FILIPPO CONDEMI

11.05.2016 16:25
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
                      Quasi mai il mestiere di scrivere nei grecanici coincide con la loro professione. Così è anche per Filippo Condemi, medico psichiatra, che denuncia, ad un parto, anima e cuore greco. Nel presentare la Grammatica Grecanica del Condemi1, Franco Mosino confessa una sua debolezza: «Quando sento dire ai greci di Bova, di Gallicianò, di Roghudi e di Reggio, ìmmasto greci (siamo greci), io divento invidioso. Perchè io non sono greco e loro sì.(...) Filippo Condemi è medico psichiatra, figlio di greci di Gallicianò: suo padre si chiama Costantino e suo figlio pure. Alla periferia dell'impero d'oriente, nel remoto tema di Calabria, fioriscono e si perpetuano i nomi dei basileis bizantini2».
Anche il Condemi, così come il Rodà, ha i natali il 4 febbraio del 1950 a Gallicianò, in quel paese mai attraversato dalla storia, dimenticato da Dio e dagli uomini, ma non da loro. Qui impara presto - come diceva Pietro Calamandrei - che le vere e uniche risorse di questi nostri paesi sono da sempre state le calamità naturali che hanno caricato le spalle del popolo grecanico di rassegnazione, nella speranzosa attesa di prebende e favori assistenziali. In questo spazio avaro e segregato egli non perde di vista il suo impegno e raccoglie, insieme a tanti altri, quell'alternativa lasciata irrisolta dal discorrere di vecchi e nuovi filologi.
DENTRO L'OPERA DEL CONDEMI: CONTRO LA TENDENZA ALL'OBLIO
Nel 1987 il Condemi - da sempre impegnato nelle attività culturali della Jonica prima, nel circolo Zoì ce Glossa poi e successivamente nella Cumelca - pubblica la Grammatica Grecanica, un'opera che segue in ordine di tempo quella del Rohlfs3, dello Scott4, di G.A.Crupi5 e di Vittoria Giulia Ferreri6. Ma diversamente da tanti autori, e in questo simile al Crupi, egli non consegna alle stampe soltanto un'opera di erudizione, come potrebbe apparire, bensì uno strumento per risvegliare le coscienze sopite dei grecanici, a lungo respinti ai margini della società civile, a lungo dimenticati. La consegna ad una società di contadini e di pastori, ricca di valori antichi; una società che continua a produrre ciò che altri consumano: lavoro e cultura. Ora se è vero, in larga misura, che le opere che hanno preceduto la grammatica del Condemi ( ne rimane esclusa per i meriti intrinseci e le aperture ideologico-politiche sollevate, quella di G.A.Crupi) hanno avuto il merito di sollecitare una maggiore consapevolezza del problema grecanico, è altrettanto vero che mai il problema grecanico è stato inquadrato nella giusta dimensione. Scomodo - e quindi da ignorare - l'uomo grecanico ha sempre brillato per la sua non voluta assenza. L'opera del Condemi non può quindi essere rivisitata soltanto sotto l'aspetto culturale o meramente didattico, ma si inserisce - nella pur timida ripresa di temi e motivi realisti della letteratura grecanica - tra quei tentativi esatti e didatticamente riusciti, in cui appare l'esigenza di nuovi contenuti, definiti dai grecanici e per i grecanici. Un'opera di limitato respiro didattico che contiene però in sè elementi psicologici e "narrativi", quindi quella del Condemi e, che, al di là del valore culturale intrinseco, assurge a documento storico di una comunità, di un'epoca e di una società. Un'opera contro la tendenza all'oblio, il capovolgimento completo, interamente significante, di quanti avevano rappresentato la realtà ellenofona dal di fuori e lontano dell'uomo grecanico.
