LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE. I Sìcosi (Il carnevale) (4 cont.)

19.06.2016 17:49
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi   -  
Del Carnevale - festa dell’abbondanza alimentare, festa di quella “civiltà contadina” che lentamente si avvia alla fine dei suoi rituali - ormai non rimangono che deboli tracce, ricordo e memoria. La sua scomparsa è dovuta soprattutto alla trasformazione radicale che la cultura contadina ha subito negli ultimi quarant’anni.
L’origine del Carnevale risale all’antica festa pagana dei Saturnalia. Non era certo il carnevale di Rio o di Venezia, quello che si svolgeva nei paesi grecanici, ma non mancava in ogni caso il divertimento, dominati come si era dall’ansia di dimenticare i problemi quotidiani. Era soprattutto la festa della trasgressione alimentare. La gente rivelava l’esigenza di volersi divertire, mostrava il bisogno di un nuovo spazio festivo, per cui, l’arrivo del Carnevale veniva salutato, soprattutto dalle classi popolari, con allegria ed esultanza. Era il ribaltamento del quotidiano negativo, delle costrizioni, in particolare di quelle alimentari. Così come oggi, la gente si travestiva ed andava in giro per il paese con le maschere, seguita o preceduta da una folla numerosa. In genere poi la lunga teoria di gente in maschera si fermava davanti alle porte dei signorotti del luogo a suonare ed a ballare, ricevendone in cambio, il più delle volte, qualche bicchiere di vino. Abitualmente rappresentato da un omaccione di paglia, da un beone o dal mangione, vestito in maniera goffa e ridicola, Carnevale era accompagnato da un curioso corteo di gente che fingeva di piangere sulla sua sorte ed era la rappresentazione della licenziosità di quelle giornate. Ma la sua fine era dietro l’angolo. La comunità grecanica, che spesso soffriva la fame, - né diversa era la vita comunque nel resto della Calabria - immaginava che la morte di Carnevale avvenisse per colpa del troppo cibo, insomma, per stravizi alimentari, sognandone probabilmente gli stessi eccessi. Finita la sfilata la gente gli appiccava fuoco fra il divertimento e la gioia generale, soprattutto dei ragazzi che accompagnavano la fine di Carnevale con un canto che ritroviamo in dialetto romanzo in quasi tutte le parti delle Calabria.
……..
Carnalivàri morìu di notti
e dàssau quàttru ricòtti,
ddui frischi e ddùi salàti
pe’ li poveri carceràti1
……..
Carnevale è morto di notte
Ed ha lasciato quattro ricotte,
due fresche e due salate
per i poveri carcerati
……
Intanto nelle case fervevano i preparativi per il pranzo di mezzogiorno. Era quasi d'obbligo quel giorno mangiare
………
maccarùgna me to zema 'zze crea
maccaroni col brodo di carne
…………….
1 In altri posti della Calabria la variante alla parola “carcerati” è “malati”
1
E già, col brodo di carne, perché la carne difficilmente era reperibile nelle case dei poveri! O forse la poca carne a disposizione la si era consumata alcuni giorni avanti. Infatti, prima ancora di Carnevale, nel giorno della Candelora, ci si faceva in quattro per riuscire a mangiare un pezzo di carne, al punto che chi non era in grado di procurarsela avrebbe dovuto “impegnare” qualunque cosa per possederla:
………..
Den èchete crèa? Ampegnèddhete (pulàte) tin miccèddha
Non avete carne? Impegnate (vendete) la figliola
………………….
E’ una massima questa che trova poi il suo riscontro nel dialetto romanzo in uso dalle nostre parte:
……………….
Lu jòrnu di la Candilòra cu no ndàvi carni 'mpègna la figgliòla.
Giorno della Candelòra chi non ha carne impegna la figliola
……………….
Il pranzo di mezzanotte infine era in genere costituito da "lasagne col latte" (lasàgne me gala).
