GIOVANNI ANDREA CRUPI. LA CONSAPEVOLEZZA DEI VALORI POSITIVI DELLA GRECITÀ CALABRESE

08.05.2016 16:22

Rubrica Europa ellenofona di Filippo Violi

      Giovanni Andrea Crupi nasce a Bova Marina il 9 gennaio del 1940. Laureatosi in Lettere pre   sso l'Università di Messina, diviene docente di Storia e Filosofia e fondatore del Circolo greco di Cultura "Cosmo Cinùrio" (Mondo Nuovo). Spirito libertario, fu tra i primi ad avere consapevolezza dei valori positivi che assumeva l'appartenenza alla comunità grecanica, e tra i primi a coniugare la lingua e la cultura grecanica con la questione sociale. Ricordo ancora quando, all'inizio di un nuovo anno scolastico, lanciava un messaggio in grecanico ai suoi alunni e lottava affinché, soprattutto quelli che venivano dalla zona grecanica, passassero dalla vergogna di parlare greco, all'orgoglio delle proprie radici.
"Greki, ambrò!", amava scrivere spesso su qualche muro; "Greki, ambrò!", ripeteva nei convegni ovunque andasse. Egli si era riappropriato della sua lingua e voleva che i suoi interlocutori, solitamente vecchi contadini analfabeti, avessero coscienza di gruppo, la consapevolezza cioè del valore positivo che assumeva la loro appartenenza alla comunità greca.
Tenace assertore della teoria rohlfisiana sulla arcaicità della lingua, non smise mai di ricercare ogni più piccolo fatto linguistico e di consegnarlo ai suoi legittimi proprietari, mai dimentico del monito kantiano secondo cui la scienza per sè è inutile, se non serve a mettere in valore l'umanità. Si accinceva a dare alle stampe le sue ultime ricerche, quando un male incurabile, che lo dominava ormai da due anni, cercò di vincerlo, ma egli lo precedette. Era il 7 dicembre del 1984.
Da secoli ormai non compariva più una epigrafe in greco, e sulla sua tomba lasciò scritto in grecanico quello che era stato da sempre il suo programma di vita:
Eplàtezza 'zze filosofìa,
ègrazza stin glossa tu Vua,
agàpia tin anarchìa.
Ho parlato di filosofia,
ho scritto nella lingua di Bova,
ho amato l'anarchia.
"LA GLOSSA DI BOVA": STRUMENTO DI LOTTA E DI RISCATTO SOCIALE
C'è al fondo dell'opera di G.A. Crupi la vicenda individuale e collettiva di una umanità impastata di dolore e di miseria; un'umanità che nella propria lingua vede una possibilità, l'unica, di riscatto e di elevazione sociale. Egli è riuscito a porre " la questione" nei termini giusti. Vale a dire: non si tratta di salvare soltanto una lingua, ma una cultura; e va da sè che la difesa di questa cultura non può non presupporre un'azione organica di risanamento economico e sociale1. E' una civiltà su cui è calato spesso infetto il respiro della omologazione culturale, estraniandola dalla storia e, nel contempo, permettendo all'uomo grecanico i soli esiti storici di una vita disumanizzante. Non è un atteggiamento quello del Crupi, un impulso, che lo spinge a tentare di sciogliere le visceri aggrovigliate del mondo grecanico, è resistenza sofferta, è letteratura di denuncia.
Come si fa a parlare di quella che in fondo è una grammatica ed il lessico di una lingua che sta
scomparendo, come sentimento di un gruppo sociale, sentimento collettivo, strumento di lotta? Ciò è
possibile perché l'opera del Crupi - al contrario di tutti i lavori che si andavano svolgendo
dall'Ottocento in poi - non è solo un fatto linguistico, ma l'emersione di una condizione del vivere,
una "quasi storia" della popolazione grecanica, un insieme di rapporti sociali e di cultura largamente
presenti nella realtà calabrese. Il tentativo di inverare la storia della grecità unicamente nel fatto
linguistico, trascura le sollecitazioni a cercare - nel disfacimento sociale voluto e procurato - la vera
storia dei Greci di Calabria che non appartiene solo al mondo delle dittongazioni o dei fatti linguistici,
siano essi megaloellenici o bizantini.
Egli per primo diede voce ai Bronzi di Riace, così come lottò per dare voce ai Greci di Calabria. I
bronzi, al loro apparire, gli erano apparsi gli antichi custodi della sua lingua e della sua civiltà. In un
foglio stampato egli aveva impresso le immagini dei due guerrieri che pronunciavano queste parole:
I Romi èmine bàrbari: emì tis efèrame ta gràmmata,
ecìni, sti Chora, mas ècozze tin Glossa.