Ma per non concedere credito troppo ampio alla "vicenda umana" della Grammatica del Condemi, dimenticando colpevolmente la validità didattica e culturale dell'opera, è opportuno esaminare il lavoro del nostro autore nella sua interezza. Nella Grammatica di Filippo Condemi - dicevamo- c'è un rapporto preciso tra elementi di ricerca filologica (ristabilimento di fatti linguistici e reperibilità di materiale inedito) e indagine critica che tende ad inserire compiutamente l'opera nel quadro della società grecanica. La ricerca lessicale, attraverso l'esame dei piccoli fatti quotidiani di una comunità, porta contributi decisivi all'arricchimento linguistico della comunità stessa. E' presente nell'opera del Condemi un recupero quanto mai cospicuo di termini desueti o poco conosciuti. Sono fonti d'indagine che offrono nuove conoscenze allo studioso come quelle del materiale onomastico e dei paronimi; un breve e veloce lessico delle parole adoperate nel testo; un esame approfondito dei verbi e di tutta la grammatica grecanica; qualche saggio di tradizioni popolari e canto ellenofono.
Ricca, preziosa, pregna di documenti linguistici, pur senza essere opera di un vero didatta, la Grammatica Grecanica del Condemi è elemento fondamentale per chi voglia indagare e scavare nel microcosmo lessicale e umano dei Greci di Calabria.
TO TAXIDI (IL VIAGGIO)7
To taxidi, pubblicato nel 1990, è la rappresentazione reale, a volte un po' comica, a volte angosciosa ( “l'arte” della litigiosità è una componente fortemente radicata nei gallicianoti: ìmmasto greci!), di un viaggio che i soci della Cumelca hanno compiuto in Grecia. Ma ciò che più conta è che questo libro è il primo deciso tentativo di pubblicare una storia, reale o romanzata poco importa, in lingua grecanica con traduzione italiana a fronte. Gli approfondimenti psicologici e la rappresentazione del viaggio in sè passano in second'ordine rispetto all'intenzione, abbastanza manifesta, di affrontare un discorso in lingua grecanica con una lingua che ha i suoi limiti espressivi nella corporalità del suo essere, in cui il sostantivo e la sostanza sono tutto. L'autore evita il più possibile l'inserimento di termini in lingua romanza, sollecitando il ricorso al neogreco, come se la lingua si fosse evoluta in loco, ed avviando, nel contempo, un tentativo di sopperire alle carenze lessicali dei paesi grecanici. Non entro nel merito dell'operazione avviata (che, per qualche aspetto, non condivido), ma appare di tutta evidenza come il Condemi abbia provocato una sterzata, un vigoroso colpo di timone al modo di intendere la lingua, non più come fatto di curiosità filologica, ma come momento di fruizione sociale e veicolare.
L'INEVITABILE VIA DELLA POESIA
Chi cercasse di esaminare i canti dei Greci di Calabria al di fuori della complessa situazione della cultura grecanica, rimarrebbe alquanto perplesso sulla bontà dei materiali poetici. Troppo facile avviare un discorso sui limiti e sui registri linguistici che traspariscono dalla poesia ellenofona di Calabria. Una lingua non più "prigioniera" dell'aggettivazione ed una poesia che nasce senza sorriso, chiusa nell'assoluta povertà stilistica, nonostante l'ingentilimento della materia, ha motivo di lasciare perplessi.
Come quasi tutti i grecanici, il Condemi, che grecanico della domenica non è, non si ferma solo alle ricerche linguistiche e grammaticali. Egli si interroga pure, in versi sparsi, sul destino della propria lingua, della propria identità, quotidianamente assalita dai turchi di turno:
Sta deca ettà tu novembrìu
ghirìzzite sto comuni tu Condofurìu
..........................
‘Echome mian danga asce mattùni,
jatì? Ta choràfia ta pùlie o comuni,
to nnerò to pira sto gaddhùni,
ta pedìa pau sti schola palimèna,
to Malàra8 ton-i-ckiazzu san mbethèni,
to dromo ton afìnnu ecì pu meni...
Il diciassette di novembre
si vota al comune di Condofuri
..........................
Abbiamo una faccia tosta,
perchè? Il comune ha venduto le terre,
l'acqua l'hanno presa dal ruscello,
i bambini vanno a scuola bagnati,
il cimitero lo aggiustano quando si muore,
la strada la lasciano dove è....
