I NÌCENA - LA SIRENA

20.07.2016 20:13
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
 
La sirena è una figura antropologica metà pesce e metà donna, dal temperamento malevolo. Nella tradizione orientale, risalente al 1000 a.C., è metà uccello e metà donna. Quest'ultima tradizione, tipicamente greca, che indica più chiaramente le arpie, le riconosceva figlie di Acheloo e Mnemosine, o Calliope, o Tersicore.
Secondo il mito, furono trasformate in tal modo da Demetra per poter cercare Persefone rapita da Plutone (o per punizione per non aver saputo evitare il ratto) o "secondo altri" furono trasformate dalle Muse poiché battute nel canto. Le Sirene sono menzionate per la prima volta da Omero. Nel poema sono due mentre altri autori posteriori ne ricordano quattro: Telete, Redne, Molpe e Telsiope, oppure tre: Pisinoe, Aglaope e Telsiope, conosciute anche coi nomi di Partenope, Leucosia e Ligia. Con il loro canto affascinavano i marinai che erano indotti a schiantarsi sugli scogli dell'isola dove vivevano. Solo due navi sfuggirono alla morte: quella di Ulisse, di ritorno dalla guerra di Troia, e quella degli Argonauti. La sirena del racconto grecanico viene chiamata a testimonianza del voto fatto da due genitori che non avevano figli e, che se ne avessero avuto uno, lo avrebbero poi dato, alla scadenza di quindici anni, in pasto alla sirena. Nello stesso racconto notiamo la presenza del mago, ed il giovane destinato a perire, riuscirà prima a gabbare la sirena e poi ad uccidere il mago:
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<<Ena viàggio ìche mìan mana c’ènan ciùri ce den ìchai kanè pedì, c’ecàmai amologhìa na tos stìli ena pedì; sto kapo asce decapènde chrònu na to fài i nìcena. (…). Dopu ti passèspai tuti chròni, ipe i nìcena: << Pè ti mànassu na mu stili to prama pu mo’tàfti>>. I mana tu ìpe: <<Pèti t’addhismòniese>>. Ekondòfere metapà ce tis ìpe: <<Addhismònia>>. Ecìni tu èdese to dàftilo: <<An den mu fèrese to prama pu mo’tàfti, su kofto to dàftilo>>. Ejàe stin mana ce tis ipe na tis istìli to prama pu tis etàfti. Ecìni èmbese klònda me ton andra, ce tos ìpe: << Ti èchite ce klèite?>>. <<Ti ècho? Na se fài ecìni>>. <<Addùnka dotèmu ta rùcha; thelo na pào ta fàttimu (…)>>1.
……………..
[Una volta c’era una madre e un padre che non avevano alcun figlio, e fecero voto che mandasse loro un figlio; al termine di quindici anni lo mangiasse la sirena. Dopo che passarono questi anni, la sirena disse: << Dì a tua madre che mi mandi la cosa che mi promise>>. La madre gli disse: <<Dille che ti sei dimenticato>>. Ritornò indietro e le disse: <<Mi sono dimenticato>>. Quella gli legò il dito: <<Se non mi avrai portato la cosa che mi promise, ti taglio il dito>>. Andò dalla madre e le disse di mandarle la cosa che le aveva promesso. Quella cominciò a piangere con il marito, e (egli) disse loro: <<Che avete da piangere?>>. <<Che cosa ho? Quella vuole mangiarti>>. <<Allora datemi i vestiti; voglio andar via (…)>>.]
……………
E fu così che il giovane riuscì a sopravvivere, ingannando prima la sirena, e uccidendo poi il mago.
1 Rossi-Taibbi e Caracausi, [Testi Neogreci di Calabria]: I nìcena, to pedì ce o màgose, p. 93LA SIRENA
(I NÌCENA)
La sirena è una figura antropologica metà pesce e metà donna, dal temperamento malevolo. Nella tradizione orientale, risalente al 1000 a.C., è metà uccello e metà donna. Quest'ultima tradizione, tipicamente greca, che indica più chiaramente le arpie, le riconosceva figlie di Acheloo e Mnemosine, o Calliope, o Tersicore.
Secondo il mito, furono trasformate in tal modo da Demetra per poter cercare Persefone rapita da Plutone (o per punizione per non aver saputo evitare il ratto) o "secondo altri" furono trasformate dalle Muse poiché battute nel canto. Le Sirene sono menzionate per la prima volta da Omero. Nel poema sono due mentre altri autori posteriori ne ricordano quattro: Telete, Redne, Molpe e Telsiope, oppure tre: Pisinoe, Aglaope e Telsiope, conosciute anche coi nomi di Partenope, Leucosia e Ligia. Con il loro canto affascinavano i marinai che erano indotti a schiantarsi sugli scogli dell'isola dove vivevano. Solo due navi sfuggirono alla morte: quella di Ulisse, di ritorno dalla guerra di Troia, e quella degli Argonauti. La sirena del racconto grecanico viene chiamata a testimonianza del voto fatto da due genitori che non avevano figli e, che se ne avessero avuto uno, lo avrebbero poi dato, alla scadenza di quindici anni, in pasto alla sirena. Nello stesso racconto notiamo la presenza del mago, ed il giovane destinato a perire, riuscirà prima a gabbare la sirena e poi ad uccidere il mago:
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<<Ena viàggio ìche mìan mana c’ènan ciùri ce den ìchai kanè pedì, c’ecàmai amologhìa na tos stìli ena pedì; sto kapo asce decapènde chrònu na to fài i nìcena. (…). Dopu ti passèspai tuti chròni, ipe i nìcena: << Pè ti mànassu na mu stili to prama pu mo’tàfti>>. I mana tu ìpe: <<Pèti t’addhismòniese>>. Ekondòfere metapà ce tis ìpe: <<Addhismònia>>. Ecìni tu èdese to dàftilo: <<An den mu fèrese to prama pu mo’tàfti, su kofto to dàftilo>>. Ejàe stin mana ce tis ipe na tis istìli to prama pu tis etàfti. Ecìni èmbese klònda me ton andra, ce tos ìpe: << Ti èchite ce klèite?>>. <<Ti ècho? Na se fài ecìni>>. <<Addùnka dotèmu ta rùcha; thelo na pào ta fàttimu (…)>>1.
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[Una volta c’era una madre e un padre che non avevano alcun figlio, e fecero voto che mandasse loro un figlio; al termine di quindici anni lo mangiasse la sirena. Dopo che passarono questi anni, la sirena disse: << Dì a tua madre che mi mandi la cosa che mi promise>>. La madre gli disse: <<Dille che ti sei dimenticato>>. Ritornò indietro e le disse: <<Mi sono dimenticato>>. Quella gli legò il dito: <<Se non mi avrai portato la cosa che mi promise, ti taglio il dito>>. Andò dalla madre e le disse di mandarle la cosa che le aveva promesso. Quella cominciò a piangere con il marito, e (egli) disse loro: <<Che avete da piangere?>>. <<Che cosa ho? Quella vuole mangiarti>>. <<Allora datemi i vestiti; voglio andar via (…)>>.]
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E fu così che il giovane riuscì a sopravvivere, ingannando prima la sirena, e uccidendo poi il mago.
1 Rossi-Taibbi e Caracausi, [Testi Neogreci di Calabria]: I nìcena, to pedì ce o màgose, p. 93

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