FRANCESCO NUCERA

03.05.2016 19:10

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

            Il Nucera nasce a San Carlo di Condofuri (Reggio Calabria) nel 1903. Laureatosi in medicina, anch'egli, come già avevano fatto il Mesiani
1 e il Larizza 2, coniuga la passione per la sua professione con quella di storico delle "cose grecaniche" e di umanista. Il suo legame col mondo grecanico data da subito, egli si sente parte integrante di quella realtà calabrese dalle visceri malate, confinate in limiti sempre più angusti e votate all'isolamento geografico e storico. Ferocemente combattuto tra il presentare una denuncia sociale e una storia della grecità - una storia dell'uomo nella dolorosa e sofferta costruzione del proprio mondo - riesce a comporre una formidabile sintesi di entrambe le cose.
Il Nucera appartiene a quella esigua schiera di pensatori e studiosi che, con la loro opera e con il loro impegno, hanno contribuito non solo a far conoscere meglio la realtà del loro paese, ma ad imprimere così un nuovo corso, una nuova visione di quello stesso mondo.
I "PAESI" DEL NUCERA.
In un intelligente lavoro, Rovine di Calabria, il Nucera scopre il velo su una lunga teoria di paesi su cui gravano secoli di silenzio ininterrotto, riportando alla luce memorie perdute da tempo. Non è una storia di pareti quella che egli ci annuncia, ma una storia di scavi entro il cuore della grecità calabra; una serie di finestre aperte su tutto il mondo grecanico, un mondo che si snoda, che si sgretola, che si impoverisce. Egli osserva, scava, interroga, con la puntualità propria dei ricercatori seri, in un mondo le cui origini e la cui cultura erano stati fino ad oggi patrimonio indiscusso dei soli linguisti senza proferire parola " del suo antico popolo: neppure l'ombra! che indifeso, negletto, isolato e stanco dai soprusi di amministrazioni indecenti, tetragono e indispettito, dice male di tutti e si stempra in una incessante querimonia, che non riesce a sopprimere3".
Così diceva il Nucera parlando dell'Amendolea. Così poteva benissimo dire degli altri paesi grecanici!
L'opera si tinge di forti elementi di malinconia e di tristezza senza che egli aggiunga colori più forti o diversi alla già annerita vita di questi paesi che altri, tanti, molti, hanno voluto immodificabile; essa si configura come un'opera profondamente realistica e virilmente dolente, ma, pur se nella sua veloce prefazione alita il soffio della disperazione, dalle tanti pagine si ricava un momento di speranza. Aveva infatti egli scritto:" Gli Inglesi dicono che siamo selvaggi, diffidenti, briganti, pronti a rubare, a rapinare, ad uccidere. Altri, che siamo dei "turchi". Altri ancora, e sono gli Italiani, ci lancino l'accusa della "flagellazione". E quando sostenete, contro di essi, una minima resistenza, quando gridate loro sul muso di non nutrire fiducia in loro, i veri briganti, i più scellerati del Nord, specie se vi governano, quelli che dicono di amare questa vostra terra, quelli vi accoppano. Amici, queste memorie, sono inutili....4".
Ma è lo stesso Nucera che appena prima aveva acceso una fiaccola di speranza su questo mondo: "Fra tante rovine, fra tanti ruderi materiali e morali, fra tante amarezze e delusioni, esse, dunque, dicono qualche cosa. Possono essere anche un auspicio o una speranza; possono, anche, riaccendere, ravvivandola, questa nostra infinita tenerezza per questa nostra terra, per queste nostre case nude ed antiche, per questi nostri popoli sfortunati...5".