Ma il carnevale, tra tutte le feste, era anche la più breve. I rituali dell’incoronazione, del processo, del testamento di Carnevale e della sua triste fine in mezzo al fuoco, non fanno che ricondurci agli antichi riti agro-pastorali di inizio anno, di rinascita della natura, di passaggio da una stagione all’altra, in cui centrale era il rapporto con i morti e con le divinità sotterranee. Impazzire era lecito solo per pochi attimi.
Il giorno dopo bisognava ritornare al lavoro ed alle abitudini quotidiane che prevedevano, a pranzo e a cena, quelle benedette erbe di campagne, oggi così tanto ricercate. Così recita infatti questo strambotto di Gallicianò, raccolto da Mimolino l’Artista2 dalla bocca della madre:
……………
Pum, pum Candulevàri,
apòzze ce avri vràdi,
den plèo Candulevàri,
chorto ce cardùgna
ce den plèo maccarùgna.
………..
Pum, pum Carnevale,
questa sera e domani sera,
non è più Carnevale,
erbe e cardi,
e non più maccheroni.
………………
E già, perché continuare a pensare alle feste significava rischiare di morire di fame: …………..
San o ciùri kànni sìkosi ta pedìa kànnusi saracostì
Quando il padre fa carnevale i figli fanno quaresima
2 Domenico Nucera detto “Artista” di Gallicianò 2I Sìcosi
(Il carnevale)
Del Carnevale - festa dell’abbondanza alimentare, festa di quella “civiltà contadina” che lentamente si avvia alla fine dei suoi rituali - ormai non rimangono che deboli tracce, ricordo e memoria. La sua scomparsa è dovuta soprattutto alla trasformazione radicale che la cultura contadina ha subito negli ultimi quarant’anni.
L’origine del Carnevale risale all’antica festa pagana dei Saturnalia. Non era certo il carnevale di Rio o di Venezia, quello che si svolgeva nei paesi grecanici, ma non mancava in ogni caso il divertimento, dominati come si era dall’ansia di dimenticare i problemi quotidiani. Era soprattutto la festa della trasgressione alimentare. La gente rivelava l’esigenza di volersi divertire, mostrava il bisogno di un nuovo spazio festivo, per cui, l’arrivo del Carnevale veniva salutato, soprattutto dalle classi popolari, con allegria ed esultanza. Era il ribaltamento del quotidiano negativo, delle costrizioni, in particolare di quelle alimentari. Così come oggi, la gente si travestiva ed andava in giro per il paese con le maschere, seguita o preceduta da una folla numerosa. In genere poi la lunga teoria di gente in maschera si fermava davanti alle porte dei signorotti del luogo a suonare ed a ballare, ricevendone in cambio, il più delle volte, qualche bicchiere di vino. Abitualmente rappresentato da un omaccione di paglia, da un beone o dal mangione, vestito in maniera goffa e ridicola, Carnevale era accompagnato da un curioso corteo di gente che fingeva di piangere sulla sua sorte ed era la rappresentazione della licenziosità di quelle giornate. Ma la sua fine era dietro l’angolo. La comunità grecanica, che spesso soffriva la fame, - né diversa era la vita comunque nel resto della Calabria - immaginava che la morte di Carnevale avvenisse per colpa del troppo cibo, insomma, per stravizi alimentari, sognandone probabilmente gli stessi eccessi. Finita la sfilata la gente gli appiccava fuoco fra il divertimento e la gioia generale, soprattutto dei ragazzi che accompagnavano la fine di Carnevale con un canto che ritroviamo in dialetto romanzo in quasi tutte le parti delle Calabria.
……..
Carnalivàri morìu di notti
e dàssau quàttru ricòtti,
ddui frischi e ddùi salàti
pe’ li poveri carceràti1
……..
