IL LUNGO ROSARIO DI VOCI ININTERROTTE. LE ALTRE VOCI: ANTONIO NUCERA, DOMENICA NUCERA.

23.05.2016 21:53
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
Votate acrimoniosamente all'oblio più completo dalle torsioni della storia che mai si piega verso il quotidiano discorrere della gente della Bovesìa, sono le tante voci che si levano oggi, con speranza e con rabbia a volte, dalle sofferenti reliquie della Calabria greca. Sono i tanti poeti di Roghudi, di Chorìo di Roghudi, di Gallicianò, di Bova. Quelli poi relegati nei nuovi confini grecanici che sono stati disegnati dall'inclemenza della natura o da un'emigrazione forzata, e che si allungano oggi fino ai paesi costieri: Bova Marina, Melito di Porto Salvo, Reggio Calabria, il Nord, ecc..
Ma basterebbero questi nomi a disegnare il tracciato umano della poetica grecanica? Essi non sono che pochi nomi tra i tanti qui non compresi o sconosciuti. Molti di essi non ci sono più, molti sono scesi a valle senza però rinunciare al loro bagaglio di cultura e di umanità. C'è un filo unitario che accompagna e lega queste voci, mai querule, mai arroganti, mai supplici. Ci sono a volte rimpianti evocativi su cui si apre la memoria storica che li accompagna, ma è il rimpianto per i valori positivi insiti nella cultura grecanica, sequestrata ormai dall'impianto più vasto di una cultura egemone. Ci sono i tanti che hanno modulato i loro sentimenti sul fosco calvario della loro fatica con euritmici versi, non consumati quest'ultimi dal sole e dal dolore, anche se nati tra le plaghe di una terra in cui la gente ha dovuto ingoiare aria per far bastare il pane. Tutte queste voci la speranza e l'augurio di una tradizione mai interrotta, storie personali e storie collettive, prive di strumenti stilistici, che non consentono voli all'immaginazione e alla fantasia; monologhi apparentemente affannosi che descrivono il futuro come forma del presente, quando non ancora più beffardo e caliginoso dello stesso passato. Quante sono le voci che ancora concorrono a disegnare un panorama ormai lontano da quella civiltà bizantina o da quella magnogreca? E quante sono vicine a quelle civiltà? I focolai "d'infezione" sono tanti nella poesia corporale grecanica, ma i suoi cantori non accettano né avvertono i soliti luoghi comuni che vorrebbero la loro cultura sempre più relegata negli angusti termini del provincialismo. I giovani e i meno giovani, i vunitani, i vutani, i gallicianoti, i roghudioti non rinunciano alla loro identità. Nella coscienza di tutti questi, giovani e meno giovani, le loro tradizioni e i loro paesi non sono morti, né hanno reciso i legami con un passato che ha sapori di civiltà, e che solo la povertà e la miseria dell'animo umano ha cercato di relegare nella terra arida dei nati senza storia. Termino questa breve introduzione con la domanda provocatoria che si era fatta Eugenio Montale nel discorso tenuto all’Accademia di Svezia il 12 dicembre 1975. La domanda era se fosse ancora possibile la poesia, e, dopo la risposta affermativa, il Montale aggiunse: “Se s’intende per poesia la cosiddetta bellettristica è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culminante, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia”.
LE ALTRE VOCI
ANTONIO NUCERA, DOMENICA NUCERA.
Fra le tante iniziative poetiche di cui potremmo parlare, assumono grande significato i versi dei poeti gallicianoti che ci offrono un mondo nitido e preciso, tratteggiato con molta perizia, senza enfasi e senza retorica, quadretti che riescono sempre convincenti, e che talora commuovono. E’ un piccolo mondo contemplato nella sua inconfondibile fisionomia, ma pur sempre ritrovato nella dimensione della memoria: la memoria, bisogna aggiungere, di un esule che sa di non poter tornare, dopo essere stato costretto ad abbandonare il proprio paese. Ascoltiamo un canto di ANTONIO NUCERA, emigrato in Svizzera, che sente sopra di sè la doppia ingiuria della fame e delle forme più bieche di razzismo:
................... 1
Ce cute, o fili, ti ma cannu i sceni:
Pai o Swarzembach ce ti leghi? Cute:
“Osciu Italiani, òsciu, de ssa thèlo” .
Plen tarda ciòla otu canni o Mintòff.
Canè ma ttheli, ulli mas iggàddhu:
o prama zènnulo t'ìmmasto emì!
Arte sa tragudàu ti zoìmmu:
echi ìcusi chronu ti èrcho ce pao,
àsce tùndes oscìe ulli me vrizzu,
sciddho ce cordèddha ode me crazzu.
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..........................
E sentite, amici, cosa ci fanno gli stranieri:
Va Swarzembach e che dice? Sentite:
