TRADIZIONI RELIGIOSE LEGATE A SOPRAVVIVENZE PAGANE ANTICHE E MEDIEVALI (parte 3^) (13. cont). IL MALOCCHIO (O Artammò)

02.07.2016 09:39
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi  -  
E se è bello il figlio della civetta, figuriamoci se le altre mamme non sentono il bisogno di salvaguardare i propri figli, che certo più brutti del figlio della civetta non sono, davanti ad uno “jettatore”. Appare perciò evidente che, essendo l'invidia una cattiva pianta che alligna in ogni dove, in ogni ceto sociale e quindi strumento di notevole diffusione, si rende d'obbligo "guardarsi" dal malocchio. Per cui la prima regola è quella di “accettare” alcuni simboli culturalmente imposti, nella ipotesi di poter così allontanare quegli eventi che sfuggono alla prevedibilità della ragione. V’è perciò la necessità assoluta di prevenire l’evento, tenendolo lontano o controllandolo attraverso alcuni rituali quali:
………….
 piantare davanti casa, per terra o in un vaso, la pianta dell' aloe, l’ aeizon, la sempre viva, la pianta contro il malocchio;
 appendere un bel paio di corna di capra o di altro animale sulla soglia della porta, magari con un bel fiocco di stoffa rossa;
 appendere un ferro di cavallo in una parete della casa;
 recitare formule di scongiuro;
 toccare un pezzo di ferro o affidarsi al classico gesto delle corna o, meglio ancora, alla più compensativa anche se imbarazzante, "toccatìna"; soprattutto nei rapporti quotidiani e, durante determinati incontri;
 guardarsi dalle persone che sono unanimemente riconosciute come dotate di malocchio;
 tornare indietro quando attraversa la strada un gatto nero;
 non ostentare le proprie “ricchezze”, ecc..
……….
Ma da chi bisognava guardarsi? Intanto da quelli riconosciuti universalmente come jettatori. In particolare venivano giudicate maggiormente temibili le donne gobbe ( gli uomini gobbi invece erano portatori di fortuna) e le donne dagli occhi "gazzi", cioè sottili e penetranti in grado quasi di osservare, invidiare e quindi portare il malocchio alle cose altrui.
I più soggetti al malocchio erano naturalmente i bambini perché incapaci di "difendersi". Bisognava perciò munirli di qualche filatterio (amuleto) che li difendesse: un santino appeso, una bustina con sale, un nastro rosso, un cornetto rosso, ecc..
I sintomi del malocchio erano ben evidenti: affari che andavano male, mal di testa, sbadigli continui, dolori ripetuti e tutto ciò a cui si era incapaci di dare una spiegazione logica. La cura migliore non era certamente il medico, ma una donna esperta e capace di togliere il malocchio. E spesso non bastava nemmeno una sola donna, bisognava fare ricorso all'intervento di tre momenti diversi di "sdokkiatìna", con tre donne diverse.
Una interminabile serie di sbadigli, pratiche rituali, segni di croce su un piatto con acqua e olio, preghiere ed esorcismi, recitati sottovoce e in maniera incomprensibile. Una commistione incredibile insomma tra mondo pagano e mondo cristiano nel tentativo di allontanare il malocchio, soprattutto attraverso la "sfumicatura" (to cànnima - To Kànnima). Molte erano le pratiche adoperate, ma qui ne ricorderemo alcune presenti nelle nostre zone con le relative formule. Il "dokkiàto", per sdocchiarsi (na ton cànni), si recava da una donna - a volte presente nella sua stessa famiglia - e chiedeva di essere sdocchiato dicendo:
………….
Mu efèrasi to artammò!
Mi hanno fatto (portato) il malocchio!
……………..
La donna iniziava subito le pratiche della “sdokkiatìna” che ella aveva, nel corso di tanti anni di esperienza, tesaurizzato, e che l’avevano perciò resa rispettabile agli occhi del popolino. Ed una delle pratiche più in voga era quella delle foglie di olivo benedetto:
………..
I jinèka èchi na piài ena surèo ce na vali càrvuna, fìddha azze alèa avvroghimèni ce ala. An to ala espàreggue ecìno ito portammèno; an to ala den espàreggue, den iche tìpote.
An ito portammèno i jinèka èleghe: na tu guàlusi ta lùkkia pìnon eportàmmie!
…………
La donna doveva prendere un tegolo (riscaldato) e mettere su di esso carbone, foglie di ulivo benedetto e sale. Se il sale scoppiettava, l'uomo era “docchiato”;
se il sale non scoppiettava, non c'era nulla.
Se era docchiato la donna diceva: che possano cavare gli occhi a chi ha docchiato!
………….