Fin dalle prime battute, al di là dei particolari pregi poetici e di rappresentazione, la poesia del Condemi merita l'attenzione del lettore per la sua sostanziale natura di documento di un grecanico appassionato ai problemi secolari - mai risolti- che agitano la sua gente e vanamente la indicano all'interesse della Nazione. Non dobbiamo quindi cercare nei suoi versi la rivelazione di peculiari doti espressive, ma prendere atto dell'urgenza affettuosa e costante con cui egli, da intellettuale del più remoto sud, partecipa con amarezza ai gravi problemi del suo paese. Dalla poesia del Condemi traspare tutto il dramma di un popolo silenzioso - fin troppo e per troppo tempo - in lotta con la miseria che lo stringe da ogni lato, anche nei bisogni più elementari: l'acqua, la chiesa, il cimitero, la strada, l'estrema esiguità dello spazio vivibile. Sotto il peso atavico di questa triste eredità vive una gente fatalisticamente arresa all'indifferenza statale, che, pur cosciente della precarietà del proprio vivere, si abbandona al sorriso scettico e contemplativo di chi ha poco da sperare nel domani. E quel sorriso mai si fa ghigno nel Condemi. La sua rabbia si risolve nella protesta e nella presa di coscienza che non può e non deve più essere così: ...ghirìzzite sto comuni tu Condofurìu....’Echome mian danga asce mattuni / si vota al comune di Condofuri.../Abbiamo una faccia tosta (letteralmente : di mattone). Cosa c'è da gioire nel votare, si chiede il Condemi? Cosa abbiamo da essere orgogliosi nell'essere gallicianoti? A tutto ciò, il realismo impegnato del Condemi, oppone la triste realtà disincantata di quanti sanno che non basta una lingua per sopravvivere. L'ipocrisia pietistica di uomini e cose aggrappati ad un tratto lessicale per una lingua che muore, è amara e lontana sorgente che non riempie le brocche delle Penelopi gallicianote.
Il frammento poetico può solo dare un'idea vaga dell'amara e accorata realtà nascosta nei versi tutti; si rompe al taglio quell'alone evocativo che nasce dal corso amoroso della memoria, che collega situazioni e istituisce nessi brevi commentando. Ma sono abbastanza indicativi alcuni versi della poesia del Condemi che non inclina alla rassegnata "compassione" delle cose del suo paese. E se anche volesse, Gallicianò è lì, a ricordarglielo; a ricordarlo a tutti!
Senza virtuosismi poetici - che d'altronde l'ormai misero lessico grecanico non consentirebbe -, senza immagini enfatizzate, e con la sola musicalità del verso ellenico, egli alita sui problemi di Gallicianò e su quella fiaccola venuta da lontano:
T'ammialò eporpàtinne sta chrònia..
ìthorre sìnnofa ti efèga...
chamulìe ghertì...
annòrie ta pappùama ghirimèna,
ta ivre me te bbèrtule ste zsàppe
ce casimèna apànu sta vunìama..
ti ecratùssa me to chèri ena ngàrbuno.
Ta chrònia ce o kerò to-n-esbìa?
Ti ìsele na mas ìpi ecìno luci?
anni...
guardava nuvole fuggire...
nebbie diradarsi...
riconobbe i nostri antenati ricurvi,
li vide con le bisacce sulle spalle
e (poi) seduti sopra i nostri monti...
che tenevano con la mano una fiaccola...
Gli anni e il tempo l'hanno spenta?
Che ci voleva dire quella fiamma?
.............................
