I canti funebri

29.05.2016 16:12

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi.  -     

La morte e la gioia presso gli antichi Greci erano sentimenti condivisi da tutti; la gioia era gioia di tutti, la morte apparteneva a tutti. Gli eventi luttuosi in una famiglia erano particolarmente sentiti. In quella occasione le donne della famiglia si scioglievano i capelli, si battevano il capo e il petto, urlando la loro sventura. Si aggrappavano alla bara, quasi impedendole di uscire dalla porta.

Era una lotta del cuore e della vita che impegnava i vivi contro la "violenza" della morte. Ad accompagnare il defunto al cimitero c'era una lunga teoria di parenti e di amici, che recitavano una serie interminabile di nenie funebri. Meno spesso, o quasi mai, vi andavano le donne che abitavano nella casa del defunto affinchè esse non si turbassero maggiormente.

Questo senso di timore è naturalmente presente nella Calabria in genere, e nei paesi grecanici in particolare, dove il culto dei morti è visto ancora oggi come un dovere sacro e morale.
Dell'antica usanza di piangere i morti troviamo menzione anche in S. Luca, vescovo di Bova, nel suo testamento spirituale. Egli parla delle tante usanze pagane e greche della gente di Bova. Ne citiamo quelle relative al rito della morte: « Ricordatevi figli della mia diocesi, lo dico con vergogna, per quarantacinque anni mi sono spossato nelle radunanze e nelle feste e la mia voce si è fatta rauca nel cercar di togliere di mezzo usi e costumi dei Greci e degli Agareni (Arabi), come Il levar lamenti e strida empie sui morti, per le strade e sulle tombe in modo assolutamente non lecito, invece che portar doni alle chiese, accendere ceri intorno ai sepolcri e incensarli al terzo, nono e quarantesimo giorno1 ».

Di canti funebri non se ne ricordano molti. Nei Testi Neogreci di Calabria 2 ne sono riportati in tutto quattro - varianti però di un unico canto -, un sesto canto lo ritroviamo a Roghudi3 ed un altro a Bova4. Ma essi non sono dei mirolòja veri e propri, per cui riporteremo alcuni lamentazioni anonime rintracciate da noi.

Né minore intensità vi era nel piangere la propria sventura da parte dei parenti o nel tessere le lodi del defunto (a volte a pagamento) da parte di donne tenute in gran considerazione per questo mestiere. Qualcuno fa risalire questa usanza ai latini ma in realtà essa risale al periodo greco. Il Marafioti5 a tal proposito dice che i Locresi « ...non piangevano il morto, non perchè veramente non piangessero, ma forse perchè nel pianto dimostravano cantare ch'insino ad oggi usano le donne locresi, e per tutto il territorio, piangere il morto a questa guisa, s'accoppiano due donne, o tre, le quali con voci accordate, in mesto canto, cantano alcune lodi del morto, e le canzoni sono in tale rima, che subito finite dalle due, o tre donne, la canzone, riprendono tutte le altre, quali stanno intorno e piangendo cantano con l'istesso tono, sì che il pianto sovra il morto non pare nè canto, nè pianto, ma piuttosto una nenia, nè di allegrezza, nè di dolore ».

Nelle pagine seguenti vedremo pure i canti a pagamento. Essi sono importantissimi perché sono le ultime nenie che rimangono di un antico retaggio. Si noti come durante il pianto, a volte le prefiche mettano in evidenza le disagiate condizioni economiche della famiglia che, nonostante tutto, non rinuncia a pagare qualcuno per cantare le lodi del defunto, come ci suggerisce Cesare Lombroso: « Così sogliono far piangere i loro morti da apposite donne, eredi delle prefiche, le quali si stemperano in lodi del defunto, e in atti di pagato dolore; ai quali segni di lutto, tengono dietro, a modo antico, splendidi conviti funerei...6 ». 


MIROLOJA

I

O pènamu, pedìmmu, ca epèthane, càrromu,

ca m'àfikese manachì
ce pu èrkome na se ìvro plèo!

II

O pènamu, pedìmmu,
po' me àfikese manachì
ce àrte se pèrrusi cì apànu ce de' se chorò plèo !

....................

LAMENTAZIONI FUNEBRI

O che pena, figlio mio, perché sei morto, mio cerro7 e mi hai lasciata sola
e dove verrò a vederti più!

II

O che pena, figlio mio, come mi hai lasciata sola e ora ti portano là sopra8 e non ti vedrò più!

..................

III

O pènamu, èpethane o àndramu. Epèthane. Ti megàli lipisìa!
Ce m'afìkese ode manachì,
ce pos cànnu arte tunda pedìa. Clete, pedìa-mu, clete

ton pàtri-ssa den èchi plèo !

......................

