FRANCESCO ANTONIO DE MARCO (seconda parte)

30.03.2016 23:49

         Rubrica Europa Ellenofona  a cura di Filippo Violi

L'amore e lo sdegno nei suoi versi continuano ad intrecciarsi e a confondersi. Nei confronti delle sue donne, egli prova i sintomi originanti dal binomio attenzione-repulsione, ma non resiste alla tentazione di lanciare qualche strale osceno nei loro riguardi. E' questo il momento in cui il tono scade dall'esaltazione al disprezzo. Il De Marco non può accettare di essere respinto né tantomeno di essere oggetto di scherno, per cui, la donna, dapprima vista come murusa (amorosa), ora diventa scrufa (scrofa):

 

                             

"Meraviglia e non è chjtu incostanti,

Fa meraviglia la tua incostanza,

 hora ti mostri ingrata, ora acconsenti,

ora appari ingrata, poi acconsenti,

ami e disami, e in un medesmu stanti

ami ed odi, e nel medesimo istante

si amurusa, si infida e scanuscenti.

sei dolce, sei infida e irriconoscente.

   

   

Dici e disdici, hor hodj et hora chianci

Dici, neghi, odi, dai sfogo ai pianti

hora mi dici sì et hora ti penti;

prima dici di sì e poi ti penti;

si scrufa, chiù non servi mi ti avanti

sei una scrofa, e non serve vantarti

e già porti lu signu tu evidenti [1]".

chè già porti  ormai il segno evidente[2]

 

   Continua ad emergere nei suoi versi una condizione che su quella rupe agreste ha poco o niente di bucolico; la sorte non lo soccorre, ma egli è indomito e mordace come sempre, pur essendo ormai consapevole delle sue limitate " possibilità “ fisiche, cui pure continua a tendere sorretto da quella umanità primitiva che non consentirebbe mai ad un uomo di paese di non sentirsi più "capace" nei suoi assalti. I versi seguenti, infatti, pesano al nostro poeta e credo che egli li avrebbe cancellati se avesse potuto sapere che un giorno sarebbero stati pubblicati. Pesano gli anni sulle sue abitudini ormai cadenti. E' ora di mandare i propri sensi in pensione. Ma è come se egli avvertisse in sè un senso di gioia nel  liberarsi  da una pratica che ormai gli prospettava più magre figure che dolci soddisfazioni:

 

                             

Libertà, libertà godu, goditi

Libertà, libertà godo, e godete

o afflitti sensi ch'erivu ligati

anche voi, o sensi afflitti, che eravate legati

e di li donni fujiti fujiti:

e da le donne veloci fuggite

a chisti cosi chiù non ci pensati.

a queste cose più, orsù non pensate.

   

 

La donna è dannu poi cu vi struditi

La donna è danno e voi vi consumate,

o cechi sensi e undi eruvu inchlinati.

o ciechi sensi, là dove eravate legati.

Ma già chi la Victoria possediti

Ma ormai che la Vittoria possedete

Libertà, libertà sempri gridati.

liberta, libertà sempre gridate

 

 

E come potrebbe in ogni caso continuare a sperare, se non vanamente, in quel tesoro perduto? E' un naufragio completo e totale il suo. Gli anni fanno sentire il loro peso. Il De Marco sa bene di avere accanto non una donna, ma una lupa famelica, cui ben altre forze sarebbero necessarie e non le sue!

In un altro canto patetico ma realistico, infatti, appare di tutta evidenza che non v'è più spazio per certe “pratiche” giovanili. Sono evidenziati nel canto i tormenti e gli sforzi agonizzanti del nostro poeta davanti alla sua donna, mai sazia, e, in uno stile altamente realistico, senza nulla sacrificare alla forma, senza complicare il flusso lirico con motivazioni etiche, confondendo sacro e profano, riprendendo la terrestrità tumultuosa dell'amore, inutilmente aggredito dal desiderio, non trova più termini di paragone per riuscire a definire una donna di tal fatta:

 

                             

Lazzaru mai gustau di l'epuluni

Giammai Lazzaro gustò dell'epulone

li bramati frammenti di lu pani

i bramati frammenti di pane

comu hora lu lupinu gusti tuni.

così come il lupino gusti avidamente tu.

Mai lupa vecchia nè miseru cani

Nè lupa vecchia o misero cane

   

   

famelici di preda arsi e digiuni

di preda famelici, assetati e digiuni,

di la bramata preda assai luntani

dalla bramata preda assai lontani,

vitteru chista fami chi nd'hai tuni

hanno mai avuto la fame come hai tu ora,

chi aghiutti li luppini sani sani.

inghiottendo i lupini con due mani[3].