Carnevale è morto di notte
Ed ha lasciato quattro ricotte,
due fresche e due salate
per i poveri carcerati
……
Intanto nelle case fervevano i preparativi per il pranzo di mezzogiorno. Era quasi d'obbligo quel giorno mangiare
………
maccarùgna me to zema 'zze crea
maccaroni col brodo di carne
…………….
1 In altri posti della Calabria la variante alla parola “carcerati” è “malati”
1
E già, col brodo di carne, perché la carne difficilmente era reperibile nelle case dei poveri! O forse la poca carne a disposizione la si era consumata alcuni giorni avanti. Infatti, prima ancora di Carnevale, nel giorno della Candelora, ci si faceva in quattro per riuscire a mangiare un pezzo di carne, al punto che chi non era in grado di procurarsela avrebbe dovuto “impegnare” qualunque cosa per possederla:
………..
Den èchete crèa? Ampegnèddhete (pulàte) tin miccèddha
Non avete carne? Impegnate (vendete) la figliola
………………….
E’ una massima questa che trova poi il suo riscontro nel dialetto romanzo in uso dalle nostre parte:
……………….
Lu jòrnu di la Candilòra cu no ndàvi carni 'mpègna la figgliòla.
Giorno della Candelòra chi non ha carne impegna la figliola
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Il pranzo di mezzanotte infine era in genere costituito da "lasagne col latte" (lasàgne me gala).
Ma il carnevale, tra tutte le feste, era anche la più breve. I rituali dell’incoronazione, del processo, del testamento di Carnevale e della sua triste fine in mezzo al fuoco, non fanno che ricondurci agli antichi riti agro-pastorali di inizio anno, di rinascita della natura, di passaggio da una stagione all’altra, in cui centrale era il rapporto con i morti e con le divinità sotterranee. Impazzire era lecito solo per pochi attimi.
Il giorno dopo bisognava ritornare al lavoro ed alle abitudini quotidiane che prevedevano, a pranzo e a cena, quelle benedette erbe di campagne, oggi così tanto ricercate. Così recita infatti questo strambotto di Gallicianò, raccolto da Mimolino l’Artista2 dalla bocca della madre:
……………
Pum, pum Candulevàri,
apòzze ce avri vràdi,
den plèo Candulevàri,
chorto ce cardùgna
ce den plèo maccarùgna.
………..
Pum, pum Carnevale,
questa sera e domani sera,
non è più Carnevale,
erbe e cardi,
e non più maccheroni.
………………
E già, perché continuare a pensare alle feste significava rischiare di morire di fame: …………..
San o ciùri kànni sìkosi ta pedìa kànnusi saracostì
Quando il padre fa carnevale i figli fanno quaresima
2 Domenico Nucera detto “Artista” di Gallicianò 2I Sìcosi
(Il carnevale)
Del Carnevale - festa dell’abbondanza alimentare, festa di quella “civiltà contadina” che lentamente si avvia alla fine dei suoi rituali - ormai non rimangono che deboli tracce, ricordo e memoria. La sua scomparsa è dovuta soprattutto alla trasformazione radicale che la cultura contadina ha subito negli ultimi quarant’anni.
