XIII secolo, domenica delle Palme, fuori dalle mura della città20. Il giorno di Pasqua il rito si ripeteva - ma senza quell’area di tristezza che aveva caratterizzato i giorni precedenti - e chi non poteva recarsi al Calvario, vedendo passare gli “Uffizianti”, ripeteva nella lingua greca di Bova: “Pàsi na ma fèrusi tin calì Pascalìa (Vanno a portarci la buona Pasqua)”.
Come si vede, pur trattando della questione in buona parte della sua pubblicazione, egli non fa mai cenno (non sappiamo se volutamente o no) alla tradizione bovese delle “papazze”.
c) Dal volume del D’Andrea invece ricaviamo le seguenti informazioni:
“Papazza”, s.f. B. gargiunèddha, papazza, pupa. Es.: li panarèddhi di la papazza, B. ta carteddhùcia ti ppapazza. 2) palmario della Domenica delle Palme21.
“Parma”, s.f. 1) palma (pianta). 2) ramo di olivo portato in processione la domenica delle Palme22.
Come si noterà nel dizionario del D’Andrea alla voce “papazza” si riporta il significato di “palmario della Domenica delle Palme” senza alcuna altra spiegazione.
L’episodio delle figure femminili portate in processione è perciò confermato in epoca moderna. Ma nulla più ci è dato sapere sull’argomento per i tempi passati.
Con il discorso bisogna perciò andare abbastanza indietro nel tempo.
d) l’unica conferma o riferimento, infatti, possiamo ritrovarlo nelle Omelie di San Luca, vescovo di Bova23.
La I^ omelia è interamente dedicata al periodo della Quaresima, ma non troviamo traccia di alcuna usanza particolare se non qualche riferimento alla vita smodata della gente che si perdeva in sollazzi, ubriachezze e sregolatezze. Diverso e più interessante è il riferimento ad antiche usanze pagane e greche, da lui combattute, che ritroviamo invece nella V^ omelia in cui Luca dichiara, riferendosi ai Bovesi: [la mia gola si è logorata proprio nel mio continuo affannarmi a lottare contro i costumi dei Greci e dei figli di Agar…];
Ed ancora:
[e che dire di altri usi? l’incoronare di alloro i protiri delle case, delle chiese e dei quartieri; l’inghirlandarsi cinti di spada anche davanti alle porte di casa, e aspergersi di sementi diverse così come usavano i Greci?].
19 Appartenevano alla Confraternita di San Leo
20 D’ANCONA, Origine del Teatro italiano, Torino, Loescher, 1891, vol. I, p.28
21 F. D’ANDREA, op.cit., p. 486
22 Soltanto a titolo di curiosità ricavo dalla stessa voce un proverbio che a prima vista avrebbe potuto sembrare di avere qualche riferimento con il nostro argomento, ma non credo: jornu di li parmi, si vestinu li maddammi, jornu di li nguti, si vestinu li cornuti (giorno delle Palme vengono vestite le Maddamme, giorno delle aggute, si vestono i cornuti)
23 Le Omelie di San Luca sono state pubblicate in P. JOANNOU, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, <>, 29 (1960), pp.175-237
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