FRANCESCO MARIO MANDALARI

15.04.2016 22:31
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
      Nacque a Melito Porto Salvo (RC) nel 1851 e perse la vita nel tremendo terremoto che colpì le due città dello Stretto il 28 dicembre del 1908 a Messina. Letterato, giornalista, storico della letteratura e del folklore, era uno dei più promettenti cultori dell'Ottocento. Strano destino il suo! Egli che si era sempre prodigato nel pubblicare sillogi antologiche e saggi vari a favore delle genti alluvionate o colpite da altre calamità naturali, finiva col morire per una delle più tremende ed abituali disgrazie della Calabria: il terremoto. L'indagine linguistica o folklorica che spesso dimentica l'uomo per regalarci tracce di fonemi o aspetti curiosi della cultura di un popolo, diventa di necessità sovente prigioniera dei suoi stessi limiti. Il Mandalari invece pone l'accento sui problemi e sui bisogni del popolo, sia quando, personalmente, consegna alle stampe un "Saggio di proverbi calabro-reggini" a favore, come egli stesso dice, degli "inondati di Reggio", sia quando fa leva su affermati scrittori per pubblicare in un'unica raccolta "il tesoro delle canzoni popolari della provincia di Reggio,..... non esclusi i Canti delle colonie "greche", come afferma l'illustre Alessandro D'Ancona1, sia quando pubblica la prima terrificante immagine dei paesi grecanici che egli consegna alla storia nel loro più crudo realismo. E' il caso di Minuterie dove, in un lampo su Roghudi, così cartografa : Roghudi è gittato sopra un monte, è circondato da mille abissi e da mille caverne; le madri di famiglia sono obbligate di attaccare i loro figliuoli a una fune per non vederli precipitare in quelle eterne voragini, nido di uccelli notturni e di animali ladroni.(...) Parlano il greco...usano della permuta... non ci sono scuole e non ci sono prigioni....vestiti ad un modo preistorico,...non fumano, non bevono vino impuro, vivono in Italia e non sanno nemmeno il nome del Re galantuomo 2(3). Il Mandalari insomma consegna alle stampe non l'omertà interessata di una cultura egemone che mai si ferma sulla reale importanza delle culture subalterne, ma uno studio sulla vera cultura calabrese che raramente ci è dato incontrare.
Maggiore fortuna avrebbe dovuto incontrare la sua opera, soprattutto i Canti che racchiudono una serie di scritti di illustri studiosi. Ma non è un autore fortunato il Mandalari che pure si muove sempre in favore della cultura meridionale, agitata spesso a mezzo di scritti vari e di corpose pubblicazioni. Nei Canti del popolo reggino, per quello che ci riguarda, fanno bella mostra di sè alcuni saggi interessanti tra cui "La poesia di Bova" che Astorre Pellegrini dedica ai canti grecanici, una lettera ed esempi sul latinismo vivente nel dialetto calabro-reggino di Eugenio Arone; una raccolta di quindici canti grecanici di Roghudi con un interessante studio di G. Morosi; la traduzione grecanica della novella IX della prima giornata del Decamerone del Boccaccio e un lessico delle parole notevoli del dialetto calabro-reggino dello stesso Mandalari, in cui egli da prova di scrupolosa esattezza e di una cultura classica non comune. Non è qui il caso di contestare la posizione del Pellegrini sulla "qualità" e sui contenuti della produzione poetica dei grecanici, cosa che abbiamo fatto in altri scritti3, né di parlare dei canti recensiti dal Morosi perché da tempo conosciuti. Intendo invece riportare la novella del Boccaccio in grecanico con la traduzione di Francesco Gentile, che, pur non rivelando particolari pregi letterari, è importante sotto l'aspetto linguistico perchè espressa nella lingua di 120 anni fa.
"Ce olu egò lego, ti o cherò tu protinò4 Riga tu Cipri, sane o Gottifrè tu Buglione epiae ton aghio ghuma, irte mia pizzili ghineca andi Guascogna eghiai porpatonda sto tafo, ce ecitte condoferronda, sirma ti epatie tin Cipri, tavta ponerusa demata poddhì tin evriasi. Ze etuto ecini mega eponisti, ce eghiai na platezzi me to Riga. Allà tis ipasi, ti o Riga en ecanne tipote, ghiatì ito zoì gameni, ce tosso agaro, ti en acanne calò, ce ti ze pleo te vrisie ti ecinù tu cannasi,en ton etripussa, ce ane canena tu tin eferre, tocanne ghiglie vrisie, ce ghia ecino ito tipote. Ecunnonda i ghineca otuta pramata parapoddhi' apolpizzonda ghia na fudedti posson isoe, tis irte stin cardia na nghisi ton Riga, ce glonda tu eghiai ambrotte, ce tu ipe:"Riga dicommu, egò en ercome
