I ZOFÌA CE TO PARAZZOMÌ (LA MORTE E IL PASTO DI CONFORTO) n.1 (parte prima)

06.07.2016 09:19
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi -  
“Così sogliono far piangere i loro morti da apposite donne, eredi delle prefiche, le quali si stemperano in lodi del defunto, e in atti di pagato dolore; ai quali segni di lutto, tengono dietro, a modo antico, splendidi conviti funerei...”1
Will Durant2, in un suo libro, scriveva che nella Grecia classica il culto dei morti era un dovere religioso reso obbligatorio dalla legge. Prima dell'epoca classica i morti erano considerati come spiriti capaci di bene e di male nei riguardi degli uomini, e, per propiziarli, si offrivano loro doni e preghiere. Questo senso di timore è naturalmente presente nella Calabria in genere, e nei paesi grecanici in particolare, dove il culto dei morti è visto ancora oggi come un dovere sacro e morale.
I zofìa (la morte)
Dell'antica usanza di recitare una specie di preghiera sulla ciambella (kollìros) da cui il grecanico “cuddhùra” troviamo menzione anche in S. Luca nel suo testamento spirituale, ma non ritengo che il santo vescovo si riferisse ai versi recitati nel caso della “bulimìa” (la fame del lupo), anche se, nel corso del passo citato, egli parla delle tante usanze pagane e greche della gente di Bova.
Ne cito di seguito alcune ormai non più conosciute (non inseriremo come abbiamo fatto in altre parti la versione greca), ed altre di cui invece si conserva memoria e pratica, soprattutto quelle relative al rito della morte.
"Ricordatevi figli della mia diocesi, lo dico con vergogna, per quarantacinque anni mi sono spossato nelle radunanze e nelle feste e la mia voce si è fatta rauca nel cercar di togliere di mezzo usi e costumi dei Greci e degli Agareni (Arabi), come Il levar lamenti e strida empie sui morti, per le strade e sulle tombe in modo assolutamente non lecito, invece che portar doni alle chiese, accendere ceri intorno ai sepolcri e incensarli al terzo, nono e quarantesimo giorno”
Sin dagli inizi del 1800, in molte paesi del Salento, era possibile incontrare, durante lo svolgimento dei riti funerari, coloro che la tradizione popolare chiamava "rèpute" o, termine più appropriato, "chiangimorti".
Le "prefiche", come vengono definite in italiano, erano delle donne che, vestite con abiti scuri e coperte in viso con un velo nero, si recavano presso la dimora in cui giaceva il defunto e, stringendosi intorno al feretro, avevano il triste compito di compiangerlo e di decantarne le virtù. Allo stesso modo, nella cultura romana, con la parola prefica, si indicava la figura femminile che partecipava ai cortei funebri ufficiali o a quelli dei membri di famiglie gentilizie, per cantare le lodi dell'estinto, alle quali si alternavano pianti, grida e gesti di disperazione. Tale uso, venne tramandato in diversi paesi, quali la Grecia, la Romania, l'Albania e l'Irlanda, e in alcune regioni italiane, soprattutto nel meridione, giungendo fino in Calabria, Basilicata e in Terra d'Otranto.
A Castrignano dei Greci, fino a qualche anno fa, era ancora in vita una di queste donne, anche se, da diverso tempo, prima che passasse a miglior vita, non veniva più chiamata a svolgere la sua mansione, perché tali usi si erano persi fra le pieghe del tempo. Il suo nome era Concetta. "Noi prefiche", dichiarò Concetta, "non piangevamo mai, facevamo piangere le altre donne, quelle della famiglia del morto. Conoscevamo le strofe a memoria e poi inventavamo secondo i casi". Era consuetudine, infatti, recitare delle cantilene, tramandate oralmente, con voce triste e sommessa, accompagnandole con lunghi lamenti e singhiozzi e, molto spesso, con un gesto del fazzoletto.
Le ultime "rèpute" di cui si hanno notizie, le avevamo nei paesi grecanici e a Bagnara.
"Compito delle prefiche" era quello di toccare le corde dell'anima". E per raggiungere il più alto grado di drammaticità e, di conseguenza, creare una situazione verosimile, venivano educate sin dalla tenera età ad esternare la propria afflizione verso i tramonti della vita.
