LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE. I Pascalìa (La Pasqua) La quaresima (i saracostì). (9.cont)

23.06.2016 13:53
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
I Pascalìa  (La Pasqua)
La quaresima (i saracostì), espressione di atteggiamenti abbastanza interessanti ed anche mistificanti, che ribadisce il primato assoluto del digiuno, della frugalità e della castità, ha ormai ceduto il passo alla settimana della Passione. Di nuovo erbe, lattughe e cavoli, ma domenica sarà Pasqua. C’è nuovamente una ripresa ed una vitalità senza soste.
Durante la Settimana Santa (Ajo Ddomàdi) la gente si era contenuta da qualsiasi smodatezza, quasi respirando il clima di penitenza e di passione di quei giorni. Una delle regole principali, allora in uso, era che non ci si poteva "cammeràre" per tutta la settimana santa, cioè “mangiare carne”, ma solamente ricotta con uova o altre cose:
………..
Ston àjo ddomàdi den etrògai crèa
Nella settimana santa non si mangia carne
………………
In questo periodo, una delle usanze meno conosciute e, credo in uso soltanto da noi, o almeno praticata in maniera particolare nei paesi grecanici, era quella che impediva al marito di “cammerarsi” in quei giorni di passione. Potrà sembrare strano o alquanto inconsueto, ma in questa settimana c'erano delle mogli talmente pie che rinunciavano in ogni caso alle “gioie” del talamo coniugale, non consentendo al marito di "cammerarsi", cioè di “avvicinarsi per fare l'amore”. Non bisognava insomma sentire il richiamo della carne nemmeno in campo sessuale. Diceva infatti la pia moglie al marito che osava avvicinarsi a lei in quei giorni:
……….
Apòzze den cammarèguise! 1
Stasera non ti càmmari (questa sera non farai l'amore)!
……………
Ma oltre a non mangiare carne c'erano delle persone che dal Giovedì Santo al Sabato Santo digiunavano, mangiando solamente al mattino ed alla sera, ed anche una sola volta al giorno. Comunque non era molto difficile digiunare a quei tempi! Ciò poteva anche essere fatto durante tutto il periodo della "saracostì", cioè della Quaresima, quando il digiuno si imponeva per sette settimane.
Nelle sere precedenti la Santa Pasqua venivano recitate le orazioni relative alla Passione del Cristo. Riporto qui alcune orazioni anche in grecanico2. La prima, detta litì ( dal greco litè = preghiera, lamento) sembra un rifacimento, appena guasto, di una antica versione originale; della seconda in realtà noi conosciamo soltanto la versione in lingua romanza. La versione grecanica è infatti un rifacimento di quella romanza e risente di un lessico approssimativo e per nulla rimato. Interessante sarebbe invece annotare le vive usanze che si hanno presso i Griki del Salento3 i quali vanno ancora in giro a cantare la Passione (I Passiùna):
Pàme càtu càtu
Stìn pòrta tu Pilàtu,
ecì èchi ena dendrò,
ma den ène dendrò,
Ecìno ène o Christò
ta cladìa ene i anghèli
Ta fìddha i apostòli
Tu pàu tragudònda
Ti màgni Passiòni
,,,,,,,,,,,,,
Andiamo sotto sotto
la porta di Pilato,
lì c’è una quercia,
ma non è una quercia
Quello è Cristo
i rami sono gli angeli
le foglie gli apostoli
Gli vanno cantando
la bella Passione
………
Ed ecco la seconda orazione sulla passione del Cristo:
………
Clèi, clèi i Marùddha
Mavri jinecùddha,
clèi ti èchi ton-i-iòndi
sti ngundànna.
Mi clàzzite, dè, dè
ti ghirìzzi sto spìti
Sto spìti tu Pilàtu
Den ngannèghete.
To stavrò ti ito spìlo
ce ti ito chrondò
Apànu sti zzàppa
tu ècame mia fossa.
To ema trèchi
ce to crèa afìnnete,
fèghi i trùppa ce i cavallèria;
carfìa ce martèglia kkiamèna.
O Christò tos ipe:
<>.
Ela èla, Giuvà,
ti egò se thèlo.