L’origine del Carnevale risale all’antica festa pagana dei Saturnalia. Non era certo il carnevale di Rio o di Venezia, quello che si svolgeva nei paesi grecanici, ma non mancava in ogni caso il divertimento, dominati come si era dall’ansia di dimenticare i problemi quotidiani. Era soprattutto la festa della trasgressione alimentare. La gente rivelava l’esigenza di volersi divertire, mostrava il bisogno di un nuovo spazio festivo, per cui, l’arrivo del Carnevale veniva salutato, soprattutto dalle classi popolari, con allegria ed esultanza. Era il ribaltamento del quotidiano negativo, delle costrizioni, in particolare di quelle alimentari. Così come oggi, la gente si travestiva ed andava in giro per il paese con le maschere, seguita o preceduta da una folla numerosa. In genere poi la lunga teoria di gente in maschera si fermava davanti alle porte dei signorotti del luogo a suonare ed a ballare, ricevendone in cambio, il più delle volte, qualche bicchiere di vino. Abitualmente rappresentato da un omaccione di paglia, da un beone o dal mangione, vestito in maniera goffa e ridicola, Carnevale era accompagnato da un curioso corteo di gente che fingeva di piangere sulla sua sorte ed era la rappresentazione della licenziosità di quelle giornate. Ma la sua fine era dietro l’angolo. La comunità grecanica, che spesso soffriva la fame, - né diversa era la vita comunque nel resto della Calabria - immaginava che la morte di Carnevale avvenisse per colpa del troppo cibo, insomma, per stravizi alimentari, sognandone probabilmente gli stessi eccessi. Finita la sfilata la gente gli appiccava fuoco fra il divertimento e la gioia generale, soprattutto dei ragazzi che accompagnavano la fine di Carnevale con un canto che ritroviamo in dialetto romanzo in quasi tutte le parti delle Calabria.
……..
Carnalivàri morìu di notti
e dàssau quàttru ricòtti,
ddui frischi e ddùi salàti
pe’ li poveri carceràti1
……..
Carnevale è morto di notte
Ed ha lasciato quattro ricotte,
due fresche e due salate
per i poveri carcerati
……
Intanto nelle case fervevano i preparativi per il pranzo di mezzogiorno. Era quasi d'obbligo quel giorno mangiare
………
maccarùgna me to zema 'zze crea
maccaroni col brodo di carne
…………….
1 In altri posti della Calabria la variante alla parola “carcerati” è “malati”
1
E già, col brodo di carne, perché la carne difficilmente era reperibile nelle case dei poveri! O forse la poca carne a disposizione la si era consumata alcuni giorni avanti. Infatti, prima ancora di Carnevale, nel giorno della Candelora, ci si faceva in quattro per riuscire a mangiare un pezzo di carne, al punto che chi non era in grado di procurarsela avrebbe dovuto “impegnare” qualunque cosa per possederla:
………..
Den èchete crèa? Ampegnèddhete (pulàte) tin miccèddha
Non avete carne? Impegnate (vendete) la figliola
………………….
E’ una massima questa che trova poi il suo riscontro nel dialetto romanzo in uso dalle nostre parte:
……………….
Lu jòrnu di la Candilòra cu no ndàvi carni 'mpègna la figgliòla.
Giorno della Candelòra chi non ha carne impegna la figliola
……………….
Il pranzo di mezzanotte infine era in genere costituito da "lasagne col latte" (lasàgne me gala).
Ma il carnevale, tra tutte le feste, era anche la più breve. I rituali dell’incoronazione, del processo, del testamento di Carnevale e della sua triste fine in mezzo al fuoco, non fanno che ricondurci agli antichi riti agro-pastorali di inizio anno, di rinascita della natura, di passaggio da una stagione all’altra, in cui centrale era il rapporto con i morti e con le divinità sotterranee. Impazzire era lecito solo per pochi attimi.
Il giorno dopo bisognava ritornare al lavoro ed alle abitudini quotidiane che prevedevano, a pranzo e a cena, quelle benedette erbe di campagne, oggi così tanto ricercate. Così recita infatti questo strambotto di Gallicianò, raccolto da Mimolino l’Artista2 dalla bocca della madre:
……………
Pum, pum Candulevàri,
apòzze ce avri vràdi,
den plèo Candulevàri,
chorto ce cardùgna
ce den plèo maccarùgna.
………..
Pum, pum Carnevale,
questa sera e domani sera,
non è più Carnevale,
erbe e cardi,
e non più maccheroni.
………………
E già, perché continuare a pensare alle feste significava rischiare di morire di fame: …………..
San o ciùri kànni sìkosi ta pedìa kànnusi saracostì
Quando il padre fa carnevale i figli fanno quaresima
2 Domenico Nucera detto “Artista” di Gallicianò 2

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