E' uno dei pochi momenti in cui l'autore si lascia prendere la mano dalla mestizia, lontano dal cilizio quotidiano che vive Gallicianò. Quella fiaccola che i suoi avi avevano portato su quella terra sarebbe servita a dare senso e dignità, civiltà e cultura ad una nuova generazione di uomini: Jatì fègonda to efèra sta choràfiamma?/ I pappumma ià tuto efèga, ià tuto epesàna../ iammà, angògna ti ccardìa... (Perchè fuggendo l'han portata nelle nostre terre?/ I nostri nonni per questo fuggirono, per questo son morti / per noi, nipoti del cuore)9. Dall'osso al cuore, quindi, basta poca carne al Condemi per narrare i sentimenti, e i limiti del registro poetico sono superati da quanto di positivo esso offre e del quale si è già discorso. Quella fiaccola non si è spenta, riaccenderà la speranza in ogni nuovo bimbo che verrà al mondo. La sordità storica dei pochi contro i tanti e che denuncia una malattia antica in una società che divide in "scalzi" e "calzati", in ricchi e poveri, non impedirà al microcosmo grecanico di continuare a perpetuare i valori umani di cui esso è portatore:
..................
...ecìno pedì...
ghèhete megàlo..
ghelài canenù ghinecò...
ce i zoì piànni
na cami metapàle to kìklos thìos
lambànnonda spilà ce chamiddhà
...sta misticà àpira polìmorfa cosma
tis...iparchis
.................
...quel bimbo
crescerà..
sorriderà ad una donna...
e la vita riprenderà
a costruire il suo ciclo divino
risplendendo in alto e in basso
...negli arcani infiniti multiformi mondi
della...esistenza10.
LO STILE
Fra tutte le liriche del Condemi, quest'ultima è forse quella che risente maggiormente della mancanza di certe doti innate di sintesi. Ha studiato il Condemi, e si sente. E, in questa lirica, lo studio è il suo limite. Il tentativo dell'essenzialità e della laconicità, l'incedere manzoniano a tratti di fulmine, si  mescolano spesso con la pesantezza di un verso che a volte si allunga nella ricerca della parola. Non riesce a sfuggire alle ingannevoli lusinghe delle mode il Condemi. I suoi nonni sapevano - senza saperlo!- che le prove più durature la poesia universale le ha fornito con un' incantevole semplicità: la semplicità dei lirici greci. Ma non si può negare il proprio consenso a chi lavora sul serio e scava in se stesso e nella propria lingua per trasfigurare poeticamente una realtà dolorosa o un sogno irrealizzabile. Altrove v'è indizio di vera personalità poetica, soprattutto nella ripresa di vecchi motivi che egli riesce a rinnovare originalmente, con una lingua che trova in se stessa il brivido della poesia. Il realismo doloroso e di getto di alcune liriche, in cui il verso è ridotto all'essenzialità, offre al lettore zone di "raffinatezza" letteraria non sempre presenti nella lirica grecanica. E questo non è poco merito!
Nelle prime poesie le immagini, tratte dall'umile mondo grecanico, offrono l'evocazione immediata di uomini e cose e la metafora contrae l'espressione con un effetto lirico intenso. In qualche lirica, invece, la mediazione retorica annulla l'adesione spontanea al sensibile, propria del mondo contadino. E tuttavia spesso le liriche del Condemi acquistano significato esemplare. A volte infatti egli conclude il canto, in modo sorprendente e inatteso, tanto da illuminare di sè tutto ciò che precede.
IL LESSICO
Nel 2006 il Condemi pubblica - sostenuto in questo anche dall’intervento di Salvino Nucera, per quanto attiene le forme roghudiote – La lingua della Valle dell’Amendolea – Dizionario freaseologico11, un testo lessicale necessario per una più completa conoscenza delle differenze diatopiche dell’area ellenofona. Come infatti scrive lo stesso Condemi, “gli unici lessici validi in commercio sono stati scritti da bovesi, Violi12 e Crupi13 e, ovviamente, sono scritti in bovese, come pure altri sussidi didattici”. Per cui, la pubblicazione di un nuovo lessico che abbracciasse l’area gallicianota, avrebbe, di fatto, dovuto completare gli studi lessicali su tutta l’area. Nel dizionario del Condemi troviamo una buona fraseologia del linguaggio dell’Amendolea, ma qui riposano forse i suoi limiti: nella riduzione lessicale al linguaggio greco di Gallicianò e di Roghudi, perché, in realtà, non si tratta di verificare se la lingua a Bova sia scomparsa – salvo le dovute eccezioni – ma di conservare i termini presenti nel lessico bovese che rappresenta buona parte dei dorismi che ritroviamo ancora nel linguaggio greco della Bovesìa. Nel dizionario troviamo ancora un ampliamento lessicale del linguaggio medico e filologico, tratto direttamente da lessici specialistici non esistenti però nella nostra lingua, una scelta che può anche essere condivisa (ed io sono tra quelli), ma che rappresenta, in ultima analisi, un disperato tentativo di allargare forzatamente i limiti stessi della lingua. Buone risultano infine alcune aree tematiche raccolte in unica soluzione; carenti invece gli ampliamenti grammaticali e sintattici.