Non sempre però tutto questo era sufficiente per cui, a mali estremi, estremi rimedi. E il rimedio estremo era rappresentato dal “chamoròpi”, un tronco di quercia diviso in due per buona parte della sua lunghezza, e poi piantato per terra a forma di V capovolta. I tegoli riscaldati a questo punto erano due e venivano messi alle estremità del tronco d’albero sotto cui veniva fatto passare il “docchiato” per essere liberato dal malocchio.
La “fascinazione” (il malocchio) e tutto il suo rituale era da sempre demandato ad una donna che, a seconda dei casi, appariva nella veste di fascinatrice oppure capace di officiare il rituale misterico, esorcizzando coloro i quali si ritenevano “dokkiati”. Un vecchio canto grecanico ben definisce questo ruolo della donna:
……….
Pùcciati stin pòrtasu èrizza to lùkkio,
òla ta passemmèna ta addismònia.
I ùmbra i dikìsu m’èpiae àndo lùkkio,
c’egò esuperèzza òla ta demònia.
Ma sìrma pu su mu èpiae to lùkkio,
den cànni jà ‘mma plène i cirimònia.
M’èdese jà panda esù me tùndo lùkkio,
jà na scattèzun òla ta demònia.
……………
Dacchè gettai l’occhio alla tua porta
Ho dimenticato tutte le cose passate.
L’ombra tua mi ha preso per l’occhio
Ed io superai tutti i demoni (rivali).
Ma tosto che mi hai preso l’occhio
Non fanno più per noi le cerimonie.
Mi legasti per sempre tu con codesto occhio
Perché schiattino tutti i demoni.
………………
Era quindi importante cercare di non "dare all'occhio", dimostrare cioè di non avere nulla che potesse essere oggetto di attenzioni particolari. La povertà - pur essendo presente nella quasi totalità della popolazione - era perciò quasi ostentata, altrimenti, come si diceva a Chorìo di Roghudi:
I christianì ma portammìzu La gente ci fa il malocchio
Naturalmente poteva capitare di docchiare anche senza volerlo spesso meravigliandosi dell'abbondanza di qualcosa, della particolare bellezza di un bimbo, di un bene oggetto di desiderio, ecc.. Era allora la stessa persona, che involontariamente stava per portare il malocchio, che ripeteva la formula augurale contro il malocchio:
……….
Kàtha portammìa chàmme na chathì!
Ogni malocchio si perda per terra!
………..
Fora malòkkiu, fora malòkkiu!
Via il malocchio, via il malocchioIL MALOCCHIO (O Artammò)
E se è bello il figlio della civetta, figuriamoci se le altre mamme non sentono il bisogno di salvaguardare i propri figli, che certo più brutti del figlio della civetta non sono, davanti ad uno “jettatore”. Appare perciò evidente che, essendo l'invidia una cattiva pianta che alligna in ogni dove, in ogni ceto sociale e quindi strumento di notevole diffusione, si rende d'obbligo "guardarsi" dal malocchio. Per cui la prima regola è quella di “accettare” alcuni simboli culturalmente imposti, nella ipotesi di poter così allontanare quegli eventi che sfuggono alla prevedibilità della ragione. V’è perciò la necessità assoluta di prevenire l’evento, tenendolo lontano o controllandolo attraverso alcuni rituali quali:
………….
 piantare davanti casa, per terra o in un vaso, la pianta dell' aloe, l’ aeizon, la sempre viva, la pianta contro il malocchio;
 appendere un bel paio di corna di capra o di altro animale sulla soglia della porta, magari con un bel fiocco di stoffa rossa;
 appendere un ferro di cavallo in una parete della casa;
 recitare formule di scongiuro;
 toccare un pezzo di ferro o affidarsi al classico gesto delle corna o, meglio ancora, alla più compensativa anche se imbarazzante, "toccatìna"; soprattutto nei rapporti quotidiani e, durante determinati incontri;
 guardarsi dalle persone che sono unanimemente riconosciute come dotate di malocchio;
 tornare indietro quando attraversa la strada un gatto nero;
 non ostentare le proprie “ricchezze”, ecc..
……….
Ma da chi bisognava guardarsi? Intanto da quelli riconosciuti universalmente come jettatori. In particolare venivano giudicate maggiormente temibili le donne gobbe ( gli uomini gobbi invece erano portatori di fortuna) e le donne dagli occhi "gazzi", cioè sottili e penetranti in grado quasi di osservare, invidiare e quindi portare il malocchio alle cose altrui.
I più soggetti al malocchio erano naturalmente i bambini perché incapaci di "difendersi". Bisognava perciò munirli di qualche filatterio (amuleto) che li difendesse: un santino appeso, una bustina con sale, un nastro rosso, un cornetto rosso, ecc..