I paesi del Nucera non si colorano di mito e di incanto, sono quelli che sono, quelli che altri hanno voluto che fossero. In specie i paesi di montagna, le cui origini, ad eccezione di Bova, non denunciano tracce di civiltà storiche lontane. Essi sono legati al monte dalla paura, tenacemente abbarbicati ad una terra tremula ed avara, che ormai ha rinunciato da tempo a sostenerli e che li sospinge sempre più a valle. Ed anche se egli tratta dei molti paesi, il nucleo centrale del suo lavoro è rappresentato dai borghi grecanici, legati all'area della Bovesìa ed alla Vallata dell'Amendolea. Ma seguiamo un pas
dei suoi "paesi", soprattutto quando descrive la popolazione di Gallicianò: "Trapiantato su questa
ruinosa contrada, solcata da ripide vallate, questo sgraziato paese, millenario, esattamente circoscritto
da due burroni e da una valanga rocciosa, ha il singolare aspetto di un porro, legato da un peduncolo
alla roccia. E sorprende che questo porro, invecchiato e fragile, abbia resistito all'azione corrosiva
delle acque; e come le case, sghembe e annerite, portino ancora l'impronta dell'uomo che vi abita, e
non siano, invece, un ricovero di belve (...) E resta una chiesa scoperchiata, con un campanile fornito
di orologio a clessidra, che non batte il tempo. I naturali sono di intelligenza viva, furbi, generosi ed
ospitali. Parlano speditamente il greco; amano vivere nella loro terra. Amano anche emigrare!”6.
Certo è che il Nucera non può nutrire eccessive speranze di ravvivare e riaccendere in questi paesi
quella fiaccola d'amore che legava la gente grecanica alla sua musa. Nè potrebbe, dal momento che,
arrivando a Gallicianò, fino ad alcuni anni addietro, si leggeva sull'unica buca per le lettere esistente
in piazza il timbro delle “Regie Poste”! Il che è tutto dire. Ed allora comprendi che ogni speranza in
questo paese era morta prima ancora di spiccare il volo.
Egli era talmente legato a questa terra ed alla sua lingua, che padroneggiava magnificamente, che, in
occasione delle elezioni comunali di Condofuri nel 1957, tenne a Gallicianò un comizio interamente
in lingua grecanica.
Nel suo lavoro inserì, nel quadro globale dell'opera, puntuali osservazioni sui grandi fiumi del passato,
ed in particolare sull'Alece (attuale Amendolea); sulla cittadina di Peripoli, patria di Pasitele e di
Eutimo che vinse in Olimpia per ben tre volte (74^, 76^, 77^ olimpiade; nei giochi Pitii (484, 477,
476 a.C.) e la cui statua si ammirava a Locri, opera di Pitagora reggino. L'iscrizione scoperta negli
scavi di Olimpia, sulla statua dell'atleta, conferma le indicazioni di Pausania e conferma il nome dello
scultore7. Il libro presenta inoltre una serie di documenti greci sull'Amendolea e un buon saggio di
canti e tradizioni popolari grecaniche.
1. 3. CANTI E TRADIZIONI GRECANICHE
Tra i canti e le tradizioni, che il Nucera pubblica in appendice al suo libro, sono da segnalare alcune
assolutamente originali. La prima è un'orazione di cui si è persa presumibilmente la versione
grecanica, ma già dal titolo "Litì" si comprende che anticamente era recitata in greco. In grecanico
"letè" significa appunto “preghiera”, “lamento”.
"Il racconto è vecchio e la favola si tramanda di padre in figlio. Dal dirupo camposanto di
Amendolea, fuori le mura, una turba di morti, biascicante, precedeva sul metro di un lamento funebre,
invocante un ricordo e una prece, un altro corteo di morti, in silenzio. Questi morti, insieme, portavano
davanti il loro cocente affanno, e a tergo la carcassa del morto. E sul dorso non avevano né bende né
cenci. Sicché questo macabro spettacolo di morti ambulanti, che discendeva e risaliva la strada di
Amendolea, aveva su di sè lo scheletro, posteriormente, e la carne nuda, sul davanti. Era una lunga
teoria dolorante, che scuoteva i nervi e faceva impazzire. Il lamento è vero ed è anche troppo vero!
Vero per il contenuto e per l'impressione che desta. Vero, per l'immagine reale delle calamità, che ci
opprimono; ed è vero, anche, per il cumulo di affetti, che legano la morte alla vita e viceversa:
O vui tutti, chi campati,
cussì prosperi e cuntenti;
Comu mai non cuntemplati
chisti nostri aspri tormenti?
-Sapirissavu chi sia
Purgatorio di Maria!