ambrotessu n'agho ze essena ecino ti delo, allà ercome na supo, ti ghiatì vrimia ti mu camasi,
ma mu maddei pos egò na tin aponamino, ghiatì zero calà ti panda essena su cannusi, ce otu
maddenno ze essena ti ola aponomai, ce zeri o Tiò an dusonna cami me possi cardia essuna su
tin idonna san'ecino ti ta ferri tosso magna". O Riga, ti sin etote estadi stin ocneria, sambote ti
esicodi an don iplo, ce embennonda an di vrisia ghienameni ecini ti ghineca, ti parapoddhì
efudie, eghenasti mavro sciddho me olu ecinu, ti ze ecini mera ecannasi ticandì catà ti time tu
stefano". 5
"E dunque ora dico, che al tempo del primo Re di Cipro, quando Goffredo di Buglione conquistò
la Terra Santa, avvenne che una gentildonna di Guascogna andava visitando il Sepolcro, e mentre
stava tornando, appena arrivata a Cipro, alcune persone scellerate la offesero molto. Di questo
ella si amareggiò molto, e andò a parlare col Re. Ma le dissero che il Re non avrebbe fatto nulla,
perchè egli era una vita perduta, e tanto cattivo che non faceva alcun bene, e non solo non
castigava le ingiurie fatte agli altri, ma altresì sopportava le ingiurie che facevano a lui.Avendo
ascoltato queste cose la donna perse ogni speranza di poter avere qualche aiuto, le venne in cuore
di andare dal Re e , piangendo gli si presentò davanti e gli disse: << Mio Re, io non sono venuta
dinnanzi a te per avere ciò che devo avere, ma venni per dirti che tu mi insegni, poichè mi hanno
recato offesa, come io possa sopportarla, poichè io so bene che a te ne fanno sempre, e così
imparo da te a sopportare, che lo sa Dio se io potessi fare con quanto cuore darei a te le mie
offese dal momento che tu riesci a sopportarle tanto bene >>. Il Re, che fino ad allora era rimasto
nell'indifferenza, come se si fosse svegliato da un sogno, e iniziando dall'offesa fatta a quella
donna, che vendicò ampiamente, divenne un cattivo cane (persecutore) nei confronti di coloro i
quali, da quel giorno facessero qualcosa contro l'onore della corona".
Col suo volume il Mandalari ha inteso offrire alla cultura calabrese e grecanica un nuovo contributo
per un'indagine storica e linguistica di una regione confinata sempre più nei bisogni primordiali e
nella grande fame; una regione che nella ricerca della propria identità trova il riscatto culturale, che
non può essere confinato nel "particulare", ma è impastato di valori positivi, morali e sociali.
BIBLIOGRAFIA
Canti del popolo reggino, Napoli, 1881; Minuterie, Roma, 1885; In terra di Pentedattilo,<<Note e doc. di
st.cal.>>, Napoli; Biblioteca storico-topografica della Calabria, (pubblicata postuma a cura del figlio),
Messina, 1928
LA CRITICA
Le fonti biografiche su Francesco Mario Mandalari- come avverte F.Mosino (Storia linguistica della Calabria,
vol. II, Marra, Cosenza,1989, p.304-305)- sono molte. Valga per tutte l'opuscolo pubblicato da O.C. Mandalari,
Mario Mandalari, Reggio C., 1932; F. Mosino, Lettere dalla Calabria a Mario Mandalari (1878), in ASCL,
XLVIII,1981,pp.99-131; F. Mosino, Storia linguistica della Calabria, vol II, cit. p.254; F. Violi, Storia degli
studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di
Calabria, Rexodes-Magna Grecia, Reggio Calabria, 2000; F. Violi, Anastasi, canti politici e sociali dei Greci di
Calabria, ed. C.S.E. di Bova Marina, Reggio Calabria, 1992; F. Violi, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed.,
Reggio Calabria, 2005, Vol. I
 
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1 A.D’Ancona in prefazione a M.Mandalari, Canti del popolo reggino, Napoli, 1881
2 M. Mandalari, Minuterie, Roma, 1885, pp. 118-119
3 F.Violi, Anastasi, canti politici e sociali dei Greci di Calabria, ed. C.S.E. di Bova Marina, Reggio Calabria, 1992; F. Violi, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005, Vol. I
4 Dovrebbe essere “tu protinù”
5 Il testo greco del Gentile contiene qualche errore

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