LE TRADIZIONI POPOLARI GRECOCALABRE Feste pagane e feste religiose. Epigenesi delle feste religiose (1^ parte) (5.cont.)

20.06.2016 09:07
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi  -  
 
Le Palme di Bova
 
“Il bisogno di protezione e di tutela per superare le difficoltà e i pericoli dell’esistenza, è stato sempre vivo negli uomini fin dai tempi più remoti. Già prima dell’avvento del cristianesimo e della stessa civiltà magnogreca, le divinità pagane erano oggetto di culto, un culto che si esprimeva attraverso una serie di manifestazioni rituali di carattere commemorativo e festivo, che più tardi appariranno anche nella cultura cristiana1”.
E’ perciò chiaro ormai che ciò che appare di tutta evidenza, e non dovrebbe più stupirci nel campo delle tradizioni popolari, è l’origine pagana di alcune feste religiose.
Il Natale, la Pasqua, ecc., prima di diventare celebri come feste della cristianità, infatti, sono stati giorni di festa per popoli di culture e religioni molto distanti tra loro, nel tempo e nello spazio.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è “principio” della vita sulla terra e che “dal principio” è stato oggetto di culto e di venerazione: il sole, la natura, la terra.
Nella massima parte dei casi, quindi, i riti e le superstizioni relative a queste feste popolari e religiose durante l'arco dell'anno sono legate a quei fenomeni ciclici, come le stagioni, i movimenti della terra e degli astri e il loro periodico ripetersi che hanno dato luogo a leggende ed usanze che sono vive ancora oggi. Infatti, la maggiore concentrazione di feste popolari rituali si ha in due grandi momenti dell'anno: all’approssimarsi della primavera, quando tutta la natura si risveglia e rifiorisce, e all'approssimarsi dell'inverno, quando la natura si riposa e il sole è meno generoso di luce. Tutto ciò è la proiezione sul piano astronomico e meteorologico della lotta fra due entità contrapposte e rappresentanti da sempre l'antico dualismo fra nuovo e vecchio, fra bene e male, fra vita e morte.
Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco calendario di feste annuali e stagionali, di riti propiziatori e di rinnovamento. I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro stessa sopravvivenza. Al tempo, la vita naturale appariva indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da accattivarsi; era un mondo magico. L’uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di “fare amicizia” con questa o quella forza insita in essa. È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste collegate al solstizio d’inverno, d’estate e agli equinozi. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi o offerti dei doni. Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano quindi legati alla riproduzione. Da qui l’usanza, nelle antiche celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell’abbondanza.
 
La primavera e la festa della Pasqua
 
In molti paesi in questi ultimi anni si è assistito ad un rifiorire di alcune manifestazioni popolari religiose, ma intese più come fatto folkloristico e momento comunitario che come espressione di un sentimento religioso. Prova ne è la sempre più scarsa partecipazione emotiva rispetto alle passate generazioni, fra le quali la manifestazione era sorta con intensa devozione e spiritualità, determinata da un vero e proprio bisogno di vedere per credere e di esaltarsi credendo. Un lavoro sulle tradizioni popolari religiose può servire quindi a fissare un momento storico e culturale di un popolo, che pian piano inevitabilmente sarà dimenticato, come è già avvenuto per molte feste o per parte del loro contenuto, o trasformato. Ci si può rendere conto di queste trasformazioni o scomparse, ascoltando le testimonianze degli anziani o, su un livello più scientifico consultando gli studi sul folklore della
nostra terra, come quelli di Raffaele Lombardi Satriani, di Vincenzo Dorsa, di Luigi M. Lombardi Satriani, di Giovanni de Giacomo, di Antonio Julia, di Antonino Basile, ecc..
In meno di un secolo sono cambiate molte tradizioni e moltissime sono scomparse, non trasmesse più dalla memoria collettiva, tanto che diventa difficile rintracciarne il ricordo. Così prima di iniziare una descrizione delle feste religiose, delle tradizioni e di tutto quello che ruota attorno ad una festa, è utile una breve ricognizione nell’intricata "demopsicologia" del popolo, per meglio capire i riti, le leggende e le superstizioni che vi vengono profusi, specie dalle classi sociali più semplici.