Nel 1860, il glottologo Giuseppe Morosi, pubblicò una raccolta di nenie greco-salentine, opera prima nel suo genere, tralasciando, però, le versioni in dialetto. Ma, non bisogna dimenticare che, negli antichi villaggi di Terra d'Otranto, vi era una moltitudine di individui che non conoscevano la parlata greca e questo costringeva le prefiche ad esprimersi anche nella lingua dialettale romanza.
La veglia funebre era caratterizzata dalla rappresentazione, se così si poteva definire, straziante delle donne prezzolate, che si logoravano in lamenti lancinanti e, spesse volte, esagerati, ed emettevano assordanti grida che, quasi sempre, superavano quelle dei parenti stessi, realmente turbati per la morte del loro caro. Non si poteva rimanere impassibili di fronte a tanto sgomento e a tanto dolore, sia che esso fosse stato sincero oppure simulato, reale o illusorio. All'arrivo del sacerdote, che entrava in casa per benedire il defunto e per condurlo nel luogo del seppellimento, il rito raggiungeva l'apice dell'esasperazione.
Allo stesso modo, dopo che il pastore prelevava l'estinto e lo allontanava dal luogo in cui era sempre vissuto, circondato dall'amore dei suoi familiari, sopraggiungeva il silenzio. Tutti tacevano e tornavano nelle loro case. Così, anche le prefiche si allontanavano da quell'incubo, e riprendevano la vita di sempre, fatta di umili profumi. Nell'era moderna, un simile atteggiamento, potrebbe sembrare alquanto macabro e ingiusto, ma nella società arcaica era una consuetudine molto apprezzata e sentita. Oggi, i funerali sono soltanto una triste realtà che, prima o dopo, interessa tutti, ma, un tempo, costituivano una fase importante della vita di ciascun individuo. Erano momenti forti, carichi di alti significati, che lasciavano tracce indelebili nel cuore di coloro che, sinceramente, li vivevano.
Negli anni in cui i sentimenti erano più veri e il dolore necessario, forse, anche un poveraccio, figlio di nessuno, al quale l'esistenza non aveva dato niente di concreto e concretamente nessuno che piangesse per la sua scomparsa, poteva passare a miglior vita accompagnato dalle lacrime di una donna che, anche se sola, poteva cambiare l'ordine delle cose. Una donna dal cui volto trapelava l'attaccamento alle proprie radici, alle proprie tradizioni. Una donna i cui occhi, compassionevoli e colmi di coraggio, raccontavano storie differenti. "Occhi di fondali bui, occhi di vegetazioni arboree, occhi per la mia umanità"...
E' questo un rituale che trova ancora oggi un suo "continuum" nei nostri paesi. La morte e la gioia presso gli antichi Greci erano sentimenti condivisi da tutti; la gioia era gioia di tutti, la morte apparteneva a tutti. Gli eventi luttuosi in una famiglia erano particolarmente sentiti. In quella occasione le donne della famiglia si scioglievano i capelli, si battevano il capo e il petto, urlando la loro sventura. Si aggrappavano alla bara, quasi impedendole di uscire dalla porta. Era una lotta del cuore e della vita che impegnava i vivi contro la “violenza” della morte. Ad accompagnare il defunto al cimitero c'era una lunga teoria di parenti e di amici, che recitavano una serie interminabile di nenie funebri. Meno spesso, o quasi mai, vi andavano le donne che abitavano nella casa del defunto affinché non si turbassero maggiormente.
