I ZOFIA (La morte) n.2 (seconda parte)

07.07.2016 09:09
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
In terra grecanica non sono rimasti molti canti funebri. Quelli recuperati li riporteremo qui. Alcuni sono cantati spontaneamente dai parenti; altri sono quelli a pagamento delle prefiche. Queste sono alcune delle lamentazioni più usuali per la morte di un figlio:
……….
O pènamu, pedìmmu,
ca epèthanese, càrromu,
ca m'àfikese manachì
ce pu èrkome na se ìvro plèo!
................
O che pena, figlio mio,
perché sei morto, mio cerro
e mi hai lasciata sola
e dove verrò a vederti più!
.......................
Lipisìamu ti mu epàndi!
...............
Sventura mia che mi è capitata!
......................
O pènamu, pedìmmu,
po’ me àfikese manachì
ce àrte se pèrrome cì apànu
ce de' se chorò plèo.
…………
O che pena, figlio mio,
come mi hai lasciata sola
e ora ti portano là sopra
e non ti vedrò più.
…………
Le urla e lo strapparsi i capelli erano, come abbiamo già letto nell’Omelia di San Luca, vescovo di Bova intorno all’anno 1100, atti riprovevoli e da condannare. Usanze da “greci” e “da figli di Agar”, come diceva il santo vescovo di Bova.
Ma così era stato presso i Greci, ricordiamo i pianti di Ecuba, madre di Ettore, o di Achille sulla pira dell’amico Patroclo:
……..
Ora col gran corpo
in grande spazio nella polve steso
giacea, turbando colle man le chiome
e stracciandole a ciocche1
………
La Chiesa ritenne sempre tutto questo qualcosa di esecrabile, ma nonostante le varie proibizioni, l’uso è pervenuto fino a noi, soprattutto nel Sud e, in particolare, nelle zone della grecità calabrese.
Di canti funebri non se ne ricordano molti come dicevamo. Nei Testi Neogreci di Calabria 2 sono riportati cinque - tutti varianti di un unico canto di cui cerco di riportare la versione meno guasta - ed un sesto canto di Bova. Sia il primo che il secondo sono probabilmente il lamento di un giovane che ha perso la ragazza amata. Nel primo il giovane fa professione di amore anche dopo la sua morte :
…….
Zzoddhùna, ti su poni i kardìa
chorònda to stavrò ti ambròssu pài?
Ecì se pèrru, stin àja Marìa,
ecì ene i sepurtùra ti se chorài;
ecì se klìvu me poddhà klidìa,
c'ecìtten òssu en iguènni mài.
Egò pào jà nerò spithìa, spithìa,
c'egò to rittso essè ce me gapài
………
Fanciulla perché ti duole il cuore,
Vedendo la croce che va innanzi a te?
Là ti portano, a Santa Maria 3,
lì è la sepoltura che ti conterrà;
là ti chiuderanno con molte chiavi,
e di là dentro non uscirai mai.
io andrò per acqua molto spesso,
e te la butterò e tu mi amerai.
…………
Il secondo canto evidenzia la pena di un giovane per la scomparsa della sua ragazza al punto di farlo girovagare come un pazzo alla ricerca di un volto che gli faccia ricordare quello della giovane amata:
…………
Chorìzzome an don Bùa ce clònda pào,
pào jatì de' sonno plèo stathì:
prìta ìze mìa zzòddha ce ìcha pu na pào
jatì an do pèttondi icha to clidì.
Arte echorìsti ce st'àddhon gòsmo ejài,
ejài jà na mi èrti ode plèo:
Ma egò chorìzzome ce canunònda pào
ambu cambù me mèni i capseddhùna.
………….
Mi parto da Bova e piangendo vado,
vado perché non posso più stare:
prima viveva una ragazza e avevo dove andare
perché del suo petto avevo la chiave;
ora si è partita e all'altro mondo è andata,
è andata per non tornare più qui.
Ma io parto e guardando vado
se in qualche posto mi attende la giovinetta.
…….
Né minore intensità v’era nel piangere la propria sventura da parte dei parenti o nel tessere le lodi del defunto (a volte a pagamento) da parte di donne tenute in gran considerazione per questo mestiere. Qualcuno fa risalire questa usanza ai latini ma in realtà essa risale al periodo greco. Il Marafioti4 a tal proposito dice che i Locresi
“...non piangevano il morto, non perché veramente non piangessero, ma forse perché nel pianto dimostravano cantare ch’insino ad oggi usano le donne locresi, e per tutto il territorio, piangere il morto a questa guisa, s’accoppiano due donne, o tre, le quali con voci accordate, in mesto canto, cantano alcune lodi del morto, e le canzoni sono in tale rima, che subito finite dalle due, o tre donne, la canzone, riprendono tutte le altre, quali stanno intorno e piangendo cantano con l’istesso tono, sì che il pianto sovra il morto non pare né canto, né pianto, ma piuttosto una nenia, né di allegrezza, né di dolore”.