E’ in primavera che si svolge la festa della Pasqua. Essa, come origine della nuova vita, del rifiorire della natura, come rituale di protezione delle greggi, dei raccolti, della famiglia, probabilmente nasce con l'uomo.
E’ sempre stato nella natura umana celebrare l'evento, ringraziare gli dei, o un unico Dio, o la natura o qualsiasi altra potenza per i doni della terra che in primavera cominciano a manifestarsi.
Oggi, in quasi tutta l’Italia, nel mondo cristiano, i riti pasquali si fondono armoniosamente con gli usi e i costumi del passato, in un perfetto sincretismo fra religione cristiana e matrice pagana, quest’ultima legata al ciclo dell’attività contadina. I sentimenti di devozione - che si esprimono con la tristezza per la crocifissione di Gesù e la letizia per la sua resurrezione - coincidono, infatti, con il risveglio della natura e con il primo frutto del lavoro dei campi. In precedenza essi venivano esaltati con le feste dell’equinozio primaverile.
 
I Ciuriacì tos alèo (tis alèa, tis àjo alèa), ‘a parma. “Demetra e Persefone” a Bova: tra storia e leggenda
 
La notizia che a Bova (Vùa), paese ellenofono della Calabria, in provincia di Reggio sia stata ripresa, alcuni anni fa, su suggerimento dell’allora sindaco Carmelo G. Nucera (1990), una antica tradizione che si rinnova nella Domenica delle Palme e che sembrerebbe legata ai riti pagani del mito della natura, ci offre l’occasione di fare alcune considerazioni.
Si tratta del rito della “ parma” (la palma), che oggi si vorrebbe derivata dalle feste in onore di Demetra e Persefone, dee della mitologia greca che sovrintendevano al mito della terra feconda.
Scrive in proposito Bruno Traclò in una breve brochure: “Ogni anno la domenica delle Palme (ingresso di Cristo in Gerusalemme) a Bova-Chora2 (RC), i bovesi celebrano un rito unico e spettacolare, sconosciuto nel resto della Regione. L’usanza si manifesta come un momento di collettiva sacralità popolare, e consiste nel portare in processione, fino al santuario di San Leo3, principale chiesa di Bova, delle grandi “statue” femminili “scolpite” con foglie di ulivo, (varietà Chianota-Sinopolese). I contadini, intrecciando con maestria e pazienza, foglie di ulivo intorno ad un asse di canna, costruiscono delle figure femminili, le cosiddette “pupazze”.
Al termine di un laborioso procedimento di assemblaggio, le “figure”, differenziabili per dimensioni in madri e figlie, sono “vestite” cioè, abbellite ed adornate con fantasia con fiori freschi di campo, arricchite ed ingioiellate con frutta fresca e primizie. (…). Dopo la loro benedizione, le sculture, portate fuori dalla chiesa, sono avvicinate dalla gente ed in parte smembrate delle loro componenti, le “steddhi,”che vengono distribuite tra gli astanti. Alcuni collocano almeno una “steddha” benedetta su un albero di ogni singolo podere, dove vi rimarrà per tutto l’anno a testimoniare l’intimo rapporto sacro che unisce uomo e creato. Altri fissano le trecce di ulivo sulla parete della camera da letto, altri sull’anta della cristalliera assieme ad immagini sante e alle foto dei propri familiari. Infine, c’è chi utilizza le foglie benedette per “sfumicari” (togliere il malocchio) alla casa, compresi i suoi abitanti”.Uno dei riti più usuali tra i grecocalabri era quello di togliere il “malocchio”. Una donna, che aveva tesaurizzato, nel corso di tanti anni di esperienza, la pratica della “sdocchiatina”, e che l’aveva, perciò, resa rispettabile agli occhi del popolino, si adoperava a togliere il “malocchio”. La pratica più in voga era quella delle foglie di olivo benedetto:
«I jinèka èchi na piài ena surèo ce na vali càrvuna, fìddha azze alèa avvroghimèni ce ala. An to ala espàreggue ecìno ito portammèno; an to ala den espàreggue, den iche tìpote.An ito portammèno i jinèka èleghe: na tu guàlusi ta lùkkia pìnon eportàmmie!»
