I RAPPORTI UMANI E IL CULTO DELLE COSE

11.07.2016 08:58

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 

 
La penetrazione della civiltà romaica in Calabria è stata davvero profonda e di essa se ne conservano usanze e tradizioni in molte occasioni della vita quotidiana. Il segno di croce sigillava ogni ambiente di lavoro, dagli utensili adoperati o creati per gli animali, al lievito, al pane stesso, al cibo, a quando si finiva di pranzare.
Sacri erano gli attrezzi di lavoro, sacri gli oggetti che appartenevano ai campi o agli animali, come i collari consunti, lasciati appesi ma mai bruciati. Sacra era l’aia su cui si trebbiava. Vi si entrava a piedi nudi e guai a bestemmiare Se il suo uso fosse fede o anche indice di superstizione in realtà non riusciamo a determinarlo, resta il fatto che l’uomo aveva delle cose e della natura un profondo rispetto. Lo stesso dicasi dei rapporti tra la gente. Non era raro infatti notare che le chiavi venivano lasciate nella toppa della porta o che si lasciasse fuori dall’uscio cibo e bevande per i viandanti. V’era poi l’uso continuo del saluto delle persone che si incontravano, anche se sconosciute, così come il lasciare la porta aperta finchè il visitatore non fosse scomparso dalla via accanto alla propria casa. Rinchiudere subito l’uscio dopo la partenza di un amico sarebbe stato un segno di inospitalità, ecc.. Ma vi erano anche tradizioni di reciproca ostilità, soprattutto nei vari paesi:
 
TRADIZIONI DI RECIPROCA OSTILITÀ NEI PAESI GRECANICI1
Usanze dei pastori su un certo tipo di…. “abigeato”
……………
‘Ithela mìa Vutàna, an mu tin dònnu
Na tin pèrro methèmu stin campìa
Na tin gratìo sto spìti jà talòrno
Ce ti spèra na mu kàmi sinodìa
I Vutàni e krapicciùsi c’en mu tin dònnu
Lègusi: <<Sto Rifùdi ène krapìa>>.
Ma, an ecìni mu kànnu tùto tòrto
San èga tos ti ffèvgo stin oscìa
………….
Vorrei una Bovese, se me la danno
Per portarla con me nella campagna,
per tenerla in casa come impiccio
E la sera per farmi compagnia.
I Bovesi son capricciosi e non me la danno
Dicono: <<A Roghudi sono verri>>.
Ma se essi mi fanno questo torto,
come capra gliela rapisco sulla montagna.
………………
O floghimèni na’ne i Vunitàni!
Mbènnusi risolùti stin dulìa:
pàu na kàmu to màvro kuràdi,
ce i prevìteri to kànnu ta pedìa.
Delègondo èna viàggio sto ddomàdi,
jà n’accettèspu tin curnuterìa.
………..
Siano arsi gli abitanti di Roccaforte!
si mettono risoluti al lavoro:
vanno a fare il nero pane,
e i preti gli fanno i figli.
Ritornano una volta la settimana,
per accettare la loro cornutaggine.
………….
‘Athropo tu Rifùdi sènza skòrno,
ìthele parentèra me Vutànu.
I Vutàni ène zze rispèttu, oli to zzèru,
de tthèlu parentèra me krapàru.
Mi jirèzzi na kàmi presunziòni,
ka ta cèrata su ta klànnu sto murtàri.
Jìrezze parentèra ‘cì pu zzèri,
mi jirèzzi n’apparentèzzi me Vutànu.
…………..
Uomo di Roghudi senza pudore,
volevi parentela con i Bovesi.
I Bovesi son di riguardo, tutti lo sanno,
non vogliono parentela con caprai.
Non cercare di fare presunzione,
che le corna te le rompo nel mortaio.
Cerca parentela lì dove sai,
non cercare d’imparentarti con Bovesi.
…………
DALL’AMENDOLEA A BOVA:
……..
Anìzzete te ppòrte, esì Vutàni,
ìrtame i guàppi àndin Amiddalìa!
Tis èchi zzòddhe schètte na te gguàli,
t’ìrtame appòsta n’annàzze i ghenìa:
jatì i Vutàni en juvèggu plèo,
ti èchu katevamèna òli t’astìa.
Ce mi kàmite poddhà lòja,
mandè sas ta trògome san glicìa.
Aprite le porte, voi Bovesi,
siamo venuti i guappi da Amendolea!
Chi ha ragazze nubili le tiri fuori,
chè siam venuti apposta cambiare la razza
Giacchè i Bovesi non servono più,
che hanno tutti le orecchie abbassate.
E non fate molte parole,

se no ve le mangiamo come dolci.