Ed ancora in Omero5:
………….
Il lugubre sovr’esso incominciaro
inno i cantori dei lamenti, e al mesto
canto pietoso rispondean le donne
……
A tal proposito è conosciuta presso i grecanici una novella abbastanza curiosa sull’uso di piangere i morti a pagamento. Le donne pagate per tessere le lodi dei defunti lo facevano con tanta intensità da superare certamente lo stesso dolore dei parenti più stretti. Ma tutto ciò era dovuto - così termina la novella - alla forza del denaro che spesso supera di gran lunga quella del tormento e del dolore vero6. Le “trivulùse” (le prefiche), così come sono chiamate da noi, avrebbero infatti detto un mondo di bene anche di un delinquente, purché debitamente ricompensate:
……………….
‘Enan plùso ìche dio dichatère, i plen megàli tu epèthane c’ecìno ècrazze te ttrivulùse jà na tin clàzzu. Cùnnonda te ffonè t’ecànnai, i dichatèra i plèn minùti tu aròtie: “ Jatì tutte zzène clòsi plèo ca mmà?” O plùso tis ìpe: “ Clòsi jà ta dinèria, dichatèramu! Esù den ezzèri ton còsmo! Ti den cànni o àthropo jà ta dinèria!”.
…………….
Un uomo ricco aveva due figlie, la più grande delle due gli morì ed egli chiamò le prefiche affinché la piangessero. Sentendo le grida che facevano, la figlia più piccola gli chiese: “ Perché queste persone estranee piangono più di noi?”. Il ricco le disse: “ Piangono per denaro, figlia mia! Tu non conosci il mondo! Che cosa non farebbe l’uomo per denaro!”.
 
_________________________________________________________________
1 Omero, Iliade, traduzione di V. Monti, vv. 31/34
2 Taibbi Rossi-Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959
3 Santa Maria: toponimo di Bova, sta ad indicarne il cimitero
4 G. Marafioti, Croniche et antichità di Calabria, Padova, 1610, p.100
5 Omero, Iliade, XXXIV, v.918 (trad. Monti)
6 G. A. Crupi, La glossa di Bova, A.C. Jonica, Roccella J., 1980I ZOFIA (La morte)
In terra grecanica non sono rimasti molti canti funebri. Quelli recuperati li riporteremo qui. Alcuni sono cantati spontaneamente dai parenti; altri sono quelli a pagamento delle prefiche. Queste sono alcune delle lamentazioni più usuali per la morte di un figlio:
……….
O pènamu, pedìmmu,
ca epèthanese, càrromu,
ca m'àfikese manachì
ce pu èrkome na se ìvro plèo!
................
O che pena, figlio mio,
perché sei morto, mio cerro
e mi hai lasciata sola
e dove verrò a vederti più!
.......................
Lipisìamu ti mu epàndi!
...............
Sventura mia che mi è capitata!
......................
O pènamu, pedìmmu,
po’ me àfikese manachì
ce àrte se pèrrome cì apànu
ce de' se chorò plèo.
…………
O che pena, figlio mio,
come mi hai lasciata sola
e ora ti portano là sopra
e non ti vedrò più.
…………
Le urla e lo strapparsi i capelli erano, come abbiamo già letto nell’Omelia di San Luca, vescovo di Bova intorno all’anno 1100, atti riprovevoli e da condannare. Usanze da “greci” e “da figli di Agar”, come diceva il santo vescovo di Bova.
Ma così era stato presso i Greci, ricordiamo i pianti di Ecuba, madre di Ettore, o di Achille sulla pira dell’amico Patroclo:
……..
Ora col gran corpo
in grande spazio nella polve steso
giacea, turbando colle man le chiome
e stracciandole a ciocche1
………
La Chiesa ritenne sempre tutto questo qualcosa di esecrabile, ma nonostante le varie proibizioni, l’uso è pervenuto fino a noi, soprattutto nel Sud e, in particolare, nelle zone della grecità calabrese.
1 Omero, Iliade, traduzione di V. Monti, vv. 31/34
Di canti funebri non se ne ricordano molti come dicevamo. Nei Testi Neogreci di Calabria 2 sono riportati cinque - tutti varianti di un unico canto di cui cerco di riportare la versione meno guasta - ed un sesto canto di Bova. Sia il primo che il secondo sono probabilmente il lamento di un giovane che ha perso la ragazza amata. Nel primo il giovane fa professione di amore anche dopo la sua morte :
…….
