IL CULTO DELLE ANIME DEL PURGATORIO e tradizioni mortuarie presenti nella Omelia V di San Luca di Bova

10.07.2016 23:15
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
Abbiamo già citato alcune tradizioni in uso presso i calabro-greci di cui ci parla Luca nella sua Omelìa. Tradizioni in gran parte scomparse e di cui non si ha nemmeno notizia in testi specializzati. Ed è sempre nel testamento spirituale di Luca che troviamo menzione dell'uso cristiano di portare doni in chiesa. Probabilmente si tratta dei "còliva" mortuari, dolci fatti con un impasto di grano bollito, farina abbrustolita, zucchero, chicchi di zibibbo passito, mandorle e erbe aromatiche.
Sul dolce veniva poi tracciata l'iniziale del nome del defunto e il tutto veniva riempito con zucchero in polvere. Di questa usanza, come abbiamo già detto, rimane l'abitudine di portare al trentesimo giorno in chiesa (in periodo bizantino era il quarantesimo giorno) un piccolo pane da benedire e poi offrire a tutti quelli coloro i quali venivano alla funzione religiosa in memoria del defunto.
I riferimenti alle anime “ dimenticate” del Purgatorio, destinate a soffrire per un tempo indeterminato le pene di quel regno, è una credenza comune che, nelle nostre zone, va al di là delle preghiere delle anime pietose che si rivolgono a Dio per abbreviarle con preghiere e sante messe. E sono maggiormente queste preghiere che giungono più efficacemente in cielo.
Perciò, nella zona della Amendolea, veniva anticamente recitata una preghiera detta “litì” (lamento) in grecanico, attribuita a queste anime sofferenti.
Questa orazione dei morti che il Nucera1 riporta nel suo volume, è conosciuta col nome “Litì” (letè) che in greco significa lamento o preghiera. Ciò ci fa comprendere che anticamente era recitata in greco e faceva parte del ricco patrimonio tradizionale dei Greci di Calabria.
Del testo greco se ne è persa la memoria e la traduzione romanza denuncia l'approssimazione in rima che ne è stata tentata. L'orazione veniva cantata dai morti a mezzanotte, quando, uscendo dalla chiesa di San Sebastiano in Amendolea (Condofuri), scendevano verso “Catupòrti” (porta di sotto).
I morti apparivano integri nella parte anteriore, ma la parte posteriore evidenziava la putrefazione della carne. Camminavano lentamente, in un mesto lamento per la mancanza di preghiere e di ricordi da parte dei vivi, che pure avevano goduto dei loro beni lasciati in eredità. Le parole dei dolenti grondavano disperazione ed essi riuscivano a commuovere più della stessa commozione. E' veramente amaro il dover costatare che questa lunga teoria di morti, tempestata dal fuoco del Purgatorio, dopo l'inferno della sofferenza terrena, continuava a "vivere" dimenticata anche da chi avrebbe avuto l'obbligo di ricordarla almeno nelle proprie preghiere:
-O vui tutti, chi campàti,
cusì prosperi e cuntenti,
comu vui non cuntemplàti
chisti nostri aspri tormenti?
- Sapirìssavu chi sia
Purgatorio di Maria!
Quantu a nùddhu saperìa
quantu è un'ùmbra di difettu:
chistu focu è focu tali
ch'un pensèru dura eternu;
chistu focu esti l'uguàli
paru a chiddhu di lu 'nfèrnu.
Tantu chiùsi non starìmu
penjiàndu tutti l'ùri,
verrà jornu ch'averìmu
soddisfatti i nostri errùri. 2
O parenti, o cari amici,
amurùsi e cari amanti,
boni amici e cittadini,
lu maritu è amatu tantu,
la mugghièri è tuttu affettu,
undi jìu lu nòsciu chjàntu,
o gran pena di stù pettu?
O vui crudi chi non pensàti
di li beni ca vui gudìti,
ca di nui fùru acquistati,
cu travàgghj, spisi e liti.
