I AGATHA, I NARÀDA, O FUDDHÌTTU, I FIFÌA, I NÌCENA, O DRAGO, I LAMÌA (FATE, FOLLETTI E MAGHI, DIAVOLI, SIRENE DRAGHI E SPETTRI) (n.1)

14.07.2016 09:27
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 
I AGATHA, I NARÀDA, O FUDDHÌTTU, I FIFÌA, I NÌCENA, O DRAGO, I LAMÌA
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FATE, FOLLETTI E MAGHI, DIAVOLI, SIRENE
DRAGHI E SPETTRI
 
pài spìti spìti san mìa ‘naràda
va per la casa come un’anarada
 
Esistono nel dialetto neogreco della Calabria e nei suoi monumenti letterari caratteristiche distintive analoghe a quelle della cultura greca tradizionale? Questa la domanda che si pone E.G. Kapsomènos1 al suo primo cominciamento nelle sue brevi note relative alla lingua ed alla cultura greca di Calabria. Fin qui la domanda che lo studioso greco pone, puntando in seguito l’indice su alcuni parallelismi che esistono tra la tradizione orale grecanica e quella popolare greca. Noi Accettiamo la tesi dei “monumenti letterari” soltanto perché i riferimenti che gli studiosi continuano a fare sono rivolti solo ed esclusivamente alla raccolta dei TNC del 1959. La cosa non ci impedisce però di ricordare, a quanti si cimentano in questi lavori, che un’opera completa non può prescindere almeno da una ricerca sui nuovi testi pubblicati nel frattempo, quali in ordine sparso e quali in regolari pubblicazioni come: S. Nucera, “Agapào na gràspo e Chimàrri”; B. Casile, “Strafonghìa sto scotìdi”; F. Violi, Pèmmu, jatì?. E “To mavro drepàni" ecc. A ciò si aggiungono le liriche prodotte nei vari premi di poesia <>, ecc. Da tutto ciò si ricava che il termine di “monumento letterario”, riferibile ai soli TNC, comincia ad andare un po’ stretto agli Ellenofoni di Calabria o, quantomeno, anacronistico.
Una categoria tematica tradizionale, nell’isola ellenofona calabrese, che presenta caratteristiche distintive analoghe a quelle della cultura greca, è rappresentata dalle favole in cui sono presenti nereidi, draghi, sirene, folletti, gnomi, maghi2. E’ lo stesso mondo che animava la mitologia tradizionale del mondo rurale greco. Si scosta alquanto dalla tematica greca la presenza nelle favole grecaniche del diavolo – nelle vesti di personaggio malvagio - che nella tradizione neogreca è assente. E’ l’unica eccezione presente nella raccolta della favolistica grecanica e neogreca, prima che quest’ultima venisse alterata dalla diffusione di favole a livello internazionale.
Nelle tradizioni popolari grecaniche il mondo animato da mostri e folletti è un elemento che ricorre spesso. Tutti questi esseri godevano del dono dell’invisibilità, ma ogni tanto si esibivano in sporadiche apparizioni.
Chi più chi meno, buoni o cattivi spiriti, essi sono gli eredi delle Nereidi o della Febea greca, e si nutrono di quel clima animistico che da sempre attraversa le credenze del popolino. I folletti, gli gnomi e le fate delle tradizioni grecaniche non abitano i boschi, non si nascondono in grotte, ma sono sull’aia a ballare, in casa a rovistare fra le cose, o sull’uscio ad osservare il padrone di casa. Stanno accanto alle persone, bussano alle porte, chiedono favori, fanno dispetti. Spiriti ingenui quanto mai, rimangono però alla fine, vittime della furbizia contadina dei paesani. Così è per la Narada di Roghudi, dalle sembianze femminili e dai piedi di mula o d’asina, lasciata sul posto, dove si trovava, da una donna furba; così è per quella di Roccaforte che aveva scambiato suo figlio con quella di un’altra donna, soltanto per farle dispetto. Non c’è forza nella donna indifesa, né coraggio, soltanto astuzia per poter giocare il mostro dai poteri sovrumani. Così non è per il povero giovane caduto in mano al drago e che egli fa finire in una caldaia di pece bollente.
La tradizione delle “naràde” è molto importante nei racconti grecanici. E’ stata sempre narrata da centinaia di anni in famiglia, un po’ per tradizione, un po’ per superstizione, un po’ perché le donne e i bambini rimanevano incantati e spaventati ad ascoltare. Le varianti sull’argomento sono tante ma tutte servono soltanto a far comprendere la necessità alla gente più esposta - donne e bambini - a fare attenzione ai pericoli. Esse nella leggenda hanno sempre rappresentato l’essere crudele per antonomasia. Così, per un certo periodo storico la naràda, che sgozzava i bambini o si nutriva di carne umana, raffigurava l’orda saracena che saliva dalle marine verso i paesi di montagna. Il loro tallone d’Achille erano i piedi. Il rumore degli zoccoli e la forma asinina tradiva infatti la loro presenza.
Ma che fine hanno fatto le narade? I Roghudesi dicono che esse erano nascoste tra le rupi di Sporiscena (toponimo di Roghudi) e che poi morirono tutte dirupate, dopo la scomunica del papa. Ascoltiamo questo dialogo tra alcuni intervistatori e Annunziata Romeo di anni 94 all’epoca in cui (1981) il dialogo fu registrato3:
 Pietro: - Ce i Richudìsi ti epreparèspai na pethànusi i anaràde? Ti ecàmai me tes anaràde?
 Annunziata:- En scèro, en scèro, en scèro
 Pietro: - Den scèrite
 Annunziata:- En scèro. Tes smaledìcespe o Papa, lègusi, ce epethànai, angremmìstissa ole pparu scinde rrokke, ecìtten pera ti Sporìscena
 Pietro: - E i Rochudesi che cosa prepararono per far morire le anarade? Cosa fecero con le anarade?
 Annunziata:- Non so, non so, non so
 Pietro: - Non sapete
 Annunziata:- Non so. Le scomunicò il Papa, dicono, e morirono, si diruparono tutte quante da quelle rupi, di là dalla parte di Sporiscena.
Eccole servite le “anaràde”, e così la smisero di importunare la povera gente! Sì, perchè ai ricchi narade e folletti non comparivano mai! Chissà poi perché?
 