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1 Cfr. G.Rossi Taibbi-G.Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, pp. varie

I RAPPORTI UMANI E IL CULTO DELLE COSE
La penetrazione della civiltà romaica in Calabria è stata davvero profonda e di essa se ne conservano usanze e tradizioni in molte occasioni della vita quotidiana. Il segno di croce sigillava ogni ambiente di lavoro, dagli utensili adoperati o creati per gli animali, al lievito, al pane stesso, al cibo, a quando si finiva di pranzare.
Sacri erano gli attrezzi di lavoro, sacri gli oggetti che appartenevano ai campi o agli animali, come i collari consunti, lasciati appesi ma mai bruciati. Sacra era l’aia su cui si trebbiava. Vi si entrava a piedi nudi e guai a bestemmiare Se il suo uso fosse fede o anche indice di superstizione in realtà non riusciamo a determinarlo, resta il fatto che l’uomo aveva delle cose e della natura un profondo rispetto. Lo stesso dicasi dei rapporti tra la gente. Non era raro infatti notare che le chiavi venivano lasciate nella toppa della porta o che si lasciasse fuori dall’uscio cibo e bevande per i viandanti. V’era poi l’uso continuo del saluto delle persone che si incontravano, anche se sconosciute, così come il lasciare la porta aperta finchè il visitatore non fosse scomparso dalla via accanto alla propria casa. Rinchiudere subito l’uscio dopo la partenza di un amico sarebbe stato un segno di inospitalità, ecc.. Ma vi erano anche tradizioni di reciproca ostilità, soprattutto nei vari paesi:
TRADIZIONI DI RECIPROCA OSTILITÀ NEI PAESI GRECANICI1
Usanze dei pastori su un certo tipo di…. “abigeato”
……………
‘Ithela mìa Vutàna, an mu tin dònnu
Na tin pèrro methèmu stin campìa
Na tin gratìo sto spìti jà talòrno
Ce ti spèra na mu kàmi sinodìa
I Vutàni e krapicciùsi c’en mu tin dònnu
Lègusi: <<Sto Rifùdi ène krapìa>>.
Ma, an ecìni mu kànnu tùto tòrto
San èga tos ti ffèvgo stin oscìa
………….
Vorrei una Bovese, se me la danno
Per portarla con me nella campagna,
per tenerla in casa come impiccio
E la sera per farmi compagnia.
I Bovesi son capricciosi e non me la danno
Dicono: <<A Roghudi sono verri>>.
Ma se essi mi fanno questo torto,
come capra gliela rapisco sulla montagna.
………………
O floghimèni na’ne i Vunitàni!
Mbènnusi risolùti stin dulìa:
pàu na kàmu to màvro kuràdi,
ce i prevìteri to kànnu ta pedìa.
Delègondo èna viàggio sto ddomàdi,
jà n’accettèspu tin curnuterìa.
………..
Siano arsi gli abitanti di Roccaforte!
1 Cfr. G.Rossi Taibbi-G.Caracausi, Testi Neogreci di Calabria, I.S.S.B.N., Palermo, 1959, pp. varie
si mettono risoluti al lavoro:
vanno a fare il nero pane,
e i preti gli fanno i figli.
Ritornano una volta la settimana,
per accettare la loro cornutaggine.
………….
‘Athropo tu Rifùdi sènza skòrno,
ìthele parentèra me Vutànu.
I Vutàni ène zze rispèttu, oli to zzèru,
de tthèlu parentèra me krapàru.
Mi jirèzzi na kàmi presunziòni,
ka ta cèrata su ta klànnu sto murtàri.
Jìrezze parentèra ‘cì pu zzèri,
mi jirèzzi n’apparentèzzi me Vutànu.
…………..
Uomo di Roghudi senza pudore,
volevi parentela con i Bovesi.
I Bovesi son di riguardo, tutti lo sanno,
non vogliono parentela con caprai.
Non cercare di fare presunzione,
che le corna te le rompo nel mortaio.
Cerca parentela lì dove sai,
non cercare d’imparentarti con Bovesi.
…………
DALL’AMENDOLEA A BOVA:
……..
Anìzzete te ppòrte, esì Vutàni,
ìrtame i guàppi àndin Amiddalìa!
Tis èchi zzòddhe schètte na te gguàli,
t’ìrtame appòsta n’annàzze i ghenìa:
jatì i Vutàni en juvèggu plèo,
ti èchu katevamèna òli t’astìa.
Ce mi kàmite poddhà lòja,
mandè sas ta trògome san glicìa.
Aprite le porte, voi Bovesi,
siamo venuti i guappi da Amendolea!
Chi ha ragazze nubili le tiri fuori,
chè siam venuti apposta cambiare la razza
Giacchè i Bovesi non servono più,
che hanno tutti le orecchie abbassate.
E non fate molte parole,
se no ve le mangiamo come dolci.

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