DOMENICO RODA'. SULLE TRACCE DELLA POESIA CONTEMPORANEA

10.05.2016 13:02
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
                           L'ALTERNATIVA LASCIATA IRRISOLTA
L'alternativa lasciata irrisolta in un secolo di studi viene man mano consegnata nelle mani di una nuova generazione di studiosi. I figli dei pastori sono cresciuti, il gregge è rimasto in montagna. Loro hanno seguito la via dello studio, hanno superato altre balze, a volte più irte. Le vie per arrivare al riscatto sociale non sono poi in fondo tanto infinite come quelle del Signore, e così hanno scelto l'unica via praticabile, dal momento che quelle che portano a Gallicianò o sui piani di Chorìo continuano a rimanere interrotte o poco praticabili. Le idee diventano cose e le opinioni cominciano ad avere un rigore insolitamente definitivo. La non facile e mai feconda coabitazione tra le enunciazioni astratte da una parte, e l'estremo sentimentalismo della condizione pietosa del vivere grecanico dall'altra, ora si fa voce pensante. I Greci di Calabria sanno che nella vita, quasi sempre, gli accordi sono regolati dal codice di Brenno, ed allora bisogna farsi strada! Non viene trascurato nessuno di quei riferimenti culturali che appartengono da sempre al mondo grecanico dal momento che il conservatorismo della nostra cultura impone ben altre e più gravi sopravvivenze. Comincia a crollare il tempo delle convenzioni e del conformismo, delle convenienze e della pretesa saggezza del primum sopravvivere. I rappresentanti di questa realtà che affronta l'alternativa lasciata irrisolta hanno nome e cuore greco, Rodà, Condemi, Nucera, Violi fra i tanti. E' la scoperta del realismo come fondamento del fatto artistico, e, soprattutto come ragione e proponimento umano che travolge gli argini confinanti il mondo grecanico, e scende sempre più giù, a valle, rompendo gli indugi e segnando confini più vasti.
SULLE TRACCE DELLA POESIA CONTEMPORANEA
DOMENICO RODA'
Paese da sempre irredento, Gallicianò di Condofuri offre i natali a Domenico Rodà il 27 marzo del 1947 e, da subito, il tanfo del disfacimento urbano e della disgregazione sociale lo obbliga - così come obbliga il resto del paese - ad eleggere come propria patria quella delle correnti migratorie più vicine: Reggio Calabria. Lo spinge ad andare là dove c'è un tozzo di pane da conquistare con la dura fatica, ma dove si rischia di perdere anche la memoria della propria identità. Sa il Rodà che non ha molto senso gridare dal suo "bel San Giovanni" sulla tristezza dei tempi. Da quel porro legato alla montagna nessuno lo sentirebbe. Lo sanno tutti ormai! E' indispensabile, invece, spiegarsi come questo sia potuto accadere, rendersi conto delle reali condizioni del vivere tra quelle mura che stanno cadendo, e vedere se ancora è consentita qualche possibilità di azione.
L'intricata rete delle pastoie burocratiche, il colpevole silenzio di quanti avrebbero dovuto provvedervi, il fatalismo di comodo e la ricerca ossessiva di un fatto linguistico, che hanno sempre impedito il ripiegarsi sul uomo grecanico, hanno portato il paese all'estinzione ed alla glaciazione perpetua. Non è questa, quindi, una reale alternativa. Ed è per questo che il Rodà canta in maniera dolorosa:
I christianì zìusi asce liga pràmata ,
zìusi manachì ce addismonimèni;
manachò pu stechu ene to còsmondo.
Ce tuto ene to chorìommu.
To chorìommu, to chorìommu,
to chorìommu den izìi pleo.
vive sola e dimenticata;
solo dove vive è il suo mondo.
E questo è il mio paese.
Il mio paese, il mio paese,
il mio paese non vive più1.
I dolorosi motivi tematici che attraversano per intero la poesia del Rodà sono gli stessi in tutti i
poeti gallicianoti. Ma se lo stesso Lombroso aveva azzardato la teoria della ereditarietà dissimilare,
che, tradotta in termini grecanici, significa che “non sempre un figlio di gatta prende topi”, alla stessa
maniera i figli di quei grecanici rassegnati da disinganni secolari, hanno deciso di essere diversi dai
padri. Non più e solo rassegnati alla lamentazione sterile, estraniati dalla storia e dalle sue
cointeressenze, ma una nuova generazione che respinge sempre più le frustate di secoli e che difende
la propria umanità dagli assalti di una temperie che cospira maledettamente a riportare l'uomo
grecanico allo stato ferino.