(La donna doveva prendere una tegola (riscaldata) e mettere su di esso carbone, foglie di ulivo benedetto e sale. Se il sale scoppiettava, l'uomo era docchiato; se il sale non scoppiettava, non c'era nulla. Se era docchiato la donna diceva: che possano cavare gli occhi a chi ha docchiato!) 4. (…)
“Non conosciamo l’origine del rito che probabilmente risale al culto delle popolazioni preistoriche che usavano evocare la “Madre Terra” – “Mana Ji” nel greco di Bova con riti propiziatori delle messi e della fertilità: in tutta la cultura contadina del Sud Italia, ancora affiorano tracce di simili culti ancestrali. Ma il rito che si ripete ciclicamente a Bova è speciale perché le figure femminili, spesso giunoniche, ci ricordano il mito greco di Persephone e di sua madre Demetra, dee che presiedevano all’agricoltura5 “.
Fin qui la notizia, da noi anticipata in alcuni convegni6 e nel testo “Tradizioni popolari greco-calabre”, in cui avevamo avanzato l’ipotesi che queste usanze, fortemente osteggiate da San Luca vescovo di Bova, fossero dedicate alle cosiddette Pyanepsie, feste in onore di Apollo7! Ma esse erano, così come lo sono purtroppo ancora oggi, asserzioni non arricchite da argomenti certi che le confortassero, in assenza di fonti che testimoniassero in tal senso per i tempi remoti. Cercheremo ora di avviare alcune  ricerche interessanti sull’argomento e di trarne delle considerazioni.
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1 Maria Adele Di Leo, Feste patronali di Sicilia, Roma, Newton & Compton editori S.r.l. 1997
2 Chora = il Paese, la capitale, era così chiamato il paese di Bova, presso i Greci di Calabria, probabilmente per la sua importanza storica e sociale
3 vedi L. BORRELLO, Reliquie del Dramma Sacro in Calabria, Pierro, Napoli, 1899
4 Per questi usi cfr.: F. VIOLI, Le radici della nostra cultura, C.S.E., Bova Marina, 1991; F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001.
5 B. Traclò, ivi
6 Vedi tra gli altri: F. VIOLI, Tradizioni laico-religiose della Bovesìa, in «Atti I° Convegno Internazionale». Le Minoranze Linguistiche in Calabria: proposte per la difesa di identità etnico-culturali neglette. Locri – Palazzo Nieddu, 5-7 giugno 1998, a cura di P. Radici Colace, AGE, Ardore Marina, 2000, pp. 123-132
7 F. VIOLI, Tadizioni popolari greco-calabre, racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Bova Marina 2001, pp. 23-24
3Feste pagane e feste religiose. Epigenesi delle feste religiose
Le Palme di Bova (1^ parte)
“Il bisogno di protezione e di tutela per superare le difficoltà e i pericoli dell’esistenza, è stato sempre vivo negli uomini fin dai tempi più remoti. Già prima dell’avvento del cristianesimo e della stessa civiltà magnogreca, le divinità pagane erano oggetto di culto, un culto che si esprimeva attraverso una serie di manifestazioni rituali di carattere commemorativo e festivo, che più tardi appariranno anche nella cultura cristiana1”.
E’ perciò chiaro ormai che ciò che appare di tutta evidenza, e non dovrebbe più stupirci nel campo delle tradizioni popolari, è l’origine pagana di alcune feste religiose.
Il Natale, la Pasqua, ecc., prima di diventare celebri come feste della cristianità, infatti, sono stati giorni di festa per popoli di culture e religioni molto distanti tra loro, nel tempo e nello spazio.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è “principio” della vita sulla terra e che “dal principio” è stato oggetto di culto e di venerazione: il sole, la natura, la terra.