Roma è rimasta barbara: noi le abbiamo portato
le lettere, essa, a Bova, ci ha tagliato la Lingua.
MOTIVI TOTEMICI E SOCIALI NELLA GLOSSA DI BOVA
L'opera del Crupi è sicuramente il lavoro più completo di racconti in greco-calabro. In essa trovano
posto cento favole esopiche ed alcune favole vutane in parte scritte dallo stesso autore. Sono immagini
di vita paesana, di un mondo che ruota spesso attorno all'ingenuità o alle piccole astuzie. Nelle sue
favole parlano gli animali e parlano lo stesso linguaggio degli uomini nel mentre accompagnano la
loro quotidiana fatica. Un mondo che viene dalla montagna e che, al di fuori di quei confini, si
disumanizza: contadini senza terra, braccianti analfabeti legati alle code dei buoi, gente che ha avuto
come unica scuola il messaggio della zappa, gente cui manca l'esperienza della più vasta storia degli
uomini. Ingenui psicologicamente, non toccati da esperienze allotrie, non corrotti e non guastati dalla
miseria né dalla povertà, esprimono tutti i loro sentimenti in una lingua che non può essere
magniloquente e sono parte integrante di quella totemica civiltà contadina con la quale sono nati
gemellati. E' lo stesso giudizio critico che il Crupi aveva assegnato alla raccolta di favole pubblicate
nei Testi Neogreci di Calabria, definendole la testimonianza più commovente di quel mondo
sommerso dal tempo su cui fino ad oggi si è andato esercitando soltanto l'occhio freddo dello
scienziato alla ricerca di arcaismi linguistici. Assai vario è il contenuto di queste favole nelle quali si
riflette il nostro cuore antico e che sopravvivono spesso ben oltre i confini della Bovesìa: in alcune si
vedono riemergere credenze e miti pre-cristiani (come la metempsicosi, la “narada”, la nicena), in
altre, che ci ricordano il grande Esopo, agiscono come protagonisti gli animali2. Essi parlano all'uomo
e per l'uomo, del mondo delle esperienze mutuabili in ogni tempo ma non sempre valide sotto ogni
latitudine. Osserviamo come i concetti di Cicerone sulla vecchiaia3 vengano calati in una realtà più
vera quando l'epilogo si realizza nel mondo dei diseredati:
Enam bluso iche 'nan àlogo zze calìn ghenìa ce to 'tàghize an do càglio fina t'ito calò ja
na trezzi, san ejenàsti palèo to 'pùlie ce to 'chòrase ena ti to èpare ja zila stin ozzìa.
T'àlogo, pos ìcue to varìo, èppese chamme sambòte ti to èpiae prama. Prita ca na pethàni, posso esìcoe tin cefalì ce ipe: “Immon àlogo ce pethèno gàdaro! ah jerusìa! ston gosmo 'en echi tìpote chiru ca 'ssèna!”
Un ricco aveva un cavallo di buona razza e lo nutriva delle cose migliori fino al giorno in cui era stato buono per correre, quando divenne vecchio lo vendette e lo comprò uno per trasportare legna in montagna. Il cavallo, appena sentì il peso, cadde per terra come se fosse stato colpito da male. Prima di morire, alzò la testa all'improvviso e disse: Sono stato cavallo e muoio da asino! ah vecchiaia! nel mondo non c'è niente peggiore di te!4"
La tendenza alla descrizione psicologica si arricchisce di motivi eterni e di alcuni topoi essenziali in una struttura sintattica che nel Crupi - non così negli anonimi autori del passato- non sempre risente della elementarità sintattica che aveva caratterizzato la vena creativa delle prime composizioni. Non c'è l'approfondimento dell'astrazione, ma i respiri sono alti e i temi si calano in quella realtà che aveva caratterizzato le favole esopiche o di Fedro. La rappresentazione della stupidità umana, l'invidia, l'ambizione, l'orgoglio, la superbia, l'intelligenza, l'astuzia sono tutti temi che il Crupi tratta con una cultura solida, né mancano riflessioni sulla vita come nella novella della verità: -
Mia vvradìa me to fengàri enan andra èrketo an din ozzìa: pos ecatèvenne zonària zonària, posso tu fènete man ghinèca magni, ma chamme, manachì, me ta maddhìa catevamèna. “Pis iste, calì jinèca? » tis àrotie. "I Alìthia" ip'ecìni". "Ce jatì stèkite manachì se tundin àcharon ozzìa?" I jinèca eplàtezze ce ipe. "Echi ìcosi sècula ti èfiga se tundes ozzìe: Prita oli m'egapùssa ce oli eplatèggai me tin glossa tin dikìmmu, tote o àthropo iton àthropo, o logo ito llogo... arte oli thèlusi to Zzema!5".