DAI DIFFICILI NATALI ALL'AFFERMAZIONE DELL'UTOPIA GRECANICA
In Domenico Rodà la poesia di formazione giovanile e quella successiva non è disposta
analiticamente. Nei primi versi - sempre presente la Calabria della fame, quella della diaspora e della
disperazione che denuncia una povertà storica e sociale - v'è la coscienza delle colpevoli dimenticanze
e delle reali responsabilità, che afferma, senza veli, quali mani rapaci si erano posate su quel termitaio
umano che era ed è Gallicianò.
E' una storia di vinti, di dispersi, di carni divorate dalla fatica, di gente che paga contributi di dolore
a quel cammino della speranza che si chiama emigrazione! C'è una umanità dimenticata da tutti, ferita
dal bisogno, che si pasce col canto e si disseta col sudore del corpo e che, sola, riesce ancora a
mantenersi legata, ombelicalmente ostinata, a quella cultura antica che, magno-greca un giorno,
bizantina poi, agro-pastorale ieri, è annientata oggi! Dobbiamo al Rodà il recupero di una identità
fisica e culturale sparente, quella di Gallicianò; un paese senza storia, del quale tacciono - ed è
comprensibile - i compilatori delle varie storie della Calabria. La sua tesi di laurea gli offre l'occasione
per un libro-denuncia su un paese che, fino a ieri, identificava il suo unico nemico e sua unica fonte
di sostegno in Scafi, i campi sopra Gallicianò. Il tiro si sposta e si indirizza nella giusta direzione.
L'umanità grecanica, confinata negli angusti limiti di quella montagna, ha altri e ben peggiori nemici.
E' una denuncia fatta da gente senza più voce, a sordi che vivono tra sordi: «nel 1953, in contrada
Vucita2 il Genio Civile (!) di Reggio Calabria ha costruito case popolari per gli alluvionati del 1953,
che tali non possono essere chiamate in quanto sono dei veri e propri tuguri, dove i componenti delle
famiglie vivono fra mille difficoltà, primo fra tutti la mancanza d'acqua (sono trascorsi venti anni e
ancora lo Stato Italiano non ha pensato di costruire un acquedotto per questa mia gente) e di fogne(..).
Nella piccola contrada di Vucita, dove ci sono quindici famiglie che vivono in alcune baracche dette
"palazzine" costruite nel 1953 dopo l'alluvione, l'acqua manca del tutto, la popolazione deve recarsi
a Gallicianò a prenderla, percorrendo tre chilometri a piedi3».
Questo è l'inferno dei gallicianoti che devono pure percorrere sette chilometri all'andata e sette al ritorno su una mulattiera, per andare a scuola a Condofuri. L'inferno dei gallicianoti era, però, come aveva detto Salvatore Settis4, il paradiso dei glottologi.
Ma il problema più grave - continua egli - non è di salvare una lingua morente (..) Il problema è dunque, proprio perchè una coscienza linguistica e culturale sta nascendo, nei Greci di Calabria, di collegarla a più ampie lotte e prospettive; stimolare una coscienza politica che, inserendo questo in più vasta rete di problemi, non li diluisca in quelli, ma gliene faccia trarre nuova forza.
DENTRO E FUORI L'OPERA DI DOMENICO RODÀ
Laureatosi in Lettere, Domenico Rodà, pubblica nel 1981, come dicevamo, un interessante saggio per la conoscenza globale dei problemi demografici, culturali e sociali dei Greci di Calabria: La lingua mozzata. I grecanici nella vallata dell'Amendolea. In esso sono contenuti un insieme di proverbi, tradizioni popolari, i censimenti della comunità ellenofona dal 1861 al 1921, denunce sociali ed alcuni canti. Sembrerebbe anzi che la via del canto e della poesia debba essere impedita al Rodà tra quei “tuguri” di Gallicianò. Ma così non è!
Sì, spesso la sua poesia di veste di tristezza e si fa pianto, ma anche quando così è, nei versi del nostro autore riappare il sogno, la compostezza del verso ellenico, una salda cultura che ha radici lontane ed egli raccoglie in fronde sparse le cose più semplici di questa vita.
Su questo muro dei ricordi si inseriscono e si incorporano i veri sentimenti dell'autore. Il mezzo espressivo e l'argomento poetico suscitano in lui lo spunto per introdurre il vero motivo per cui egli canta quella fonte del suo paese: il forte desiderio di rimanere lì, in quei campi inseminati; la speranza di poter allontanare sempre più la sua partenza da quei luoghi, nell'impossibile sogno che il suo paese viva.
