FRANCESCO ANTONIO DE MARCO (prima parte)

23.03.2016 19:06

      Rubrica Europa Ellenofona  a cura di Filippo Violi

      Letteratura grecocalabra

Poche sono le informazioni che ruotano intorno alla vita del De Marco, ma si sa con certezza che egli visse intorno alla seconda metà del 1600  e che  ricoprì la sindacatura annuale a Bova dal 1^ maggio 1680 al 30 aprile dell'anno seguente. Nella visita pastorale di mons. Marcantonio Contestabile[1], vescovo di Bova dal 1669 al 1699, troviamo indicazioni che ci danno lumi sulla famiglia del De Marco. Nella visita che il vescovo compie il 9.4.1670 vi ritroviamo segnalati un certo De Marco Domenico, arciprete e prima dignità della chiesa cattedrale e parroco di San Teodoro, un altro De Marco Domenico, abate che possiede terre a Brigha e Cannavari, un De Marco Giovanni Domenico, anch’egli ecclesiastico a Palizzi, un De Marco Leonardo con terre a Vunì, un De Marco Masina che lascia terre in contrada Tubia, un De Marco Giovan Battista (potrebbe essere il padre), notaio con terre a Cavalli, ecc., ed infine un Francesco Antonio De Marco (che come si vede ha nome e cognome del nostro autore) con vigna e gelseti a Brigha, e forse nonno o zio del nostro sindaco-poeta.

Queste poche notizie che conosciamo di lui sono dovute a un caso veramente fortuito: il ritrovamento di un  manoscritto in una abitazione vicino l'antica torre di Plettea, nei pressi di Ghorio di Roccaforte, da parte del prof. Antonio Costantino.

Lo stesso Costantino, successivamente, darà notizia della casuale scoperta in un articolo pubblicato sulla rivista << Calabria Sconosciuta>>[2].

Dopo secoli di silenzio, quella forte nebbia calata sulla realtà grecanica comincia a diradarsi rivelando un mondo in cui risultano presenti aspetti poco conosciuti e, - a volte in maniera più decisa - alcune testimonianze della cultura del Seicento nei nostri paesi.

 

1.1   L'OPERA DEL DE MARCO. IL REALISMO CONTADINO E PAESANO

 

Il mondo che traspare dal manoscritto del De Marco, a cui per comodità daremo il titolo di " La società bovese del "600 [3]", è storicamente caratterizzato da quel microcosmo intorno a cui ruota la stessa presenza del nostro autore; un mondo che ha i confini logistici ed etnici ben definiti entro la civiltà contadina della bovesia; un nucleo provinciale e- all'interno della stessa provincia - ben delineato: Bova, la sua Marina, - allora ancora inesistente come centro urbano - San Lorenzo poi, Staiti e, al massimo, Reggio Calabria. Questi i voli geografici del nostro autore. I suoi personaggi, quasi sempre contadini, pastori, gente semplice, chiusi nei loro patrimoni totemici, sono gli sfruttati di ieri, di oggi e di sempre; gente posseduta dalla fame che la storia non tocca nè come oggetto storico e nemmeno economico.

E' l'immagine di una terra e di una gente che ricorre alla speranza quasi di "essere sfruttata" per non morire completamente di fame; che cerca un lavoro ad ogni costo. E il costo è elevato! Chi ha fame di lavoro gonfia il proprio ventre riempendolo e nutrendolo soltanto di pane nero e di canzoni! " Dall'esame testuale dei documenti - cartografa Antonio Costantino[4]- balza in perfetta sincronia, l'attività di poligrafo di Francesco Antonio De Marco. Egli, attraverso le pagine del suo diario segreto, ci proietta di colpo nel mondo del Seicento, a noi tanto lontano, e ce lo fa rivivere con spregiudicato realismo, fornendoci un'immagine palpitante e viva di una società, immersa nelle sue contraddizioni e divisa in due classi sociali, una privilegiata ed egemonica, l'altra subalterna e condizionata".

 

1.2     TRA " CONTABILITÀ " E  TENSIONE UMANA

 

Il manoscritto del De Marco ricopre un'importanza rilevante per il fatto - e non solo - che esso è il primo documento "contabile" e poetico della  società grecanica che noi abbiamo dalla fine del 1700, e per il fatto che il nostro sindaco raccoglie, con puntuale precisione da ' ragioniere', esatte e concrete documentazioni sulla vita economica e sociale della Bova settecentesca, chiarendo i frammenti della condizione umana e le urgenti necessità di chi aveva l'obbligo di dimenticare e di far dimenticare alla famiglia la propria fame. Ma non si pensi che al De Marco interessassero i problemi e le tensioni sociali dei suoi compaesani o del resto del mondo grecanico. In questa operazione ciò che più gli preme è il bilancio familiare e soprattutto i conti e i rapporti che egli aveva con le persone a cui affidava i suoi beni. Ma da qui a realizzare  che da questo ne derivi un discorso unificante per l'intera società grecanica, sempre orientata verso la rinuncia, il passo è breve. Infatti, non diversa - se non peggio - era la condizione del resto della popolazione bovese. Pur se involontariamente quindi il De Marco ci offre uno spaccato socio-economico di quella realtà, ordinandovi una natura delle cose regolata dall'arbitrio dei potenti. Nel manoscritto l'occhio si spinge subito a perlustrare la terra, al punto che ritroviamo  una lunga teoria di termini allora in uso: unità di misura e costi (tùmena, quàrti, mundèddha, quartùccio, ròtolo, minàtico, pisa); la loro definizione ( di cui qualcuna resiste ancora oggi)[5]; indicazioni monetali (aquile, carlini, scudi), mestieri ( vermicellaro, carcaròto, buccèro, forgiàro, bottàro), onomastica e toponimi bovesi. Sono proprio questi ultimi che maggiormente hanno da sempre interessato gli studiosi tralasciando di fatto – e, a mio parere, colpevolmente - lo studio e la realtà di una società sempre più povera e sempre più accerchiata dalla povertà. Una società cerchiata però da grande tolleranza e da superiore umiltà.