6 F. Nucera, cit. p. 82
7 F. Nucera, cit. p.34
2
Quantu a nuddhu saperia
quantu è un'umbra di difettu:
chistu focu è focu tali
ch'un penseru dura eternu; ………8
A questo canto in lingua romanza va aggiunto un altro abbastanza interessante, quantomeno per il fatto che non era stato ripreso da nessuno dei ricercatori. Nel libro del Nucera lo ritroviamo senza la traduzione italiana. Ne tentiamo il significato anche se vi sono evidenti errori di trascrizione:
San andra rustài,
Quando il marito è ammalato
i jineca leghi:
la moglie dice:
an ene chamme,
se è a terra,
poten costi tuto ò,
quando lo taglia questo qui,
ja na pethani?
affinchè muoia?
...........................
.............................
LE ALTRE OPERE
Ben altri lavori sulla grecità calabrese aveva prodotto il Nucera, ma ben poco è venuto alla luce. L'immaginazione popolare su quelle montagne aveva infarcito il suo mondo ed i suoi racconti di Fate, Lupi Mannari, Magare, Narade, Pizzingule, Folletti, Fifie, ecc., e il Nucera nel suo libro ne dà un piccolo saggio che completa lo studio su tradizioni pervenuteci fin dai tempi antichi, così come dimostrato dal Capialbi e dal Bruzzano nelle favole di Roccaforte, che inverano l'origine di questi racconti in Grecia.
In realtà di altro materiale si sarebbe potuta arricchire l'opera del Nucera, soprattutto se avesse pubblicato le Ballate e sonetti di Coletta di Amendolea, un testo che egli aveva curato e che egli aveva dato in visione al Prof. Oronzo Parlangeli senza mai più averlo avuto in restituzione!
Con questa sua fatica egli ha consegnato parte della nostra provincia a quella storia senza storici; una storia di teschi e di rovine, di ansie e di speranze; un territorio umano retrodatato che, da sempre, ha avuto mente, cultura e cuore greco. Nella sua opera, davanti ai nostri occhi, sfilano, senza soluzione di continuità, immagini umane e disumane; paesi ed episodi della loro storia. E' un tuffo nel passato che non dimentica però il presente, dove la storia mette al bando le leggende e rivela la sua attualità che rimane oltremodo valida e vitale per gli insegnamenti, soprattutto morali, che essa continua a dispensare e che ruotano attorno a valori che conservano in sè la loro perenne validità.
Un'altra opera che non è mai stata pubblicata, ma che speriamo lo possa essere presto, è uno studio appassionato sui "Toponimi della zona grecanica di Bova", a dimostrazione del suo intimo legame per questa terra e questa lingua per una cultura che egli amò immensamente, anche perché ne era parte integrante di essa e ad essa lo stesso Nucera apparteneva.
IMPORTANZA DELL'OPERA DEL NUCERA.
In uno stile sempre scorrevole, e che denota una buona padronanza della lingua grecanica e di quella italiana, il Nucera consegna agli studiosi documenti di prima mano, liberando i suoi "paesi" da quella impostazione provincialistica che era sempre stata data ad essi. E' la storia di tanti piccoli borghi, eredi di una più grande storia, lontani dal discorrere dei filologi, visti nella loro umanità e nella loro
8 F. Nucera, cit. p. 205
3
povertà fisiologica. Il metodo di ricerca è condotto con rigorosa scientificità e lontano da grandiosità sospette per il proprio municipio, come spesso accade a storici di paese.
Il Nucera è una coscienza che ha salde radici nel passato, un modello ormai scomparso di tensione morale e di laboriosità e, ad un tempo, di fede nell'uomo e nei valori di libertà. Egli appartenne a quella "ghenia" di persone che riteneva oltremodo limitativo interpretare il proprio impegno personale solo nella professione - esercitava comunque senza fini di lucro- e pensava, giustamente, che l'attività teorica non potesse mai essere disgiunta da quella pratica. Nel 1976 morì consegnando così anche la sua vita a quella storia che egli aveva tanto amata, la storia della sua gente.
BIBLIOGRAFIA
Rovine di Calabria, Casa del libro ed. Reggio Calabria, 1974; Toponomi della zona grecanica di Bova (manoscritto); Ballate e sonetti di Coletta di Amendolea (manoscritto)
LA CRITICA
F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; G. Cingari in prefazione a Rovine di Calabria, Casa del Libro, Reggio Calabria, 1971; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001.