Trapassàndu di stà vita
li dassàmmu tutti a vui;
ma vui pocu ndarriverìti,
vi scordàstivu di nui.
Una missa e 'na curùna
ogni poveru la dùna;
ndi dassàti penijàri
nta sti fiàmmi ardenti e forti,
verrà jornu chi simu anìti,
comu a nui la vostra sorti.
 
_________________________________________________
 
1 F. Nucera, Rovine di Calabra, Casa del libro, Reggio Calabria, 1974
2 Qui ne tentiamo una versione italianizzata per maggiore comprensione:
O voi tutti, che vivete/ così felici e contenti,/
come mai non avete pietà/ di questi nostri aspri tormenti?
Se voi sapeste cosa sia/ il Purgatorio di Maria/
come nessun altro potreste comprendere/ quanto pesa il tormento del peccato:
/ questo è un fuoco tale/ il cui pensiero dura in eterno;
/ questo è un fuoco che ha l'uguale/ soltanto a quello dell'inferno/.
Ma non staremo rinchiusi/ penando ogni istante,/
verrà il giorno in cui/ avremo pagato i nostri peccati/.
O parenti, o cari amici,/amorosi, cari amanti,/
buoni amici e cittadini:/pur essendo il marito amato tanto/
e la moglie tutto affetto,/ dov'è finito il nostro pianto,/
o gran pena che c'è in noi?/
O gente crudele che non pensate/ ai beni che godete,/
poichè da voi furono acquisiti,/ con fatiche,costi e liti./
Lasciando questa vita/ li abbiamo donati tutti a voi;/
ma voi ci riverite così poco,/ al punto di esservi dimenticati di noi./
Una messa e un fiore/ anche il più povero la dà;/
ci lasciate penare/ tra queste fiamme ardenti e crudeli,/
verrà il giorno in cui saremo insieme,/ ed anche la vostra sorte sarà simile alla nostra.
verrà il giorno in cui saremo insieme,/ ed anche la vostra sorte sarà simile alla nostra.IL CULTO DELLE ANIME DEL PURGATORIO
e tradizioni mortuarie presenti nella Omelia V di San Luca di Bova
Abbiamo già citato alcune tradizioni in uso presso i calabro-greci di cui ci parla Luca nella sua Omelìa. Tradizioni in gran parte scomparse e di cui non si ha nemmeno notizia in testi specializzati. Ed è sempre nel testamento spirituale di Luca che troviamo menzione dell'uso cristiano di portare doni in chiesa. Probabilmente si tratta dei "còliva" mortuari, dolci fatti con un impasto di grano bollito, farina abbrustolita, zucchero, chicchi di zibibbo passito, mandorle e erbe aromatiche.
Sul dolce veniva poi tracciata l'iniziale del nome del defunto e il tutto veniva riempito con zucchero in polvere. Di questa usanza, come abbiamo già detto, rimane l'abitudine di portare al trentesimo giorno in chiesa (in periodo bizantino era il quarantesimo giorno) un piccolo pane da benedire e poi offrire a tutti quelli coloro i quali venivano alla funzione religiosa in memoria del defunto.
I riferimenti alle anime “ dimenticate” del Purgatorio, destinate a soffrire per un tempo indeterminato le pene di quel regno, è una credenza comune che, nelle nostre zone, va al di là delle preghiere delle anime pietose che si rivolgono a Dio per abbreviarle con preghiere e sante messe. E sono maggiormente queste preghiere che giungono più efficacemente in cielo.
Perciò, nella zona della Amendolea, veniva anticamente recitata una preghiera detta “litì” (lamento) in grecanico, attribuita a queste anime sofferenti.
Questa orazione dei morti che il Nucera1 riporta nel suo volume, è conosciuta col nome “Litì” (letè) che in greco significa lamento o preghiera. Ciò ci fa comprendere che anticamente era recitata in greco e faceva parte del ricco patrimonio tradizionale dei Greci di Calabria.
