I ZOFIA (La morte) n.3 (terza parte)

08.07.2016 08:47

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 

 Ma vediamo i canti a pagamento, importantissimi perché sono le ultime nenie che rimangono di un antico retaggio. Si noti come durante il pianto, a volte le prefiche mettano in evidenza le disagiate condizioni economiche della famiglia che, nonostante tutto, non rinuncia a pagare qualcuno per cantare le lodi del defunto:

…………
‘Ecase ostò mere ‘zze agonìa
Ito ènan calò christianò
Ìpighe manachò na dulèzzi sto choràfi
Zònda manachòndu sto choràfi
Ìche ta chèria lagomèna
Ito àrrusto den ìchasi dinèria
Na tu pàrusi sto nosocòmio ce apèthane
…………
Ha fatto otto giorni di agonia
Era una brava persona
Andava soltanto a lavorare nei campi
Viveva lavorando solo la terra,
Aveva le mani piagate
Era ammalato non aveva soldi
Per andare in ospedale ed è morto
……………
E ancora l’urlo di dolore che saliva più forte dalle prefiche, con il solo pensiero rivolto a quella che sarebbe stata la loro paga:
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Apèthane, apèthane
ìto ènan calò àthropo
Edùlegghe n’ afèri ambrò me endìmi tin jenìa Den ezzèrome an mas to dònnusi (to ruvìtti) ce an lète ciòla
………….. E’ morto, è morto
era un brav’uomo
Lavorava per portare avanti
Con onestà la famiglia
Non sappiamo se ce li danno (i ceci)
e neppure se si cuociono
………….
Ecco il vero dolore! Il defunto era troppo povero e forse la famiglia non poteva permettersi di pagare nemmeno in natura le prefiche!
Alcune pratiche propiziatorie poi hanno sapore di retaggio antico e ci riportano direttamente alla mitologia greca e latina.
- E' il caso della monetina che si metteva in bocca al defunto per pagare Caronte, il traghettatore di anime nell'aldilà. Nel tempo, questa pratica, ormai scomparsa si era comunque legata alle tradizioni cristiane ed oggi è completamente scomparsa.
- Come pure l’abitudine di situare il cadavere con i piedi rivolti verso l’uscio in atteggiamento di colui che sta per mettersi in viaggio.
- L'usanza antica di avvolgere il morto in un grande lenzuolo mortuario (to sindòni) è rammentata soltanto dai più anziani ellenofoni di Calabria. Nel tempo, al lenzuolo si era sostituito il “sàvano”, l'abito mortuario, un abito smunto ed invecchiato1 al punto che, di una persona che vestiva male, si era soliti dire:
………
Fènete nsavanommèno!
Sembra vestito con l'abito mortuario!
……….
- E' probabile che anche l'usanza di imporre il giogo ( to zigò) dei buoi sul corpo del morente fosse una pratica antica, ma è successivamente filtrata attraverso i canali della religiosità poiché il giogo legato alla pertica dell'aratro (to àlatro) offriva il simbolo della croce del Cristo. Questa pratica propiziatoria serviva a far cessare l'agonia di un moribondo quando essa durava a lungo. Era quindi buona abitudine conservare e non bruciare mai il giogo dei buoi per essere preservati da una lunga agonia nel momento della morte. Di questa usanza ho ritrovato soltanto la formula in dialetto romanzo:
………….
Cu brùscia lu jùgu e 'mmàzza li gàtti
da chìstu mùndu giammài si ndi pàrti.
………..
Chi brucia il giogo o ammazza i gatti
da questo mondo giammai se ne parte.
…………..
- Ed ancora un'altra usanza per i moribondi o gli agonizzanti era legata alla presenza del telaio. In tempi non molto lontani da noi il telaio (to argalìo) non mancava in nessuna casa. Si era soliti, se in una casa c'era un moribondo, sospendere il lavoro della tessitura poiché si riteneva che esso sarebbe stato motivo di prolungamento della malattia o dell'agonia dell'ammalato.
- Non era poi rara la presenza di concezioni animistiche presso la gente: la credenza, cioè, che le anime dei defunti potessero apparire incarnate in determinati animali. Forse è per questo che quando in casa entra ancora oggi una piccola lucertola, si crede che ciò sia un buon auspicio e la si lascia stare.
- Ritornando da un funerale o da un lutto era buona usanza di non fare visita in casa di persone, oppure di lavarsi per bene le mani prima di sedersi alla loro tavola
- Il rispetto dovuto ai morti bisognava inoltre palesarlo apertamente nel lutto e si evidenziava anche nell'uso prolungato di indossare indumenti neri, a testimonianza del dolore provato per i congiunti scomparsi. Il lutto aveva le sue regole ben precise, sia per il tipo di indumento da indossare che per la quantità di tempo in cui doveva essere indossato:
- La morte del capofamiglia obbligava la moglie, i figli e i fratelli ad un lungo lutto che, per la moglie, poteva anche prolungarsi per tutta la vita e certamente per più di 30 anni;
- La morte della moglie, soprattutto se giovane, obbligava il marito a vestirsi completamente di nero e a non radersi anche per un anno. Lo stesso obbligo del lutto avevano i figli e le figlie. Ai figli era comunque consentito radersi.
- La morte di un figlio impegnava i genitori e i fratelli ad un lutto stretto. Non era raro che la madre osservasse questa usanza anche per 20 anni.
- In caso di morte dei cognati le donne indossavano un grembiule ed una camicetta di velluto nero chiamata “jippùni”.
 
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1 Gli abiti meno vecchi venivano conservati per chi restava!

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