4FRANCESCO NUCERA
Il Nucera nasce a San Carlo di Condofuri (Reggio Calabria) nel 1903. Laureatosi in medicina, anch'egli, come già avevano fatto il Mesiani
1 e il Larizza2, coniuga la passione per la sua professione con quella di storico delle "cose grecaniche" e di umanista. Il suo legame col mondo grecanico data da subito, egli si sente parte integrante di quella realtà calabrese dalle visceri malate, confinate in limiti sempre più angusti e votate all'isolamento geografico e storico. Ferocemente combattuto tra il presentare una denuncia sociale e una storia della grecità - una storia dell'uomo nella dolorosa e sofferta costruzione del proprio mondo - riesce a comporre una formidabile sintesi di entrambe le cose.
Il Nucera appartiene a quella esigua schiera di pensatori e studiosi che, con la loro opera e con il loro impegno, hanno contribuito non solo a far conoscere meglio la realtà del loro paese, ma ad imprimere così un nuovo corso, una nuova visione di quello stesso mondo.
I "PAESI" DEL NUCERA.
In un intelligente lavoro, Rovine di Calabria, il Nucera scopre il velo su una lunga teoria di paesi su cui gravano secoli di silenzio ininterrotto, riportando alla luce memorie perdute da tempo. Non è una storia di pareti quella che egli ci annuncia, ma una storia di scavi entro il cuore della grecità calabra; una serie di finestre aperte su tutto il mondo grecanico, un mondo che si snoda, che si sgretola, che si impoverisce. Egli osserva, scava, interroga, con la puntualità propria dei ricercatori seri, in un mondo le cui origini e la cui cultura erano stati fino ad oggi patrimonio indiscusso dei soli linguisti senza proferire parola " del suo antico popolo: neppure l'ombra! che indifeso, negletto, isolato e stanco dai soprusi di amministrazioni indecenti, tetragono e indispettito, dice male di tutti e si stempra in una incessante querimonia, che non riesce a sopprimere3".
Così diceva il Nucera parlando dell'Amendolea. Così poteva benissimo dire degli altri paesi grecanici!
L'opera si tinge di forti elementi di malinconia e di tristezza senza che egli aggiunga colori più forti o diversi alla già annerita vita di questi paesi che altri, tanti, molti, hanno voluto immodificabile; essa si configura come un'opera profondamente realistica e virilmente dolente, ma, pur se nella sua veloce prefazione alita il soffio della disperazione, dalle tanti pagine si ricava un momento di speranza. Aveva infatti egli scritto:" Gli Inglesi dicono che siamo selvaggi, diffidenti, briganti, pronti a rubare, a rapinare, ad uccidere. Altri, che siamo dei "turchi". Altri ancora, e sono gli Italiani, ci lancino l'accusa della "flagellazione". E quando sostenete, contro di essi, una minima resistenza, quando gridate loro sul muso di non nutrire fiducia in loro, i veri briganti, i più scellerati del Nord, specie se vi governano, quelli che dicono di amare questa vostra terra, quelli vi accoppano. Amici, queste memorie, sono inutili....4".
Ma è lo stesso Nucera che appena prima aveva acceso una fiaccola di speranza su questo mondo: "Fra tante rovine, fra tanti ruderi materiali e morali, fra tante amarezze e delusioni, esse, dunque, dicono qualche cosa. Possono essere anche un auspicio o una speranza; possono, anche, riaccendere, ravvivandola, questa nostra infinita tenerezza per questa nostra terra, per queste nostre case nude ed antiche, per questi nostri popoli sfortunati...5".
I paesi del Nucera non si colorano di mito e di incanto, sono quelli che sono, quelli che altri hanno voluto che fossero. In specie i paesi di montagna, le cui origini, ad eccezione di Bova, non denunciano tracce di civiltà storiche lontane. Essi sono legati al monte dalla paura, tenacemente abbarbicati ad una terra tremula ed avara, che ormai ha rinunciato da tempo a sostenerli e che li sospinge sempre più a valle. Ed anche se egli tratta dei molti paesi, il nucleo centrale del suo lavoro è rappresentato dai borghi grecanici, legati all'area della Bovesìa ed alla Vallata dell'Amendolea. Ma seguiamo un pas
dei suoi "paesi", soprattutto quando descrive la popolazione di Gallicianò: "Trapiantato su questa
ruinosa contrada, solcata da ripide vallate, questo sgraziato paese, millenario, esattamente circoscritto
da due burroni e da una valanga rocciosa, ha il singolare aspetto di un porro, legato da un peduncolo
alla roccia. E sorprende che questo porro, invecchiato e fragile, abbia resistito all'azione corrosiva
delle acque; e come le case, sghembe e annerite, portino ancora l'impronta dell'uomo che vi abita, e
non siano, invece, un ricovero di belve (...) E resta una chiesa scoperchiata, con un campanile fornito
di orologio a clessidra, che non batte il tempo. I naturali sono di intelligenza viva, furbi, generosi ed
ospitali. Parlano speditamente il greco; amano vivere nella loro terra. Amano anche emigrare!”6.