Una sera con la luna un uomo veniva dalla montagna:mentre scendeva burroni burroni, all'improvviso gli apparve una bella donna, a terra però, sola, con i capelli sciolti. “Chi siete, dolce signora?” le chiese. “La Verità, disse ella”. “E perchè ve ne state sola tra queste montagne paurose?”. La donna parlò e disse: “Sono venti secoli che fuggo tra queste montagne: prima tutti mi amavano e parlavano con la mia lingua, allora l'uomo era uomo, la parola era parola...oggi tutti vogliono la Menzogna”.
Appare subito evidente che il Crupi riconduce le sue brevi novelle ai motivi topici essenziali, ma ne vede anche i segni capovolti. L'eterna lotta tra il bene (la Verità) e il male (la Menzogna) sono gli stessi motivi che gli intravede nella lotta che la sua lingua porta avanti per sopravvivere. Relegata tra quelle montagne, costretta a nascondersi perchè la gente prova vergogna a parlarla, ridotta a brandelli, essa sa che la gente ormai le preferisce una lingua nuova, diversa, non quella dei padri (la Verità), ma quella dei nuovi dominatori (la Menzogna). Non si ferma all'evocazione dei fatti il Crupi, all'adesione spontanea propria del mondo rustico, ma traduce i suoi versi con la mediazione metaforica ed essi acquistano significato esemplare. Non rinuncia a lottare affinché la lingua ritorni ad essere strumento di "Verità" e quindi, al postutto, di civiltà, della propria identità culturale.
Altri motivi riconducibili alla lotta per il riscatto sociale si avvertono in G.A. Crupi in alcune brevi favole in cui all'uomo subentra l'animale, piccoli eroi della fatica eterna e bestiale, che non aiutano il ricco, ma sono costretti a farlo. E così, come nei canti dell'emigrazione, appena possono abbandonano il padrone al suo destino. Vi ricorrono anche gli antichi motivi del brigantaggio e dei briganti, che, in modo voluto o non, vengono in "aiuto interessato" a liberare l'uomo dal suo "peso" e dalla sua oppressione. E non manca anche in questi casi un misto di ironia e di triste consapevolezza però che il suo destino non cambierà mai:
Enam bluso ìpije ja tin ozzia me 'nan gàdaro fortomèno zze dinèria; pos irte anevènnonda se 'na zunàri, ivre t'issan tu vàlonda podi t'apìssu: tu ‘scòtae i cardia c'ecchìeroe na tu cuddhìsi tu gadàru: " i figomèni! trezze, ndàndaro! trezze ti man epiàsai!" O gadaro tu 'ròtie: "Ammèna posse vvarde mu vàddhusi i figomèni?" "Viàta mia" tu ipe o pluso. San ìcue otu, o gàdaro ecilìsti ecì chamme lègonda: " Allura trezz'esù ce piastongòlo!".
Un ricco andava in montagna con un asino carico di soldi; appena arrivò a salire su un dirupo, vide che lo stavano inseguendo: il cuore gli venne meno e cominciò a gridare all'asino: " I banditi! i banditi! corri, stupido! corri che ci prendono". L'asino gli domandò:" A me quante gerle mi mettono i banditi?" " Sempre una!" gli disse il ricco. Appena sentì ciò, l'asino si rotolò lì per terra dicendo:" E allora corri tu e vaffanculo!"6.