 
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1 E.G. Kapsomenos, Interdipendenza tra lingua e cultura nel dialetto greco della Bovesìa calabrese, “Italoellinikà”, Rivista di Cultura greco-moderna, I.U.O., Napoli, 1991/1993, vol.IV, pp. 227-244
2 Cfr. Testi Neogreci di Calabria, cit. e i racconti presenti in questa raccolta
3 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988
3 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988I AGATHA, I NARÀDA, O FUDDHÌTTU, I FIFÌA, I NÌCENA, O DRAGO, I LAMÌA
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FATE, FOLLETTI E MAGHI, DIAVOLI, SIRENE
DRAGHI E SPETTRI
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pài spìti spìti san mìa ‘naràda
va per la casa come un’anarada
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Esistono nel dialetto neogreco della Calabria e nei suoi monumenti letterari caratteristiche distintive analoghe a quelle della cultura greca tradizionale? Questa la domanda che si pone E.G. Kapsomènos1 al suo primo cominciamento nelle sue brevi note relative alla lingua ed alla cultura greca di Calabria. Fin qui la domanda che lo studioso greco pone, puntando in seguito l’indice su alcuni parallelismi che esistono tra la tradizione orale grecanica e quella popolare greca. Noi Accettiamo la tesi dei “monumenti letterari” soltanto perché i riferimenti che gli studiosi continuano a fare sono rivolti solo ed esclusivamente alla raccolta dei TNC del 1959. La cosa non ci impedisce però di ricordare, a quanti si cimentano in questi lavori, che un’opera completa non può prescindere almeno da una ricerca sui nuovi testi pubblicati nel frattempo, quali in ordine sparso e quali in regolari pubblicazioni come: S. Nucera, “Agapào na gràspo e Chimàrri”; B. Casile, “Strafonghìa sto scotìdi”; F. Violi, Pèmmu, jatì?. E “To mavro drepàni" ecc. A ciò si aggiungono le liriche prodotte nei vari premi di poesia <>, ecc. Da tutto ciò si ricava che il termine di “monumento letterario”, riferibile ai soli TNC, comincia ad andare un po’ stretto agli Ellenofoni di Calabria o, quantomeno, anacronistico.
Una categoria tematica tradizionale, nell’isola ellenofona calabrese, che presenta caratteristiche distintive analoghe a quelle della cultura greca, è rappresentata dalle favole in cui sono presenti nereidi, draghi, sirene, folletti, gnomi, maghi2. E’ lo stesso mondo che animava la mitologia tradizionale del mondo rurale greco. Si scosta alquanto dalla tematica greca la presenza nelle favole grecaniche del diavolo – nelle vesti di personaggio malvagio - che nella tradizione neogreca è assente. E’ l’unica eccezione presente nella raccolta della favolistica grecanica e neogreca, prima che quest’ultima venisse alterata dalla diffusione di favole a livello internazionale.
Nelle tradizioni popolari grecaniche il mondo animato da mostri e folletti è un elemento che ricorre spesso. Tutti questi esseri godevano del dono dell’invisibilità, ma ogni tanto si esibivano in sporadiche apparizioni.
