ELISABETTA NUCERA

23.05.2016 09:02
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi   -   
Elisabetta Nucera è bovese ma è nata a Melito il 13.01.1959. A Bova risiede da sempre e, nella Chora, ha ricoperto per un certo periodo anche l’incarico di assessore alla Cultura ed alla Pubblica Istruzione. Fin da subito ha curato interessanti lavori sui Greci di Calabria e la sua passione per il mondo grecanico spazia entro tutti i confini dell'armonia greca, dal canto alla ricerca etnografica.
Da tanti anni ormai si dedica alla conservazione ed alla rivalutazione della cultura greca di Calabria. Si è laureata in Scienze Politiche nel 1985 con una tesi sull’associazionismo ellenofono dal titolo “Genesi e sviluppo del Movimento associazionistico”, in cui per la prima volta vengono presi in esame gli esiti e l’importanza delle forme associative dei gruppi greco-calabri.
E’ stata, fin dall’inizio, uno dei punti di riferimento per gli studiosi greci che venivano in Calabria. Ha collaborato ad alcuni lavori sulla grecità calabrese quali: Il caso Gallicianò, la Grammatica Grecanica di Filippo Condemi e Apodiafàzzi, un testo di canti e tradizioni edito dall’omonimo Circolo di Cultura Greca.
Ama il canto e spesso si accompagna con la chitarra, ed ha inciso alcune cassette musicali sempre con lo stesso gruppo “Apodiafàzzi”. Partecipa spesso a convegni e conferenze sulla grecità calabrese. E’ stata segretaria del Circolo La Jonica dei Greci di Calabria insieme a Filippo Violi e Mimmo Nucera (jatrudàci).
La sua poesia ha sempre mostrato una forte connotazione emotiva e una densità espressiva inquieta e materica. Si tratta di una poesia interamente percorsa da un vivo senso di ineludibile verità tragica, che trova momenti di atroce risalto incisivo, come nel contrasto del rapporto tra i vivi e la morte. Elisabetta si esprime nelle sue liriche, passando dalla poesia-preghiera: Den èchome plèo Christò,/ den pame stin anglisìa... / (Non abbiamo più Cristo, non andiamo in Chiesa), al canto: Tragùdi appassiunemmèno, / ise pose en’achò sto vorèa / mesa sta fiddha sti nista…/ (Canzone appassionata / sei come un rumore nel vento / in mezzo alle foglie della notte…/), e al lamento: O pono ti echo stin cardìamu / to grafo sto scotìdi /jà na mu cami sinodìa.. (Il dolore che ho nel cuore / lo scrivo nel buio / affinchè mi faccia compagnia…).
Ma un lamento che sempre oltrepassa, stoicamente, il singolo destino, la tragedia personale. Preghiera, canto e lamento che muoiono in bocca all’autrice nell’attesa del silenzio e di raggiungere la pace. Sono canti ricchi di profonda emozione e umanissima pietà. Qualunque parola appaia nella poesia non c’è differenza tra immaginazione e realtà. Tutto è ridotto ad una serie di paragoni tristi. Nemmeno il canto, così come la poesia, è ormai un balsamo a cui ricorrere per lenire il dolore. Il canto diventa un susseguirsi di episodi della memoria in cui la fa da padrone il rumore del vento, l’ululato di un cane, il dolore di un uomo. Si nota fin dai primi versi il riflesso di un’anima mistica scossa da una serie di avvenimenti che preannunciano forme progressive di pessimismo. La notte accende i ricordi, e, nel buio della notte, l’autrice ha impresso il suo dolore, unico compagno della sua vita.
Né manca in Elisabetta uno dei topoi più abusati dei Greci di Calabria, il pianto per una lingua che muore, accompagnato dalla forza e dal desiderio di combattere per conservarla. E’ difficile, dice Elisabetta, non comprendere che la lingua sta lentamente morendo, ma essa continua a vivere dentro l’animo dei grecanici, perchè sono ancora vive le tradizioni, la cultura e lo spirito dei Greci di Calabria. Ma soprattutto è vivo l’amore e il senso di ospitalità che spinge i grecanici verso i forestieri:
I GLOSSA MA
Tundi magni glossa
de ssonni na pethàni
jatì i zzichì dikìma
ene acomì zondàri.
‘Immaste emì ti èchome
tin agàpi stin cardìa
jà tundo cosmo palèo
jà na mini panda ismìa.
Ceddha ène ta spìtia
ma megàli ene i cardìa
ce san èrkondo i zzeni
mma ddònnusi tòssi charapìa.
……
LA NOSTRA LINGUA
Questa bella lingua
non può morire
perchè la nostra anima
è ancora viva.
Siamo noi che abbiamo
l’amore nel cuore
per questo mondo antico
affinchè rimanga sempre insieme a noi.
Piccole sono le case
ma grande è il cuore
e quando vengono i forestieri
ci danno tanta gioia.
La Critica
F. Violi, Storia e letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001; F. Violi, in «I Fonì Dikìma», a. II, 2007, edizioni Circolo Culturale Odisseas.

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