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1C. Lombroso, In Calabria, Giannotta, Catania, 1898, p.13 (ristampa anastatica, Casa del libro, Reggio Calabria)
2 W. Durant, La Grecia, Mondadori, Milano,1956
E' questo un rituale che trova ancora oggi un suo "continuum" nei nostri paesi. La morte e la gioia presso gli antichi Greci erano sentimenti condivisi da tutti; la gioia era gioia di tutti, la morte apparteneva a tutti. Gli eventi luttuosi in una famiglia erano particolarmente sentiti. In quella occasione le donne della famiglia si scioglievano i capelli, si battevano il capo e il petto, urlando la loro sventura. Si aggrappavano alla bara, quasi impedendole di uscire dalla porta. Era una lotta del cuore e della vita che impegnava i vivi contro la “violenza” della morte. Ad accompagnare il defunto al cimitero c'era una lunga teoria di parenti e di amici, che recitavano una serie interminabile di nenie funebri. Meno spesso, o quasi mai, vi andavano le donne che abitavano nella casa del defunto affinché non si turbassero maggiormente.I ZOFÌA CE TO PARAZZOMÌ
(LA MORTE E IL PASTO DI CONFORTO)
“Così sogliono far piangere i loro morti da apposite donne, eredi delle prefiche, le quali si stemperano in lodi del defunto, e in atti di pagato dolore; ai quali segni di lutto, tengono dietro, a modo antico, splendidi conviti funerei...”1
Will Durant2, in un suo libro, scriveva che nella Grecia classica il culto dei morti era un dovere religioso reso obbligatorio dalla legge. Prima dell'epoca classica i morti erano considerati come spiriti capaci di bene e di male nei riguardi degli uomini, e, per propiziarli, si offrivano loro doni e preghiere. Questo senso di timore è naturalmente presente nella Calabria in genere, e nei paesi grecanici in particolare, dove il culto dei morti è visto ancora oggi come un dovere sacro e morale.
I zofìa (la morte)
Dell'antica usanza di recitare una specie di preghiera sulla ciambella (kollìros) da cui il grecanico “cuddhùra” troviamo menzione anche in S. Luca nel suo testamento spirituale, ma non ritengo che il santo vescovo si riferisse ai versi recitati nel caso della “bulimìa” (la fame del lupo), anche se, nel corso del passo citato, egli parla delle tante usanze pagane e greche della gente di Bova.
Ne cito di seguito alcune ormai non più conosciute (non inseriremo come abbiamo fatto in altre parti la versione greca), ed altre di cui invece si conserva memoria e pratica, soprattutto quelle relative al rito della morte.
"Ricordatevi figli della mia diocesi, lo dico con vergogna, per quarantacinque anni mi sono spossato nelle radunanze e nelle feste e la mia voce si è fatta rauca nel cercar di togliere di mezzo usi e costumi dei Greci e degli Agareni (Arabi), come Il levar lamenti e strida empie sui morti, per le strade e sulle tombe in modo assolutamente non lecito, invece che portar doni alle chiese, accendere ceri intorno ai sepolcri e incensarli al terzo, nono e quarantesimo giorno”
Sin dagli inizi del 1800, in molte paesi del Salento, era possibile incontrare, durante lo svolgimento dei riti funerari, coloro che la tradizione popolare chiamava "rèpute" o, termine più appropriato, "chiangimorti".
Le "prefiche", come vengono definite in italiano, erano delle donne che, vestite con abiti scuri e coperte in viso con un velo nero, si recavano presso la dimora in cui giaceva il defunto e, stringendosi intorno al feretro, avevano il triste compito di compiangerlo e di decantarne le virtù. Allo stesso modo, nella cultura romana, con la parola prefica, si indicava la figura femminile che partecipava ai cortei funebri ufficiali o a quelli dei membri di famiglie gentilizie, per cantare le lodi dell'estinto, alle quali si alternavano pianti, grida e gesti di disperazione. Tale uso, venne tramandato in diversi paesi, quali la Grecia, la Romania, l'Albania e l'Irlanda, e in alcune regioni italiane, soprattutto nel meridione, giungendo fino in Calabria, Basilicata e in Terra d'Otranto.
A Castrignano dei Greci, fino a qualche anno fa, era ancora in vita una di queste donne, anche se, da diverso tempo, prima che passasse a miglior vita, non veniva più chiamata a svolgere la sua mansione, perché tali usi si erano persi fra le pieghe del tempo. Il suo nome era Concetta. "Noi prefiche", dichiarò Concetta, "non piangevamo mai, facevamo piangere le altre donne, quelle della famiglia del morto. Conoscevamo le strofe a memoria e poi inventavamo secondo i casi". Era
1C. Lombroso, In Calabria, Giannotta, Catania, 1898, p.13 (ristampa anastatica, Casa del libro, Reggio Calabria)
2 W. Durant, La Grecia, Mondadori, Milano,1956
consuetudine, infatti, recitare delle cantilene, tramandate oralmente, con voce triste e sommessa, accompagnandole con lunghi lamenti e singhiozzi e, molto spesso, con un gesto del fazzoletto.
