I PRANDÌA (IL MATRIMONIO), I PRANDESIA (IL BANCHETTO NUZIALE)

05.07.2016 09:18
Rubrica Europa ellenofona di Filippo Violi  -  
Sottobraccio al proprio genitore, la sposa si avviava in chiesa dove ad attenderla c’era lo sposo, anch’egli sottobraccio al padre, o alla madre se il padre era deceduto. Qui avveniva l’ultimo atto di quel rituale che era cominciato con il corteggiamento, proseguito col fidanzamento, e che si compiva ormai col matrimonio. Il padre consegnava la propria figlia al futuro sposo suggerendogli ed intimandogli allo stesso tempo:
………..
kalì cunsegnemmèni. An dè pai kalà,
to raddhì ène apìssu stin pòrta.
…….
Ben consegnata. Ma se non va bene,
il bastone è dietro la porta
……
Naturalmente il bastone era dietro la porta per entrambi, anche per il genero se non avesse rispettato sua figlia!
Era qualcosa da prendere sul serio il matrimonio, anche perché una buona moglie riusciva a “fare un buon marito” ed a gestire bene una casa. L’altro anello della catena familiare era troppo importante perché si potesse scegliere senza pensarci due o più volte. E soprattutto la scelta doveva ricadere su una donna che non era mai stata di nessuno; soltanto così il marito avrebbe potuto insegnarle tutto ciò che era necessario per fare una buona moglie. Perciò era quasi una “jattùra” sposare donne d’altri:
…………
Ti prandèguete me mia cchìra,
o den ìvre mai jinèka o den èchi mìra
…………
Chi si sposa con una vedova,
o non vide mai donna o non ha fortuna
………………
Tra le tante usanze matrimoniali dei bovesi secondo i costumi dei Greci, di cui lamenta ancora il vescovo Luca, c'era pure quella di:
“ ...levare grida nelle nozze e nei banchetti al suono dei timpani e del flauto, con l'accompagnamento di danze, e il cantar canzoni con voce acuta, invece che salmi, ubriachi per tutta la notte... “
Il verbo che Luca adopera, “adoleschìn” (cantare con voce acuta) ci riporta ai canti nuziali, a certe sopravvivenze pagane che erano però poi entrate nelle regole del rito bizantino e da esso praticate.
E' probabile che Il fatto si riferisca alle feste che si tenevano in casa della sposa la sera prima del matrimonio. Scriveva in proposito il Lombroso che i greci delle colonie calabresi posseggono “.... avanzi di vecchie pratiche pagane, meglio che importate, rimaste obliate al fondo di quelle deserte e vetuste regioni. (...) e con ricchi conviti celebrano le nozze, dette perciò prandi”1.
Né si può dire che oggi non siano praticate in zone della Calabria e della stessa Grecia.
I canti nuziali avevano un'origine abbastanza profana ed antica e possono essere paragonati chiaramente agli stessi “epithalàmia”, ai “kimistikà”, ai “pastikà”.
Un classico dei matrimoni era spesso la “fujitìna” (la fuga dei fidanzati), per lo più organizzata dagli stessi parenti, soprattutto quando le famiglie, o una delle due famiglie non aveva le disponibilità economiche per affrontare un matrimonio.
La “fujitìna” assumeva però il valore di un rapimento vero e proprio, quando non lo era davvero, per cui nei paesi grecanici era chiamata “i feghimìa”, il rapimento appunto.
“I prandesìa” (il banchetto nuziale) non si svolgeva certamente in un ristorante come oggi, ma in casa di uno dei due sposi o in quella più grande di qualche parente. Non era raro comunque che il posto a sedere non fosse sufficiente per tutti gli invitati per cui si imponeva il turno per consumare il pranzo di nozze.
A questo punto erano generalmente gli invitati della sposa che pranzavano per primi, dopo che qualcuno, generalmente il padrone di casa, postosi sull’uscio, invitava la gente ad entrare:
…..
Pe’ prima di la parti di la zzìta!
Entrino per primi gli invitati della sposa!
…..
E gli altri fuori ad attendere che i primi invitati finissero di mangiare. Immaginatevi la scena!
Naturalmente il problema si poneva nel momento in cui qualcuno era stato invitato da parte di entrambi gli sposi: mangiare due volte, specialmente in quei tempi, era certamente meglio di una!
Legate alle usanze del matrimonio, come vedremo più avanti, erano le giornate di “ferie” concesse ai pastori nei giorni del loro matrimonio, in tutto tre giorni: Sabato (per prepararsi), Domenica (per “consumare”), Lunedì (per riposare)!
 
 
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1 C. Lombroso, In Calabria, Giannotta, Catania, 1898, p.12-13 (ristampa anastatica, Casa del libro, Reggio Calabria).