Nella massima parte dei casi, quindi, i riti e le superstizioni relative a queste feste popolari e religiose durante l'arco dell'anno sono legate a quei fenomeni ciclici, come le stagioni, i movimenti della terra e degli astri e il loro periodico ripetersi che hanno dato luogo a leggende ed usanze che sono vive ancora oggi. Infatti, la maggiore concentrazione di feste popolari rituali si ha in due grandi momenti dell'anno: all’approssimarsi della primavera, quando tutta la natura si risveglia e rifiorisce, e all'approssimarsi dell'inverno, quando la natura si riposa e il sole è meno generoso di luce. Tutto ciò è la proiezione sul piano astronomico e meteorologico della lotta fra due entità contrapposte e rappresentanti da sempre l'antico dualismo fra nuovo e vecchio, fra bene e male, fra vita e morte.
Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco calendario di feste annuali e stagionali, di riti propiziatori e di rinnovamento. I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro stessa sopravvivenza. Al tempo, la vita naturale appariva indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da accattivarsi; era un mondo magico. L’uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di “fare amicizia” con questa o quella forza insita in essa. È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste collegate al solstizio d’inverno, d’estate e agli equinozi. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi o offerti dei doni. Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano quindi legati alla riproduzione. Da qui l’usanza, nelle antiche celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell’abbondanza.
La primavera e la festa della Pasqua
In molti paesi in questi ultimi anni si è assistito ad un rifiorire di alcune manifestazioni popolari religiose, ma intese più come fatto folkloristico e momento comunitario che come espressione di un sentimento religioso. Prova ne è la sempre più scarsa partecipazione emotiva rispetto alle passate generazioni, fra le quali la manifestazione era sorta con intensa devozione e spiritualità, determinata da un vero e proprio bisogno di vedere per credere e di esaltarsi credendo. Un lavoro sulle tradizioni popolari religiose può servire quindi a fissare un momento storico e culturale di un popolo, che pian piano inevitabilmente sarà dimenticato, come è già avvenuto per molte feste o per parte del loro contenuto, o trasformato. Ci si può rendere conto di queste trasformazioni o scomparse, ascoltando le testimonianze degli anziani o, su un livello più scientifico consultando gli studi sul folklore della
1 Maria Adele Di Leo, Feste patronali di Sicilia, Roma, Newton & Compton editori S.r.l. 1997
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nostra terra, come quelli di Raffaele Lombardi Satriani, di Vincenzo Dorsa, di Luigi M. Lombardi Satriani, di Giovanni de Giacomo, di Antonio Julia, di Antonino Basile, ecc..
In meno di un secolo sono cambiate molte tradizioni e moltissime sono scomparse, non trasmesse più dalla memoria collettiva, tanto che diventa difficile rintracciarne il ricordo. Così prima di iniziare una descrizione delle feste religiose, delle tradizioni e di tutto quello che ruota attorno ad una festa, è utile una breve ricognizione nell’intricata "demopsicologia" del popolo, per meglio capire i riti, le leggende e le superstizioni che vi vengono profusi, specie dalle classi sociali più semplici.
E’ in primavera che si svolge la festa della Pasqua. Essa, come origine della nuova vita, del rifiorire della natura, come rituale di protezione delle greggi, dei raccolti, della famiglia, probabilmente nasce con l'uomo.
E’ sempre stato nella natura umana celebrare l'evento, ringraziare gli dei, o un unico Dio, o la natura o qualsiasi altra potenza per i doni della terra che in primavera cominciano a manifestarsi.
Oggi, in quasi tutta l’Italia, nel mondo cristiano, i riti pasquali si fondono armoniosamente con gli usi e i costumi del passato, in un perfetto sincretismo fra religione cristiana e matrice pagana, quest’ultima legata al ciclo dell’attività contadina. I sentimenti di devozione - che si esprimono con la tristezza per la crocifissione di Gesù e la letizia per la sua resurrezione - coincidono, infatti, con il risveglio della natura e con il primo frutto del lavoro dei campi. In precedenza essi venivano esaltati con le feste dell’equinozio primaverile.