 

Ed ancora in altri versi, che rendono ormai manifesta la sua senile incapacità, il De Marco continua a scrivere:

                             

Tagliau la Parca ingrata lu soi stami

Ha tagliato il Tempo ingrato i suoi raggi

 in un puntu chiudiu li cari lumi,

 e di colpo ha fatto venir meno la sua luce

in un puntu siccharu li mei rami

improvvisamente sono seccati i miei rami

senza risguardu di vita o costumi....

senza pietà per la mia vita e le mie abitudini...

........................

.........................

                             

                             

1.4    NELLA MEMORIA GRECANICA: TRA IMMAGINI TEOFANICHE ED EROS

 

Sembra sia propria finita la grande tradizione monacale calabrese, l'esigenza spirituale che spingeva fino ad allora la Calabria greca verso un fervore mistico e appassionato e che aveva caratterizzato tutto il periodo bizantino. Delle immagini teofaniche del mondo ellenico rimangono ormai frammenti sparsi; viene fuori un mondo paesano in tutta la sua corporalità; ne scaturisce un diverso codice morale e culturale, un universo non più suo, ma fatto ad immagine e somiglianza d'altri. Solo a sprazzi vi entra il destino e la visione ideale della fede. Quando il romanticismo licenzioso del De Marco si purga, librandosi verso vette più alte e ideali in cui si nasconde quel Dio che egli spesso dimentica per le gioie della vita. Egli si interroga a volte come un feroce revisore del suo passato, reintroduce l'esigenza del divino e, dopo la grande delusione, ritorna nelle immagini teofaniche e promuove un vigoroso sentimento lirico-cristiano con un maturo accento di evocazione poetica, pur senza grandi attrezzature liriche.

                             

Thon jiero pu ude pseri jierusìa

Quel santo che non conosce vecchiaia

nipta ce mera panda to’ lodèguo

 io lodo sempre notte e giorno;

ce tu dio pu tu channu sinodìa

 anche i due che gli fanno compagnia

panda angonatìsca tus adurèguo.

 io li adoro sempre in ginocchio.

 

                             

Enas en manachòs, sòmata trìa:

E' uno solo, ma tre persone:

ecìnus thelo, tus allus tu fèguo;

voglio quelli e fuggo dagli altri;

chràzzonda ce tin Aja Panajìa

ed invocando anche la Santa Madonna

saptus tundi psichi racumandèguo.

raccomando a loro quest'anima.

                                                                                                                  

(15 maggio 1699)

                             

I richiami all'abbandono mistico durano però lo spazio di un mattino. Il De Marco indulge troppo poco sul sentimento passivo e remissivo cristiano, relegando in un canto la sua devozione per ritornare, dopo l'impatto , se non al richiamo ormai impercettibile della carne, da cui è sempre febbrilmente angustiato, quantomeno alle gioie della cucina:

  

                             

Caglio thelo sardina mara elèa,

Più che una sardina voglio un'oliva nera,

pinno to chrasì ce to mustàri,

bevo sia il vino che il mosto,

ce ja me chantu caglio trogo crea,

e per mio conto piuttosto che mangiare carne

mara ta chorta me to ala ce alàdi,

meglio le erbe amare con sale e olio,

   

   

fau faci, fasùli càglio sthèa,

mangio lenticchie, fagioli più che le ossa,

trogùnta pumbo san palàtu to apsàri

mangiando appena pescato il pesce

ce pàuptha ce mizzìdra san en nèa,

e latte cagliato e ricotta quando è fresca,

jòmose, thi su trogo ena brastàri.

riempi, che te ne mangio una caldaia. 

 

                              ( A di 2 maggio 1699)

 

 

Sono motivi di altri tempi certamente quelli del De Marco, e ogni tentativo di inverarli in una stagione storica diversa, rimane sterile e inutile. Il nostro poeta e la civiltà totemica che lo circonda sono nati ad un tempo; è l'emersione di una condizione di vivere che viene fuori. Per pochi attimi è apparso Dio ma poi ritorna a scomparire. Nella sua concezione tipicamente greca della vita, che tanto o tutto affida al destino, sembrerebbe un dato straordinario che egli possa aver tempo per pensare a questo. Sono le gioie della vita che lo interessano, nel cui capace ventre intende perdersi; ed è il suo attaccamento alla vita che gli fa maledire il suo destino e la sua triste condizione sempre più ormai legata alle donne che ama.