Le ultime "rèpute" di cui si hanno notizie, le avevamo nei paesi grecanici e a Bagnara.
"Compito delle prefiche" era quello di toccare le corde dell'anima". E per raggiungere il più alto grado di drammaticità e, di conseguenza, creare una situazione verosimile, venivano educate sin dalla tenera età ad esternare la propria afflizione verso i tramonti della vita.
Nel 1860, il glottologo Giuseppe Morosi, pubblicò una raccolta di nenie greco-salentine, opera prima nel suo genere, tralasciando, però, le versioni in dialetto. Ma, non bisogna dimenticare che, negli antichi villaggi di Terra d'Otranto, vi era una moltitudine di individui che non conoscevano la parlata greca e questo costringeva le prefiche ad esprimersi anche nella lingua dialettale romanza.
La veglia funebre era caratterizzata dalla rappresentazione, se così si poteva definire, straziante delle donne prezzolate, che si logoravano in lamenti lancinanti e, spesse volte, esagerati, ed emettevano assordanti grida che, quasi sempre, superavano quelle dei parenti stessi, realmente turbati per la morte del loro caro. Non si poteva rimanere impassibili di fronte a tanto sgomento e a tanto dolore, sia che esso fosse stato sincero oppure simulato, reale o illusorio. All'arrivo del sacerdote, che entrava in casa per benedire il defunto e per condurlo nel luogo del seppellimento, il rito raggiungeva l'apice dell'esasperazione.
Allo stesso modo, dopo che il pastore prelevava l'estinto e lo allontanava dal luogo in cui era sempre vissuto, circondato dall'amore dei suoi familiari, sopraggiungeva il silenzio. Tutti tacevano e tornavano nelle loro case. Così, anche le prefiche si allontanavano da quell'incubo, e riprendevano la vita di sempre, fatta di umili profumi. Nell'era moderna, un simile atteggiamento, potrebbe sembrare alquanto macabro e ingiusto, ma nella società arcaica era una consuetudine molto apprezzata e sentita. Oggi, i funerali sono soltanto una triste realtà che, prima o dopo, interessa tutti, ma, un tempo, costituivano una fase importante della vita di ciascun individuo. Erano momenti forti, carichi di alti significati, che lasciavano tracce indelebili nel cuore di coloro che, sinceramente, li vivevano.
Negli anni in cui i sentimenti erano più veri e il dolore necessario, forse, anche un poveraccio, figlio di nessuno, al quale l'esistenza non aveva dato niente di concreto e concretamente nessuno che piangesse per la sua scomparsa, poteva passare a miglior vita accompagnato dalle lacrime di una donna che, anche se sola, poteva cambiare l'ordine delle cose. Una donna dal cui volto trapelava l'attaccamento alle proprie radici, alle proprie tradizioni. Una donna i cui occhi, compassionevoli e colmi di coraggio, raccontavano storie differenti. "Occhi di fondali bui, occhi di vegetazioni arboree, occhi per la mia umanità"...
E' questo un rituale che trova ancora oggi un suo "continuum" nei nostri paesi. La morte e la gioia presso gli antichi Greci erano sentimenti condivisi da tutti; la gioia era gioia di tutti, la morte apparteneva a tutti. Gli eventi luttuosi in una famiglia erano particolarmente sentiti. In quella occasione le donne della famiglia si scioglievano i capelli, si battevano il capo e il petto, urlando la loro sventura. Si aggrappavano alla bara, quasi impedendole di uscire dalla porta. Era una lotta del cuore e della vita che impegnava i vivi contro la “violenza” della morte. Ad accompagnare il defunto al cimitero c'era una lunga teoria di parenti e di amici, che recitavano una serie interminabile di nenie funebri. Meno spesso, o quasi mai, vi andavano le donne che abitavano nella casa del defunto affinché non si turbassero maggiormente.

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