Certo è che il Nucera non può nutrire eccessive speranze di ravvivare e riaccendere in questi paesi
quella fiaccola d'amore che legava la gente grecanica alla sua musa. Nè potrebbe, dal momento che,
arrivando a Gallicianò, fino ad alcuni anni addietro, si leggeva sull'unica buca per le lettere esistente
in piazza il timbro delle “Regie Poste”! Il che è tutto dire. Ed allora comprendi che ogni speranza in
questo paese era morta prima ancora di spiccare il volo.
Egli era talmente legato a questa terra ed alla sua lingua, che padroneggiava magnificamente, che, in
occasione delle elezioni comunali di Condofuri nel 1957, tenne a Gallicianò un comizio interamente
in lingua grecanica.
Nel suo lavoro inserì, nel quadro globale dell'opera, puntuali osservazioni sui grandi fiumi del passato,
ed in particolare sull'Alece (attuale Amendolea); sulla cittadina di Peripoli, patria di Pasitele e di
Eutimo che vinse in Olimpia per ben tre volte (74^, 76^, 77^ olimpiade; nei giochi Pitii (484, 477,
476 a.C.) e la cui statua si ammirava a Locri, opera di Pitagora reggino. L'iscrizione scoperta negli
scavi di Olimpia, sulla statua dell'atleta, conferma le indicazioni di Pausania e conferma il nome dello
scultore7. Il libro presenta inoltre una serie di documenti greci sull'Amendolea e un buon saggio di
canti e tradizioni popolari grecaniche.
1. 3. CANTI E TRADIZIONI GRECANICHE
Tra i canti e le tradizioni, che il Nucera pubblica in appendice al suo libro, sono da segnalare alcune
assolutamente originali. La prima è un'orazione di cui si è persa presumibilmente la versione
grecanica, ma già dal titolo "Litì" si comprende che anticamente era recitata in greco. In grecanico
"letè" significa appunto “preghiera”, “lamento”.
"Il racconto è vecchio e la favola si tramanda di padre in figlio. Dal dirupo camposanto di
Amendolea, fuori le mura, una turba di morti, biascicante, precedeva sul metro di un lamento funebre,
invocante un ricordo e una prece, un altro corteo di morti, in silenzio. Questi morti, insieme, portavano
davanti il loro cocente affanno, e a tergo la carcassa del morto. E sul dorso non avevano né bende né
cenci. Sicché questo macabro spettacolo di morti ambulanti, che discendeva e risaliva la strada di
Amendolea, aveva su di sè lo scheletro, posteriormente, e la carne nuda, sul davanti. Era una lunga
teoria dolorante, che scuoteva i nervi e faceva impazzire. Il lamento è vero ed è anche troppo vero!
Vero per il contenuto e per l'impressione che desta. Vero, per l'immagine reale delle calamità, che ci
opprimono; ed è vero, anche, per il cumulo di affetti, che legano la morte alla vita e viceversa:
O vui tutti, chi campati,
cussì prosperi e cuntenti;
Comu mai non cuntemplati
chisti nostri aspri tormenti?
-Sapirissavu chi sia
Purgatorio di Maria!
Quantu a nuddhu saperia
quantu è un'umbra di difettu:
chistu focu è focu tali
ch'un penseru dura eternu; ………8
A questo canto in lingua romanza va aggiunto un altro abbastanza interessante, quantomeno per il fatto che non era stato ripreso da nessuno dei ricercatori. Nel libro del Nucera lo ritroviamo senza la traduzione italiana. Ne tentiamo il significato anche se vi sono evidenti errori di trascrizione:
San andra rustài,
Quando il marito è ammalato
i jineca leghi:
la moglie dice:
an ene chamme,
se è a terra,
poten costi tuto ò,
quando lo taglia questo qui,
ja na pethani?
affinchè muoia?
