GLI ALTRI POETI E ... OLTRE

24.05.2016 19:07
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi  -  
 
JOLANDA CONDEMI
Non è forse una realtà sofferta in prima persona che richiama ai temi più vasti di una sofferenza sentita e avvertita in tante parti del mondo quella di JOLANDA CONDEMI?
Sìmero ene arghìa, sìmero ene tis alèa,
èrchonde i christianì sceni.
Calòs ìrthete ode, o sceni,
ti èchete na èrthete,
o dromo ene clamèno!
Stin America che sti Russia
epettòa sto fengàri:
vrete ti magni anglisìa,
ulli chalammèni!
Echi ortà tèssera tichìa!
Tus àiu tus èclia sti scholìa :
an prandètti canèna?
òsciu stin porta tis anglisìa.
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Ode, sàmbote ti en echi canèna,
ciòla an do Christò ene addimonimèna.
………………
Oggi è festa, oggi è delle Palme,
vengono i forestieri.
Benvenuti qui, stranieri,
come potete venire,
la strada è rotta!
In America e in Russia
sono volati sulla luna:
guardate che bella chiesa,
tutta dirupata!
Ha solo quattro mura in piedi!
I santi li han chiuso nella scuola:
se si sposa qualcuno?
fuori dalla porta della chiesa.
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Qui, è come se non ci fosse nessuno,
anche da Cristo sono dimenticati.
…………………..
E si noti l'incisività e la delicatezza dei sentimenti e delle immagini che lega CARMELO NUCERA alla sua terra sulla quale pochi sogni, ormai, avranno più diritto di ospitalità. Sono i ritmi di una poesia umile e gentile, tesi verso le cose più care e i ricordi più struggenti. Quei campi che egli canta erano la vita della comunità e, con il loro abbandono e la loro solitudine, è cresciuta la solitudine della comunità stessa. E' il segno dell'abbandono, della partenza. Carmelo Nucera si piega sui ricordi con un linguaggio semplice e dolce allo stesso tempo, negandosi all'elaborazione stilistica. Le immagini sono radicate nel cuore e il cuore non ha tempo per imbandire versi sulla tavola dei ricordi:
Choràfia ti ettù emìnete aporimmèna
an do potamò tis Amiddalìa sto Scafi,
de ssas addimonào asce tossu chronu
de ssas addimonào asce pote,
ecànneto carpùdu ce sitària. 1
.......................................
Ettù sas ascìfica chercìa ce analammèna,
na sicòsusi tra chorta ce to vùtoma.
.......................................
Mènete otu.
Ce fola prita pleo den ghirìzzete:
o choràfia dicàma!
……………….
Campi che rimanete lì inseminati
dal fiume Amendolea a Scafi,
non vi dimentico da tanti anni
non vi dimentico da quando,
si faceva frumento e grano.
....................................
Lì vi hanno lasciato inselvagiti e incolti,
a far crescere le erbe e il tagliabue.
.......................................
Rimanete così.
E come prima più non tornate:
o campi nostri!
……………….
E chiudiamo le sensazioni di questi autori con la magia di queste terra, col suo presente, tanto spesso diverso dal sogno ma non per questo meno bello, meno desiderato, meno affascinate. La rabbia, il dolore, la solitudine lasciano il posto al canto che si rinnova nell'amore e nello strambotto d'amore. E' l'antico che ritorna nelle sue manifestazioni iniziali, attrezzato e incanalato nel gusto più classico della poesia del sentimento, quello confinato dentro i limiti del matrimonio. E’ poesia di facile ispirazione per un greco di Calabria, che si esalta nel cantare e ricantare gli eterni, elementari motivi che piacciono alla mentalità e alla sensibilità del popolo e sono ad esso più congeniali. E’ anche però poesia psicologicamente complessa, che nasce da un animo esperto dei vizi umani e del valore, e che richiede, per essere convenientemente apprezzata, una predisposizione al canto ed alla libera interpretazione della vita. Così FERDINANDO e MIMMA NUCERA piegano i loro versi al rito del fidanzamento, sempre antico, sempre lo stesso:
Thiò, Thiò ghinèca, pos eghenàstise
me tosso lissa ce me tirannìa;
esì jammèna tìpote den cànnete
ce panda lipìa 'gò, pote malìa.