I Ciuriacì tos alèo (tis alèa, tis àjo alèa), ‘a parma. “Demetra e Persefone” a Bova: tra storia e leggenda
La notizia che a Bova (Vùa), paese ellenofono della Calabria, in provincia di Reggio sia stata ripresa, alcuni anni fa, su suggerimento dell’allora sindaco Carmelo G. Nucera (1990), una antica tradizione che si rinnova nella Domenica delle Palme e che sembrerebbe legata ai riti pagani del mito della natura, ci offre l’occasione di fare alcune considerazioni.
Si tratta del rito della “ parma” (la palma), che oggi si vorrebbe derivata dalle feste in onore di Demetra e Persefone, dee della mitologia greca che sovrintendevano al mito della terra feconda.
Scrive in proposito Bruno Traclò in una breve brochure: “Ogni anno la domenica delle Palme (ingresso di Cristo in Gerusalemme) a Bova-Chora2 (RC), i bovesi celebrano un rito unico e spettacolare, sconosciuto nel resto della Regione. L’usanza si manifesta come un momento di collettiva sacralità popolare, e consiste nel portare in processione, fino al santuario di San Leo3, principale chiesa di Bova, delle grandi “statue” femminili “scolpite” con foglie di ulivo, (varietà Chianota-Sinopolese). I contadini, intrecciando con maestria e pazienza, foglie di ulivo intorno ad un asse di canna, costruiscono delle figure femminili, le cosiddette “pupazze”.
Al termine di un laborioso procedimento di assemblaggio, le “figure”, differenziabili per dimensioni in madri e figlie, sono “vestite” cioè, abbellite ed adornate con fantasia con fiori freschi di campo, arricchite ed ingioiellate con frutta fresca e primizie. (…). Dopo la loro benedizione, le sculture, portate fuori dalla chiesa, sono avvicinate dalla gente ed in parte smembrate delle loro componenti, le “steddhi,”che vengono distribuite tra gli astanti. Alcuni collocano almeno una “steddha” benedetta su un albero di ogni singolo podere, dove vi rimarrà per tutto l’anno a testimoniare l’intimo rapporto sacro che unisce uomo e creato. Altri fissano le trecce di ulivo sulla parete della camera da letto, altri sull’anta della cristalliera assieme ad immagini sante e alle foto dei propri familiari. Infine, c’è chi utilizza le foglie benedette per “sfumicari” (togliere il malocchio) alla casa, compresi i suoi abitanti”.
2 Chora = il Paese, la capitale, era così chiamato il paese di Bova, presso i Greci di Calabria, probabilmente per la sua importanza storica e sociale
3 vedi L. BORRELLO, Reliquie del Dramma Sacro in Calabria, Pierro, Napoli, 1899
2
Uno dei riti più usuali tra i grecocalabri era quello di togliere il “malocchio”. Una donna, che aveva tesaurizzato, nel corso di tanti anni di esperienza, la pratica della “sdocchiatina”, e che l’aveva, perciò, resa rispettabile agli occhi del popolino, si adoperava a togliere il “malocchio”. La pratica più in voga era quella delle foglie di olivo benedetto:
«I jinèka èchi na piài ena surèo ce na vali càrvuna, fìddha azze alèa avvroghimèni ce ala. An to ala espàreggue ecìno ito portammèno; an to ala den espàreggue, den iche tìpote.An ito portammèno i jinèka èleghe: na tu guàlusi ta lùkkia pìnon eportàmmie!»
(La donna doveva prendere una tegola (riscaldata) e mettere su di esso carbone, foglie di ulivo benedetto e sale. Se il sale scoppiettava, l'uomo era docchiato; se il sale non scoppiettava, non c'era nulla. Se era docchiato la donna diceva: che possano cavare gli occhi a chi ha docchiato!) 4. (…)
“Non conosciamo l’origine del rito che probabilmente risale al culto delle popolazioni preistoriche che usavano evocare la “Madre Terra” – “Mana Ji” nel greco di Bova con riti propiziatori delle messi e della fertilità: in tutta la cultura contadina del Sud Italia, ancora affiorano tracce di simili culti ancestrali. Ma il rito che si ripete ciclicamente a Bova è speciale perché le figure femminili, spesso giunoniche, ci ricordano il mito greco di Persephone e di sua madre Demetra, dee che presiedevano all’agricoltura5 “.