L’indomani con il gregge!I PRANDÌA
(IL MATRIMONIO)
Sottobraccio al proprio genitore, la sposa si avviava in chiesa dove ad attenderla c’era lo sposo, anch’egli sottobraccio al padre, o alla madre se il padre era deceduto. Qui avveniva l’ultimo atto di quel rituale che era cominciato con il corteggiamento, proseguito col fidanzamento, e che si compiva ormai col matrimonio. Il padre consegnava la propria figlia al futuro sposo suggerendogli ed intimandogli allo stesso tempo:
………..
kalì cunsegnemmèni. An dè pai kalà,
to raddhì ène apìssu stin pòrta.
…….
Ben consegnata. Ma se non va bene,
il bastone è dietro la porta
……
Naturalmente il bastone era dietro la porta per entrambi, anche per il genero se non avesse rispettato sua figlia!
Era qualcosa da prendere sul serio il matrimonio, anche perché una buona moglie riusciva a “fare un buon marito” ed a gestire bene una casa. L’altro anello della catena familiare era troppo importante perché si potesse scegliere senza pensarci due o più volte. E soprattutto la scelta doveva ricadere su una donna che non era mai stata di nessuno; soltanto così il marito avrebbe potuto insegnarle tutto ciò che era necessario per fare una buona moglie. Perciò era quasi una “jattùra” sposare donne d’altri:
…………
Ti prandèguete me mia cchìra,
o den ìvre mai jinèka o den èchi mìra
…………
Chi si sposa con una vedova,
o non vide mai donna o non ha fortuna
………………
Tra le tante usanze matrimoniali dei bovesi secondo i costumi dei Greci, di cui lamenta ancora il vescovo Luca, c'era pure quella di:
“ ...levare grida nelle nozze e nei banchetti al suono dei timpani e del flauto, con l'accompagnamento di danze, e il cantar canzoni con voce acuta, invece che salmi, ubriachi per tutta la notte... “
Il verbo che Luca adopera, “adoleschìn” (cantare con voce acuta) ci riporta ai canti nuziali, a certe sopravvivenze pagane che erano però poi entrate nelle regole del rito bizantino e da esso praticate.
E' probabile che Il fatto si riferisca alle feste che si tenevano in casa della sposa la sera prima del matrimonio. Scriveva in proposito il Lombroso che i greci delle colonie calabresi posseggono “.... avanzi di vecchie pratiche pagane, meglio che importate, rimaste obliate al fondo di quelle deserte e vetuste regioni. (...) e con ricchi conviti celebrano le nozze, dette perciò prandi”1.
1 C. Lombroso, In Calabria, Giannotta, Catania, 1898, p.12-13 (ristampa anastatica, Casa del libro, Reggio Calabria).
Né si può dire che oggi non siano praticate in zone della Calabria e della stessa Grecia.
I canti nuziali avevano un'origine abbastanza profana ed antica e possono essere paragonati chiaramente agli stessi “epithalàmia”, ai “kimistikà”, ai “pastikà”.
Un classico dei matrimoni era spesso la “fujitìna” (la fuga dei fidanzati), per lo più organizzata dagli stessi parenti, soprattutto quando le famiglie, o una delle due famiglie non aveva le disponibilità economiche per affrontare un matrimonio.
La “fujitìna” assumeva però il valore di un rapimento vero e proprio, quando non lo era davvero, per cui nei paesi grecanici era chiamata “i feghimìa”, il rapimento appunto.
“I prandesìa” (il banchetto nuziale) non si svolgeva certamente in un ristorante come oggi, ma in casa di uno dei due sposi o in quella più grande di qualche parente. Non era raro comunque che il posto a sedere non fosse sufficiente per tutti gli invitati per cui si imponeva il turno per consumare il pranzo di nozze.
A questo punto erano generalmente gli invitati della sposa che pranzavano per primi, dopo che qualcuno, generalmente il padrone di casa, postosi sull’uscio, invitava la gente ad entrare:
…..
Pe’ prima di la parti di la zzìta!
Entrino per primi gli invitati della sposa!
…..
E gli altri fuori ad attendere che i primi invitati finissero di mangiare. Immaginatevi la scena!
Naturalmente il problema si poneva nel momento in cui qualcuno era stato invitato da parte di entrambi gli sposi: mangiare due volte, specialmente in quei tempi, era certamente meglio di una!
Legate alle usanze del matrimonio, come vedremo più avanti, erano le giornate di “ferie” concesse ai pastori nei giorni del loro matrimonio, in tutto tre giorni: Sabato (per prepararsi), Domenica (per “consumare”), Lunedì (per riposare)!