Zzoddhùna, ti su poni i kardìa
chorònda to stavrò ti ambròssu pài?
Ecì se pèrru, stin àja Marìa,
ecì ene i sepurtùra ti se chorài;
ecì se klìvu me poddhà klidìa,
c'ecìtten òssu en iguènni mài.
Egò pào jà nerò spithìa, spithìa,
c'egò to rittso essè ce me gapài
………
Fanciulla perché ti duole il cuore,
Vedendo la croce che va innanzi a te?
Là ti portano, a Santa Maria 3,
lì è la sepoltura che ti conterrà;
là ti chiuderanno con molte chiavi,
e di là dentro non uscirai mai.
io andrò per acqua molto spesso,
e te la butterò e tu mi amerai.
…………
Il secondo canto evidenzia la pena di un giovane per la scomparsa della sua ragazza al punto di farlo girovagare come un pazzo alla ricerca di un volto che gli faccia ricordare quello della giovane amata:
…………
Chorìzzome an don Bùa ce clònda pào,
pào jatì de' sonno plèo stathì:
prìta ìze mìa zzòddha ce ìcha pu na pào
jatì an do pèttondi icha to clidì.
Arte echorìsti ce st'àddhon gòsmo ejài,
ejài jà na mi èrti ode plèo:
Ma egò chorìzzome ce canunònda pào
ambu cambù me mèni i capseddhùna.
………….
Mi parto da Bova e piangendo vado,
vado perché non posso più stare:
prima viveva una ragazza e avevo dove andare
perché del suo petto avevo la chiave;
ora si è partita e all'altro mondo è andata,
è andata per non tornare più qui.
Ma io parto e guardando vado
se in qualche posto mi attende la giovinetta.
…….
2 Taibbi Rossi-Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959
3 Santa Maria: toponimo di Bova, sta ad indicarne il cimitero
Né minore intensità v’era nel piangere la propria sventura da parte dei parenti o nel tessere le lodi del defunto (a volte a pagamento) da parte di donne tenute in gran considerazione per questo mestiere. Qualcuno fa risalire questa usanza ai latini ma in realtà essa risale al periodo greco. Il Marafioti4 a tal proposito dice che i Locresi
“...non piangevano il morto, non perché veramente non piangessero, ma forse perché nel pianto dimostravano cantare ch’insino ad oggi usano le donne locresi, e per tutto il territorio, piangere il morto a questa guisa, s’accoppiano due donne, o tre, le quali con voci accordate, in mesto canto, cantano alcune lodi del morto, e le canzoni sono in tale rima, che subito finite dalle due, o tre donne, la canzone, riprendono tutte le altre, quali stanno intorno e piangendo cantano con l’istesso tono, sì che il pianto sovra il morto non pare né canto, né pianto, ma piuttosto una nenia, né di allegrezza, né di dolore”.
Ed ancora in Omero5:
………….
Il lugubre sovr’esso incominciaro
inno i cantori dei lamenti, e al mesto
canto pietoso rispondean le donne
……
A tal proposito è conosciuta presso i grecanici una novella abbastanza curiosa sull’uso di piangere i morti a pagamento. Le donne pagate per tessere le lodi dei defunti lo facevano con tanta intensità da superare certamente lo stesso dolore dei parenti più stretti. Ma tutto ciò era dovuto - così termina la novella - alla forza del denaro che spesso supera di gran lunga quella del tormento e del dolore vero6. Le “trivulùse” (le prefiche), così come sono chiamate da noi, avrebbero infatti detto un mondo di bene anche di un delinquente, purché debitamente ricompensate:
……………….
‘Enan plùso ìche dio dichatère, i plen megàli tu epèthane c’ecìno ècrazze te ttrivulùse jà na tin clàzzu. Cùnnonda te ffonè t’ecànnai, i dichatèra i plèn minùti tu aròtie: “ Jatì tutte zzène clòsi plèo ca mmà?” O plùso tis ìpe: “ Clòsi jà ta dinèria, dichatèramu! Esù den ezzèri ton còsmo! Ti den cànni o àthropo jà ta dinèria!”.
…………….
Un uomo ricco aveva due figlie, la più grande delle due gli morì ed egli chiamò le prefiche affinché la piangessero. Sentendo le grida che facevano, la figlia più piccola gli chiese: “ Perché queste persone estranee piangono più di noi?”. Il ricco le disse: “ Piangono per denaro, figlia mia! Tu non conosci il mondo! Che cosa non farebbe l’uomo per denaro!”.
4 G. Marafioti, Croniche et antichità di Calabria, Padova, 1610, p.100
5 Omero, Iliade, XXXIV, v.918 (trad. Monti)
6 G. A. Crupi, La glossa di Bova, A.C. Jonica, Roccella J., 1980

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