“Fuori Italiani, fuori, non vi voglio”.
Più tardi anche così fa Mintoff.
Nessuno ci vuole, tutti ci cacciano:
o cosa fetente che siamo noi!
Adesso vi canto la mia vita:
sono vent'anni che vado e vengo,
in queste montagne tutti mi ingiuriano,
cane e maccherone qui mi chiamano.
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Le ansie, i sogni, le attese, le speranze del mondo grecanico si dispiegano entro i confini dell'isola ellenofona che alle grandi scoperte oppone la quotidianità e il "sentimento" del bisogno. Così è nei versi di DOMENICA NUCERA, intristita nella realtà gallicianota da un rosario di giorni senza mutamento. Noi non abbiamo case, urla, eppure si spendono tanti soldi per andare sulla luna, disturbando anche la casa del Cristo, fino al giorno in cui il buon Dio ci punirà. Nella semplicità del suo lessico ella riesce a cogliere l'essenzialità della vita. Dai suoi versi traspare la sua ansia di partecipazione ai motivi urgenti della collettività, visti in relazione a un mondo in movimento cui non basta più la terra per muovere le sue scoperte e il suo sogno di progresso:
Eiàssa sto fengàri.
.............
En ìcha tìpote ià cami
ettùni càvari stimèni,
na sciormèssu na pau sto fengàri.
.............................
Ecìni en iscèru ti ecì apànu
èchi to spìti tu Cristùma,
ce e sonni pài canèna.
Jà to fengàri eggùalasi tosso dinèri
pu ecànnasi spitìa
ce ezzùssasi i pinamèni.
…………………… 
Sono andati sulla luna.
.............
Non avevano niente da fare
questi granchi sputati,
da fare in modo di andare sulla luna.
.............................
Quelli non sanno che lassù
C'è la casa del nostro Cristo,
e non può andarci nessuno.
Per la luna hanno speso tanti soldi
che avrebbero fatto case
e avrebbero potuto vivere gli affamati.
E' la rabbia, il tormento per un abbandono che possiede anche altre radici, più lontane, ciò che fa scattare la molla di questi canti. I sentimenti si affollano dentro un topos che si sottomette senza grandi resistenze ad una realtà fin troppo visibile: promesse mai realizzate che ruotano intorno ai bisogni della gente:
.........................
Ce àrte, lego egò:
iatì i guvernatùri
thèlusi na chatì
i glossa tu grecànu?
Ecìni fènonde manachò ste votazioni
ce ulli cràzzonde fili ce cumparìdi,
pose ti tegliònni to ddomàdi
en agronìzu pleo canèna.
...............................
.........................
E ora, dico io:
perchè quelli che governano
vogliono che si perda
la lingua dei grecanici?
Quelli compaiono solo nelle votazioni
chiamando tutti amici e compari,
dopo che finisce la settimana
non riconoscono più nessuno.
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Il corso delle stagione si apre e si chiude, di anno in anno, popolato sempre dagli stessi problemi che urgono dietro la porta. E a chi pensasse che tutto ciò possa avere il suo punto di essenzialità nel tema ricorrente delle querulità meridionali, può essere utile visitare Gallicianò o Roghudi, la loro realtà, il loro degrado idro-geologico che rovina anche sull'animo della stessa gente. Sono le tracce indelebili di una realtà compressa dentro la sofferenza e l'abbandono. Ecco perchè i topoi della lirica grecanica sono ripetitivi e ricorrenti, ma sono essi determinati dall’humus culturale di questi "tempi" e di questi "luoghi". Affermava Mario Sansone, cogliendo un aspetto significativo della poesia calabrese e, per estensione, della poesia grecanica, "il conservatorismo culturale in Calabria ha delle forti motivazioni storiche e psicologiche: c'è nel calabrese un'archetipa fierezza per il proprio passato mitico. La Calabria è stata la terra del pensiero e della riflessione, la terra della civiltà bizantina, uno dei nuclei della civiltà greca, ma tutto questo appartiene a un passato che deve fortificare, non bloccare il 3
progresso e il mutamento della cultura (...) Si deve capire che la cultura è un grande circuito, e che perciò la cultura regionale può e deve conciliarsi col senso del mondo contemporaneo, coi suoi parametri, col suo sapore
1". Ma può tutto questo conciliarsi con le tristi e oggettive realtà gallicianote? O la drammaticità dei contenuti denunciati non è forse già di per sè un adeguarsi al mondo contemporaneo, ai suoi parametri e ai suoi sapori?
CRITICA
F. Violi, Storia e letteratura greca di Calabria: Autori e Testi, Rexodes-Magna Grecia, RC, 2001
 
 
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1 in La poesia in Calabria negli anni ’80
 
 

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