Sono molti gli elementi di realismo nella poesia del Rodà. Egli offre nuova materia allo studio della grecità dimenticata. In questa sua capacità di rottura con un mondo che si era rassegnato a scomparire, va ricercata la speranza di una salvezza collettiva ed individuale. Una cultura egemone vuole che il suo paese sia afono ad ogni costo? Allora egli canta per non farlo diventare tale. La fame - generatrice di abiezione, di rassegnazione, di stanca ribellione - si coniuga col disagio, con la solitudine culturale e fisica? Egli canta. Canta in un paese che non si rassegna ad imbucare in quella cassetta delle "Regie Poste" che campeggia sull'unica piazzetta di Gallicianò, la sua sconfitta finale e l'accettazione della stessa. Il che riconferma, per segni manifesti, come in quel paese, storicamente povero, ed ancor più impoverito dai tanti tentativi di "mozzargli" la lingua, depredato infine anche della propria identità culturale, il Rodà entri di diritto nella letteratura di opposizione, respingendo il lirismo intimistico e la bella pagina. Egli canta perchè tutto possa continuare a vivere, nella dolorosa costatazione di una realtà che era stata motivo di emarginazione per le generazioni passate. In questo mondo senza sorriso, i bisogni autentici, le aspirazioni e i desideri sono negati. C'è soltanto spazio per luci effimere e consolatorie, nè potrebbe essere altrimenti. Nell'opera del Rodà il realismo continua a delimitare un territorio storico e geografico molto più vasto di quello oggi confinato nell'isola grecanica. C'è l'emersione di un mondo che deve lottare sempre più per rimandare la sua crocefissione e la mutilazione della sua umanità; che respinge l'isolamento procurato, ma che è cosciente delle sue intatte possibilità di recupero. Sono frammenti di una condizione umana che non intende più ritrovarsi nella litania e nel lamento, ma dove la voce si fa coro. E' la coscienza che le vie del mondo sono segnate dalla sventura e vanno affrontate ad ogni costo:
Mu ipe i mànamu:”ebba ston pilò”.
Mi disse mia madre: “Vai alla fontana”.
Andai e venni bagnato d'acqua5.
Non c'è chi non veda il profondo e recondito significato di questi due semplici versi. Infatti, pur povera nel suo impianto aggettivato, la parola di Mimmo Rodà, anche quando è di segno negativo, manifesta angoscia documentaria e coglie concretamente i problemi esistenti nella società grecanica. Egli non si è limitato a riprodurre, ma ha voluto e saputo accostarsi all'impianto narrativo ed alla poesia spingendosi fino alla denuncia motivata e sofferta.
“GRECANICI - COME RINASCE UNA CULTURA”: UN COLLAGE DI ANTOLOGIA E DI TRADIZIONI
Con questo sua ulteriore fatica il Rodà approfondisce e amplia il lavoro iniziato tredici anni prima. Un lavoro sempre più innervato nelle problematiche sociali e culturali dell'etnia grecocalabra cui era stata negata la dignità culturale e i princìpi di solidarietà. La prima cosa che balza subito agli occhi è il titolo che il Rodà sceglie per il suo lavoro: Grecanici6. Quasi un urlo, uno sprone ad andare avanti, a non fermarsi. In questo ci soccorre il ricordo di quella semplice frase che Giovanni Andrea Crupi amava ripetere e scrivere sui muri: Greki, ambrò! (Greci, avanti!). Dal libro infatti non ne esce un "messaggio disperato" - come avverte Giuseppe Comerci nella prefazione - bensì la fiducia " nel domani e nella ricostruzione di questa cultura, di questi gesti, di queste forme di vita...".
Dai racconti ai reperti di tradizioni, dagli scavi nella memoria per recuperare usanze e giochi ai momenti antologici, è tutto un tentativo di sollecitare il registro linguistico, ormai sparente, per continuare a ridare linfa ad una lingua e ad una cultura millenaria.
LA CRITICA
D. Minuto, La lingua mozzata di D.Rodà, <<Calabria Sconosciuta>>, a.IV-V, n.16/17 (ottobre 1981-marzo 1982); AA.VV., Minoranze etniche in Calabria e in Basilicata, Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, Di Mauro, Cava dei Tirreni, 1988; P. Crupi, Roghudi: un'isola grecanica asportata, Pellegrini, Cosenza, 1981. F.Violi, Anastasi: canti politici e sociali dei Greci di Calabria, C.S.E. Bova Marina, 1992; F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2000.
 
________________________________________________________
1 D. Rodà, poesia presentata alla 1^ Rassegna Internazionale di Lingua Neogreca e Greca di Calabria "Jalò tu Vua",
1984
2 Toponimo di Gallicianò
3 D. Rodà, La lingua mozzata: i grecanici nella vallata dell'Amendolea, Casa del Libro, Reggio Calabria, 1981, p.76-77
4 S. Settis, Campi inseminati dei Greci di Calabria , Il Ponte, 31.1.1973
 

 

Cerca nel sito