C'è tutta un'umanità agropastorale, ferita dal silenzio e dalla solitudine, dal bisogno, che non sa piangere, che non ha tempo per piangere, che accetta gli insegnamenti quando sono preceduti dalla pratica quotidiana, ma che respinge le censure anche se vengono dalle persone più care. E' un'umanità che rifiuta gli sperimentalismi sofisticati dal morbo di Narciso che, se pur toccata o sporcata dalla storia, sa che l'uomo possiede un suo mondo e lo rivela nelle sue potenzialità e, più ancora, nelle sue capacità. Non ha bisogno di scimmiottare altri per non sentirsi vinto, gli basta essere quello che è, e non quello che potrebbe o vorrebbe apparire. E' un'umanità rassegnata che sembra predicare la rassegnazione e sembra legarsi ai luoghi comuni, ma in realtà "si traduce più giustamente e più modernamente in una ragione del vivere dolente, riconfortata dalle intatte possibilità di continuare ad essere se stessi in un contesto storpiato e deformante7". Osserviamo come in questo brano ci torna in mente Fedro con la sua "rana" o il miglior Trilussa del dialogo tra la lucciola e la luna:
Mian nista enan ffanàri, pos epiàsti azz'alàdi, irte 'n parrasìa ce ipe:"Egò lambo pleo ca to fengàri... egò imme plen càglio ca t'astri ... avri chambònno ton iglio!" Pos icùai tunda loja, ta tichìa escìstissa jelònda, o vorèa èmbiki surònda ce to 'svie: ena t'ito cì condà t'azze metapàle ce tu'pe:"Mi piàsti azze pìria, fanarùci! cazze t'aladùci to dicòssu ce mi platèzzi...t'astri 'en esciàzonde ton vorèa c'en esvìzonde mai!"8.
Una sera un lume, appena fu riempito d'olio, gli venne da sparlare e disse: " Io faccio più luce della luna...io sono migliore delle stelle... domani abbaglierò anche il sole!" Appena sentirono queste parole, i muri si spanciarono dalle risate, il vento iniziò a fischiare e lo spense. Uno che era lì vicino nuovamente gli disse: "Non riempirti di superbia, piccolo lume! consuma il tuo poco olio e non parlare... le stelle non hanno paura del vento e non si spengono mai".
LA QUESTIONE DELLA LINGUA.
Anche la disputa filologica sull'origine della lingua grecanica vide impegnato G.A.Crupi in prima persona. Egli sostenne che anche pochi arcaismi nella lingua grecanica erano sufficienti a dimostrare la continuità mai interrotta della lingua della Magna Grecia, e spiegò gli innumerevoli elementi di modernità presenti nel grecanico con l'azione livellatrice della Koinè che aveva uniformato gli antichi dialetti del mondo greco. Negò perciò il Crupi che vi potessero essere prove del fatto che i Greci di Calabria provenissero da alcune isole, in ciò sostenuto pure dal fatto che non c'era nella nostra tradizione nessuna traccia specifica della cultura di dette isole. Se i Greci di Calabria fossero stati qui presenti in epoche più recenti essi sarebbero stati considerati un gruppo etnico estraneo nel circondario, ma così non è mai stato. Il definire gli ellenofoni a Reggio "paddheki" o "zangrèi" non implicitava un odio razziale ed una diversità etnica, bensì solo una certa primitività di costumi ( ricordiamo Fazio degli Uberti che invitava ad identificare i greci di tutta la provincia di Reggio dalla parlata greca e dai costumi di capra). Sottolinea a proposito di quegli epiteti il Crupi:" L'aggettivo "paddheco"(arretrato, babbeo) mi sembra presupporre un "palè-ico" (antico abitante, indigeno) da cui "pallèco", come Pallachorìo da Paleo-chorìo (antico paese): probabilmente "paleco" è stato coniato sul modello del classico palechthon (antico abitante, indigeno) e di periico, meteco e simili. L'epiteto "zangreo" (con le varianti bovesi: zangleo, zanglò) concorda col significato originario del primo (cioè palè-ànthropos, uomo dell'antico tempo), perchè corrisponde al nome degli antichi abitanti della rivale Messina (rivale di Reggio, nota mia), che prima dell'arrivo dei Messeni si chiamò Zancle (nella pronuncia volgare: Zangle)9".