Chi più chi meno, buoni o cattivi spiriti, essi sono gli eredi delle Nereidi o della Febea greca, e si nutrono di quel clima animistico che da sempre attraversa le credenze del popolino. I folletti, gli gnomi e le fate delle tradizioni grecaniche non abitano i boschi, non si nascondono in grotte, ma sono sull’aia a ballare, in casa a rovistare fra le cose, o sull’uscio ad osservare il padrone di casa. Stanno accanto alle persone, bussano alle porte, chiedono favori, fanno dispetti. Spiriti ingenui quanto mai, rimangono però alla fine, vittime della furbizia contadina dei paesani. Così è per la Narada di Roghudi, dalle sembianze femminili e dai piedi di mula o d’asina, lasciata sul posto, dove si trovava, da una donna furba; così è per quella di Roccaforte che aveva scambiato suo figlio con quella di un’altra donna, soltanto per farle dispetto. Non c’è forza nella donna indifesa, né coraggio, soltanto astuzia per poter giocare il mostro dai poteri sovrumani. Così non è per il povero giovane caduto in mano al drago e che egli fa finire in una caldaia di pece bollente.
La tradizione delle “naràde” è molto importante nei racconti grecanici. E’ stata sempre narrata da centinaia di anni in famiglia, un po’ per tradizione, un po’ per superstizione, un po’ perché le donne
1 E.G. Kapsomenos, Interdipendenza tra lingua e cultura nel dialetto greco della Bovesìa calabrese, “Italoellinikà”, Rivista di Cultura greco-moderna, I.U.O., Napoli, 1991/1993, vol.IV, pp. 227-244
2 Cfr. Testi Neogreci di Calabria, cit. e i racconti presenti in questa raccolta
e i bambini rimanevano incantati e spaventati ad ascoltare. Le varianti sull’argomento sono tante ma tutte servono soltanto a far comprendere la necessità alla gente più esposta - donne e bambini - a fare attenzione ai pericoli. Esse nella leggenda hanno sempre rappresentato l’essere crudele per antonomasia. Così, per un certo periodo storico la naràda, che sgozzava i bambini o si nutriva di carne umana, raffigurava l’orda saracena che saliva dalle marine verso i paesi di montagna. Il loro tallone d’Achille erano i piedi. Il rumore degli zoccoli e la forma asinina tradiva infatti la loro presenza.
Ma che fine hanno fatto le narade? I Roghudesi dicono che esse erano nascoste tra le rupi di Sporiscena (toponimo di Roghudi) e che poi morirono tutte dirupate, dopo la scomunica del papa. Ascoltiamo questo dialogo tra alcuni intervistatori e Annunziata Romeo di anni 94 all’epoca in cui (1981) il dialogo fu registrato3:
 Pietro: - Ce i Richudìsi ti epreparèspai na pethànusi i anaràde? Ti ecàmai me tes anaràde?
 Annunziata:- En scèro, en scèro, en scèro
 Pietro: - Den scèrite
 Annunziata:- En scèro. Tes smaledìcespe o Papa, lègusi, ce epethànai, angremmìstissa ole pparu scinde rrokke, ecìtten pera ti Sporìscena
 Pietro: - E i Rochudesi che cosa prepararono per far morire le anarade? Cosa fecero con le anarade?
 Annunziata:- Non so, non so, non so
 Pietro: - Non sapete
 Annunziata:- Non so. Le scomunicò il Papa, dicono, e morirono, si diruparono tutte quante da quelle rupi, di là dalla parte di Sporiscena.
Eccole servite le “anaràde”, e così la smisero di importunare la povera gente! Sì, perchè ai ricchi narade e folletti non comparivano mai! Chissà poi perché?
3 AA.VV., Dialoghi greci di Calabria, Laruffa, Reggio Calabria, 1988

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