...........................
.............................
LE ALTRE OPERE
Ben altri lavori sulla grecità calabrese aveva prodotto il Nucera, ma ben poco è venuto alla luce. L'immaginazione popolare su quelle montagne aveva infarcito il suo mondo ed i suoi racconti di Fate, Lupi Mannari, Magare, Narade, Pizzingule, Folletti, Fifie, ecc., e il Nucera nel suo libro ne dà un piccolo saggio che completa lo studio su tradizioni pervenuteci fin dai tempi antichi, così come dimostrato dal Capialbi e dal Bruzzano nelle favole di Roccaforte, che inverano l'origine di questi racconti in Grecia.
In realtà di altro materiale si sarebbe potuta arricchire l'opera del Nucera, soprattutto se avesse pubblicato le Ballate e sonetti di Coletta di Amendolea, un testo che egli aveva curato e che egli aveva dato in visione al Prof. Oronzo Parlangeli senza mai più averlo avuto in restituzione!
Con questa sua fatica egli ha consegnato parte della nostra provincia a quella storia senza storici; una storia di teschi e di rovine, di ansie e di speranze; un territorio umano retrodatato che, da sempre, ha avuto mente, cultura e cuore greco. Nella sua opera, davanti ai nostri occhi, sfilano, senza soluzione di continuità, immagini umane e disumane; paesi ed episodi della loro storia. E' un tuffo nel passato che non dimentica però il presente, dove la storia mette al bando le leggende e rivela la sua attualità che rimane oltremodo valida e vitale per gli insegnamenti, soprattutto morali, che essa continua a dispensare e che ruotano attorno a valori che conservano in sè la loro perenne validità.
Un'altra opera che non è mai stata pubblicata, ma che speriamo lo possa essere presto, è uno studio appassionato sui "Toponimi della zona grecanica di Bova", a dimostrazione del suo intimo legame per questa terra e questa lingua per una cultura che egli amò immensamente, anche perché ne era parte integrante di essa e ad essa lo stesso Nucera apparteneva.
IMPORTANZA DELL'OPERA DEL NUCERA.
In uno stile sempre scorrevole, e che denota una buona padronanza della lingua grecanica e di quella italiana, il Nucera consegna agli studiosi documenti di prima mano, liberando i suoi "paesi" da quella impostazione provincialistica che era sempre stata data ad essi. E' la storia di tanti piccoli borghi, eredi di una più grande storia, lontani dal discorrere dei filologi, visti nella loro umanità e nella loro
povertà fisiologica. Il metodo di ricerca è condotto con rigorosa scientificità e lontano da grandiosità sospette per il proprio municipio, come spesso accade a storici di paese.
Il Nucera è una coscienza che ha salde radici nel passato, un modello ormai scomparso di tensione morale e di laboriosità e, ad un tempo, di fede nell'uomo e nei valori di libertà. Egli appartenne a quella "ghenia" di persone che riteneva oltremodo limitativo interpretare il proprio impegno personale solo nella professione - esercitava comunque senza fini di lucro- e pensava, giustamente, che l'attività teorica non potesse mai essere disgiunta da quella pratica. Nel 1976 morì consegnando così anche la sua vita a quella storia che egli aveva tanto amata, la storia della sua gente.
BIBLIOGRAFIA
Rovine di Calabria, Casa del libro ed. Reggio Calabria, 1974; Toponomi della zona grecanica di Bova (manoscritto); Ballate e sonetti di Coletta di Amendolea (manoscritto)
LA CRITICA
F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; G. Cingari in prefazione a Rovine di Calabria, Casa del Libro, Reggio Calabria, 1971; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001.
 
______________________
1 Vedi: F. Violi, La letteratura grecocalabra, Vol. I
2 Vedi: F. Violi, La letteratura grecocalabra, Vol. I
3 F. Nucera, Rovine di Calabria, Casa del libro, Reggio Calabria, 1971, p.44
4 F. Nucera, cit. p. 9
5 F. Nucera, cit. p. 9
6 F. Nucera, cit. p. 82
7 F. Nucera, cit. p.3
8 F. Nucera, cit. p. 205
 

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