Non convince, naturalmente, il Crupi la teoria del Morosi, che quasi isola i Greci dell'Aspromonte dal contesto culturale calabrese. Soprattutto quando nei paesi vicini a Bova ed anche meno vicini, dove non si parla più da tanto tempo il greco, come a Palizzi, troviamo un podere chiamato "Ambèli"(vigna) ed un altro "Parambèglia"(vigne vecchie), un monticello chiamato "gunì"(monticello), un torrente chiamato "Sìnnoro" (confine), ecc. E' proprio, a parere del Crupi, la persistenza della lingua dai tempi più antichi che ha fatto da polo d'attrazione per nuovi arrivi. Certo, egli afferma, per questa ultima ipotesi non vi sono prove sicure, ma solo qualche indizio nella lingua di cui, il principale, è rappresentato dalle differenze che separano il greco di Bova dal greco che si parla negli altri paesi della Bovesia10
LO STILE DELLA "GLOSSA"
Padrone della lingua, il Crupi, vivifica il suo lavoro con gli elementi fonici della lingua parlata ed arricchisce i periodi con una padronanza sintattica che è raro trovare in altri autori. Si dirà che egli ha studiato e che quindi ha curato la lingua nel tentativo, riuscito, di dare al grecanico una sua dignità artistica - così come poi vedremo in Salvino Nucera, in Filippo Condemi, in Domenico Rodà e in Filippo Violi-. Questo però non può essere inteso come limite, bensì come formazione e sviluppo di nuove funzioni della lingua che recupera termini non più adoperati o dimenticati, qualche espressione astratta non piu' utilizzata per la funzione corporale che la lingua aveva assunto. Anche le proposizioni subordinate, di cui prima si trovava traccia in qualche periodo in maniera assai elementare, negli scritti del Crupi assumono una funzione più ampia e si allontanano da quella elementarità sintattica che in genere caratterizza gli scritti grecanici proprio perchè mancano dell'approfondimento dell'astrazione. E' sì la lingua parlata quella del Crupi ma filtrata attraverso gli apodigmi teorici dello studio. Egli cerca e trova quella musicalità che è propria della lingua greca e la fa sua nel tentativo di inverare storicamente in tempi passati gli stimoli linguistici e di recuperarli alla memoria.
La "Glossa" di Bova non è comunque tutta nelle favole e nella disputa filologica. Essa è la prima grammatica grecanica di un grecanico, il primo vero strumento di lotta che i grecanici hanno posseduto, e che si completa con un buon lessico finale che contiene molti vocaboli ormai scomparsi e che il Crupi recupera dall'oasi della memoria di molti contadini ed anziani ellenofoni.
Se chiudessimo con considerazioni nostre credo che faremmo un grande torto alle parole con cui G.A.Crupi concludeva la prefazione al suo lavoro e che non poteva essere se non quel messaggio politico e sociale che veniva fuori da ogni pagine dell'opera del nostro autore. Documento di denuncia e di speranza insieme, la sua fatica non può prescindere dalle stesse considerazioni che chiudevano la "Glossa": «Ieri il possesso di quell'unico codice linguistico impediva di alzare lo sguardo oltre i ristretti confini del borgo natio, oggi quel dialetto, coltivato attraverso lo studio, potrebbe servire per ricollegarsi ad un popolo fraterno, a quella Grecia di Panagulis in cui sembra riardere quell'antico fuoco che generò le prime associazioni libere di uomini liberi e, con la libertà, vide fiorire le arti, le scienze ed una filosofia di cui si nutre ancora il pensiero umano. La lenta "strage di Stato" che sta attuando il totale sterminio culturale della grecità di Calabria è una barbarie che non calpesta soltanto i diritti umani degli Ellenofoni, ma distrugge anche un "vivente monumento" di quella grecità perenne alla quale la civiltà latina e la civiltà del mondo sono immensamente debitrici11».
BIBLIOGRAFIA
La “glossa” di Bova, XXXI Distretto Scolastico, Bova M.,1974; La “glossa” di Bova. Cento favole esopiche in grecocalabro. Schema grammaticale. Lessico, Associazione Culturale Jonica, Roccella J., 1983
LA CRITICA
A.Piromalli, Inchiesta attuale sulle minoranze etniche e linguistiche in Calabria, Brenner ed. Cosenza, 1981; S. Zito, in Prefazione alla "Glossa" di Bova; F. Violi, G.A.Crupi, - uomo e studioso della grecità calabrese, relazione al Primo Premio di Poesia "Jalò tu Vua", 1984; F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; A.Piromalli, Un poeta, Bruno Casile; un critico, Giovanni Andrea Crupi, <<Calabria Oggi>>, Reggio Calabria, 14.4.1990; C.E.Nobile, La glossa di Bova <<Calabria Sconosciuta>>, RC., 1980, p.11-12; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001.
 
 
 
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1 G.A. Crupi, La glossa di Bova, XXXI Distretto Scolastico, Bova M.,1974, p.5
2 G. A. Crupi, cit. p.11
3 M.T. Cicerone, De senectute
4 G. A. Crupi, cit. p.31
5 G. A. Crupi, cit., p.21
6 G.A. Crupi, La glossa di Bova, p.37
7 P. Crupi, La letteratura calabrese contemporanea, D’Anna, Messina-Firenze, 1972, p. 118
8 G.A. Crupi, La glossa di Bova, p.29
9 G.A. Crupi, op.cit., p.14
10 G.A. Crupi, op.cit., p. 15 (sono riportate le differenze linguistiche e fonetiche)
11 G.A. Crupi, op.cit., p. 18
 
 
 

 

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