DOMENICO NUCERA (jatrudàci)

22.05.2016 18:47
Rubrica europa Ellenofona di Filippo Violi  -  
Domenico Nucera (jatrudàci) è nato a Gallicianò, oggi vive e lavora a Reggio Calabria. E’ stato coordinatore del circolo “La Jonica” presso il Centro Intercomunale dei Greci di Calabria a Melito P.S..
Ha scritto alcune poesie in collaborazione con Domenico Nucera (artista), tra cui Tragudàu ta pedìa e Ito asce chimòna.
I motivi ricorrenti in questi canti sono quasi sempre didattici ed educativi. Non mancano i riferimenti alla nascita del Cristo e quindi a quel periodo dell’anno in cui si è propensi tutti ad essere più buoni e a volersi bene.
Da tanti anni ormai raccoglie ed esamina racconti, tradizioni e paesaggi dei Greci di Calabria e dà voce alla propria lingua nascondendo, in rima, l'intento didattico evidente, come se avesse raccolto l'invito a continuare ad insegnare la lingua greca ai bambini. Tragudàu ta pedìa è forse l'unico canto giocoso dedicato ai piccoli in tutta la Calabria greca, in cui, tra l'altro, trova spazio e menzione tutta l'isola ellenofona con i suoi paesi. In questi pochi versi sembra quasi di risentire una dolce cantilena pascoliana che, con il tema delle piccole cose, riesce a parlare ai grandi ed ai piccoli col suo cuore fanciullo. Il canto è talmente scorrevole nella sua semplicità sintattica e nei versi, che si presta facilmente ad essere imparato dai bambini. Esso è probabilmente il più bel canto che esiste in lingua grecocalabra scritto per i bambini. Poesia di luoghi, potrebbe essere definita quella del Nucera, nei suoi versi passano i luoghi che sono famigliari ai grecanici, vi passano come vecchie ed ingiallite fotografie, ma sempre nitide, strette insieme nella compagine di un album: la luce che vi discende e che dà rilievo alle immagini ha un che di indiretto di vivo, di molle e di carezzevole. Da qui, anche, certa sapiente versificazione che coglie, al di là delle apparenze, l'essenza segreta dei fatti descritti
TRAGUDÀU TA PEDÌA
Ena, dio, ena-dio, tria
tragudàu ta pedìa,
ottò, ennèa, deca
ta pedìa Greca,
dòdeca, decatrìa
ecìna ti Ccalavrìa.
Ottò, ottò, ottò
ecìna andon Gaddhicianò,
dio, dio, dio
ecìna ando Chorìo1,
trìa, trìa, trìa
ecìna tis Amiddalìa.
Poddhì, poddhì, poddhì
ecìna tu Vunì,
akùa, akùa, akùa
ecìna tu Vùa.
Ena, dio,
ena-dio trìa...
……
CANTANO I BAMBINI
Uno, due, uno-due, tre
cantano i bambini.
Otto, nove, dieci
i bambini Greci,
dodici, tredici
quelli della Calabria.
Otto, otto, otto
quelli di Gallicianò,
due, due, due
quelli di Chorìo,
tre, tre, tre
quelli di Amendolea.
Molto, molto, molto
quelli di Roccaforte,
hanno sentito, hanno sentito,
quelli di Bova.
Uno, due,
uno-due, tre...
…..
E il gioco dei numeri e delle parole ricomincia affidando ai bambini l'ultimo pezzetto di candela acceso su questo mondo che si allontana sempre più.
Ma non si ferma qui l’impegno del Nucera, che da sempre ha amato e coltivato il mondo della poesia, pur avendo dato ben poco alle stampe. Il Nucera è un autore che ha arricchito il panorama letterario grecanico di contributi originali e dal quale non si può prescindere se si vuole avere una, pur modesta, visione globale della nostra letteratura; un autore dal quale c'è da imparare e che andrebbe rimeditato. Anch’egli, come tanti altri, ha una “missione” da compiere: rendere sempre più visibile e più viva la sua lingua. Come tanti in questa terra, che continua a profumare di grecità, anch’egli ha un rapporto sofferto e ambiguo con la sua terra, ma conserva sempre qualche riga speciale per essa nel suo cuore. Così egli aggiunge ai ricordi della sua fanciullezza, di quel vecchio Natale dai ricordi sbiaditi, che sapeva di impasto di dolci fatti in casa e qualche cibo in più - gli unici allora posseduti -, un canto a Gesù Bambino nella sua lingua:
Catevènni an d’astèri
o Rìga tu còsmu
ce èrkese sc’ènan catòi
me sprichàda ce chiòni.
………
To cèlo stèki òde
mèsa stus athòpu
ce ìrthese na scacìse
to machamètto2.
…….
Scendi dalle stelle
o Re del mondo
e vieni in un basso
con freddo e neve.
……..
Il cielo sta qui
in mezzo agli uomini
ed è venuto per scacciare
il demonio.
………
La poesia è un tentativo di creare in lingua grecocalabra un canto di Natale, esemplificato su quello già esistente in lingua italiana, che poco o nulla ha a che vedere con il tema trattato, ma è per il Nucera una specie di lente con la quale osservare la sua terra, un ambiente umano che continuamente lo rimanda al passato, come riferimento, come confronto.
LA CRITICA
Le poesie di Domenico Nucera sono state raccolte in F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Vol. I, ed. Iiriti, Reggio Calabria, 2005, un volume antologico che comprende tutti gli autori grecanici di Gallicianò ed inedito. Qualche lirica era già rintracciabile in F.Violi, Anastasi, canti politici e sociali dei Greci di Calabria, C.S.E. Bova M.,1990.
 
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1 Chorìo: i bambini di Roghudi e del suo chorìo
2 machamètto: è uno degli epiteti con cui i grecocalabri definiscono il demonio. Gli altri sono: o diàvolo, o pacamèno, o demònio, o lucìfero
 

 

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