Non si comprende bene se impreca o invoca il De Marco quando afferma che la ruota della Fortuna la fa girare Dio. Poco prima, nel suo nome, l'aveva maledetta, avrebbe desiderato vederla ardere, ora rende protagonista del suo destino Dio e la sua stessa Madre. La sua voce si fa più vibrante, più sofferta, sa forse di aver peccato ed invoca la Madre di Dio a sua avvocata. Emerge la stanchezza ormai nel nostro poeta, forse è consapevole che è arrivato il momento dei "grandi" conti, quelli che egli non segnerà più nel suo manoscritto,  che nel frattempo si era riempito dei conti di tutte le miserie umane, del sudore e dei debiti di tanta povera gente.

 

 

1.5   LA POETICA DEL DE MARCO

 

La poesia del De Marco introduce un aspetto eccezionale nel Seicento grecanico, ignoto certamente a molti, fino al giorno del ritrovamento del suo manoscritto. L'intensità o meno dei sentimenti erotici; l'espressione linguistica del nostro autore- comunque valida o meno- per il periodo  storico della sua composizione, caratterizza e svela secoli di silenzio. Egli matura le sue esperienze e le canta. Nei suoi disagi c'è l'uomo che da sempre ha vissuto il contrasto odio-amore e che soffoca l'interminabile gioco dell'immaginazione negandosi alla realtà. E' una lingua veloce quella del De Marco, purificata, per il tempo, da tanti imprestiti oggi presenti nel povero lessico grecanico, che sa esprimere ad un tempo emozioni e miti senza mai negarsi al verso, per quanto possibile, curato e adattato alle circostanze.

La sua formazione culturale si compie di necessità in provincia; in quella provincia che stenta a liberarsi da posizioni di subalternità intellettuale ed economica in cui è tenuta dalle classi padronali e dai potenti in genere. Sarebbe vano tentare di capire se il De Marco nelle sue poesie abbia compiuto il tentativo di dare valenza poetica alle sue composizioni o se egli abbia scritto soltanto per dare libero sfogo ai suoi patemi d'animo, senza curarsi  di  forme e stile. Un fatto però è certo, nel suo " zibaldone", il passaggio dagli appunti di cronaca spicciola all'officina poetica, segna un momento importante del suo lavoro. I temi del canzoniere non sono in fondo che lo sviluppo "organico" del suo pensiero che si lega alla quotidianità ed alla corporalita'. Non c'è soluzione di continuità tra la contabilità spicciola che copre gran parte del suo diario - e che denuncia il suo attaccamento ai beni terreni in ogni caso -, e le sue riflessioni poetiche che non negano quel presupposto, anzi lo affermano maggiormente. E' il realizzarsi della sua filosofia edonistica che si fa canto e che  deriva  dai  suoi   sensi,  da un   rapporto materiale, utilitaristico che dovrebbe concretizzarsi nei piaceri carnali ormai negati. Le sue imprecazioni contro la fortuna non toccano minimamente la sua situazione economica, ma l'impossibilità di godere quei beni accumulati investendoli nei piaceri del sesso. Egli non  sogna nemmeno per un istante di rivendicare funzioni morali alla sua poesia e se qualche forma di trascendente appare, è solo perchè, nel dubbio che si possa continuare a godere anche nell'altra vita,  - ammesso che egli vi creda - ritiene che premunirsi non costi nulla, in ogni senso e in ogni caso.

 

 

LA CRITICA

 

A. COSTANTINO, Un documento di storia linguistica, sociale ed economica proveniente dall'area grecanica di Bova, <>, RC 1981, anno IV n.13 pag. 84-85; F. ARILLOTTA, Brani di storia minuta in un manoscritto bovese del '600, <>, RC 1981, anno IV, n.13 pp.87-90; Idem, La poesia grecanica di F.A. De Marco, sindaco di Bova nel 1600, <>, RC, 1985 anno VIII n.31-32 pag.72; F. MOSINO, Storia linguistica della Calabria, Marra, Cosenza ,1989, vol.II pp.129-134;  F.VIOLI, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, Ed. C.S.E. Bova, Reggio Cal., 1992; F. VIOLI, La storia e la letteratura greca di Calabria – Autori e testi, Rexodes Magna Grecia, Reggio C., 2001; F. VIOLI, Sulle tracce della poesia moderna e contemporanea dei Greci di Calabria: A.F. De Marco, Ellhnikaé Mhnuémata, Ed. Simone, Napoli, n.7, 2003; F. VIOLI, Francesco Antonio De Marco, sindaco di Bova (1640-1710), Quaderni di Cultura Greco-calabra, IRSSEC, Bova Marina, 2003; F. VIOLI,  I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005, vol. I



[1] “...lu signu tu evidenti” = hai perso la tua verginità

[2] Tutte le traduzioni in lingua sono a cura di F.Violi.

[3] E' chiaro il riferimento alla famelica sessualità della sua donna.

 

 

 

Cerca nel sito