Tra i toponimi che, in altro articolo,  l'Arillotta[6]  riporta con un, invito a  riscontrarli eventualmente con la toponomastica attuale, voglio ricordare quelli che ritroviamo ancora ai nostri giorni, e quelli ormai dimenticati. Il risultato è veramente interessante. Colgo intanto l'occasione per annotare i nomi di alcuni luoghi di contrade e le osservazioni su quelli che oggi non persistono più: "Cannavàri, Calamissà (Calamitthà), Arpàjena, Peristerèa, Plàji, Pricondèri, Surva, Chàracha. Sono tutti nomi che trovano riscontro ancora oggi e vengono ricordati nei vari dizionari toponomastici, mentre alcuni li ritroviamo pure in un manoscritto del XVIII sec. di Mons. Contastabile, vissuto all'incirca nel periodo del De Marco, e che Domenico Minuto ha già raccolto e pubblicato.

   Tra i non citati in alcuna opera toponomastica, e di cui non si ha più memoria storica, segnalo: "Crofìllito Ravagnisi, Area di Chedrò, Alupudèddha (  esiste a Bova Marina la variante Alupù, forma abbreviata di Alupuda), Sarùnci, Satànici Crofìllito, Pèlima (sarà probabilmente Pòlemo), Lo Scràcho di Cavaleri".

Il mondo narrativo del De Marco non bada certo al dolore dei protagonisti. Ciò che emerge dal suo manoscritto è un mondo di conti: di "avere", per lui e sempre, e di "dare", mai.  Le entrate infatti sono sempre da una parte. E' un mondo di povera gente che cade ammalata con la "mozzicatina di vespe",  di "matrone", di persone che, a suo dire, "rendono" poco. Insomma quel memoriale è una lunga teoria di episodi privati, di avvenimenti familiari, che diventa però - involontariamente nei commenti nervosi del De Marco- un'indagine cruda  della storia infelice di un popolo dominato dalla povertà e da una grande fame.

 

1.3  IL CANZONIERE DEL DE MARCO: EROS E THANATOS

La parte più interessante del manoscritto - che si compone di 216 pagine - del nostro sindaco-poeta, blenorragico durante il servizio militare (come egli stesso dichiara), sfiancato dai piaceri della "carne, usuraio nella sua Bova, è naturalmente il Canzoniere composto da quasi centoventi poesie in dialetto romanzo, da qualche lirica in latino e da sei poesie in grecanico. Qui " eros " e " thanatos ", amore e morte - o meglio ancora, il ricordo del primo e il presentimento della seconda - si intrecciano e si confondono, diventando, di fatto, l'argomento principale della sua poetica.

Alcune sue composizioni risentono di un romanticismo scomposto, di voluttuose fantasticherie senili (ormai negategli naturalmente, data l'età avanzata) per una non meglio identificata Lucia e una certa Isodiana. Entrambe oggetto di passione e di capriccio. I loro nomi li ritroviamo nelle poesie del De Marco anagrammati in Aicul e Anaidos: volubile e ingrata la prima, troppo legata alle chiacchiere dell'altra la seconda.

                             

" Ti n'ache cin Anaidos mia jmèra

Che ci  fosse Isodiana per un giorno

 o viramente mia  mesimerìa,

o soltanto per una mezza giornata,

posso na tis ecùntegua tu pena

in modo da poterle raccontare la mia pena

sensa na camo cammìa amartìa

senza fare alcun peccato.

.

  

De lego cin Aicul, jatì apse mena

Non parlo di Lucia perchè fugge da me

 me fegui sa na mòfere optrìa;

come se le facessi il malocchio;

mu affice ta gangàglio hoi me clamèna

Ahimè, mi ha lasciato rotte le mascelle

ti epìstepse to psema allis mìa."   

perchè una ha creduto alle menzogne dell'altra.

                     

                                                                          (nocte 31 mensis julij 1698. De Marco)

 

                           


[1] D. MINUTO, Indice degli antroponimi e dei toponimi dal manoscritto delle visite pastorali di M. Contestabile vescovo di Bova (sec. XVIII ), Rivista Storica Calabrese, a. III, n. 1-2, 1982 (scritti linguistici offerti a Gerhard Rohlfs nonagenario), pp. 185-268.

[2] A. COSTANTINO, Un documento di storia linguistica, sociale ed economica proveniente dall'area grecanica di Bova, in <>, Reggio Calabria, 1981, a. IV, 13, pp. 84-85.

[3] E' il manoscritto del De Marco che, non avendo alcun titolo, per comodità chiameremo “ La società  bovese del Seicento”.

[4] A. Costantino, Un documento di..cit., p.84

[5] F. Violi, Le Radici della nostra cultura , C.S.E., Bova Marina, 1991, pp.79-80

[6] F. Arillotta, Brani di storia minuta in un manoscritto bovese del Seicento, in <>, a. IV, n.13, 1981, p.90.

 

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