Ela afùdima
na clazzo to pedì
Mavro feretùto to azzèpoma
esù to clese azze ciùri c'egò azze jò.
O Gesù, jinèke ti èchete pedìa,
arfanèddhe mènete azze ciùri.
Pis te ccanunài tunde pende tripe
canni to perdùno an nda peccàti.
I omologhiàmu tin ìpa,
sto cèli tin ègrazza,
tos anghièlo tin èdoca, na zì i Maria,
abbòcato dicòmma
…….
Ciàngi, ciàngi Maria
povera donna,
Ciàngi chi ndàvi so' fìgghiu
A la cundànna.
Non ciàngiri, no, no
Perchì a la casa torna
A casa di Pilatu
Non s'ingànna
La cruci ch'era arta
E ch'era grossa
Supra a la spaddha
Nci fici na fossa
Lu sangu scurri
e la carni si dassa,
curri la truppa e la cavalleria;
li chiòva e li martèddhi preparati.
Cristu nci rispùsi:
<< o madri mia>>.
Veni, veni, Giuvànni,
Ca ti vògghiu.
Veni ad aiutàri
A ciàngiri me' fìgghiu
Poverèddhu lu portanu a morìri
Tu lu ciàngi di pàtri eu di figghiu.
O Gesù, fìmmini chi figghiòli avìti,
Òrfani restàti e senza patri.
Cu si li pensa sti cinku ferìti
Faci la rimissiòni di li so’ peccàti.
la me’ razioni è ditta,
a lu celu l’aju scritta
all’angeli è data, viva Maria,
La nostra avvocata
………
C’è ancora chi ricorda come il Venerdì santo le donne portassero al collo un fazzoletto nero in segno di lutto per la morte del Cristo, e chi in quei giorni non si pettinava i capelli, non puliva in casa, non rifaceva i letti. I rimandi sono ad una antica credenza che si racconta in tutta la nostra zona. Si dice infatti che un giorno Maria, nel cercare Gesù, si fosse fermata presso una casa a chiedere dell’acqua. La padrona di casa, occupata com’era nel pettinarsi, non ebbe tempo per offrire l’acqua alla Madonna e si dice che Maria abbia maledetto la treccia dei capelli che viene pettinata di venerdì santo:
……
Maledìtta chìddha trìzza
chi di Vèneri s’intrìzza
…….
Sia maledetta quella treccia
pettinata di Venerdì Santo
………
Successivamente chiese ad una donna che stava impastando il pane e quella, lasciò tutto per dare a Maria l’acqua. La Madonna benedisse così la pasta fatta di Venerdì santo:
…..
Benedìtta chìddha pàsta
chi di Vèneri s’impàsta
…..
Sia benedetta quella pasta
preparata nel Venerdì Santo
………
Il giorno in cui il Signore moriva, le campane non suonavano più, e, per tutta la durata del triduo, si andava in giro a suonare la "clocca" o “trocca”, uno strumento di legno che ai lati portava attaccati dei pezzi di ferro che, col movimento ritmico delle mani, producevano un suono cupo, quasi a voler ricordare la solennità e la gravità del momento. La “clocca” era accompagnata da un invito verbale che veniva fatto contemporaneamente, da chi la suonava, alla popolazione:
…………
Elàte stin anglisìa ti o Christò ène pethammèno
Venite in Chiesa chè il Signore è morto!
………….
Arrivava però il giorno della Resurrezione. Le campane suonavano a festa e ognuno portava in Chiesa, per farle benedire, le “cuddhùre”, le ciambelle di pane, affinché diventassero “àjo zomì”, “pane santo o benedetto” da distribuire in casa in segno di augurio.
I bambini di Gallicianò, riuniti accanto ai propilei della Chiesa, lanciavano pietre sui tetti delle case al grido di:
……..
fìghite pondìcia, fìghite scursùgna
andate via topi, andate via serpenti.
………..
Era così finito il tempo della tristezza!