Del testo greco se ne è persa la memoria e la traduzione romanza denuncia l'approssimazione in rima che ne è stata tentata. L'orazione veniva cantata dai morti a mezzanotte, quando, uscendo dalla chiesa di San Sebastiano in Amendolea (Condofuri), scendevano verso “Catupòrti” (porta di sotto).
I morti apparivano integri nella parte anteriore, ma la parte posteriore evidenziava la putrefazione della carne. Camminavano lentamente, in un mesto lamento per la mancanza di preghiere e di ricordi da parte dei vivi, che pure avevano goduto dei loro beni lasciati in eredità. Le parole dei dolenti grondavano disperazione ed essi riuscivano a commuovere più della stessa commozione. E' veramente amaro il dover costatare che questa lunga teoria di morti, tempestata dal fuoco del Purgatorio, dopo l'inferno della sofferenza terrena, continuava a "vivere" dimenticata anche da chi avrebbe avuto l'obbligo di ricordarla almeno nelle proprie preghiere:
-O vui tutti, chi campàti,
cusì prosperi e cuntenti,
comu vui non cuntemplàti
chisti nostri aspri tormenti?
- Sapirìssavu chi sia
Purgatorio di Maria!
Quantu a nùddhu saperìa
quantu è un'ùmbra di difettu:
chistu focu è focu tali
1 F. Nucera, Rovine di Calabra, Casa del libro, Reggio Calabria, 1974
ch'un pensèru dura eternu;
chistu focu esti l'uguàli
paru a chiddhu di lu 'nfèrnu.
Tantu chiùsi non starìmu
penjiàndu tutti l'ùri,
verrà jornu ch'averìmu
soddisfatti i nostri errùri. 2
O parenti, o cari amici,
amurùsi e cari amanti,
boni amici e cittadini,
lu maritu è amatu tantu,
la mugghièri è tuttu affettu,
undi jìu lu nòsciu chjàntu,
o gran pena di stù pettu?
O vui crudi chi non pensàti
di li beni ca vui gudìti,
ca di nui fùru acquistati,
cu travàgghj, spisi e liti.
Trapassàndu di stà vita
li dassàmmu tutti a vui;
ma vui pocu ndarriverìti,
vi scordàstivu di nui.
Una missa e 'na curùna
ogni poveru la dùna;
ndi dassàti penijàri
nta sti fiàmmi ardenti e forti,
verrà jornu chi simu anìti,
comu a nui la vostra sorti.
2 Qui ne tentiamo una versione italianizzata per maggiore comprensione:
O voi tutti, che vivete/ così felici e contenti,/
come mai non avete pietà/ di questi nostri aspri tormenti?
Se voi sapeste cosa sia/ il Purgatorio di Maria/
come nessun altro potreste comprendere/ quanto pesa il tormento del peccato:
/ questo è un fuoco tale/ il cui pensiero dura in eterno;
/ questo è un fuoco che ha l'uguale/ soltanto a quello dell'inferno/.
Ma non staremo rinchiusi/ penando ogni istante,/
verrà il giorno in cui/ avremo pagato i nostri peccati/.
O parenti, o cari amici,/amorosi, cari amanti,/
buoni amici e cittadini:/pur essendo il marito amato tanto/
e la moglie tutto affetto,/ dov'è finito il nostro pianto,/
o gran pena che c'è in noi?/
O gente crudele che non pensate/ ai beni che godete,/
poichè da voi furono acquisiti,/ con fatiche,costi e liti./
Lasciando questa vita/ li abbiamo donati tutti a voi;/
ma voi ci riverite così poco,/ al punto di esservi dimenticati di noi./
Una messa e un fiore/ anche il più povero la dà;/
ci lasciate penare/ tra queste fiamme ardenti e crudeli,/
verrà il giorno in cui saremo insieme,/ ed anche la vostra sorte sarà simile alla nostra.

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