I sintomi del malocchio erano ben evidenti: affari che andavano male, mal di testa, sbadigli continui, dolori ripetuti e tutto ciò a cui si era incapaci di dare una spiegazione logica. La cura migliore non era certamente il medico, ma una donna esperta e capace di togliere il malocchio. E spesso non bastava nemmeno una sola donna, bisognava fare ricorso all'intervento di tre momenti diversi di "sdokkiatìna", con tre donne diverse.
Una interminabile serie di sbadigli, pratiche rituali, segni di croce su un piatto con acqua e olio, preghiere ed esorcismi, recitati sottovoce e in maniera incomprensibile. Una commistione incredibile insomma tra mondo pagano e mondo cristiano nel tentativo di allontanare il malocchio, soprattutto attraverso la "sfumicatura" (to cànnima - To Kànnima). Molte erano le pratiche adoperate, ma qui ne ricorderemo alcune presenti nelle nostre zone con le relative formule. Il "dokkiàto", per sdocchiarsi (na ton cànni), si recava da una donna - a volte presente nella sua stessa famiglia - e chiedeva di essere sdocchiato dicendo:
………….
Mu efèrasi to artammò!
Mi hanno fatto (portato) il malocchio!
……………..
La donna iniziava subito le pratiche della “sdokkiatìna” che ella aveva, nel corso di tanti anni di esperienza, tesaurizzato, e che l’avevano perciò resa rispettabile agli occhi del popolino. Ed una delle pratiche più in voga era quella delle foglie di olivo benedetto:
………..
I jinèka èchi na piài ena surèo ce na vali càrvuna, fìddha azze alèa avvroghimèni ce ala. An to ala espàreggue ecìno ito portammèno; an to ala den espàreggue, den iche tìpote.
An ito portammèno i jinèka èleghe: na tu guàlusi ta lùkkia pìnon eportàmmie!
…………
La donna doveva prendere un tegolo (riscaldato) e mettere su di esso carbone, foglie di ulivo benedetto e sale. Se il sale scoppiettava, l'uomo era “docchiato”;
se il sale non scoppiettava, non c'era nulla.
Se era docchiato la donna diceva: che possano cavare gli occhi a chi ha docchiato!
………….
Non sempre però tutto questo era sufficiente per cui, a mali estremi, estremi rimedi. E il rimedio estremo era rappresentato dal “chamoròpi”, un tronco di quercia diviso in due per buona parte della sua lunghezza, e poi piantato per terra a forma di V capovolta. I tegoli riscaldati a questo punto erano due e venivano messi alle estremità del tronco d’albero sotto cui veniva fatto passare il “docchiato” per essere liberato dal malocchio.
La “fascinazione” (il malocchio) e tutto il suo rituale era da sempre demandato ad una donna che, a seconda dei casi, appariva nella veste di fascinatrice oppure capace di officiare il rituale misterico, esorcizzando coloro i quali si ritenevano “dokkiati”. Un vecchio canto grecanico ben definisce questo ruolo della donna:
……….
Pùcciati stin pòrtasu èrizza to lùkkio,
òla ta passemmèna ta addismònia.
I ùmbra i dikìsu m’èpiae àndo lùkkio,
c’egò esuperèzza òla ta demònia.
Ma sìrma pu su mu èpiae to lùkkio,
den cànni jà ‘mma plène i cirimònia.
M’èdese jà panda esù me tùndo lùkkio,
jà na scattèzun òla ta demònia.
……………
Dacchè gettai l’occhio alla tua porta
Ho dimenticato tutte le cose passate.
L’ombra tua mi ha preso per l’occhio
Ed io superai tutti i demoni (rivali).
Ma tosto che mi hai preso l’occhio
Non fanno più per noi le cerimonie.
Mi legasti per sempre tu con codesto occhio
Perché schiattino tutti i demoni.
………………
Era quindi importante cercare di non "dare all'occhio", dimostrare cioè di non avere nulla che potesse essere oggetto di attenzioni particolari. La povertà - pur essendo presente nella quasi totalità della popolazione - era perciò quasi ostentata, altrimenti, come si diceva a Chorìo di Roghudi:
I christianì ma portammìzu La gente ci fa il malocchio
Naturalmente poteva capitare di docchiare anche senza volerlo spesso meravigliandosi dell'abbondanza di qualcosa, della particolare bellezza di un bimbo, di un bene oggetto di desiderio, ecc.. Era allora la stessa persona, che involontariamente stava per portare il malocchio, che ripeteva la formula augurale contro il malocchio:
……….
Kàtha portammìa chàmme na chathì!
Ogni malocchio si perda per terra!
………..
Fora malòkkiu, fora malòkkiu!
Via il malocchio, via il malocchio

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