Fin qui la notizia, da noi anticipata in alcuni convegni6 e nel testo “Tradizioni popolari greco-calabre”, in cui avevamo avanzato l’ipotesi che queste usanze, fortemente osteggiate da San Luca vescovo di Bova, fossero dedicate alle cosiddette Pyanepsie, feste in onore di Apollo7! Ma esse erano, così come lo sono purtroppo ancora oggi, asserzioni non arricchite da argomenti certi che le confortassero, in assenza di fonti che testimoniassero in tal senso per i tempi remoti. Cercheremo ora di avviare alcune ricerche interessanti sull’argomento e di trarne delle considerazioni.
4 Per questi usi cfr.: F. VIOLI, Le radici della nostra cultura, C.S.E., Bova Marina, 1991; F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001.
5 B. Traclò, ivi
6 Vedi tra gli altri: F. VIOLI, Tradizioni laico-religiose della Bovesìa, in «Atti I° Convegno Internazionale». Le Minoranze Linguistiche in Calabria: proposte per la difesa di identità etnico-culturali neglette. Locri – Palazzo Nieddu, 5-7 giugno 1998, a cura di P. Radici Colace, AGE, Ardore Marina, 2000, pp. 123-132
7 F. VIOLI, Tadizioni popolari greco-calabre, racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Bova Marina 2001, pp. 23-24
3Feste pagane e feste religiose. Epigenesi delle feste religiose
Le Palme di Bova (1^ parte)
“Il bisogno di protezione e di tutela per superare le difficoltà e i pericoli dell’esistenza, è stato sempre vivo negli uomini fin dai tempi più remoti. Già prima dell’avvento del cristianesimo e della stessa civiltà magnogreca, le divinità pagane erano oggetto di culto, un culto che si esprimeva attraverso una serie di manifestazioni rituali di carattere commemorativo e festivo, che più tardi appariranno anche nella cultura cristiana1”.
E’ perciò chiaro ormai che ciò che appare di tutta evidenza, e non dovrebbe più stupirci nel campo delle tradizioni popolari, è l’origine pagana di alcune feste religiose.
Il Natale, la Pasqua, ecc., prima di diventare celebri come feste della cristianità, infatti, sono stati giorni di festa per popoli di culture e religioni molto distanti tra loro, nel tempo e nello spazio.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è “principio” della vita sulla terra e che “dal principio” è stato oggetto di culto e di venerazione: il sole, la natura, la terra.
Nella massima parte dei casi, quindi, i riti e le superstizioni relative a queste feste popolari e religiose durante l'arco dell'anno sono legate a quei fenomeni ciclici, come le stagioni, i movimenti della terra e degli astri e il loro periodico ripetersi che hanno dato luogo a leggende ed usanze che sono vive ancora oggi. Infatti, la maggiore concentrazione di feste popolari rituali si ha in due grandi momenti dell'anno: all’approssimarsi della primavera, quando tutta la natura si risveglia e rifiorisce, e all'approssimarsi dell'inverno, quando la natura si riposa e il sole è meno generoso di luce. Tutto ciò è la proiezione sul piano astronomico e meteorologico della lotta fra due entità contrapposte e rappresentanti da sempre l'antico dualismo fra nuovo e vecchio, fra bene e male, fra vita e morte.
Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco calendario di feste annuali e stagionali, di riti propiziatori e di rinnovamento. I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro stessa sopravvivenza. Al tempo, la vita naturale appariva indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da accattivarsi; era un mondo magico. L’uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di “fare amicizia” con questa o quella forza insita in essa. È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste collegate al solstizio d’inverno, d’estate e agli equinozi. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi o offerti dei doni. Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano quindi legati alla riproduzione. Da qui l’usanza, nelle antiche celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell’abbondanza.