A Pasqua la gente confezionava alcuni dolci chiamati “cuddhuràci” (dal greco Kolluràkia, cioè focaccine) oppure “‘ngùte”. In relazione ai “cuddhuràci” c’è una antica strofetta di Gallicianò che recita così:
……
S’èpiasa finalmènti puddhicùci,
pròprio san to pedì to cuddhuràci
……
“Ti ho preso finalmente passerotto
proprio come il fanciullo (prende) il cuddhuràci”
……
Un'altra usanza, ormai quasi scomparsa, era quella che vedeva le fidanzate preparare “l'aggùta” (agguò = uovo) con tredici uova o un numero non sempre stabilito, purché dispari, per regalarla al fidanzato. “L'aggùta” era, e lo è ancora, il classico dolce di Pasqua fatto con farina, olio, miele e uova sode che venivano poste sopra la pasta del dolce.
Continuava così a rivivere la speranza di giorni migliori, dimenticando, pur se per breve tempo, i propri affanni quotidiani. La gioia, il dolore, la speranza erano certamente alcuni dei tratti distintivi più antichi e costanti della cultura popolare grecanica, e la Pasqua rinnovava forse di più, tra tutte le feste, questi motivi. Era insomma una festa sentita realmente dal nostro popolo che, quando voleva augurare qualcosa di male a qualcuno, ricorreva alla classica espressione
……
Na su kkatharìsi i malapàska!
Che ti scortichi la malapasqua!
 
______________________________________________________________
1 La massima, successivamente entrata nell’uso comune, stava pure ad indicare che ogni tentativo fatto da una persona sarebbe stato vano, e cioè: “Non riuscirai ad ottenere ciò che cerchi”
2 La trovo pubblicata in D. Rodà, La Lingua mozzata: i grecanici nella vallata dell’Amendolea, Casa del Libro, Reggio Calabria, 1981; e in P. Mallamo, Gli anni dietro l’angolo, Laruffa, Reggio Calabria, 1989, p.142. A proposito di questa ultima pubblicazione debbo amaramente annotare che nello stesso volume, a parte il canto già citato, si trovano alcune formule tradizionali pubblicate in un calendario grecanico dal “Jalò tu Vùa”, curato da me, che l’autrice purtroppo non segnala come già edite,
3 Nel 1985 e in anni successivi, alcuni grìki del Salento sono stati ospiti della comunità grecanica di Bova Marina, cantando “I Passiùna” in Chiesa e in giro per il paese.
……
5I Pascalìa
(La Pasqua)
La quaresima (i saracostì), espressione di atteggiamenti abbastanza interessanti ed anche mistificanti, che ribadisce il primato assoluto del digiuno, della frugalità e della castità, ha ormai ceduto il passo alla settimana della Passione. Di nuovo erbe, lattughe e cavoli, ma domenica sarà Pasqua. C’è nuovamente una ripresa ed una vitalità senza soste.
Durante la Settimana Santa (Ajo Ddomàdi) la gente si era contenuta da qualsiasi smodatezza, quasi respirando il clima di penitenza e di passione di quei giorni. Una delle regole principali, allora in uso, era che non ci si poteva "cammeràre" per tutta la settimana santa, cioè “mangiare carne”, ma solamente ricotta con uova o altre cose:
………..
Ston àjo ddomàdi den etrògai crèa
Nella settimana santa non si mangia carne
………………
In questo periodo, una delle usanze meno conosciute e, credo in uso soltanto da noi, o almeno praticata in maniera particolare nei paesi grecanici, era quella che impediva al marito di “cammerarsi” in quei giorni di passione. Potrà sembrare strano o alquanto inconsueto, ma in questa settimana c'erano delle mogli talmente pie che rinunciavano in ogni caso alle “gioie” del talamo coniugale, non consentendo al marito di "cammerarsi", cioè di “avvicinarsi per fare l'amore”. Non bisognava insomma sentire il richiamo della carne nemmeno in campo sessuale. Diceva infatti la pia moglie al marito che osava avvicinarsi a lei in quei giorni:
……….
Apòzze den cammarèguise! 1
Stasera non ti càmmari (questa sera non farai l'amore)!
……………
Ma oltre a non mangiare carne c'erano delle persone che dal Giovedì Santo al Sabato Santo digiunavano, mangiando solamente al mattino ed alla sera, ed anche una sola volta al giorno. Comunque non era molto difficile digiunare a quei tempi! Ciò poteva anche essere fatto durante tutto il periodo della "saracostì", cioè della Quaresima, quando il digiuno si imponeva per sette settimane.