III

O pena mia, è morto il mio uomo. E' morto. Che grande disgrazia ! E mi ha lasciata qui sola,
e come fanno ora questi ragazzi. Piangete, figli miei, piangete vostro padre non c'è più! 


MIROLÒJA JA DINÈRIA 9 III

Ècase ostò mere 'zze10 agonìa
ito ènan calò christianò
ìpighe manachò na dulèzzi sto choràfi zònda manachò-ndu sto choràfi
ìche ta chèria lagomèna
ito àrrusto den ìchasi dinèria
na tu pàrusi sto nosocòmio ce apèthane

............................

LAMENTAZIONI A PAGAMENTOIII

Ha fatto otto giorni di agonia
era una brava persona
andava soltanto a lavorare nei campi vivendo da solo nel campo,

aveva le mani piagate
era ammalato non avevano soldi11 per portarlo in ospedale ed è morto

........................

E' questo, probabilmente, uno dei canti funebri a pagamento che le prefiche si trovano a fare a casa di un morto le cui condizioni economiche erano davvero disagiate. Al dramma della famiglia si aggiunge quello delle lamentatrici. Il pianto delle prefiche si alza, infatti, più alto nel momento in cui avanza il dubbio che esse non saranno pagate, o avranno in compenso dei ceci che nemmeno si cuocieranno. 


IV

Apèthane, apèthane
ìto ènan calò àthropo
edùlegghe na fèri ambrò
me endìmi tin jenìatu
den ezzèrome an mas to dònnusi (to ruvìtti) ce an lète ciòla.
Apèthane, apèthane
me endìmi, me endìmi edùlegghe
den ezzèrome an mas to dònnusi (to ruvìtti) ce an lete ciòla

.............. IV

E' morto, è morto
era un brav'uomo
lavorava per portare avanti
con onestà la famiglia
non sappiamo se ce lo danno (il cece) e neppure se si cuoce.
E' morto, è morto
con onestà, con onestà lavorava
non sappiamo se ce lo danno (il cece) e neppure se si cuoce. 

I rapporti tra contadini e pastori erano al limite del litigio quotidiano. Quest'ultimi erano rei di non controllare bene il loro gregge che sconfinava spesso negli orti, procurando guai irreparabili. La loro protervia ed avarizia era tale che non si sdebitavano per i danni procurati nemmeno nel periodo pasquale, quello più fecondo per gli animali. Infatti a Pasqua generalmente essi mandavano in regalo agli amici, ai parenti, ai proprietari dei pascoli o a coloro i quali avevano procurato dei danni, le ricotte fresche dentro le cinchinariche (fiscelle lunghe che contenevano le ricotte) o le "musulùpe" (stampi fatti di legno dai pastori che contenevano i formaggi freschi)

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I PROVATÀRI

Stravì pu na fanù i provatàri, érrema na ton minu ta pedìa.

Ta lùkkia na to ffasi12 i koràci
ce t'àndera na to ssiru ta sciddhìa.

Jatì mu efàgai ti ffacì ce to luppinàri

ce mizìthra den mu efèrai ja tin Pascalìa".

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I PECORAI

Che possano diventare ciechi i pecorai, e orfani che restino i loro figli!

Che i corvi mangino loro gli occhi e i cani tirino loro le budella13.

Perchè (le pecore) mi han mangiato lenticchia e lupino e ricotta non mi hanno portato per la Pasqua.

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1 S. LUCA di Bova, Omelia V
2 ROSSI TAIBBI-CARACAUSI, T N C, cit., p. 275 (14); p. 332 (44, 44a, 44b)
3 ROSSI TAIBBI-CARACAUSI, T N C, cit., p. 292 (26)
4 ROSSI TAIBBI-CARACAUSI, T N C, cit., p. 368 (100)
5 G. MARAFIOTI, Croniche et antichità di Calabria, Padova, 1610, p.100
6 C. LOMBROSO, In Calabria, Giannotta, Catania, 1898, p.13 (ristampa anastatica a cura di P. Crupi, Casa del Libro, Reggio Calabria)

7 cerro: albero robusto, metaforicamente sta ad indicare il sostegno della famiglia 8 là sopra: generalmente i cimiteri erano situati in luoghi alti sopra il paese


9 Il ruolo delle prefiche era duro: esse dovevano fare in modo di aprire l'animo umano alla commozione e al pianto, mostrare ai presenti un grande disprezzo per tutto ciò che è materiale, ed un grande affetto nei confronti del defunto.
10 'zze: la presenza della preposizione àzze ci ha capire che il canto è stato composto a Bova
11 Nei canti funebri a pagamento, durante il pianto, a volte le prefiche mettevano in evidenza le disagiate condizioni economiche della famiglia che, nonostante tutto, non rinunciava a pagare qualcuno per cantare le lodi del defunto.

12 fasi: congiuntivo presente di trògo, il raddoppiamento della -f iniziale è dovuto alla caduta della consonante che

precedeva


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