La primavera e la festa della Pasqua
In molti paesi in questi ultimi anni si è assistito ad un rifiorire di alcune manifestazioni popolari religiose, ma intese più come fatto folkloristico e momento comunitario che come espressione di un sentimento religioso. Prova ne è la sempre più scarsa partecipazione emotiva rispetto alle passate generazioni, fra le quali la manifestazione era sorta con intensa devozione e spiritualità, determinata da un vero e proprio bisogno di vedere per credere e di esaltarsi credendo. Un lavoro sulle tradizioni popolari religiose può servire quindi a fissare un momento storico e culturale di un popolo, che pian piano inevitabilmente sarà dimenticato, come è già avvenuto per molte feste o per parte del loro contenuto, o trasformato. Ci si può rendere conto di queste trasformazioni o scomparse, ascoltando le testimonianze degli anziani o, su un livello più scientifico consultando gli studi sul folklore della
1 Maria Adele Di Leo, Feste patronali di Sicilia, Roma, Newton & Compton editori S.r.l. 1997
1
nostra terra, come quelli di Raffaele Lombardi Satriani, di Vincenzo Dorsa, di Luigi M. Lombardi Satriani, di Giovanni de Giacomo, di Antonio Julia, di Antonino Basile, ecc..
In meno di un secolo sono cambiate molte tradizioni e moltissime sono scomparse, non trasmesse più dalla memoria collettiva, tanto che diventa difficile rintracciarne il ricordo. Così prima di iniziare una descrizione delle feste religiose, delle tradizioni e di tutto quello che ruota attorno ad una festa, è utile una breve ricognizione nell’intricata "demopsicologia" del popolo, per meglio capire i riti, le leggende e le superstizioni che vi vengono profusi, specie dalle classi sociali più semplici.
E’ in primavera che si svolge la festa della Pasqua. Essa, come origine della nuova vita, del rifiorire della natura, come rituale di protezione delle greggi, dei raccolti, della famiglia, probabilmente nasce con l'uomo.
E’ sempre stato nella natura umana celebrare l'evento, ringraziare gli dei, o un unico Dio, o la natura o qualsiasi altra potenza per i doni della terra che in primavera cominciano a manifestarsi.
Oggi, in quasi tutta l’Italia, nel mondo cristiano, i riti pasquali si fondono armoniosamente con gli usi e i costumi del passato, in un perfetto sincretismo fra religione cristiana e matrice pagana, quest’ultima legata al ciclo dell’attività contadina. I sentimenti di devozione - che si esprimono con la tristezza per la crocifissione di Gesù e la letizia per la sua resurrezione - coincidono, infatti, con il risveglio della natura e con il primo frutto del lavoro dei campi. In precedenza essi venivano esaltati con le feste dell’equinozio primaverile.
I Ciuriacì tos alèo (tis alèa, tis àjo alèa), ‘a parma. “Demetra e Persefone” a Bova: tra storia e leggenda
La notizia che a Bova (Vùa), paese ellenofono della Calabria, in provincia di Reggio sia stata ripresa, alcuni anni fa, su suggerimento dell’allora sindaco Carmelo G. Nucera (1990), una antica tradizione che si rinnova nella Domenica delle Palme e che sembrerebbe legata ai riti pagani del mito della natura, ci offre l’occasione di fare alcune considerazioni.
Si tratta del rito della “ parma” (la palma), che oggi si vorrebbe derivata dalle feste in onore di Demetra e Persefone, dee della mitologia greca che sovrintendevano al mito della terra feconda.
Scrive in proposito Bruno Traclò in una breve brochure: “Ogni anno la domenica delle Palme (ingresso di Cristo in Gerusalemme) a Bova-Chora2 (RC), i bovesi celebrano un rito unico e spettacolare, sconosciuto nel resto della Regione. L’usanza si manifesta come un momento di collettiva sacralità popolare, e consiste nel portare in processione, fino al santuario di San Leo3, principale chiesa di Bova, delle grandi “statue” femminili “scolpite” con foglie di ulivo, (varietà Chianota-Sinopolese). I contadini, intrecciando con maestria e pazienza, foglie di ulivo intorno ad un asse di canna, costruiscono delle figure femminili, le cosiddette “pupazze”.