Nelle sere precedenti la Santa Pasqua venivano recitate le orazioni relative alla Passione del Cristo. Riporto qui alcune orazioni anche in grecanico2. La prima, detta litì ( dal greco litè = preghiera, lamento) sembra un rifacimento, appena guasto, di una antica versione originale; della seconda in realtà noi conosciamo soltanto la versione in lingua romanza. La versione grecanica è infatti un rifacimento di quella romanza e risente di un lessico approssimativo e per nulla rimato. Interessante sarebbe invece annotare le vive usanze che si hanno presso i Griki del Salento3 i quali vanno ancora in giro a cantare la Passione (I Passiùna):
1 La massima, successivamente entrata nell’uso comune, stava pure ad indicare che ogni tentativo fatto da una persona sarebbe stato vano, e cioè: “Non riuscirai ad ottenere ciò che cerchi”
2 La trovo pubblicata in D. Rodà, La Lingua mozzata: i grecanici nella vallata dell’Amendolea, Casa del Libro, Reggio Calabria, 1981; e in P. Mallamo, Gli anni dietro l’angolo, Laruffa, Reggio Calabria, 1989, p.142. A proposito di questa ultima pubblicazione debbo amaramente annotare che nello stesso volume, a parte il canto già citato, si trovano alcune formule tradizionali pubblicate in un calendario grecanico dal “Jalò tu Vùa”, curato da me, che l’autrice purtroppo non segnala come già edite,
3 Nel 1985 e in anni successivi, alcuni grìki del Salento sono stati ospiti della comunità grecanica di Bova Marina, cantando “I Passiùna” in Chiesa e in giro per il paese.
1
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Pàme càtu càtu
Stìn pòrta tu Pilàtu,
ecì èchi ena dendrò,
ma den ène dendrò,
Ecìno ène o Christò
ta cladìa ene i anghèli
Ta fìddha i apostòli
Tu pàu tragudònda
Ti màgni Passiòni
,,,,,,,,,,,,,
Andiamo sotto sotto
la porta di Pilato,
lì c’è una quercia,
ma non è una quercia
Quello è Cristo
i rami sono gli angeli
le foglie gli apostoli
Gli vanno cantando
la bella Passione
………
Ed ecco la seconda orazione sulla passione del Cristo:
………
Clèi, clèi i Marùddha
Mavri jinecùddha,
clèi ti èchi ton-i-iòndi
sti ngundànna.
Mi clàzzite, dè, dè
ti ghirìzzi sto spìti
Sto spìti tu Pilàtu
Den ngannèghete.
To stavrò ti ito spìlo
ce ti ito chrondò
Apànu sti zzàppa
tu ècame mia fossa.
To ema trèchi
ce to crèa afìnnete,
fèghi i trùppa ce i cavallèria;
carfìa ce martèglia kkiamèna.
2
O Christò tos ipe:
<>.
Ela èla, Giuvà,
ti egò se thèlo.
Ela afùdima
na clazzo to pedì
Mavro feretùto to azzèpoma
esù to clese azze ciùri c'egò azze jò.
O Gesù, jinèke ti èchete pedìa,
arfanèddhe mènete azze ciùri.
Pis te ccanunài tunde pende tripe
canni to perdùno an nda peccàti.
I omologhiàmu tin ìpa,
sto cèli tin ègrazza,
tos anghièlo tin èdoca, na zì i Maria,
abbòcato dicòmma
…….
Ciàngi, ciàngi Maria
povera donna,
Ciàngi chi ndàvi so' fìgghiu
A la cundànna.
Non ciàngiri, no, no
Perchì a la casa torna
A casa di Pilatu
Non s'ingànna
La cruci ch'era arta
E ch'era grossa
Supra a la spaddha
Nci fici na fossa
Lu sangu scurri
e la carni si dassa,
curri la truppa e la cavalleria;
li chiòva e li martèddhi preparati.
Cristu nci rispùsi:
<< o madri mia>>.
Veni, veni, Giuvànni,
Ca ti vògghiu.
Veni ad aiutàri
A ciàngiri me' fìgghiu
Poverèddhu lu portanu a morìri
Tu lu ciàngi di pàtri eu di figghiu.