Pezò gapònda ti pase ston gosmo,
apìssu sto spitìmu mi ghirìse;
en isso calò thema ti roghizi,
na soso theli ecìno ti zitàte.
Egò immo calò thema ti roghìzo,
t'ullo to cosmo sonno na sa ffero.
An isso christianò jà tundo spiti
ebba ston ciùri ce zità to cheri.
Pame, caspèddha, stu ciurùsu, alìa
kerònnome na zime mes'esu immìa.
…………………
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Dio, Dio donna, come siete diventata,
con tanta rabbia e tanta tirannia;
voi per me non fate nulla
io sempre dolore e mai serenità.
Uomo amante che vai per il mondo,
dietro casa mia non girare;
non sei un buon lavoratore che sta saldo,
perchè io possa volere ciò che chiedete.
Sono un buon lavoratore che sta saldo,
che tutto il mondo posso portarvi.
Se sei uomo per questa casa
vai da mio padre e chiedi la mano.
Andiamo, ragazza, da tuo padre davvero
cominciamo a vivere con te insieme.
…………………
Quante sono le voci che ancora concorrono a disegnare un panorama ormai lontano da quella civiltà bizantina o da quella magnogreca? E quante sono vicine a quelle civiltà? I focolai "d'infezione" sono tanti nella poesia corporale grecanica, ma i suoi cantori non accettano nè avvertono i soliti luoghi comuni che vorrebbero la loro cultura sempre più relegata negli angusti termini del provincialismo. I giovani e i meno giovani, i vunitani, i vutani, i gallicianoti, i roghudioti: GIUSEPPE ZINDATO che è riuscito a mantenere vive le tradizioni musicali dei gallicianoti; DOMENICO FIORENZA1, che con i suoi studi sulla condizione della cultura e della realtà ellenofona, hanno investigato dal di dentro il microcosmo grecanico in una continuità di rinnovati interessi da parte degli studiosi greci e calabro-greci; DOMENICO CASILE2 che ha collaborato alla stesura della parte grecocalabra nel “Vocabolario Greco-Calabro-Italiano della Bovesìa”, ed ha al suo attivo alcuni insegnamenti nei vari corsi regionali organizzati dalle Associazioni, approdando infine all’amore per il culto ortodosso della chiesa d’oriente; ANTONELLA PLUTINO, giovane ricercatrice bovese ed animatrice del circolo di cultura greca “Apodiafàzzi”, che ha pubblicato tra l’altro Bova nell’età moderna: economia e società – I Catasti Antichi (1668-1671) 3, e Bova nella Calabria greca: “Il Catasto Onciario 1742”4; BRUNO TRACLÒ, animatore di antiche tradizioni nel comune di Bova, quali il rito delle “Persefoni” che egli ha saputo riprendere e promuovere in maniera suggestiva, al punto da diventare un appuntamento fisso durante la festa delle Palme, un momento d’incontro con la cittadinanza che accomuna i caratteri del paganesimo di un tempo e la cristianità di oggi5; LORENZO SIVIGLIA6, nato a Chorio di Roghudi, che ha sempre coltivato la sua passione ed il suo amore per la lingua greca del suo paese e per le sue tradizioni. Una miniera di notizie, restio allo scritto, schivo, riservato, quasi solitario nelle sua ricerca sulla civiltà ellenica, tutto ciò che conosce e compone è nella sua mente e nel suo cuore. Nella coscienza di tutti questi giovani e meno giovani i loro paesi non sono morti, nè hanno reciso i legami con un passato che ha sapori di civiltà, e che solo la povertà e la miseria dell'animo umano ha cercato di relegare nella terra arida dei nati senza storia.
1 A. Casile – D. Fiorenza (a cura di), Ellenofoni di Calabria, UTE-TEL-B, Bova Marina, 1993. Domenico Fiorenza è oggi defunto.
2 Oggi, purtroppo, defunto
3 Centro di Studi e di Promozione Culturale, Reggio Calabria, 1996
4 Ed. “Apodiafàzzi”, Bova, 2001
5 Sull’argomento Bruno Traclò ha pubblicato nel 2006 una breve brochure edita dal Comune di Bova
6 Purtroppo oggi anch’egli morto. Per Lorenzo Siviglia vedi poesie in F. Violi, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed.. vol. II, RC 2005
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