Al termine di un laborioso procedimento di assemblaggio, le “figure”, differenziabili per dimensioni in madri e figlie, sono “vestite” cioè, abbellite ed adornate con fantasia con fiori freschi di campo, arricchite ed ingioiellate con frutta fresca e primizie. (…). Dopo la loro benedizione, le sculture, portate fuori dalla chiesa, sono avvicinate dalla gente ed in parte smembrate delle loro componenti, le “steddhi,”che vengono distribuite tra gli astanti. Alcuni collocano almeno una “steddha” benedetta su un albero di ogni singolo podere, dove vi rimarrà per tutto l’anno a testimoniare l’intimo rapporto sacro che unisce uomo e creato. Altri fissano le trecce di ulivo sulla parete della camera da letto, altri sull’anta della cristalliera assieme ad immagini sante e alle foto dei propri familiari. Infine, c’è chi utilizza le foglie benedette per “sfumicari” (togliere il malocchio) alla casa, compresi i suoi abitanti”.
2 Chora = il Paese, la capitale, era così chiamato il paese di Bova, presso i Greci di Calabria, probabilmente per la sua importanza storica e sociale
3 vedi L. BORRELLO, Reliquie del Dramma Sacro in Calabria, Pierro, Napoli, 1899
2
Uno dei riti più usuali tra i grecocalabri era quello di togliere il “malocchio”. Una donna, che aveva tesaurizzato, nel corso di tanti anni di esperienza, la pratica della “sdocchiatina”, e che l’aveva, perciò, resa rispettabile agli occhi del popolino, si adoperava a togliere il “malocchio”. La pratica più in voga era quella delle foglie di olivo benedetto:
«I jinèka èchi na piài ena surèo ce na vali càrvuna, fìddha azze alèa avvroghimèni ce ala. An to ala espàreggue ecìno ito portammèno; an to ala den espàreggue, den iche tìpote.An ito portammèno i jinèka èleghe: na tu guàlusi ta lùkkia pìnon eportàmmie!»
(La donna doveva prendere una tegola (riscaldata) e mettere su di esso carbone, foglie di ulivo benedetto e sale. Se il sale scoppiettava, l'uomo era docchiato; se il sale non scoppiettava, non c'era nulla. Se era docchiato la donna diceva: che possano cavare gli occhi a chi ha docchiato!) 4. (…)
“Non conosciamo l’origine del rito che probabilmente risale al culto delle popolazioni preistoriche che usavano evocare la “Madre Terra” – “Mana Ji” nel greco di Bova con riti propiziatori delle messi e della fertilità: in tutta la cultura contadina del Sud Italia, ancora affiorano tracce di simili culti ancestrali. Ma il rito che si ripete ciclicamente a Bova è speciale perché le figure femminili, spesso giunoniche, ci ricordano il mito greco di Persephone e di sua madre Demetra, dee che presiedevano all’agricoltura5 “.
Fin qui la notizia, da noi anticipata in alcuni convegni6 e nel testo “Tradizioni popolari greco-calabre”, in cui avevamo avanzato l’ipotesi che queste usanze, fortemente osteggiate da San Luca vescovo di Bova, fossero dedicate alle cosiddette Pyanepsie, feste in onore di Apollo7! Ma esse erano, così come lo sono purtroppo ancora oggi, asserzioni non arricchite da argomenti certi che le confortassero, in assenza di fonti che testimoniassero in tal senso per i tempi remoti. Cercheremo ora di avviare alcune ricerche interessanti sull’argomento e di trarne delle considerazioni.
4 Per questi usi cfr.: F. VIOLI, Le radici della nostra cultura, C.S.E., Bova Marina, 1991; F. VIOLI, Tradizioni popolari grecocalabre: racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Reggio Calabria, 2001.
5 B. Traclò, ivi
6 Vedi tra gli altri: F. VIOLI, Tradizioni laico-religiose della Bovesìa, in «Atti I° Convegno Internazionale». Le Minoranze Linguistiche in Calabria: proposte per la difesa di identità etnico-culturali neglette. Locri – Palazzo Nieddu, 5-7 giugno 1998, a cura di P. Radici Colace, AGE, Ardore Marina, 2000, pp. 123-132
7 F. VIOLI, Tadizioni popolari greco-calabre, racconti di un mondo che muore, Apodiafàzzi, Bova Marina 2001, pp. 23-24
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