L’indomani con il gregge!I PRANDÌA
(IL MATRIMONIO)
Sottobraccio al proprio genitore, la sposa si avviava in chiesa dove ad attenderla c’era lo sposo, anch’egli sottobraccio al padre, o alla madre se il padre era deceduto. Qui avveniva l’ultimo atto di quel rituale che era cominciato con il corteggiamento, proseguito col fidanzamento, e che si compiva ormai col matrimonio. Il padre consegnava la propria figlia al futuro sposo suggerendogli ed intimandogli allo stesso tempo:
………..
kalì cunsegnemmèni. An dè pai kalà,
to raddhì ène apìssu stin pòrta.
…….
Ben consegnata. Ma se non va bene,
il bastone è dietro la porta
……
Naturalmente il bastone era dietro la porta per entrambi, anche per il genero se non avesse rispettato sua figlia!
Era qualcosa da prendere sul serio il matrimonio, anche perché una buona moglie riusciva a “fare un buon marito” ed a gestire bene una casa. L’altro anello della catena familiare era troppo importante perché si potesse scegliere senza pensarci due o più volte. E soprattutto la scelta doveva ricadere su una donna che non era mai stata di nessuno; soltanto così il marito avrebbe potuto insegnarle tutto ciò che era necessario per fare una buona moglie. Perciò era quasi una “jattùra” sposare donne d’altri:
…………
Ti prandèguete me mia cchìra,
o den ìvre mai jinèka o den èchi mìra
…………
Chi si sposa con una vedova,
o non vide mai donna o non ha fortuna
………………
Tra le tante usanze matrimoniali dei bovesi secondo i costumi dei Greci, di cui lamenta ancora il vescovo Luca, c'era pure quella di:
“ ...levare grida nelle nozze e nei banchetti al suono dei timpani e del flauto, con l'accompagnamento di danze, e il cantar canzoni con voce acuta, invece che salmi, ubriachi per tutta la notte... “
Il verbo che Luca adopera, “adoleschìn” (cantare con voce acuta) ci riporta ai canti nuziali, a certe sopravvivenze pagane che erano però poi entrate nelle regole del rito bizantino e da esso praticate.
E' probabile che Il fatto si riferisca alle feste che si tenevano in casa della sposa la sera prima del matrimonio. Scriveva in proposito il Lombroso che i greci delle colonie calabresi posseggono “.... avanzi di vecchie pratiche pagane, meglio che importate, rimaste obliate al fondo di quelle deserte e vetuste regioni. (...) e con ricchi conviti celebrano le nozze, dette perciò prandi”1.
1 C. Lombroso, In Calabria, Giannotta, Catania, 1898, p.12-13 (ristampa anastatica, Casa del libro, Reggio Calabria).
Né si può dire che oggi non siano praticate in zone della Calabria e della stessa Grecia.
I canti nuziali avevano un'origine abbastanza profana ed antica e possono essere paragonati chiaramente agli stessi “epithalàmia”, ai “kimistikà”, ai “pastikà”.
Un classico dei matrimoni era spesso la “fujitìna” (la fuga dei fidanzati), per lo più organizzata dagli stessi parenti, soprattutto quando le famiglie, o una delle due famiglie non aveva le disponibilità economiche per affrontare un matrimonio.
La “fujitìna” assumeva però il valore di un rapimento vero e proprio, quando non lo era davvero, per cui nei paesi grecanici era chiamata “i feghimìa”, il rapimento appunto.
“I prandesìa” (il banchetto nuziale) non si svolgeva certamente in un ristorante come oggi, ma in casa di uno dei due sposi o in quella più grande di qualche parente. Non era raro comunque che il posto a sedere non fosse sufficiente per tutti gli invitati per cui si imponeva il turno per consumare il pranzo di nozze.
A questo punto erano generalmente gli invitati della sposa che pranzavano per primi, dopo che qualcuno, generalmente il padrone di casa, postosi sull’uscio, invitava la gente ad entrare:
…..
Pe’ prima di la parti di la zzìta!
Entrino per primi gli invitati della sposa!
…..
E gli altri fuori ad attendere che i primi invitati finissero di mangiare. Immaginatevi la scena!
Naturalmente il problema si poneva nel momento in cui qualcuno era stato invitato da parte di entrambi gli sposi: mangiare due volte, specialmente in quei tempi, era certamente meglio di una!
Legate alle usanze del matrimonio, come vedremo più avanti, erano le giornate di “ferie” concesse ai pastori nei giorni del loro matrimonio, in tutto tre giorni: Sabato (per prepararsi), Domenica (per “consumare”), Lunedì (per riposare)!
L’indomani con il gregge!

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