3
O Gesù, fìmmini chi figghiòli avìti,
Òrfani restàti e senza patri.
Cu si li pensa sti cinku ferìti
Faci la rimissiòni di li so’ peccàti.
la me’ razioni è ditta,
a lu celu l’aju scritta
all’angeli è data, viva Maria,
La nostra avvocata
………
C’è ancora chi ricorda come il Venerdì santo le donne portassero al collo un fazzoletto nero in segno di lutto per la morte del Cristo, e chi in quei giorni non si pettinava i capelli, non puliva in casa, non rifaceva i letti. I rimandi sono ad una antica credenza che si racconta in tutta la nostra zona. Si dice infatti che un giorno Maria, nel cercare Gesù, si fosse fermata presso una casa a chiedere dell’acqua. La padrona di casa, occupata com’era nel pettinarsi, non ebbe tempo per offrire l’acqua alla Madonna e si dice che Maria abbia maledetto la treccia dei capelli che viene pettinata di venerdì santo:
……
Maledìtta chìddha trìzza
chi di Vèneri s’intrìzza
…….
Sia maledetta quella treccia
pettinata di Venerdì Santo
………
Successivamente chiese ad una donna che stava impastando il pane e quella, lasciò tutto per dare a Maria l’acqua. La Madonna benedisse così la pasta fatta di Venerdì santo:
…..
Benedìtta chìddha pàsta
chi di Vèneri s’impàsta
…..
Sia benedetta quella pasta
preparata nel Venerdì Santo
………
Il giorno in cui il Signore moriva, le campane non suonavano più, e, per tutta la durata del triduo, si andava in giro a suonare la "clocca" o “trocca”, uno strumento di legno che ai lati portava attaccati dei pezzi di ferro che, col movimento ritmico delle mani, producevano un suono cupo, quasi a voler ricordare la solennità e la gravità del momento. La “clocca” era accompagnata da un invito verbale che veniva fatto contemporaneamente, da chi la suonava, alla popolazione:
…………
Elàte stin anglisìa ti o Christò ène pethammèno
Venite in Chiesa chè il Signore è morto!
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Arrivava però il giorno della Resurrezione. Le campane suonavano a festa e ognuno portava in Chiesa, per farle benedire, le “cuddhùre”, le ciambelle di pane, affinché diventassero “àjo zomì”, “pane santo o benedetto” da distribuire in casa in segno di augurio.
I bambini di Gallicianò, riuniti accanto ai propilei della Chiesa, lanciavano pietre sui tetti delle case al grido di:
……..
fìghite pondìcia, fìghite scursùgna
andate via topi, andate via serpenti.
………..
Era così finito il tempo della tristezza!
A Pasqua la gente confezionava alcuni dolci chiamati “cuddhuràci” (dal greco Kolluràkia, cioè focaccine) oppure “‘ngùte”. In relazione ai “cuddhuràci” c’è una antica strofetta di Gallicianò che recita così:
……
S’èpiasa finalmènti puddhicùci,
pròprio san to pedì to cuddhuràci
……
“Ti ho preso finalmente passerotto
proprio come il fanciullo (prende) il cuddhuràci”
……
Un'altra usanza, ormai quasi scomparsa, era quella che vedeva le fidanzate preparare “l'aggùta” (agguò = uovo) con tredici uova o un numero non sempre stabilito, purché dispari, per regalarla al fidanzato. “L'aggùta” era, e lo è ancora, il classico dolce di Pasqua fatto con farina, olio, miele e uova sode che venivano poste sopra la pasta del dolce.
Continuava così a rivivere la speranza di giorni migliori, dimenticando, pur se per breve tempo, i propri affanni quotidiani. La gioia, il dolore, la speranza erano certamente alcuni dei tratti distintivi più antichi e costanti della cultura popolare grecanica, e la Pasqua rinnovava forse di più, tra tutte le feste, questi motivi. Era insomma una festa sentita realmente dal nostro popolo che, quando voleva augurare qualcosa di male a qualcuno, ricorreva alla classica espressione
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Na su kkatharìsi i malapàska!
Che ti scortichi la malapasqua!
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