Padrone della lingua dei padri, il Condemi è oggi un punto di riferimento per quanti vogliono avvicinarsi al ricco patrimonio della grecità calabrese e, come dice nella sua presentazione Franco Mosino, pur avendo ormai il greco dell’Aspromonte « perduto buona parte del suo lessico dotto ed aulico, resta ancora vivo e resterà a lungo, grazie a persone come “o jatrò” Filippo Condemi14».
BIBLIOGRAFIA
Grammatica Grecanica, ed. Coop. Contezza, Reggio Calabria, 1987; To Taxidi (Il viaggio), Cumelca, Reggio Calabria, 1990; La famiglia, Il corpo umano, supplementi al capitolo I e II della Grammatica Grecanica; La lingua della Valle dell’Amendolea - Dizionario fraseologico, Ed. Ellenofoni di Calabria, Reggio Calabria, 2006
LA CRITICA
F. Mosino, Storia linguistica della Calabria, vol. II, Marra, Cosenza, 1989; F. Violi, Anastasi:canti politici e sociali dei Greci di Calabria, C.S.E. "I Riza", Bova M., 1989; F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E., Bova, 1992; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001; F. Violi, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, vol. I, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005
 
 
_____________________________________________
1 F. Condemi, Grammatica Grecanica, Coop. Contezza, Reggio Calabria, 1987
2 F. Mosino, Presentazione, in Grammatica Grecanica, cit.
3 G.Rohlfs, Grammatica storica dei dialetti italogreci, Munchen, 1977
4 S.Scott, Grammatica elementare del Greco di Calabria, 1979
5 G.A. Crupi, La glossa di Bova, Associazione Culturale Jonica, Roma, 1980
6 V.G.Ferreri, L'idioma dei Greci della Bovesia, Cis.Goliardica, Milano, 1987, (in appendice ad un testo universitario di F.Maspero, Esercizi di Neogreco)
7 F. Condemi, To taxìdi,
8 Toponimo di Gallicianò. E’ il cimitero del paese
9 F. Condemi, Ta puddhìa mas annorìa, cit.
10 F.Condemi, 'Apira cosma (Infiniti mondi), in Ta palea tragùdia ton ellenòfonon tis Calabria, Cumelca, Reggio C. 1993
11 La lingua della Valle dell’Amendolea - Dizionario fraseologico, Ed. Ellenofoni di Calabria, Reggio Calabria, 2006
12 F. Violi, Lessico Grecanico-Italiano / Italiano-Grecanico, Apodiafàzzi, Bova, 2001; F. Violi, I glossa dikìma jà ta pedìa, Calabria Letteraria Editrice, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001; F. Violi, Grammatica, Sintassi e Lessico della lingua grecocalabra, Iiriti editore, Reggio Calabria, 2004; F. Violi, Vocabolario Grecanico-Italiano / Italiano-Grecanico, Apodiafàzzi, Bova, 2007, II edizione riveduta e corretta
13 G.A. Crupi, La glossa di Bova, Ass. Cult. Jonica, Roccella J., 1980
14 F. Mosino, in Presentazione a La lingua della Valle dell’Amendolea - Dizionario fraseologico, Ed. Ellenofoni di Calabria, Reggio Calabria, 2006, p.7
 

 

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